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La Recensione - Redazione

Cesarina Vighy - L’ultima Estate

Posted: 30 aprile 2009

Recensione di Mirko Zilahy De’ Gyurgyokai

Fazi, 2009 – euro 18 - pp. 190

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L'ultima estate

Nel pieno d’una torrida estate romana principia l’ultimo atto della vicenda mortale di Z. Costretta in sedia a rotelle dall’incalzare della SLA, alla mediocre compagnia del Quinto Vangelo - la TV -, Z. predilige la visuale, limitata ma diretta, che le offre la finestra della cucina. Un’angolazione che investe il solito cortile: il via vai della gente, la potatura delle piante e gli animali che vi s’affollano. Z. vi legge i contrassegni d’una natura che, da sempre e per sempre, rinnova la propria potenza creatrice, in aspro contrappunto alla fioca energia vitale rimastale.
Nell’arrancare faticoso e ostinato della vita biologica - la notte bianca romana che si specchia nell’insonnia perpetua della protagonista, le nuove consuetudini familiari, ecc. – tornano dominanti, sebbene lievissimi, i segni biografici dell’infanzia nella Venezia bombardata, coll’essenziale ritratto di famiglia, l’esperienza dell’aborto, la vita universitaria nella capitale, con l’amicizia particolare ai limiti dell’esperienza sentimentale, e ancora la psicanalisi, il femminismo, il matrimonio e la maternità. Di fianco corre la storia d’Italia degli ultimi settant’anni, la Roma di piazza Navona e del Verano, dei mercatini e degli ospedali, vere e proprie “cittadelle, il cui unico lasciapassare è il dolore”. Luoghi ove la gente aspetta, gli occhi spalancati, e dove “per paura di sentenza si preferisce aspettare”.
Su tutto sta, grave e silente, la malattia. L’esperienza, vissuta nel ricordo pungente ma sereno della protagonista, che ne osserva le implicite dinamiche, è scandita dallo stupore del primo manifestarsi del male, dalle difficoltà nell’individuazione sintomatica - i sette specialisti - dall’intimo lavorio per l’auto-ammissione prima e per l’accettazione del morbo poi. Non c’è però acredine, neanche nel riscontro della convenzionalità delle frasi ad uso dei malati terminali, sostituita semmai da un basito stupore.
L’orribile patologia di Z. diviene una sorta di luogo, uno spazio privilegiato da cui è dato osservare, con una prospettiva nuova, altra, il mondo, le cose, la gente: la normalità degli altri. È piuttosto un dono, una seconda vista, uno sguardo che viene da un non-luogo come è lo stato del malato terminale ed ha perciò in sé la forza ironica della distanza, della lontananza e dell’alterità. Così la prospettiva si duplica: nella direzione della memoria e in quella della realtà, come fossero due entità distinte. V’è infatti un prima, fermato nel ricordo e inamovibile - le belle pagine di storia familiare con le figurazioni delle vicende personali dei genitori e dei loro caratteri inversi, la morte del padre e la vedovanza materna seguita dalla coatta convivenza con Z. - e un dopo: la scoperta della malattia, coi suoi privilegi: lo sguardo sulla vita che diviene sincero, cinico nel distacco, ma soprattutto minutamente divertito. Il piglio è allora quello del lieve umorismo che attraversa gran parte del romanzo, mai in contrappunto col dolore della malattia o col pensiero della fine. Difatti proprio Z. suggerisce la chiave di lettura della propria vicenda quando rievoca Charlot per cui “la vita vista in primo piano è una tragedia, in campo lungo una commedia”.
Così i sani sono appunto gli altri, i vicini, la nutrita schiera di coloro che si credono imperituri, e che si sforzano di conservare, nonostante tutto, codesta vana illusione. Multiforme è il panorama d’umana desolazione che codesto splendido, caustico umorismo - di cui Z. con angolatura pirandelliana dota il proprio sguardo - regala al lettore: alcuni, atterriti dall’incipiente vecchiezza, si mettono sulle tracce dei luoghi natii, altri alla ricerca d’un qualche segno d’un’antica nobiltà, c’è anche chi si dà ai viaggi sessuali; e poi ancora le donne, le signore devote o le vedove allegre col loro triste “biondo menopausa”, le ex belle che si trascinano fra tiraggi e imbellettamenti, tutte vanamente indaffarate a fuggire il pensiero della fine.
Anche nella constatazione delle nuove abitudini, nel segno di una corporalità che muta, altera e impedisce le normali facoltà fisiche, Z. rinviene un sorriso. Il movimento, l’udito, la vista, il tatto e il gusto si vanno spegnendo, l’immagine dello specchio le restituisce nient’altro che un autoritratto che cambia giorno per giorno. Le resta però il senso più adatto nell’ora conclusiva, il solo davvero necessario e non catalogabile: quello dell’umorismo. Sulle cui fondamenta Z. istituisce il personale vademecum per malati terminali, e in conclusione del quale ci lascia con un attuale e equilibrato moto di rammarico: la coscienza individuale dell’ammalato che resta strozzata tra i due poteri “quello di uno Stato incerto su tutto e quello di una Chiesa troppo certa su tutto”.

La morte annunciata ma progressiva dà a Z. tempo e modo di tessere la trama della memoria. Sull’altalena tra la prima e la terza persona vanno in scena le tonalità del cuore, ma senza rimpianti né lacrime: non v’è tristezza né angoscia, non sconforto né disperazione o tormento.
A dispetto del tema e delle descrizioni della progressiva perdita delle funzioni vitali, la SLA non costituisce di per sé il fulcro argomentativo, o emotivo del libro: non se ne tenta mai la spettacolarizzazione né si insiste sulla pietas del lettore. Il Male, e il dolore che necessariamente porta con sé, sono sempre presenti ma mai esibiti, semmai parvenze silenziose e radicate. Spicca invece la trasparenza di una scrittura calcolata sulla superficie lieve del ricordo, della memoria privata. Il libro possiede un indubbio movimento sentimentale, puntellato egregiamente da una prosa la cui prestigiosa disinvoltura tecnica è tutt’uno con l’ironica e composta accettazione della fine da parte di Z.
Il libro di Cesarina Vighy è candidato allo Strega, nella cui sfera letteraria, giochi di potere a parte, trova la giusta collocazione e misura assoluta.

