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La Recensione - Redazione

Non pensarci

Posted: 30 Aprile 2008

Recensione di Sonia Scorziello

Regia di Gianni Zanasi - Italia 2007 - durata 110'

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Non pensarci

Capita, a volte, di sentirsi fuori posto, di non far parte della propria famiglia, della coppia, del lavoro che si svolge, ed ecco allora che si torna all'origine per ritrovare se stessi.
Così il percorso di Stefano Nardini (Valerio Mastandrea), in passato piccola star del punk rock indipendente, ma ormai trentaseienne, fuori posto e non realizzato nel lavoro come nell'amore, torna indietro, in famiglia. Parte da Roma verso la provincia romagnola, verso casa, da cui si era allontanato per vivere i suoi sogni.
Tutti lo accolgono a braccia aperte, ma le sorprese non mancano. Il padre (Teco Celio), dopo un infarto, gioca solo al golf, la mamma (Gisella Burinato), dipendente da psicofarmaci, segue corsi di autostima per sopportare un pesante segreto, Michela (Anita Caprioli), la sorella, ha lasciato l'università, non senza amarezza, per il lavoro sognato con i delfini e infine Alberto (Giuseppe Battiston), il fratello maggiore, esaurito e stanco di portare tutta sulle sue spalle la responsabilità della fabbrica e della famiglia, votate ormai al fallimento.
Stefano irrompe nella casa ritrovata, estraneo tra gli estranei, ma alla fine punto di riferimento per tutte le tragedie dei suoi cari. Dunque, tornare è un po' come rinascere per Non pensarci, o meglio, per pensarci ai problemi della vita, ma con "leggera" vitalità.
Si percorrono tanti piccoli drammi nel film, pieni di contraddizioni, di difficoltà economiche e relazionali, ma soprattutto si racconta in modo ironico la crisi di una famiglia nella realtà di provincia.
Tuttavia, davanti lo schermo si sorride, tanto; si ride, spesso; anche se in un contesto drammatico. Merito di una sorta di leggerezza che pervade la pellicola, data dalla grande maestria del regista Gianni Zanasi, tornato finalmente al cinema dopo diversi anni di silenzio.
Un impegno dal frutto intelligente e brioso lontano dagli stereotipi, così descritto dal regista: "si è trattato di un lavoro di sceneggiatura molto impegnativo, logorante ma allo stesso tempo divertente. Il lavoro di scrittura è stato senza dubbio molto più strutturato rispetto agli altri film che ho fatto, ma non per forza perfetto. Insieme a Michele Pellegrini abbiamo scelto di dare molto spazio ai personaggi e li abbiamo seguiti con libertà e leggerezza. E' una commedia agrodolce dove si sgomma, si vomita, si dichiara il fallimento di una vita sull'autoscontro, si sorride davanti alla lapide di un padre, ci si suicida e con lo stesso slancio si ci bacia".
Zanasi, al suo quarto lungometraggio, si conferma indubbiamente narratore efficace e versatile. Le quasi due ore di commedia intrattengono con discrezione e attenzione lo spettatore, che si fa complice di tutti i personaggi, ben rifiniti e mai troppo caricaturali. Spicca su tutto il cast, il protagonista Valerio Mastandrea. E' la conferma di un talento ormai maturo, perfettamente aderente al film e al suo personaggio. Prova lodevole, capace di trasmettere leggerezza anche nei frangenti drammatici, parla del film con grande misura "per me la famiglia è un luogo dove, potenzialmente, avvengono dei grandi confronti. Sono soprattutto i ruoli ad essere importanti, proprio oggi quando i figli si trovano spesso a fare da genitori ai loro padri. Non c'è bisogno di essere figli di separati per "soffrire", anche in una famiglia tradizionale si avvertono dinamiche che determinano gioie e dolori fino alla fine dei nostri anni. Qui ne parliamo con grande leggerezza: ed è come camminare in un campo minato, riuscendo, alla fine a non fare esplodere le mine. Questo, però, è anche un film sulla provincia italiana che non è solo quella degli omicidi da psicopatici, ma soprattutto quella che fa ricco il nostro paese con la sua piccola imprenditoria. Non pensarci è un film sulla famiglia, ma anche sull'Italia di oggi che parla a tutti e non soltanto e comunque non soprattutto ai giovani. E' stata un'esperienza illuminante e per certi versi, credo, anche irripetibile".
Non a caso, il lungometraggio, ha ottenuto dal Ministero della Cultura Italiano il riconoscimento di "Film di interesse nazionale e culturale". Letto come divertente commedia, pretesto per tracciare un ritratto della provincia italiana contemporanea, in bilico tra la tradizione e le mode, ha conquistato il favore della critica alla biennale di Venezia. Ma la vera sfida per Zanasi è stata di riuscire, con un budget estremamente contenuto, a divertire senza essere mai volgari, far ridere mettendo in scena la quotidianità e le sue assurde contraddizioni. Attenzione alla prima ed ultima scena dove si passa dal disincanto alla speranza di non pensarci.

Andrea Maria Schenkel - La Fattoria del Diavolo

Posted: 30 Aprile 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Giunti, 2008 - euro 12, 50 - pp. 140

