Woody Allen, Pura Anarchia
Bompiani, 2007 – euro 16,00 – pp. 171
di Mirko Zilahy De Gyurgyokai
Effetti Collaterali, Citarsi addosso e Saperla lunga sono stati una scoperta per i fan italiani del primo Allen. Un po’ per la carriera cinematografica che da allora non ha avuto pausa, un po’ per una vena che probabilmente ha ormai dato il meglio di sé, oggi Woody Allen non diverte e non stupisce più, né su pellicola né su carta, come negli anni Settanta e Ottanta.
Questo Mere Anarchy non sfiora nemmeno lontanamente le vette di quell’intellettualismo comico. I diciotto racconti non brillano e anzi, spesso si ha la sensazione di trovarsi dinnanzi ad un’operazione meramente commerciale. La misura non è quella della narrazione breve e ficcante. Si trascina arrancando fra nugoli di doppi sensi a sfondo sessuale o riferimenti alla religione ebraica a questo punto scontati agli amanti del cinema del newyorkese.
Molti dei pezzi prendono spunto da episodi bizzarri, al limite del reale, documentati dalla stampa americana. In “Glory Glory Hallelujah, venduta!” in apertura Allen ripropone un pezzo dal Guardian che in ultima analisi è la cosa più divertente dell’intero racconto: “Il sito d’aste eBay ha acquistato una nuova dimensione spirituale grazie a un venditore di preghiere. Il sedicente Recitapreghiere, domiciliato nella contea di Kildare in Irlanda, offre cinque preghiere diverse, ciascuna a partire da una base d’asta di una sterlina. Chi avesse bisogni interiori impellenti può acquistarne subito una al prezzo di cinque sterline. In cambio del denaro, il Recitapreghiere assicura un “servizio sentito” e la conferma per e-mail dell’avvenuta invocazione”.
Lo stesso si dica per “Papille fatali”: la notizia del New York Times sul prezzo astronomico raggiunto all’asta per un rarissimo tartufo bianco dà la stura alla modesta parodia di una detective story. E se di norma l’infallibile investigatore privato vien messo sulle tracce di una gemma rubata, recuperata infine scomparsa da una donna avida e seducente, qui la lettura umoristica trasforma il gioiello in un tartufo da dodici milioni di dollari, l’investigatore sguscia nei panni canaglieschi e impacciati di Allen e la bionda, sebbene realmente provocante, si rivela insaziabile solo di pietanze d’alta culinaria.
La prosa invece di replicare la battuta fulminante e sagace degli esordi, si perde in un rincorrersi di periodi lenti e impacciati, tenta insomma un periodare più ampio e lì si arena. Funzionano sempre, benché con minor efficacia, i rovesciamenti in cui un oggetto prende il posto e la funzione dell’altro. Il resoconto che la seduttrice fa al detective del furto del “prezioso” tartufo bianco ne propone uno dei più gustosi: “Fummo Vanescu e io a trafugare il tartufo di Mandalay dal British Museum, appesi a testa in giù a due funi, dopo aver inciso la teca con un diamante”.
Va segnalato che buona parte dell’umoristico è relegato da Allen nei doppi sensi che dà ai nomi composti dei personaggi - Mealworm “larva della farina” - o ad allusioni a fatti della cronaca o a note personalità statunitensi: in entrambi i casi la traduzione o le delucidazioni in nota rallentano ulteriormente una lettura già faticosa e non riescono a riprodurre l’esito che hanno in inglese.
Di discreto impatto invece l’ormai classico dialogo a due voci che dopo il processo a Socrate - terrorizzato dall’idea di bere cicuta - investe qui un più prosaico Topolino interrogato in aula come testimone d’una truffa alla Disney. In “Colpo di scena al processo Disney” si ritrovano nello stesso calderone personaggi della W.Bros e della Disney assieme a star hollywoodiane di prima grandezza in un voluto riferimento alla comune sostanza che li costituisce. L’avvocato incalza chiedendo cosa successe quella notte alla festa vip, Topolino risponde: “Paperino si ubriacò e ci provò con Nicole Kidman, fu estremamente imbarazzante perché all’epoca lei e Tom Cruise erano ancora sposati. Ricordo che Paperino detestava tremendamente Tom: aveva la sensazione che gli offrissero tutti i ruoli che avrebbero dovuto essere suoi”.
Un altro tipico pezzo alleniano, certamente la cosa meglio riuscita e divertente del libro, è quello in cui fa il verso alla filosofia ricalcandone storie e linguaggi. Sulla falsariga del nonsense sta “Così mangiò Zarathustra”, in cui la voce narrante scopre l’esistenza del “Libro delle diete di Friedrich Nietzsche” e svela i segreti di diete “tradizionali”: “A parte le frittelle Al di là del Bene e del Male e il condimento per insalate Volontà di Potenza, tra le grandi ricette che hanno cambiato il pensiero dell’Occidente il Tortino di Pollo di Hegel fu la prima a utilizzare gli avanzi con significative implicazioni politiche. I Gamberetti Saltati con Verdure di Spinosa possono essere apprezzati tanto dagli atei quanto dagli agnostici, mentre una misconosciuta ricetta di Hobbes per le Costolette di Agnellino alla Griglia rimane a tutt’oggi un enigma intellettuale. il grande vantaggio della dieta di Nietzsche è che, una volta persi, i chili non ritornano - a differenza del Tractatus sugli Amidi di Kant”. A volte scende nel particolare, indagando la natura filosofica di questo o quell’ingrediente: “Il succo d’arancia è l’essenza stessa dell’arancia resa manifesta - e con questo intendo la sua vera natura, ciò che dà all’arancia la sua vera “arancità” e le impedisce, per esempio, di sapere di farina d’avena o di salmone in crosta”. Non mancano rari colpi di genio: “Nell’osservante, l’idea di fare colazione con qualcosa di diverso dai cereali produce ansie e timori, ma con la morte di Dio tutto è permesso: si possono consumare a volontà sia le cozze che il profiterole, e persino le alette di pollo piccanti”.
È addirittura scontato che non si sia fatta la recensione ad uno scrittore puro, né tantomeno d’una vera opera letteraria, ma è altrettanto assodato che dal genio di Allen ci si aspettava qualcosa di più originale e meno commerciale.
Peccato, occasione sprecata.