Steven Soderbergh - Che L’argentino

Posted: 30 aprile 2009

Recensione di Andrea Comincini

USA 2008, location Francia, Spagna – 131 min.

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Finalmente è arrivato nelle sale italiane l’atteso film di http://www.comingsoon.it/personaggi/?key=95297&n=Steven-Soderbergh Steven Soderbergh sulla vita del guerrigliero argentino Ernesto Guevara, presentato a Cannes nella versione estesa di 268 minuti. L’idea di descrivere il percorso che portò il medico sudamericano a divenire una delle figure più carismatiche della rivoluzione ha stravolto le intenzioni originarie del direttore.
Il progetto infatti voleva focalizzare su quella che sarà la seconda parte del film, ovvero ‘Che – Guerrilla’, la presa del potere dopo la sconfitta di Batista, gli anni cubani fino alla morte in Bolivia. L’enorme materiale raccolto ha però sollecitato il regista ad una riflessione corale, ad un lavoro d’ampio respiro in grado di narrare l’intera evoluzione del personaggio Guevara. Gli attori scelti per quest’opera sono ottimi e veramente somiglianti ai protagonisti della rivoluzione della grande isola.
Da Fidel Castro a suo fratello Raul, da Camilo Cienfuegos fino al clone del comandante, ovvero un Benicio del Toro incredibilmente calato nella parte assegnatali, tutto il cast è stato attentamente selezionato al fine di rendere attendibile e realistico il lungo racconto.
Il parto è stato travagliato - l’idea nacque nel lontano 1996 ed ha impiegato all’incirca un decennio per realizzarsi; la fatica è costata tre anni di lavoro ed un badget di 60 milioni di dollari. Ciò dipende dalla difficoltà di raccontare, nonostante il regista impieghi complessivamente oltre 4 ore, la vita di un uomo letteralmente stra-ordinario: Ernesto Guevara non fu soltanto un guerrigliero, ma, come sappiamo, poeta, saggista, scrittore, medico, politico, ministro, conferenziere, educatore, volontario, ed a questa lunga lista si potrebbero aggiungere chissà ancora quanti termini.
Il film, sorprendentemente poco hollywoodiano, riesce a mostrare chiaramente tale poliedrica personalità ricorrendo spesso alla tecnica dei flashback, e così lo spettatore si trova davanti allo schermo ad assistere ad una fucilazione per esser successivamente trasportato al palazzo dell’Onu, oppure ad ascoltare una riflessione sulle qualità di un rivoluzionario e a sentire il rumore dei proiettili che trafiggono il cielo cubano. Caratteristica principale della pellicola è il suo stile sobrio e documentaristico. A differenza de ‘I diari della motocicletta’, film del 2004 diretto da Walter Salles su Guevara giovane, questo lavoro opta per una tecnica di registrazione simile alla presa diretta.
Sebbene si rischi un effetto soporifero, nonostante le qualità del film, è indubbia la efficacia descrittiva e la sospensione di giudizio. Lo spettatore prende nota di eventi e guerre, discorsi e situazioni quasi fosse presente sul campo.
‘Che l’argentino’ ha il pregio di essere, in definitiva, un tentativo serio di ricostruire le vicende di Ernesto Guevara senza dover ricorre alla tendenza hollywoodiana di edificare supereroi o miti da esportazione. Alcuni difetti, tuttavia, sono difficili da dimenticare: l’intelligente montaggio poteva incidere maggiormente sulla velocità della pellicola, e agevolare la produzione di un climax nella storia, che oggettivamente non viene mai raggiunto.
Il film si chiude con la battaglia di Santa Clara, dove il deragliamento del treno carico d’armi e la sconfitta degli ultimi soldati nemici sembra preludere ad uno sviluppo più movimentato e serrato, sia nella trama che nella analisi storica. Ottima in questo caso la descrizione degli ambienti e l’atmosfera fumante di piombo e pallottole: il regista confessa inconsapevolmente uno dei punti deboli del suo lavoro, individuato dal critico Paolo Merenghetti sul Corriere della sera:
“Che-L'argentino gioca molto col montaggio, perdendo di vista lo svolgimento cronologico delle azioni e invece giustapponendo momenti della visita del «Che» alle Nazioni Unite nel 1964 a episodi della guerriglia sulla Sierra Maestra cubana del 1957/58 a momenti addirittura precedenti, come l'incontro tra Guevara e Fidel Castro in Messico nel 1955. In questo modo frasi e dichiarazioni più «programmatiche» (come erano le risposte ai giornalisti americani o i punti salienti del suo discorso all'Onu contro l'imperialismo e la sudditanza degli Stati sudamericani) trovano un riscontro immediato con le scelte concrete fatte durante la guerra rivoluzionaria, anche loro mostrate non per la loro forza epica ma piuttosto per quello che possono «insegnare» e «dimostrare» […] È per questo che il film andrebbe visto nella sua interezza di quattro ore, perché la seconda parte funziona da contrappunto alla prima e molte scene della prima rimandano alla seconda o trovano lì la loro «conclusione»”.
L’opera va giudicata nel suo insieme, la divisione in due parti ha accentuato i difetti prima accennati senza tuttavia essere pienamente imputabile di mancanze dovute agli errori di sceneggiatura. La conclusione dello scontro richiama al seguito, ‘Che – Guerrilla’, in uscita il primo maggio, e sembra offrire indicazioni confortanti sul senso complessivo della trama.
In attesa di valutare globalmente il lavoro di Soderbergh, ‘Che l’argentino’ può esser promosso con riserva: nobile la scelta di attenersi il più possibile alla storicità del personaggio, senza cedere a facili provocazioni, ma necessaria una direzione più decisa dell’opera nel suo complesso, desiderio che la seconda parte probabilmente potrà soddisfare.