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La fattoria del diavolo

Fresco di stampa in Italia e caso editoriale tedesco del 2005 con più di settecentomila copie vendute, La fattoria del Diavolo è un romanzo breve che richiama alla vita letteraria una terribile strage commessa degli anni Venti a Tannöd, in Germania, qui tradotta dalla Schenkel nel post guerra anni Cinquanta.
Una casa rurale, isolata nelle campagne di Tannöd, è la scena di un assassinio raccapricciante: i Danner, la famiglia di agricoltori che la abita, viene trovata massacrata nel fienile adiacente alla costruzione. L'orribile accanimento sui cadaveri del vecchio Danner e della moglie, della figlia Barbara con i piccoli Marianne e Josef e della "serva" appena assunta, getta nello scompiglio la minuscola cittadina. I commenti e le deposizioni - dal maestro al sindaco, dalla compagna di banco di Marianne al postino e poi ancora il parroco e la perpetua, assieme ai vicini di casa dei Danner - sono raccolti da un indagatore senza nome. Questo volutamente sconnesso collage di voci contribuisce a frammentare la lettura e celare l'identità dell'assassino che si nasconde fra i testimoni.
Dell'efferato killer e del possibile movente non v'è però traccia, né gli intervistati riescono con le loro attestazioni a gettarvi una qualsivoglia luce diretta. In realtà dalle ammissioni e confidenze raccolte emerge, sebbene in latenza, una sorta di colpa collettiva: quella d'un macabro silenzio.
Il libro è costruito come fosse montato in sequenze filmiche e la vicenda viene articolata in duplice presa: da una parte i personaggi si mostrano al lettore grazie alle dichiarazioni rilasciate a proposito della strage o sulla singolare natura degli abitanti della fattoria. A codesti commenti in prima persona - segnalati dal nome dell'intervistato assieme al ruolo e all'età "Babette Kirchmeier, 86 anni, vedova di un impiegato statale" -, diciamo in soggettiva, s'alternano "riprese" più allargate della vicenda cui corrispondono capitoli privi d'intitolazione, ove una terza persona osserva dall'alto, oggettivamente, ciò che accade nella fattoria. Tale sguardo impersonale riesce meglio a "inquadrare", concretandola, la paura dei personaggi attraverso una misurata frammentazione della sintassi che, assieme all'uso del presente, pare simulare una prosa da sceneggiatura. Così vengono raccontati i primi, ed ultimi, momenti di Marie, la "nuova serva", nella propria camera: "La finestra non è chiusa bene, il vento entra dalle fessure. Marie nota una corrente d'aria. Si volta verso la porta. È leggermente aperta. Marie vuole chiuderla. In questo istante si accorge del fatto che la porta si sta aprendo lentamente sempre di più, cigola. Incredula e stupita osserva la fessura che continua ad aumentare. Marie è indecisa, non sa cosa fare. Rimane lì ferma immobile. Lo sguardo rivolto alla porta. Finché non cade a terra senza proferire parola, travolta dalla veemenza del colpo".
Cosa funziona e cosa funziona meno nella costruzione del libro: agisce sullo spirito del lettore l'incedere altalenante delle confessioni e del raccontare che sposta continuamente il punto di vista, provvedendo così a creare un poderoso effetto di spaesamento; la suspense scaturisce a getti, dalla descrizione dell'ambiente "cupo e vecchio" o dall'atmosfera oppressiva e disumana che si respira in casa Danner: "La casa, la fattoria, in un posto del genere non voglio starci neanche da morta, ho pensato. Ero sconvolta". I particolari macabri sono taciuti o velocemente riferiti senza calcare la mano nella direzione del raccapricciante che è raggiunto principalmente per mezzo dello spostamento del focus della telecamera all'interno dell'io - qui Johann Sterzer - che vive e racconta l'accaduto: "Eravamo lì e fissavamo il mucchio di paglia. Nessuno di noi, né Alois né io, si è mosso. Eravamo immobilizzati. Il cuore mi batteva così forte che credevo stesse per saltarmi fuori dal petto. Il terreno sotto i piedi non mi reggeva più da quanto molli erano diventate le ginocchia. [...] tutto era così incomprensibile. Sono scene indescrivibili. Come Hauer ha spinto da una parte la paglia. Come li ha liberati, uno dopo l'altro dalla paglia. Il Danner, la piccola Marianne, la sua nonna e per ultima anche la Barbara. Erano tutti insanguinati, provavo un tale disgusto che non riuscivo neppure a guardarli bene. Tutto intorno a me era orrendo". O con le parole dell'altro testimone, Alois: "l'unica cosa che provavo ancora era questo ribrezzo, questo orrore. Chi ha fatto una cosa del genere non è un uomo. È un diavolo. Non può essere uno di qui, da noi non ci sono dei mostri così".
D'altra parte lo stesso procedere a singhiozzo, l'accavallarsi delle voci e dei punti di vista, in modo che a volte pare discorso non organizzato, tende un po' a confondere il lettore nella rincorsa al filo della vicenda e al colpevole.
Luci e ombre sull'edizione. Confezione accattivante per l'amante del genere, col pastello a rilievo sul rosso e nero. La nota critica riguarda la traduzione di Francesca Legittimo: benché perfettamente obbediente alle atmosfere che il testo prospetta e adeguata alla natura scarna della prosa e della cupa ambientazione rurale, subisce un indugio che non piace, laddove ad essere intervistata è la cuoca del parroco: "Se lu el dumanda a mi, se ie ciapà ul diavul. Propri inscì, ul diavul s'è ciapà tuta la famiglia. Ul sciur parroco ma crede no. Lu el dis che gu minga de parlà insci de cativeria. Ma l'è tuto veer, questa l'è la veridà e la se po dì".
Così si procede per tre pagine piene. Nella difficoltà di una lettura che si fa faticosa e, soprattutto, sempre con una sensazione che sta fra il ridicolo e il caricaturale. Percezione che l'uso del dialetto settentrionale (bergamasco? veneto?) per la resa di una parlata particolarmente marcata da inflessioni, o anche propriamente dialettale, naturalmente produce. Sulla stessa linea si attesta l'impiego "regionale" dell'articolo determinativo davanti al nome proprio: L'Amelie, il Danner, l'Hauer, ecc.
Nel complesso un libro di veloce fruizione e buon intrattenimento. Interessante per l'esperimento strutturale del duplice focus, ma di modesto impatto emotivo se non per brevi tratti e, logicamente, di scarso spessore letterario. Curiosità per la sorte editoriale che avrà qui da noi.

Tutta la vita davanti

Posted: 20 Aprile 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Paolo Virzì - Italia 2007 - durata 117'