La vita segreta delle api

Posted: 30 aprile 2009

Recensione di Sonia Scorziello

regia Gina Prince – Bythewood – USA 2008 – durata 110’

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La vita segreta delle api

Ecco un film discreto, confezionato ad arte con cura e dovizia di particolari. Tratto dall’omonimo e premiato romanzo di Sue Monk Kidd, racconta del bisogno d’amore, di una famiglia, della volontà di “appartenenza” attraverso un percorso di redenzione e affermazione di sé. Ci son voluti ben otto anni per la realizzazione di La vita segreta delle api ma il tempo occorso ha prodotto un’opera articolata nel cast e riguardosa verso la storia.
Siamo nella Carolina del Sud, anni sessanta, nel bel mezzo del movimento per i diritti civili degli afroamericani. Lily – Dakota Fanning, quattordici anni appena e un peso terribile, scappa con la governante di colore Rosaleen – Jennifer Hudson – dal padre, arrogante e insofferente, per ritrovarsi nell’accogliente casa Boatwright. Un luogo incantato che ruota intorno all’apicoltura, ma anche custode di un segreto celato nella vita della madre. La piccola viene accolta dalle sorelle Boatwright (Latifah, Okonedo e Keys) e dalla profonda spiritualità che si respira nella nuova famiglia.
Sarebbe un errore leggere il film dal punto di vista della battaglia per l’affermazione dei diritti, questo è solo accennato e confermato da un cast a colore e pieno di musica.
Certo La vita segreta delle api è tipicamente hollywoodiano: buoni sentimenti, relazioni elementari e una gran dose di rassicurazione. Non ne facciamo una colpa, ma il risultato è un po’ piatto, nessuna volontà di suscitare domande, pensieri critici, solo l’affermazione di un insegnamento che già conosciamo bene. Confezionato con tanta premura, il film ha l’effetto confortante della saggezza di una madre pronta ad amare, rispettare, e ricordare che l’intolleranza, la chiusura verso il “diverso” ha radici profonde.
Così, attraverso la grande metafora dell’alveare e della coltivazione del miele, si snoda un racconto acquietante, desideroso di insegnare il suo punto di vista con piccole pillole di saggezza poetica proferite dai protagonisti. Peccato che le battute siano troppo spesso scontate, che la sceneggiatura sia forzata e costretta in dialoghi riduttivi. Ma per fortuna soccorre un cast di notevole spessore. Prima fra tutte l’abbondante e calorosa Queen Latifah, August. Nulla a che vedere con l’indimenticabile Mamy – Via col vento – sono lontani anche i tempi, ma porta in sé un’empatia, una forza avvolgente che appassiona e protegge. Finalmente diversa dai suoi ruoli sopra le righe, Latifah scalda il cuore con la materna August, è lei l’ape regina che sostiene e dirige tutto l’alveare. La regista Gina Prince – Bythewood né sottolinea una notevole capacità poliedrica “Riesce a racchiudere in sé il personaggio di August, emana calore e lo elargisce a piene mani, e August è così.”
Non da meno Dakota Fanning, Lily. Piccole attrici crescono, è il caso di dirlo, per la giovane diva con una notevole carriera già alle spalle. Sarà il viso fortemente espressivo, lo sguardo innocente e a volte presuntuoso affiancato ad indubbie capacità, ma sembra proprio che Dakota sia decisa a volare lontano. Buona prova anche in questo film se pure a volte risulta costruita e poco spontanea.
Molto appropriata Jennifer Hudson che, smessi i vestiti glamour di assistente di Carrie Bradshaw si cala perfettamente nel ruolo di una giovane tata nera desiderosa di diritti e civiltà.
Notevole l’odioso padre T. Ray, creato dal talentuoso Paul Bettany. Lo ricordiamo nel ruolo dell’amico immaginario di Russell Crowe, in A Beautiful Mind, camaleontico ed eterogeneo in ogni personaggio e situazione.
La regia, invece, lasci i suoi vuoti: non crea, non gioca con le immagini, non valorizza “ciò che è silenzio”. Spesso è ferma sui volti e lascia mediocremente presagire i fatti in modo indolore puntando l’attenzione su dettagli e oggetti.
Notevole, al contrario, la scelta per le musiche dovuta a Mark Isham. Sonorità evocative, fresche riportano indietro, negli anni sessanta tra culture diverse pronte a unirsi se pur solo con le emozioni.
Tutto sommato è un film con le sue imperfezioni, ma pronto a farsele perdonare tutte, puntando sulla lacrima e l’emotività a temi forti per lo spettatore. In fondo è il modo più facile e sicuro per raggiungere consenso e botteghino.

Percival Everett - La Cura dell’Acqua

Posted: 20 aprile 2009

Recensione di Mirko Zilahy De’ Gyurgyokai

Nutrimenti, 2008 – euro 15 – pp. 194

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La cura dell'acqua

Nutrimenti è, nel panorama della piccola editoria italiana, una realtà relativamente recente. Nasce infatti nell’autunno del 2001 e, da principio, le due collane sono di saggistica di attualità e di letteratura di viaggio. Dall’anno successivo prende il via Specchi, a raccogliere la storia di “vite notevoli” (“Terra del mio sangue”, Antjie Krog, 2006 e il recente “I sogni di mio padre”, autobiografia di Barack Obama e “First lady della speranza”, di Michelle Obama). Nel 2007 l’editore capitolino si apre alla letteratura di matrice angloamericana con la collana Greenwich: rinnovamento e creatività nella narrazione, rabbia e ironia del tono, un’evidente inventiva linguistica stanno alla base di codesta bella novità. Gli autori di riferimento sono Percival Everett (“La Cura dell’acqua” e “Glifo”), Heather McGowan (“Schooling”), Julia Glass (“Tre volte giugno” premiato col National Book Award), Hilma Wolitzer (“La figlia del dottore”), e Miranda Mellis (“Il revisionista”), tra gli altri. Nell’ottobre 2008 s’inaugura un’altra raccolta di narrativa, Gog: una collezione “pop” di libri di “investigazione del reale e dell’immaginario, di miti reinterpretati e analizzati, distrutti e rinati, una collana di confini e di sconfini” (da “Caro signor Capote” di Gordon Lish a “Madonne nere” di Simona Dolce e “O Verlaine!” di Jean Teulé). L’altro vettore editoriale, di cui Nutrimenti è oramai punto di riferimento nazionale, si sviluppa nella direzione dell’universo marittimo della vela e della nautica. Scopriamo così, con colpevole ritardo, l’accorta politica di codesta bella realtà romana e, assieme, le doti di un libro invero speciale.
Ecco infatti un’opera d’eccezionale ingegno letterario. Un volume d’un’oscura durezza narrativa e di complessa soluzione strutturale. Ishmael Kidder è scrittore di successo di romanzi rosa, pubblicati sotto uno pseudonimo femminile, è sposato con Charlotte e i due sono genitori di Lane, una bimba di otto anni. Conducono una vita “normale”. Fino al giorno in cui, uscita in bicicletta, la piccola scompare. Per essere ritrovata in fondo a un burrone, morta, nuda, con evidenti segni di abuso sessuale. Lo sconvolgimento dell’universo affettivo e familiare, assieme all’orrore per la brutalità subita da Lane, porta con sé la catastrofe dell’intero universo reale di Ishmael. Il rapporto con Charlotte, già incrinato, si spegne nel dolore della scomparsa. Ishmael va a caccia dell’assassino di Lane, lo trova e lo rapisce per chiuderlo nella cantina della casa di montagna. Di qui inizia la produzione di codesto dettagliato diario del disordine: l’appuntare costante e doloroso dei frammenti mentali, dei ricordi della figlia, delle riflessioni sul senso delle cose e sul senso in sè.
Organizzato su una struttura che simula, appunto, la frammentarietà del mondo sensibile e la mancanza di significati oggettivi, tale quaderno rivela meditazioni sulla filosofia occidentale antica (Eraclito, Aristotele, Zenone) nella direzione della definizione del segno, della ricerca di qualcosa che non sia solo “l’arduo nulla”. Vi s’intrecciano notazioni di carattere linguistico (Saussurre, Wittgenstein), letterario, antropologico, politico e personale, in un collage d’impressioni, di ricordi di ragionamenti sull’esistenza, in bilico sull’abisso mortale: “Se tua figlia grida nel bosco e non c’è nessuno a sentirla, lei sta davvero gridando? A quanto pare, no”. Un abisso nel quale è stato gettato dal sequestro, dalla violenza e dal truce assassinio di Lane: atto che ha sconvolto quella che potremmo dire la semantica della normalità di Ishmael e con sé, pagina dopo pagina, messo in discussione sintassi della frase e morfologia del segno linguistico, incapace di rappresentare un universo reale oramai senza riferimenti di sorta. In discussione la logica, l’identità del segno linguistico, il principio di non contraddizione e in tal senso vi compaiono richiami a Nabokov, all’Alice di Carroll e taluni ferimenti (come al Jabberwocky).
È con una lucidità pari solo all’odio calmo che prova per l’omicida che Kidder gli si rivolge – “Raccontami qualcosa. Raccontami della tua infelice e sconsolata e patetica infanzia, raccontami delle botte e degli abusi e delle umiliazioni, raccontami di chi ti ha infilato un pene gonfio in quel povero culetto. Fammi piangere. Fammi piangere”. E infine lo sottopone, legato col nastro isolante e con un sacco sulla testa, nel buio silenzioso della cantina, alla propria vendetta: appunto la lenta e terribile cura dell’acqua...
Una veste grafica ricercata e subito riconoscibile s’aggiunge ai pregi letterari e critici del romanzo di Everett e alla accurata, e non facile, traduzione del testo.

Push

Posted: 20 aprile 2009

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Paul McGuigan – USA 2008 – durata 116’

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Push

Push è un thriller fantascientifico, muove la trama tra azione e spionaggio psichico. L’agenzia governativa Division sta riunendo soggetti con capacità paranormali per condurre esperimenti che aumentino i loro poteri. Lo scopo è mettere insieme l’esercito più potente che il mondo abbia mai visto. Sfortunatamente, quasi nessuno ha mai superato l’iniezioni di farmaci che accrescono i superpoteri ma portano alla morte.
Chi ancora non è stato preso dalla Division si nasconde nei quartieri popolosi di Hong Kong. E’ Nick Gant (Chris Evans), un telecinetico di seconda generazione, un “mover”, latitante da quando l’agenzia ha ucciso suo padre, oltre un decennio fa.
Nick è costretto ad uscire allo scoperto quando Cassie Holmes (Dakota Fanning), una chiaroveggente, una “watcher,” gli chiede aiuto per trovare una valigetta indispensabile per salvare la mamma. Recuperare la valigia significa trovare Kira, (Camilla Belle), una “pusher” fuggitiva, l’unica persona sopravvissuta agli esperimenti della Division. I pusher possiedono il potere psichico più pericoloso in assoluto, la capacità di influenzare le azioni degli altri controllando le loro menti. La presenza di Cassie complica tutto, ricercata dall’agenzia governativa, obbliga i ragazzi a scappare e a dividersi velocemente.
Purtroppo il loro cammino si intreccia a quello dell’agente della Division, Henry, Carver (Djimon Hounsou), un pusher spietato e pronto a tutto pur di raggiungere il suo obiettivo.
Telecinesi, chiaroveggenza, telepatia si intrecciano molto bene nell’ambientazione unica e spettacolare di Hong Kong, caotica sempre proletaria dai colori vivi e sgargianti.

 

 