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Tutta la vita davanti

E' facile chiedersi, oggi, quale valore possa avere laurearsi in filosofia, a cosa possa servire "pensare", se siamo ormai inseriti in una logica di mercato-società dove è importante apparire e non essere, dove il reality show assume sempre più il valore della conoscenza quotidiana.
Anche il regista Paolo Virzì, pare, si sia posto questa domanda ed abbia dato risposta con un film sulla vita e per la vita, non prendendo in esame il solito spaccato della società, ma un intero quadro generazionale. Tutta la vita davanti adotta la lingua filosofica, oggi non più praticabile in quanto tale perché troppo astrusa, dunque revisionata e adibita al cinema per essere ascoltata e capita da tutti. Un film sui giovani e precariato, ma non solo. Già la locandina sembra fare il verso al quadro di Pellizza da Volpedo Quarto stato, ma a guidare il corteo non contadini dei primi anni del 900', bensì giovani precari. Ieri come oggi le tematiche si ripetono, ma non la forza, la passione dei lavoratori. Il mondo raccontato da Virzì è drammaticamente chiuso in sé stesso, imprigionato alle catene della finzione e dell'illusione subdola e mistificatrice. Tra i balletti, i messaggi d'incoraggiamento, i premi da quiz, gli applausi, i sorrisi, i finti abbracci, si avventura Marta, (Isabella Ragonese). Giovane laureata in filosofia, con una tesi su Hannah Arendt, ora impiegata part-time nel call center della Moltipole, azienda "simbolo" del mercato - lavoro usa e getta. Proviene a sua volta da un altro mondo chiuso, quello della filosofia e dell'università. Dove tutto è finto, è mimesis-imitazione delle realtà, tutta la menzogna si dispiega nella "caverna" (per dirla alla Platone) di fragili e tristi antieroi, in balia di nessun altro che di loro stessi.
C'è la datrice di lavoro Daniela (Sabrina Ferilli), sempre fintamente sorridente e gentile, capo-aguzzino che non riesce ad avere un equilibrio sentimentale né tanto meno un italiano corretto: "Vorrei che ci sei anche tu". Il sindacalista Conforti (Valerio Mastandrea), fintamente retto e onesto, che tenta di portare i diritti in un call center organizzando spettacolini comici di denuncia.
Si passa al venditore (Elio Germano) che cerca di essere sempre il numero uno, ma intimamente frustrato e condannato dalla logica del mercato-azienda appena entra in crisi. Sonia (Micaela Ramazzotti), ragazza sexy, forse la più fragile di tutti, ma con una sua filosofia che non viene dagli studi, come quella di Marta, ma dalla vita. Infine il capo dei capi, Claudio (Massimo Ghini) perfetto simbolo della mercificazione del lavoro, che però si strugge di fronte alla richiesta della figlia grande di una quarta di seno.
E' difficile dire chi tra questi attori-personaggi abbia dato la resa migliore, si resta con gli occhi incollati allo schermo ad ammirare la destrezza della Ferilli, mai così brava. Si sorride del patetico e grottesco Massimo Ghini in perfetta sintonia con la compagna. "Tra Massimo e Sabrina - aggiunge Virzì - c'è una fratellanza di sguardo sulla vita e sulla società italiana. Si tratta di due personaggi oscuri e neri, ma loro mi hanno permesso di renderli narrabili. Non avrei immaginato altri attori ad interpretare i ruoli".
Ma ciò che più colpisce sono le due scoperte: Micaela Ramazzotti che pure nuda e tatuata non è mai volgare, bravissima nel raccontare la devastazione di una madre e una donna. E' a lei che il regista fa denunciare l'ipocrisia di un sistema, che è sbagliato dai vertici, quando al sindacalista dice "sei quello che dà i depliants pubblicitari, però de politica". Così, coglie la debolezza di fondo che non permette al sindacato di denunciare, con efficacia, la condizione lavorativa del call center.
E poi Marta, (già vista in Nuovomondo, di Emanuele Crialese) perfettamente naturale, impossibile non immedesimarsi nei suoi gesti, nei suoi pensieri. Sguardo ironico ma compassionevole, sempre pronta a capire e indagare, mai a giudicare. Personaggio interpretato con grande umanità riconosciuta dalla stessa attrice "ho cercato di conferire al personaggio maggiore umanità possibile, di avvicinarlo al pubblico, di raccontarlo attraverso gli incontri che fa, anche perché rappresenta il punto di vista del film, un punto di vista femminile. La sfida era non renderla una snob: nonostante la sua laurea con lode e i suoi studi di filosofia teoretica, il suo atteggiamento non doveva apparire distaccato o schizzinoso, ma aperto e non giudicante. Abbiamo lavorato per renderla simpatica e divertente, sempre fuori luogo in ogni situazione; quest'ultima caratteristica le permette di avere una prospettiva privilegiata, ovvero quella dell'alieno, dello straniero, che arriva da un altro mondo e vede tutto come fosse la prima volta".
La voce calda e rassicurante di Laura Morante lega le scene con un andamento quasi da romanzo, a volte si arresta per lasciare spazio ai bruschi richiami alla realtà, perché in fondo è proprio dalla realtà che nasce il film.
Pensato e ideato con il co-sceneggiatore Francesco Bruni, Virzì ha sottolineato alla presentazione del film "la prima idea è stata quella di fare "I compagni del Duemila" - dal Film di Monicelli 1963 - poi, è subentrata la curiosità, verso il mondo dei call center che ci ha suggerito il libro intelligente e caustico di una ragazza sarda che si chiama Michela Murgia, Il mondo deve sapere. Michela ha trovato lavoro in un call center della Kirby. Il suo è un divertente reportage. Era un blog, poi pubblicato in libro. Abbiamo sgraffignato al libro l'intuizione sulla somiglianza tra le tecniche "motivazionali" e le regole dei reality. Nuovi lavori come fossero programmi tv. Si viene "nominati". Si partecipa di uno psicodramma collettivo quando qualcuno viene non licenziato ma "eliminato", accettato però come parte di una drammaturgia, la disperazione è di non farne più parte". Dunque la realtà al cinema, Michela come Marta, stessa dinamica dal tono acre e sorridente, però, nel film Marta recupera l'esperienza vissuta, che sfocia in un saggio dove trovano posto sia Heidegger che i reality show. Così si chiude il cerchio, attraverso il percorso di ogni personaggio troveremo la risposta alla domanda iniziale: "A cosa serve, oggi, pensare".