Push

(regia di Paul McGuigan – USA 2008 – durata 116’)
Sonia Scorziello

Andare al cinema e pensare di essere davanti ad un video giochi? Ebbene ecco l’effetto Push.
Tutti inseguono tutti, si vede il passato, si corre nel presente e si cerca di indovinare il futuro, che è imprevedibile anche per un veggente. Raccontare la trama è quasi inutile, non tanto perché inconsistente ma per il groviglio di intrecci e azioni a volte fin troppo forzate.
Accenno solo che siamo nella bellissima e colorata Hong Kong, alle prese con dei ragazzi dotati di poteri paranormali: muovono oggetti a distanza, leggono il pensiero, prevedono il futuro, ed uccidono con la sola forza della mente. La Division (agenzia governativa americana) li vuole a tutti i costi, soprattutto Kira (Camilla Belle), più forte e pericolosa di tutti, per trasformarli in super-soldati. Così i ragazzi si nascondono in varie parti del mondo per non farsi trovare finché Nick (Evans) e la teenager Cassie (Fanning) decidono di allearsi ed utilizzare i loro differenti poteri per mettere fine, una volta per tutte, alla loro ricerca.
Fantafilm, puro intrattenimento senza alcun messaggio, se non che il futuro è nelle nostre mani, perfetto per i teenagers, già visto per i più grandi. Un po’ Scanners, un pizzico di X-Men, qualche azione alla Matrix e il gioco è quasi fatto. Già, quasi, perché il risultato è un caos di immagini, un tentativo di effetti scenici e una storia non rispettata. L’idea generatrice della pellicola è accattivante, dietro, a detta del regista Paul McGuigan, lo studio delle ricerche reali condotte dai governi (Germania, America, Russia) nel mondo della psiche, per poter controllare il cervello di soggetti inconsapevoli al punto di portarli all’autodistruzione, con l’aiuto di droghe psicotrope.
E così i realizzatori del film credono che la realtà di questa storia classifichi i personaggi in una categoria diversa da quella dei super eroi. “Volevamo raccontare una storia di fantasia in un modo che sembri davvero reale”, spiega McGuigan. “Mi piace l’idea di dare vita a questo mondo di persone con poteri straordinari.”
“Ma il film non è la storia di poteri soprannaturali”, continua, “è la storia invece di poteri naturali, cose che alcune persone possono realmente fare. Ci sono casi documentati di persone dotate di ‘remote viewing’, visione a distanza. Mentre il produttore Glenn Williamson “Pensate a questa cosa: c’è qualcuno che può realmente vedere il futuro o manipolare i pensieri degli altri. E’ un enorme vantaggio per il controspionaggio. Il film è molto legato ad esperimenti realmente eseguiti. I dossier sono piuttosto confidenziali, perciò non so quanto possiamo sapere di ciò che sia realmente accaduto. La parte più oscura è quando durante la Guerra Fredda, sia l’Intelligence sovietica che quella americana fecero esperimenti con persone che sembravano avere queste capacità.”
Dunque, questi esperimenti reali sono stati l’ispirazione per Push, peccato che tutto si perda nella trama confusionaria e nelle scene poco originali. E’ il tentativo di McGuigan, apprezzato in Inghilterra e per il “molto tarantino” Slevin – Patto criminale, di calcare un nuovo genere, ad alto budget e piuttosto fantasioso.
Risultato commerciale, furbo al punto giusto, e alquanto singolare. L’idea in sé poteva offrire mille spunti per la messa in scena e invece cade nella rete dei supereroi, tanti trucchi e movimento.
Se non altro, centrata la scelta del cast, giovanissimi, più o meno bravi e già noti al grande pubblico.
Tra tutti, punta di diamante, Dakota Fanning (Cassie) piccola star hollywoodiana, 14 anni e all’attivo film al fianco di Sean Penn, Denzel Washington, Robert DeNiro e la ricordiamo con Tom Cruise in War of the Worlds di Steven Spielberg. Anche in Push l’enfant prodige si fa notare per le sue capacità recitative fuori dal comune. Certo non sarà questo il film geniale a renderla una prossima Jodie Foster, ma perlomeno conferma ancora la popolarità tra fan e produttori.
Per il giovane Chris Evans, Torcia Umana nei I Fantastici Quattro, un ruolo da protagonista, (è Nick), dove sfoggia tutta la sua fisicità e, peccato, poco altro. Un po’ dark, un po’ esotica , Camilla Belle, è Kira, tenta la scalata cinematografica fin da bambina, ma ad oggi, ha ottenuto più successi come modella. Bravissimo, e non ce ne meravigliamo, Djimon Hounsou, è Carver. Uno degli attori africani più apprezzati, e con ragione. Anche in Push dà il suo tocco personale, manipolatore e imponente, invade completamente la pellicola.
E così, in mezzo a supereroi, complotti, corse sfrenate, il film, ci lascia intendere un sequel, per il momento, in America, ha già generato uno spin-off a fumetti, corretto sviluppo per una pellicola poco “caratterizzante”.

Josè Saramago - Il viaggio dell’elefante

Posted: 20 aprile 2009

Recensione di Andrea Comincini

Edizioni Einaudi, 2008– euro 19,00 – pp. 202

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Il viaggio dell'elefante

“Quello che chiamano il mio stile si basa sulla grande ammirazione e rispetto che riservo per la lingua parlata in Portogallo nel XVI e nel XVII secolo. Apriamo i Sermoni di Padre António Vieira e ci rendiamo conto che in tutto quello che ha scritto c’è una lingua piena di sapore e di ritmo, come se questo non fosse esterno alla lingua, ma intrinseco ad essa”.
Queste parole appartengono a Josè Saramago, premio Nobel 1998 ed ora blogger alla veneranda età di ottantasette anni. Come possiamo leggere, lo scrittore portoghese indica esplicitamente una delle caratteristiche principali di quella scrittura così affascinante ormai famosa a livello mondiale.
Chi conosce i suoi libri sa bene quanto musicalità e ritmo siano fondamentali nel tracciare non soltanto il percorso, ma abbiano l’innegabile incanto di presentarsi quale nucleo centrale del racconto.
Il portoghese dichiara in molte interviste infatti che non c’è un senso segreto nascosto nelle parole, e l’unico senso è che non ve n’è alcuno. Il giudizio può sembrare paradossale ma in realtà esprime perfettamente un altro principio fondamentale della scrittura saramaghiana, ovvero la necessità di distinguere il mondo delle parole dalla vita. Molte osservazioni, fra i suoi romanzi, sottolineano questa convinzione: ‘Tutti i nomi’, per esempio, descrive la vita di un impiegato dell’anagrafe immerso fra le carte in grado di dare identità alle persone: quando si mischiano i fogli, le vecchie certezze sull’Io ed il mondo cominciano ad apparire differentemente.
L’ultimo componimento, ‘Il viaggio dell’elefante’, arriva finalmente nelle librerie dopo un lungo travaglio personale. Saramago infatti ha trascorso parecchi mesi a letto malato, e si temeva per la sua vita. Fortunatamente la tempra dell’autore, e le cure della moglie Pilàr, a cui ha dedicato il libro perché “non ha permesso che io morissi”, hanno risparmiato l’ottuagenario dal concedo definitivo, e noi lettori e fan dal prematuro rimpianto per l’uomo e la possibile rinuncia ad un altro romanzo.
Coerente con lo stile dei libri recenti, ‘Il viaggio dell’elefante’ racconta la storia di un pachiderma che dal Portogallo viene trasportato a Vienna, attraverso la Spagna, l’Italia, e le umane vicende (l’idea, dice lo scrittore, è nata in un ristorante a Vienna, osservando delle figure rappresentative su una parete riguardanti il reale viaggio di un elefante nel XVI sec.)
Il testo è stato definito corale e delicato, ironico e profondo; tutti aggettivi appropriati, ma probabilmente, a mio avviso, incapaci a rendere conto degli esperimenti stilistici messi in atto da Saramago. Quanti hanno letto molti suoi libri, ricordano bene l’uso originale della punteggiatura, e la fiducia nelle virgole e nei punti per accompagnare i discorsi, i rimandi ed ogni espressione possibile. L’effetto, elegante e sopraffino, produce quel fiume musicale di cui si diceva sopra, e trasforma la pagina in uno spartito. Nell’ultimo romanzo, emergono chiaramente delle scelte da non sottovalutare. I nomi propri, per esempio Joao o Portogallo, Italia o Lisbona, vengono scritti in caratteri minuscoli: joao, lisbona, italia, portogallo. La prima sensazione, per chi non ha mai letto i libri di Saramago, è ovviamente credere di essersi imbattuti in un refuso, ma la presenza costante dell’”errore”, della deviazione dall’uso comune, comportano in realtà una preferenza di profondo spessore.
Sempre più incline a trasformare le storie in flussi di prosa musicale, la scomparsa delle maiuscole produce un effetto di estraniazione dal grande significato filosofico. Come tutte le certezze, anche quelle ortografiche e grammaticali devono arrendersi al fatto di essere una convenzione la cui coerenza è interna alla lingua, alla scrittura: la coincidenza con la realtà spesso è convenzionale, arbitraria, umana. Non c’è da stupirsi quindi se la diversa prospettiva offerta dal portoghese sugli eventi, perfino sintattica, coinvolga il lettore fino a scuoterlo profondamente. Saramago riesce a sgretolare le fondamenta dei luoghi comuni non soltanto attraverso la discussione dell’ovvio, ma insinuandosi pefino nell’essenza del linguaggio stesso, esibendo la sua innata strumentalità e l’ambiguità intrinseca. Se infatti linguaggio e realtà viaggiano distinti, resta pur vero che soltanto attraverso il linguaggio l’uomo coglie il senso della vita, lo sfiora, e proprio l’unica possibilità diviene anche il limite per l’approfondimento di noi stessi.
Il viaggio dell’elefante – Josè Saramago
(Edizioni Einaudi, 2008– euro 19,00 – pp. 202.)
di Andrea Comincini
Ciò che appare evidente dalla lettura del romanzo è il compimento di un percorso stilistico inaugurato anni fa, e precisamente con i libri pubblicati dopo la vittoria del Nobel. ‘La Caverna’, ‘Le intermittenze della morte’, esprimono al meglio il piacere della parola il cui fine è se stessa; non manca ovviamente la trama, né i rimandi psicologici ai personaggi o l’approfondimento storico, ma rispetto a quelle opere che giudico fra i massimi capolavori del Novecento – ‘Il vangelo secondo Gesù’, ‘Cecità’, ‘L’anno della morte di Ricardo Reis’, ‘Tutti i nomi’ – Saramago sembra interessato a liberare la scrittura da ogni superfluità, perfino interiore.
Il gusto personale, in questi come in altri casi, stabilisce se privilegiare la musicalità della prosa -rispetto all’approfondimento psicologico o storico della trama e dei personaggi - siano un limite o una conquista dell’ultimo Saramago.
Naturalmente il viaggio dell’elefante resta un ottimo libro, sia per la grande coerenza interna al testo, sia per la costante tensione ritmica, ma in alcuni tratti il lettore potrebbe cadere in un nostalgico confronto con quei libri segnalati sopra e la cui forma appare pressoché perfetta sotto ogni aspetto.
L’aggettivo maggiormente usato nelle varie recensioni apparse sui giornali è “visionario”: l’attributo non sembra dei più felici, perché imputa alla scrittura la volontà di creare fra essa e il mondo uno spazio magico in cui viaggiare, mentre l’intento di Saramago, simile in questo al teatro brechtiano, è costringere il lettore non a cedere all’immaginazione a scapito della realtà, ma di osservare il baratro che si apre sotto i piedi dell’uomo, un vuoto le cui sponde sono vita da un lato, e letteratura dall’altro.
Alcuni capitoli, non dirò quali, esprimono la volontà di gridare al lettore che si tratta di parole, di non lasciarsi suggestionare: l’autore sta procedendo in quel preciso modo per ottenere un tale risultato. Se ci sia dell’ironia nell’atto spetta al lettore stabilirlo: esattamente come Poe e la sua ‘Filosofia della composizione’, alcuni critici potrebbero giudicare una semplice provocazione dichiarare ogni idea basarsi su una tecnica, priva d’ispirazione.
Per quanto riguarda il viaggio dell’elefante, Saramago esprime un grande piacere – lo si sente materialmente – ad aver aggirato la morte ed essere tornato a scrivere, il che è un po’ la stessa cosa.

Gran Torino

Posted: 14 aprile 2009

Recensione di Sonia Scorziello

(regia Clint Eastwood – USA 2008 – durata 116’)