Perry Anderson - Spectrum. Da destra a sinistra nel mondo delle idee

Posted: 20 Aprile 2008

Recensione di Andrea Comincini

Baldini Castoldi Dalai Editore 2008 - Euro 21,00 - pp. 470

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Spectrum

Con questa collezione di articoli e saggi Perry Anderson si impegna a conseguire un obiettivo titanico, ovvero ripercorrere il mondo delle idee da destra a sinistra degli ultimi trent'anni - come si evince dal sottotitolo - e ricondurlo ad uno schema generale di analisi comprensiva.
Il risultato è un libro incredibilmente chiaro e allo stesso tempo complesso sia per i temi trattati, sia per la vastità di materiale studiato, esaminato e giudicato. Spectrum, un titolo evocativo, oltre all'opera stessa vuole determinare quella frontiera mobile fra pensiero liberale e socialista dove oggi si combattono le più interessanti battaglie politiche.
Se infatti è chiara la distinzione tra destra e sinistra, tuttavia i contorni empirici sono alquanto sfocati: dopo la caduta del muro di Berlino, infatti, il neoliberismo ha dominato e domina mercati e pensieri mentre gli ex comunisti vivono una pesantissima fase di confusione. Alcuni di essi soffrono il senso della sconfitta e restano immobili, altri vedono la Terza Via come unica soluzione auspicabile, mentre diversi ancora disegnano strategie di consenso in una politica fondamentalmente centrista. In questa empasse si capisce quale sia il fine dello studioso americano: ristabilire alcuni criteri seri per affrontare i dibattiti attuali con discernimento, e navigare in queste acque torbide mantenendo una solida rotta. Anderson si rivolge allo Spettro per dargli il giusto commiato. Delineare e marcare i confini è fondamentale per una sinistra allo sbando: il fantasma che un tempo si aggirava per l'Europa deve tornare ad esser uno spirito buono capace di intimorire i nemici, non una presenza maligna, furba nel terrorizzarci e renderci immobili.
Le premesse sono impegnative, ma il risultato è pienamente raggiunto. Lo scrittore divide l'opera in tre parti, riguardanti la destra e la politica, il centro e la filosofia, la sinistra e la storia.
Naturalmente ogni tema si intreccia al successivo, ma permane limpido il fulcro di tutte le analisi. I saggi sono rivolti quindi a tutti gli aspetti del mondo del pensiero ma non solo; arricchito da considerazioni brillanti su autori quali Garcia Marquez o Anderson senior, il libro trasmette al lettore una grande eredità, non solamente culturale o semplicemente erudita. La serenità e fermezza morale a fine lettura sono il lascito di una ricerca appassionata che non vive di nozionismo, ma si nutre di un incorruttibile desiderio di combattere le ingiustizie, sia esse teoretiche o materiali. L'offuscamento si dipana, e sorge forte e deciso - nuovamente - il senso di un cammino prima meno sicuro: la sinistra non può cadere sotto i colpi di idee o persone incapaci di pensare o ammettere la verità.
Illuminanti a proposito le parole riguardo un nostro grande filologo, definito da Anderson "straordinario" - termine di cui non abusa mai - e da noi troppo facilmente archiviato: Sebastiano Timpanaro, spentosi pochi anni fa. Personaggio singolare nel costume privato e nel viver pubblico, audace critico e uomo integerrimo, questo filologo eterodosso appare come una delle figure meglio tracciate dalla penna dello studioso americano. Nelle pagine dedicategli può esser individuato, a mio avviso, una affinità con l'autore stesso nella determinazione con cui si sceglie di non cedere mai alla mera chiacchiera da mercato, per tenere fermo il timone anche nei tempi più bui. Sebbene mai cupo o pessimista, è indubbio che il ragionamento promosso dal nostro autore non porta ad un lieto fine, necessariamente. Una componente fondamentale deve prender terreno, ovvero ricominciare ad alzare la testa al di là di ogni sconfitta, vera o immaginaria. L'umanità dell'analisi emerge oltre la formale composizione testuale e lo stile collaudato, e cattura allo stesso modo del contenuto teorico, il quale tuttavia resta l'unico luogo in cui Anderson dirige la sia attenzione, al di là di quanto auspica.
Fra i vari temi trattati, uno dei più significativi riguarda lo studio dei filosofi e pensatori dell'area centrista: proprio in questo terreno diviene lampante la mobilità dei confini intellettuali, e le scelte strategiche.
In particolare, credo sia interessante riportare le analisi condotte su tre grandi uomini dei nostri tempi: Rawls, Habermas e Bobbio. Sebbene profondamente diversi fra loro - secondo Anderson - i tre sopra citati soffrono tuttavia di un irrisolto rapporto fra l'essere e il dover-essere, ed un pensare a tratti fortemente idealistico. Il riferimento all'hegelismo è ovvio, ma nella analisi delle filosofie di questi pensatori appare anche un certo infantilismo procedurale. Partono da assunti più o meno precisi su cosa o come deve esser la democrazia, per cadere poi in circoli viziosi insostenibili; nel tentativo maldestro, si legge lo sforzo di rimediare confusamente all'imbarazzo prodotto dalle lacune argomentative. Esemplare a proposito è la posizione assunta nei confronti della guerra in Kuwait o in Kosovo in relazione con gli Stati Uniti: la ricerca di un diritto universale normativo si sottomette ad un potere nato essenzialmente dall'aver vinto, dal dominio del più forte e ciò contrasta con tutti i buoni propositi di stabilire un nomos, o almeno una guida a priori.
Per Anderson è inammissibile sminuire la grandezza di questi pensatori altrettanto quanto eludere i dubbi e le incertezze teoretiche presenti nelle loro opere. Lo studioso serio non può arrendersi di fronte all'autorità, e parimenti non deve abbassare la testa davanti alle sentenze della Storia, seppur pesanti. Il criterio fondamentale per l'azione - non solo intellettuale ma anche pratica - è guardare ai problemi reali del presente per risolvere le cause effettive di malessere attuale già ora e quindi nel futuro. Tale assunto è l'unico, paragonato a quelli approfonditi nei vari saggi, a resistere alle ingiurie del tempo, e non a caso: se i filosofi, i politici centristi e conservatori fondano il proprio pensiero su argomentazioni incoerenti o sinceramente goffe, e il popolo della sinistra tace o si adegua per il complesso della sconfitta, solamente un ritorno al senso della filosofia può redimere e sopravvivere. Per Anderson, e qui si rivela la sua formazione marxista, tal senso può esser solo una guida all'azione, un'azione rivolta a cambiare il mondo, e non ad interpretarlo.
Esemplare a proposito il titolo del saggio dedicato ad Hobsbawn, La sinistra sconfitta, e la risposta dell'autore all'atteggiamento di molti pensatori socialisti: " La sconfitta è una esperienza dura da padroneggiare e la tentazione è sempre quella di sublimarla. Ma, se alla fine il trauma dovrà esser superato, occorre saper guardare in faccia gli avversari teorici, senza indulgenza né autoinganni...Uno degli obiettivi di questa raccolta, pertanto , è reagire a tale involuzione".

Ian McEwan - Chesil Beach

Posted: 20 Aprile 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Einaudi, 2007 - euro 15,50 - pp. 136