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Gran Torino

La Gran Torino è una Ford, un autentico gioiello prodotta negli anni settanta, una di quelle macchine che rappresentano il passato, un’epoca ormai conclusa.
E così è Walt, uomo d’altri tempi, irascibile forse razzista, ma uomo. Duro nei modi, detestabile verso il diverso, una storia di guerra combattuta in Corea alle spalle e tanta voglia di giustizia, quella vera. Ancora una volta è Clint Eastwood, grande protagonista del cinema americano, che sceglie e crea un capolavoro. 78 anni e presente al grande pubblico, certo non solo nel ricordo dei personaggi interpretati, ma attuale, deciso a lasciare un messaggio, un segno nella mente dello spettatore. Non racconto la trama perché sarebbe riduttivo, il film va visto, osservato in ogni sfumatura, azione, inquadratura. Impeccabile nella regia ancor più nella sceneggiatura che si snoda tra battute sprezzanti e lunghi silenzi. Un copione calcato sulla violenza americana, prodotto innegabile del liberismo sfrenato dell'era Reagan-Bush.
Il giustiziere solitario è di nuovo al lavoro, ma non è più tempo per stereotipi commerciali da grande massa, è ora di viaggiare dentro di sè, tra le colpe mai confessate e i desideri mai realizzati.
Una redenzione annunciata per Eastwood attore, regista e produttore dedito a tematiche forti dove il rapporto con la morte spesso civetta con le storie dei suoi recenti film: l’ultimo in produzione Changeling, l’acclamato Lettere da Iwo Jima, il pluripremiato Million Dollar Baby, lo straordinario Mystic River.
Dunque, ancora un film sulla coscienza e la responsabilità di offrire un modello positivo “Quello che mi ha affascinato del copione, il modo in cui progredisce dall'intolleranza alla solidarietà. – sottolinea Clint Eastwood – Walt è uno che all'inizio insulta tutti, come spesso fanno quelli della sua generazione, apostrofa i vicini immigrati, che non conosce nemmeno, con pesanti affermazioni razziste, non riesce a trattenersi, fino a quando diventa il loro più strenuo difensore. Non è un uomo politicamente corretto, ma ha una sua sensibilità, e lo diventa. Walt è anche abituato a vivere in un quartiere di gente come lui, non è aperto ad altre culture, ma quando diventa amico di questi strani vicini di casa capisce di avere più in comune con loro che con la sua famiglia, con i suoi figli viziati. Fa un lungo viaggio interiore, fino a dare la vita per loro. Del film mi piaceva l'idea che non è mai troppo tardi per imparare, crescere, capire. E ricevere una sorta di illuminazione”.
La storia scorre insieme ai gesti del protagonista: a volte lento e nostalgico, altre forte e sicuro “Fuori dal mio territorio” ruggisce il vecchio leone, rimorso e violenza sono proprio le peculiarità di Walt. E così il racconto prende la sua strada imprevedibile, finalmente libera da pregiudizi e limiti mentali con un finale rabbioso ma pieno di pace.
“Gran Torino è un film talmente bello che non può essere dimenticato” – ha scritto la rivista britannica Empire; mentre il Wall Street Journal afferma che “Questo film vi mostra ogni movimento del volto di Eastwood: sorrisi, lamenti e perfino momenti in cui ringhia… questa è la performance della sua vita!”. Eppure neanche una nomination nella notte delle star, possibile che uno dei film più visti dell’attore meritava un tale silenzio? Ebbene, l’irriverenza si paga. L’apologia della non violenza come risposta alla feroce brutalità della strada, l’invito alla tolleranza razziale, contro ogni pregiudizio, il rigetto di tutte le guerre non sono tematiche acquietanti, lasciano una denuncia sul terreno che deve, però, essere raccolta. In un momento di crisi globale si preferiscono certo i toni fiabeschi e tranquillizzanti alla The Millioner, rimettere tutto in discussione e pagare per gli errori commessi non è cosa facile da digerire.
Comunque si sorride, a tratti si piange per la rabbia, c'è davvero tutto il cinema di Clint Eastwood in questo ennesimo e, per l’ennesima volta, definitivo capolavoro. In testa, alla classifica degli incassi cinematografici, Gran Torino piace anche agli italiani e continua ad incassare mantenendosi sopra al milione di euro.
Insomma, per chi non l’avesse visto, è da non perdere assolutamente, non solo perché Clint ha dichiarato che Walt Kowalski è il suo ultimo ruolo da attore, né per la musica così avvolgente, accorata e sorprendentemente “pervasiva”, ma perché è una lezione da ricordare, così, per ciò che offre.

Alda Merini – La Palude di Manganelli o Il Monarca del Re

Posted: 14 aprile 2009

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Edizioni La Vita Felice, 2007 – euro 7, 50 – pp. 88

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Quarto capitolo della collaborazione, sin dal 1992, fra la piccola milanese «La Vita Felice» e l’anziana poetessa, è codesto scarno libricino che consta di quattro parti - “La Palude di Manganelli” (un dialogo teatrale), “Il monarca del Re” (quindici componimenti), “Incontri con Manganelli” (sei prose) e “Respiro di Vita” (tredici poesie) - più una notizia bio-bibliografica, il tutto arricchito da cinque disegni di Marco Carnà. Assai ricco d’una bella verbalità e, sebbene essenziale nella monocroma sua veste grafica, il volumetto si fa sfogliare con una certa piacevolezza.
Sin dal titolo se ne intuiscono le suggestioni: vi riposano memoir, rappresentazioni e figure del rapporto lungo e sofferente che fu la storia tra l’allora giovane Merini e Manganelli. La scrittura è tradizionalmente ipersimbolica, allusiva e metaforica, i nuclei attorno ai quali si costituisce la materia poetica anch’essi consueti: la normalità degli altri, la malattia, la follia del mondo e la pazzia nel manicomio, il suicidio e la poesia stessa. Cambia però l’orientamento, lo sguardo della Merini cerca un interlocutore reale e lo trova nel suo primo amore: il fu Giorgio Manganelli.
Dopo il laocoontico dialogo teatrale tra M. e una voce femminile, nelle rime de “Il Monarca del Re” stanno un paio di pezzi che legano le due biografie: “La Battaglia di Manganelli” (La battaglia di Manganelli/ fu spericolata:/ ingaggiò mille gendarmi/ e un dicitore di fole./ Vedendomi bambina/ cominciò a dirmi/ che forse avrei conosciuto/ il metallo di una vita/ più vera, migliore./ Mi risvegliai fiorita,/ di colpo in manicomio//.); e il più intimo-celebrativo “Il gergo di Manganelli” (Oh, lui parlava fitto e innamorato/ come una rondine stellata,/ Pieno di germi d’addio./ Era un linguaggio provenzale/ con una cadenza Andalusa/ e con le mani sfiorava i miei libri,/ invece del volto, e diceva:/ «Che strano frumento/ ti cresce nei capelli»./ Allora, con la falce del viso, tentava di mietermi il sorriso/ finchè finimmo/ nel gorgo della passione//.).
“L’Incontro con Manganelli” apre invece i componimenti in prosa (“Manganelli e l’amore”, “La lezione di Manganelli”, “Manganelli sul Naviglio”, “Manganelli e la psicanalisi”), i quali recano l’impronta di una vita, di una presenza forte, se non preponderante nella vita della Merini. E son belle davvero le pagine del ricordo, della memoria e dei sospiri. S’apprende del grande scrittore il privilegio di un’intelligenza inarrivabile sorella d’un’altrettanto profonda infelicità. “Era un genio libero, un uomo che accatastava parole, anzi affastellava parole, che poi avevano la logica di un lungo respiro d’amore”. Squisito letterato e “padrone di tutti i gerundi possibili e di tutti i condizionali in letteratura”, leggiamo, “Manganelli non faceva fatica a supporre che due aggettivi avrebbero dato un’esplosione naturale”. La condivisione della psicanalisi, infine, come legame esclusivo e indissolubile di due menti al limite.
I versi brevi ed intimissimi dell’ultima sezione lasciano affiorare una polla di malinconia più che di puro dolore, come in “Bacio”: Bacio che sopporti il peso/ della mia anima breve/ in te il mondo del mio discorso/ diventa suono e paura//. O ancora nell’abbagliante tenera semplicità di “Ho conosciuto una donna sola”: Ho conosciuto una donna sola al mondo,/ maestra di materia e di luce, / pietra levigata e corrosa,/ magia dell’universo intero: /era mia madre.// Non sono mai cresciuta, per lei,/ sono tornata bambina/ un’infinità di volte/ per sentire le sue mani/ e ho abbandonato tutti i miei amori/ per non vederla soffrire.
Compaiono, sparsi, passaggi in cui s’intende una voglia di rivalsa, il desiderio dell’ultima parola da cui vengono forse troppi approcci fra il proprio sentire e quello dell’antico amore. Avvicinamenti ideali, a volte coatti, con cui la Merini fonde nell’io dell’altro il suo, senza paura di smentita.
Ciò detto il libro resta una preziosa rarità per cultori: per gli amanti appassionati della più grande poetessa italiana vivente, per i curiosi della vicenda privata della personalità letteraria più acuta del secondo Novecento. Assieme, del loro terribile amore, sensuale e cerebrale, sempre e per sempre in bilico sull’abisso del nulla.