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Chesil Beach

Giunto al tredicesimo romanzo, Ian McEwan s'immerge nelle pieghe più nascoste della vicenda sentimentale d'una giovane coppia alle soglie, ma non ancora al centro, della rivoluzione - culturale sociale e sessuale - del Sessantotto: "Erano ancora i tempi, destinati a concludersi alla fine di quel famoso decennio, in cui essere giovani costituiva un ingombro sociale, un marchio di irrilevanza, una condizione di leggero imbarazzo per la quale il matrimonio rappresentava l'inizio di una terapia".
Chesil Beach, un esteso lembo di terra fra laguna e mare che affaccia sulla costa del Dorset offrendo il colpo d'occhio dell'esile e lunghissima spiaggia di ciottoli , è la location della prima notte di nozze dei ventiduenni Edward Ponting - brillante giovane storico di famiglia economicamente umile e segnata dalla trascuratezza dei costumi domestici - e Florence Mayhew - violinista virtuosa, di famiglia benestante, cresciuta in un ambiente affettivamente asettico. Storie differenti e percorsi lontanissimi , ma a legarli, paradossalmente e con ironia, è il segreto che reciprocamente si tacciono, fino alla fatidica prima notte di nozze: entrambi rapiti d'amore ma ambedue incatenati alla propria vergognosa verginità.
Benché nell'attacco vi sia già tutto il senso del libro - "Erano giovani, freschi di studi, e tutti e due ancora vergini in quella loro prima notte di nozze, nonché figli di un tempo in cui affrontare a voce problemi sessuali risultava semplicemente impossibile" - a sorprendere è la capacità con cui McEwan cala la propria scrittura, e la lettura che l'accompagna, nelle laocoontiche evoluzioni delle due vicende interiori, riuscendo a intrecciarne gl'irriducibili fili rossi.
La narrazione si svolge in un tempo al passato, sul quale s'inseriscono minuziosi, sebbene mai faticosi, flashback fra loro collegati in una sorta di fitta rete di rimandi ed ipnotica malia. La scansione degli eventi non occorre in una successione lineare. V'è un'esposizione in primo piano, che si sofferma sulle difficoltà, psicologiche e fisiche, dei novelli sposi dall'arrivo all'albergo fino alla "resa dei conti". Su questo primo narrare s'innestano, man mano, schegge di passato, in una duplice terza persona che, con calcolato avvicendarsi, racconta i tempi e le situazioni dell'esistenza e dell'innamoramento dei due.
Codesto continuo divagare dal nucleo apparentemente centrale della storia, permette di conoscere in profondità, dall'interno insomma, Florence e Edward. Consente inoltre di leggerne la vicenda come un tutt'uno sconosciuto ai due che ignorano i rispettivi trascorsi e le paure invece perfettamente comprese dal lettore. Così procedendo, il vero centro di Chesil Beach si scopre nella frammentarietà attraverso la quale le due esistenze sono narrate e, in un secondo momento, nella seria incongruenza esistenziale che, unici, non hanno compreso.
McEwan svolge l'intima materia del testo nell'arco di una sola notte - già in Sabato (2005) la vicenda si spiegava nell'arco di una sola giornata -, nell'aura d'un matrimonio che ha già consumato il rito religioso e collettivo e aspetta d'averne il proprio corrispettivo sensuale. Ma tra Florence e Edward l'amore, sino allora, è rimasto leggero moto dell'anima e poco di "effettivo" ha concesso loro, se non quell'insieme di pratiche erotiche che s'accostano all'atto completo ma, soprattutto per la spaurita reticenza di lei, non lo raggiungono.
Non mancano gli spunti divertenti, tesi a organizzare l'ironia attraverso un linguaggio che tende all'esagerazione, come avviene per le aspettative sessuali di lui: "Da più di un anno Edward era mesmerizzato dall'idea che la sera di un certo giorno di luglio la parte più sensibile della sua persona fisica avrebbe trovato posto , seppure per breve tempo, all'interno di una cavità naturale che era parte di quella donna graziosa, vivace e straordinariamente brillante. Come arrivarci senza attraversare l'assurdo e il senso di delusione, lo preoccupava molto". Sull'altro versante Florence vive l'attesa con "autentico terrore viscerale, un disgusto impotente e inequivocabile come il mal di mare". Terrorizzata dal linguaggio scientifico dei libri di medicina e d'educazione sessuale Florence si ritrova a voler "se solo avesse potuto, come la madre di Cristo, pervenire a quello stato interessante per magia...". Innamorata di Edward ,"le piaceva farsi baciare, benché non amasse la lingua in bocca e l'avesse chiarito, senza bisogno di ricorrere alle parole", Florence si sente però incapace di amarlo fisicamente.
Lui si rivela un ragazzo maldestro, inesperto e giustamente ansioso di consumare; lei impaziente solo di una vita normale. Le situazioni d'intimità, ed imbarazzo, si moltiplicano con lenti avanzamenti verso l'atto desiderato e con successivi repentini rallentamenti. Così la grande proposta, c'informa l'ironica voce narrante, è figlia d'un azzardo incontrollato e irreprimibile di Edward. Durante una giornata di marzo, nel villino dei genitori di Florence, lei si fa finalmente più audace e azzarda una mossa: "Per meno di quindici secondi, in un crescendo di speranza e d'estasi, Edward poté sentirla attraverso due strati di stoffa. Non appena Florence tolse la mano, lui seppe di non poter più andare avanti così. E le chiese di sposarlo".
Fondamentale è la "telecamera" vicinissima, quasi interna, con cui il narratore si pone nel nocciolo stesso del dramma, e di lì lo analizza scrupolosamente, utilizzando una lente capace di cogliere le sfumature più impercettibili dell'animo maschile e femminile. L'effetto più rilevante di tale meccanismo sta nella pressoché totale assenza di morbosità che l'analisi delle fragili dinamiche sessuali in atto avrebbe potuto facilmente chiamare in gioco.
Ma, al di là dei sorrisi che tali situazioni naturalmente offrono, s'intuisce una grande amarezza di fondo. Retto da una superficiale "simpatia" intellettiva e spirituale, il rapporto che li aveva portati alle nozze è rivissuto a tappe, nelle varie rievocazioni dei primi appuntamenti o baci. Ne emergono due anime imperfette e, forse, poco compatibili: una giovane donna che nella musica mette tutta se stessa e il proprio desiderio; educata com'è all'intelletto e al profitto da genitori anaffettivi, riscopre gli effetti di tale educazione silenziosa in quell'incapacità d'amare profondamente, completamente.
La vicenda scivola svelta fra le minute descrizioni di quella che si rivelerà una triplice tragedia: la catastrofe personale dell'uno e dell'altra e il totale fallimento di coppia. I migliori propositi animano i neo sposini ma il dramma è lì. Chiusa la serata con la cena in camera, i due si apprestano a consumare il matrimonio con stati d'animo opposti e inconciliabili. Ma l'attesa "scena madre" si svolge e conclude velocemente, con parziale soddisfazione di Edward e un sostanziale nulla di fatto per Florence. Ciò produce l'ennesimo, e ultimo, fraintendimento. Equivoco e silenzi troncano mestamente il giorno più bello della vita degli sposi e ne sospendono la vicenda, una volta per tutte, in un limbo di assenza e di rimorsi, e nella malinconia delle parole non dette.

Grande, grosso &... Verdone

Posted: 10 Aprile 2008

Recensione di Sonia Scorziello

Regia di Carlo Verdone - Italia 2008 - durata 131'

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Grande, grosso e Verdone

1371 mail inviate dai fan al regista romano, chiedendo a gran voce di far rivivere sullo schermo i suoi personaggi storici. Ed ecco il nuovo film che nasce direttamente dall'amore proveniente dai suoi sostenitori, oltre che da un' interpretazione storica di volti e voci che sempre ricorderemo. Così
ridere della morte, della prostituzione e della politica, di un amore finito, è possibile, a volte, se c'è il tocco irriverente e da macchietta di Carlo Verdone. Con la commedia divisa in tre atti Grande Grosso e... Verdone ci si diverte un po' a denti stretti, riflettendo sulla "rivisitazione" della nostra società.
Assistiamo, un po' nostalgici, alla tragicommedia del primo atto, dove la famiglia Nuvolone deve seppellire la salma della nonna durante una rocambolesca avventura. Impossibile non riconoscere l'ingenuo Leo del passato in vacanza a Ladispoli, oggi sposato con Tecla, due bambini e una madre defunta. Certo l'attore - regista ruba la scena con grande trasformismo, ma qui si evidenzia tutta la stanchezza fisica ed espressiva del moderno Verdone - Leo, poco adatto all'eterno "credulone". L'episodio risulta a volte lento e forzato, eccezion fatta per l'interpretazione del grande Massimo Marino, figura di culto per il pubblico romano.
Nel secondo atto ritroviamo il pignolo e pedante Furio, ha mutato il nome in Callisto, ha un lavoro prestigioso, una passione incontrollata per le squillo e un figlio introverso da "svegliare".
Unico personaggio a non aver subito, negli anni, un significativo mutamento di sorta del proprio canovaccio. Oggi, professore nevrotico, di cui Verdone ci da un'ottima prova attoriale ma una deludente messa a fuoco del personaggio e della storia. Poco coinvolgente e poco condita da gag eccetto l'incontro con l'onorevole, vero punto di forza di tutto l'episodio; così il regista "Io vorrei che certi politici mantenessero un determinato rigore. Non è una critica alla politica, ma all'etica di una "certa" politica. Vorrei che certi parlamentari mantenessero una certa disciplina. In quella performance in cui il professore incontra il politico di notte sul viale delle prostitute ho voluto lanciare una frecciata contro quei personaggi che, invece, dovrebbero avere sempre un certo rigore. In questo episodio ho voluto fare la mia critica di costume e sono pronto a rifarla, perché la volgarità di una certa politica mi indigna e io non la voglio più vedere".
Poi, Callisto passa il testimone a Moreno e siamo all'epilogo, dove ritroviamo gli eredi diretti di Ivano e Jessica: Enza e Moreno, alle prese con la crisi da post - matrimonio. Qui non c'è stanchezza né ripetizione per Verdone, il ritmo incalza grazie ad alcune "intuizioni sceniche" ed a una grande Claudia Gerini. Come e meglio che in Viaggi di nozze, diventa protagonista e padrona totale della scena, entra nello schermo con una bellezza invidiabile ed una bravura da applausi. Perfetta dal trucco all'ultima posa, "eroina" delle romane più "coatte" che vivono di reality e apparenza. "E' una famiglia volgare, cafona - sottolinea il regista - rappresenta l'assenza di valori, un grande materialismo. Ma poi si scopre che forse i più cafoni non sono loro...". Quel che è certo è che, sullo schermo, tra i due protagonisti c'è grande sintonia: "Io e Claudia abbiamo lo stesso sguardo ironico", spiega lui; "per me tornare a lavorare con Carlo è stato come tornare a casa", dice la Gerini, "Quando Carlo mi ha fatto la proposta di questo film ho detto: finalmente! Sono tornata nella mia pelle. Rispetto a Jessica di Viaggio di nozze, la mia Enza è più reattiva, una donna in cui conta solo la griffe: l'occhiale, lo stivale. Per lei anche a Taormina non c'è certo il teatro, ma solo i negozi che sono il suo mito come d'altronde l'Isola dei primitivi."
Sebbene il film non eguagli Bianco, rosso e Verdone, ha un punto di forza che è nell'obiettivo stesso dell'autore: "Vorrei che la gente si divertisse e non prendesse questi personaggi come esempio. Spero anzi che li prenda come oggetto di critica: noi siamo così, cerchiamo di non esserlo più. Purtroppo questa volgarità è lo specchio dell'Italia di oggi, in cui viviamo un periodo più cinico e cattivo e questa non è una commedia buonista".
Certo, resta un'opera di transizione, andato a colpo sicuro con un incasso di oltre 5milioni di euro per il solo esordio, ma è la fine di un ciclo per questi personaggi. La loro vita cinematografica indubbiamente si deve concludere qua.

Marta Verginella - Il confine degli altri

Posted: 10 Aprile 2008

Recensione di Andrea Comincini

Donzelli Editore 2008 - euro 14,00 - pp. 128

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Il confine degli altri

La storia delle terre giuliane, i suoi confini, non sono stati semplicemente decisi da un pacifico e naturale corso degli eventi. Trieste, l'Istria, la Dalmazia conobbero umiliazioni insopportabili, specialmente durante il periodo fascista. A questo tragico destino si devono aggiungere le vite di chi in quelle terre è cresciuto: italiani, sloveni, ma anche croati, rumeni, turchi, greci e tedeschi.
Un mondo incredibilmente ricco e culturalmente fecondo fu calpestato troppe volte dalle suole chiodate degli aguzzini di Mussolini, e il lascito rimasto è una inquietudine sostanziale, una conciliazione mai definitivamente sentita. Al giorno d'oggi nuovi segnali lasciano sperare in un multiculturalismo accettato e vissuto come una ricchezza, e non da ostacolo.
Il libro di Marta Verginella, Il confine degli altri, affronta l'argomento in maniera dettagliata, offrendo testimonianze di singoli e di intere collettività, ma il suo successo non risiede unicamente in ciò: la storiografia a proposito infatti, è molto corposa e certamente nota negli ambienti culturali adatti.
Il piccolo volume - ed è chiaro dal titolo e dal sottotitolo: La questione giuliana e la memoria slovena - ci offre invece la preziosa occasione di leggere le nostre vicende dall'altra parte della barricata. Se infatti l'irredentismo e l'italianità trovano lo spazio necessario nei dibattiti attuali, pochi si sono dedicati a raccogliere le testimonianze di chi fu considerato estraneo a casa propria.
Per tale motivo, osserva Guido Crainz nella Prefazione, questo è un libro necessario, perché ha il potere di illuminare i contorni ambigui e mobili delle appartenenze nazionali, e ad interrogarsi sul senso di una storia convissuta: "Ci aiuta a cogliere in modo vivo i tratti di quella società slovena che il fascismo voleva negare e cancellare: ce ne riconsegna la ricchezza, la molteplicità di percorsi umani e intellettuali, di passioni e di speranze".
Pericoloso oggi sarebbe considerare queste documentazioni vetuste o cronaca ordinaria: l'odio razziale fomentato dagli uomini del Duce ha infatti provocato dolorosissime e immani ingiustizie, sia dal punto di vista politico che culturale.
La minoranza slovena in Italia è stata vessata in maniera indicibile, e senza mezzi termini. Il Pubblico Ministero Fascista, durante i vari processi in cui persone comuni venivano accusate di sabotaggio e tradimento, li definiva ‘omuncoli impastati d'odio, rettili umani striscianti nell'ombra e nel fango, che osavano rifiutare obbedienza all'unico stato e all'unica nazione capaci di portare civiltà in quelle terre'.
Le testimonianze offerte dalla Verginella non includono soltanto i nomi di noti intellettuali del luogo, ma contribuiscono invece a offrire un quadro complessivo sul senso di angoscia di una comunità spaesata.
L'italianizzazione forzata infatti non si riduceva all'assimilazione coatta delle identità, così stappate, umiliate, cancellate; significava anche paura quotidiana per le strade della città. Toccante il racconto del padre per la prima volta con il proprio figliolo a visitare la loro cara Trieste: il genitore risponde in sloveno alle semplici domande del ragazzino, ed eccolo vedersi davanti un energumeno in camicia nera che gli sputa in bocca, lo chiama porco, e lo minaccia pesantemente. Il bambino da allora si sentirà un diverso, un escluso: "Allora avevo sette, otto anni, mi resi conto di essere diverso, di parlare un'altra lingua, abietta e vietata, che così anche rimase. Capii inoltre che si trattava di una grande ingiustizia". Chi ha letto la biografia di Freud, avverte una inquietante similitudine con il senso di diversità sofferto dall'allora nominata razza giudea, soprattutto negli anni universitari. Proprio l'ambiente scolastico sembra soffrire, anche in questo caso, l'ignominia della stupidità. La storia di Julka, poi Giulia, appesa dal maestro per le trecce perché si lasciò scappare una frase in sloveno, rivela più di un semplice tentativo di cancellare una cultura. Si legge il piacere di farlo. La violenza perpetrata infatti travolge tutti, e si realizza con atti disgustosi, come capitò al povero maestro cattolico di canto gregoriano Lojze Bratuž, costretto ad ingurgitare olio di ricino mescolato a quello di motore, e morto tragicamente.
Marta Verginella propone un quadro chiaro e dettagliato non solo delle suddette vessazioni, ma ricostruisce inoltre il panorama politico del periodo, la grande varietà di posizioni, di visioni politiche in questa sede non elencabili.
Resta tuttavia un dato ben preciso: liberali, cattolici, comunisti erano uniti dall'antifascismo e da un forte desiderio di sfuggire allo spaesamento indotto dal governo italiano. Ad esso ne va aggiunto un altro, altrettanto triste e sintomatico, ovvero quello degli esuli fuggiti in Slovenia, a casa loro, ed accolti - si fa per dire - con diffidenza e rancore perché giudicati invasori.
La studiosa non tralascia le vicende legate al regime di Tito, ed alla Jugoslavia, e disegna un ritratto minuzioso delle miserie politiche destinate a creare conflitti ed odio perché fondate su falsi miti e radici, o su una idea di nazione forgiata nel dominio assolutista di una unica identità. Perfino gli italiani d'Istria si trovarono costretti ad abbandonare le loro terre, a vivere sulla propria pelle la tragica sorte dei compagni sloveni.
Ciò non vuol dire naturalmente confondere le carte della storia, o diffondere un piatto revisionismo: il tentativo della Verginella, peraltro riuscito pienamente, è evidenziare l'intreccio indissolubile della nostra storie e dei nostri errori con le cronache e gli sbagli degli altri, e così le vittorie e le sconfitte.
Le conclusioni del libro riassumono perfettamente il senso di un cammino cominciato dall'analisi degli incartamenti processuali del 1941, dove circa trecento persone furono accusate dallo Stato fascista dei peggiori misfatti. Nella Jugoslavia titina si trovano fra i vinti del secondo dopoguerra anche alcuni di tali imputati: dopo avere sofferto discriminazioni ed angherie sotto Mussolini, adesso patiscono la mancata sudditanza al regime di Tito.
L'auspicio è ritrovare in un lavoro storiografico serio la possibilità di leggere i fatti intorno a noi senza innalzare muri, e riscoprire - contrariamente a quanto oggi molti intellettuali e studiosi fanno - un metodo di spiegazione dei fatti libero dall'ottica particolaristica.
Così chiosa di nuovo Crainz: "Non è per nulla univoca la storia che questo libro ci racconta: esso mostra, tutto al contrario, che l'esito non era ‘obbligato', o privo di alternative. Tratteggia bene - e qui cito alla lettera - il mescolarsi di appartenenza plurime e di un'identità forte ed esclusiva; di lealismo asburgico e di posizioni antitedesche; di spirito antiitaliano e di aspirazioni internazionaliste. Tratteggia una nazione slovena mobile, soggetta ad erosione ma anche capace di erodere. Preoccupata dei rischi di assimilazione, e proprio per questo portata progressivamente a poggiare l'accento soprattutto sulla propria identità, con tutte le forzature che ciò comporta. Che cosa c'è di esclusivamente sloveno in questo?".

Erlend Loe - Doppler, vita con l'alce

Posted: 10 Aprile 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Iperborea, 2007 - euro 13.50 - pp. 185

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Doppler, vita con l'alce

Questa settimana la nostra proposta di lettura si indirizza sulla scrittura di Erlend Loe, uno degli autori più vivaci dell'intero panorama scandinavo. Norvegese di Trondheim, pubblica nel 1993, ancora giovanissimo (è nato nel 1969), Preso da lei con buon successo di critica e pubblico, ma la fama le ottiene nel 1997 con lo straordinario boom di Naif.Super, romanzo che affrontava, con singolare ironia, i turbamenti e le tante incertezze d'un venticinquenne in viaggio per New York combattuto fra amori diversi, la confusa vita universitaria e la ricerca interiore di un definitivo senso delle cose.
A discapito del titolo - Doppler, vita con l'alce - che al lettore non avvezzo alle pubblicazioni della pluripremiata Iperborea potrebbe far pensare a un'allegoria moralistico-pedagogica in chiave naturalistica, il libro rivela scaturigini di sorprese.
Anzitutto la prosa schietta, senza fronzoli, fatta di paragrafi di frantumata sintassi a seguire le velocissime associazioni dell'io, sin dal vigoroso attacco, "Mio padre è morto. E ieri ho ammazzato un alce. Che dire. O io o lei. Ero affamato. Comincio sul serio a diventare magro", cui s'alternano parti narrativo-descrittive di una certa lunghezza e libere da interpunzione: "poi ho dormito un po' e alle prime luci dell'alba sono sceso al dirupo est della tenda e ho messo il fieno come esca in un punto che da tempo pensavo fosse perfetto per un'imboscata". È Andreas Doppler a narrare l'improvvisa e inaspettata trasformazione occorsa nella sua vita - abbandona casa, lavoro e famiglia per vivere nel bosco -, in una prima persona che racconta in presa quasi diretta. A ciò si sommano improvvise divagazioni brillanti delle quali un bell'esempio è la sorta di manifesto anticonformista del ciclista: "un ciclista è costretto a diventare un fuorilegge. È costretto a vivere fuori della società e in rotta con il sistema stabilito di viabilità che sempre più incoraggia esclusivamente la circolazione motorizzata, anche per le persone di sana costituzione. I ciclisti sono degli oppressi. Siamo una minoranza silenziosa, i nostri territori di caccia sono sempre più ristretti e siamo forzati a comportamenti che non ci si addicono, non possiamo parlare la nostra lingua, ci obbligano alla clandestinità". Compaiono inoltre, qua e là, accurati flashback da cui si ricavano le ragioni del radicale cambiamento.
Caduto rovinosamente di bici in un fuori strada selvoso, Andreas Doppler scopre da quell'orizzonte terricolo di radici ed erica che "per la prima volta da molti anni c'era una gran quiete [...] c'era solo il bosco. Svanito il consueto miscuglio dei più disparati sentimenti, pensieri, progetti, doveri". Svaniscono le snervanti canzoncine dei dvd del figlio assieme alle terribili nenie tv dei Teletubbies; si fanno lontani i dubbi sul bagno nuovo - piastrelle italiane o spagnole, opache o lucide - e sulle mille possibilità cromatiche del soffitto, sollevati dalla consorte. Dal pavimento di foglie, lo sguardo fisso in alto al cielo oltre le fronde, Doppler si sente finalmente "esonerato da quell'eterna giostra mentale"; tutto dissolto, "c'era un'infinità di cose a cui di colpo non pensavo più". Altrettanto all'improvviso gli balena in testa il pensiero del genitore scomparso - "mio padre non c'era più e non ci sarebbe stato più per sempre". Si rende conto di non averlo mai conosciuto davvero e di non aver sofferto più di tanto all'annuncio della sua morte: "era morto nel giro di una notte. All'improvviso. E nel più assoluto silenzio. Ma lì nell'erica la cosa mi penetrava nel profondo con tutto il suo peso. La drammaticità del caso. Uno c'è e poi non c'è più. da un giorno all'altro". Tuttavia benché indubbiamente polemico e problematico, codesto libro vive dello scarto ironico che la prospettiva di Loe imprime anche alle considerazioni più drammatiche. Perciò fra le cose del padre, ricevute ed appunti vari, Doppler rinviene un cospicuo numero di foto bizzarre: "Ho chiamato mia madre che mi ha rivelato che papà aveva sistematicamente fotografato tutti i gabinetti che aveva usato negli ultimi anni della sua vita. Non le aveva mai spiegato il perché. Aveva fatto le foto e tenuto il becco chiuso. Il risultato erano centinaia di foto di gabinetti, oltre ad alberi, pietre e altri luoghi dove ai maschi può saltare in mente di pisciare quando sono all'aperto".
L'avventura boschiva e il conseguente distacco dal mondo civile sono occasioni che naturalmente provocano disagi interiori a catena, conflitti familiari con considerazioni spesso ilari su eventi di scarso respiro: il rapporto con la figlia è critico giacché Nora "continua a rivedere Il Signore degli anelli mettendo in chiaro che non avrebbe più tollerato il mio sarcasmo a proposito".
Doppler modifica radicalmente la propria visione del mondo e scarica dietro le spalle il peso di una rassicurante vita borghese. Stabilisce perciò di abitare il bosco che l'ha svegliato e ivi si trasferisce in tenda, con lui il cucciolo d'alce cui ha ucciso la madre, con il quale dà vita a spassosi soliloqui: "Giochiamo e ce la spassiamo e io ritrovo un po' di quella bella sensazione dei tempi di scuola di stare col mio migliore amico. Si sta insieme e basta. Non si parla di niente di speciale. Però Bongo a memory è un disastro. Deve darsi una svegliata se vuole che giochi ancora con lui. Ho preso quello degli animali proprio per dargli una chance, ma mentre io riempio una cartella dopo l'altra di volpi, castori, scoiattoli e piccioni selvatici, Bongo è ancora senza una sola figura. Niente da fare, è del tutto incapace di memorizzare dove sono le carte. Io gliele indico e mi aspetto che mi faccia un piccolo segno in forma di suono o cenno col capo, qualunque cosa, ma niente. Non un suono. Non un cenno del capo. Ah, Bongo, Bongo, gli dico. Non sei esattamente il più sveglio della classe. Ma sei un vero amico. E un delizioso cuscino". Tornato alla natura, oramai cacciatore-raccoglitore e partigiano del baratto, Doppler si autoesclude dalla vita capitalistica delle necessità superflue e della "bravura" intesa come valore: "Ho respirato bravura e a poco a poco ho perso la mia vita. È così, me ne accorgo adesso. Dio non voglia che i miei figli diventino bravi come me. [...] la bravura provoca dipendenza. Se sei stato bravo una volta, non ci sono limiti a quel che riesci a fare per attirarti feedback positivi dall'ambiente intorno. È una spirale che si autoalimenta e non è mai portata a chiudersi".
L'esperienza della macchia si trasforma da una parte nel tentativo d'onorare la memoria del padre costruendo un totem quantomeno improbabile, "un uomo seduto su un uovo con sopra un altro uomo in bicicletta che ha sulla testa un alce di un anno e sopra l'alce è seduto un bambino"; dall'altra nella ricerca del non far nulla - "non darò mai più prestazioni finché vivo. Non riuscirò più in niente [...] Coltiverò il dolce far niente a livelli che pochi hanno raggiunto prima di me. E non scenderò più nella civilizzazione" - che raggiunge piacevoli vette di misantropia: "guardare la tv per me è come sfogliare un'enciclopedia sul perché non mi piace la gente. La tele è il sommo concentrato di tutto quello che c'è in noi di rivoltante. Tutto ciò che è umano mi è estraneo". Ma la responsabilità di un gesto tanto radicale e sentito non trova mai un riscontro nelle situazioni che gli si presentano. Doppler non ha fatto i conti con l'assurdità della vita. Concluse le invettive misantropiche, si materializza un po' alla volta un gruppo di disturbatori, una folla di disperati. Dusseldorf che, figlio di un militare tedesco morto nell'offensiva delle Ardenne nel 1944, da anni lavora incessantemente su un plastico di meticolosa verosimiglianza ricostruendo la morte del padre; Roger ladro in casa di Doppler divenutogli amico in situazioni surreali; un "tipo di destra" con cane feroce al seguito, uno con un amaro ghigno in faccia "che può venire solo da un'immane sicurezza economica e da anni di voto a destra", ma che "passato la sua vita ad accumulare beni terrestri e a difendere il sistema e poi un bel giorno entra in crisi" e prende Doppler come personal guru - gli rendono impossibile fare niente poiché "è stressante non fare niente quando c'è gente fra i piedi".
Insomma la "civiltà", la socialità "lo sguardo degli umani è quasi sempre diretto verso altri umani" e la bravura, si accorge Doppler nel suo oramai affollato paradiso terrestre, sono virus invasivi, sintomi di una malattia cui è gravoso sottrarsi: la "cosiddetta realtà", da cui solo darsi alla macchia può offrire riparo.