Carlo Michelstaedter

Posted: 14 aprile 2009

Recensione di Andrea Comincini

(1887/1910 - Gorizia.)

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C. Michelstaedter, poeta e filosofo morto suicida alla giovane età di 21 anni, ha lasciato ai posteri un cospicuo numero di carte, appunti e testi se confrontati con la brevità della sua esistenza.
Autore interessante non soltanto nei contenuti delle opere principali - La Persuasione, Il Dialogo della Salute e le Poesie - ma soprattutto, a mio avviso, per il destino altalenante che accompagnò la fortuna postuma.
Per essere più precisi, sarebbe opportuno dire ‘sfortuna’. La tragica morte avvenuta tramite colpo di rivoltella ha segnato profondamente l’esegesi critica, collocando spesso il dibattito su un terreno altro da quello filologico e storico, concentrato più nella trasfigurazione romantica della di lui persona ed alla successiva collocazione nel mercato librario.
Nel corso degli ultimi cinquant’anni ovviamente, ci sono stati studiosi seri e attenti a valorizzarne il messaggio, ma l’ombra del trapasso ha spesso annebbiato anche le menti più illuminate, fino a leggerne la produzione alla stregua di un testamento postumo, in cui scovare le ragioni del suicidio, od evidenziarne al contrario l’assenza di collegamento con quest’atto estremo.
L’incomprensione della figura di Michelstaedter nasce inoltre dall’ondeggiare fra letteratura e filosofia, dalla difficile collocazione in un ambito specifico. L’elemento curioso della vicenda tuttavia non è senz’altro il suddetto, bensì lo spaesamento indotto da tale ‘doppia natura’ nella maggioranza degli studiosi che tanto tempo hanno dedicato all’opera michelstaedteriana. Reputo difficile pensare che qualcuno possa valutare con riserva Leopardi perché la produzione, oltre ad un indiscutibile valore letterario, possa esser a pieno diritto annoverata fra i migliori esercizi di filosofia moderna. Naturalmente non si vuole in questa sede confrontare il recanatese con Michelstaedter, ma evidenziare quanto il valore aggiunto dell’uno sia un difetto intrinseco per l’altro; Gentile ad esempio imputò al goriziano scarsa chiarezza concettuale e mancanza di sintesi.
È evidente quindi che il problema della definizione dell’opera michelstaedteriana non è essenziale, ma deriva spesso dalla mediocrità di chi si pone quesiti di secondo e terzo piano.
La sorte critico-esegetica del giovane di Gorizia non troverà felice esito finchè la preponderanza degli studiosi non si libererà di questi due pregiudizi fondamentali, ovvero la negatività della duplicità dell’opera e la necessità di scovare a tutti i costi un legame con il suicidio del suo autore.
Negli ultimi decenni una maggiore attenzione all’aspetto filologico del pensiero di Michelstaedter ha portato alla luce elementi molto interessanti: la scrittura, proposta spesso quale confessione ultima ed estrema, ingenua e quasi automatica, è invece il prodotto di una riflessione attenta, implicante non soltanto la struttura del testo, ma anche la punteggiatura. Alcuni studiosi come Cerruti, hanno colto un punto essenziale della esegesi michelstaedteriana, ovvero la nebulosità di una interpretazione psicologistica dell’opera, a scapito di una più scientifica e storicamente fondata.
In questo modo si è giunti ad uno spartiacque: da una parte le varie correnti esistenzialiste, religiose, intimiste ed idealiste; dall’altra una attenzione per i testi libera dall’apparato biografico.
La seconda scelta sembra, in accordo con Cerruti, la più convincente: non solo la corrente idealistica ha finito per sottomettere il testo a presunte nevrosi dell’autore, ma ha altresì prodotto una figura poco rispondente alla realtà, ovvero quella di un giovane romantico il cui gesto finale diviene l’atto conseguente alla inconfessabile scoperta del mistero della vita, rivelazione colta attraverso visioni indecifrabili a noi comuni mortali. Ebbene, questa figura, la cui corrispondenza con la vita reale del giovane Carlo non regge ad una analisi seria e meticolosa della propria biografia, ha ridotto l’opera all’escrescenza di una mente isterica e non ha reso giustizia della realtà dei fatti.
La Persuasione e la rettorica, così come il resto delle pagine michelstaedteriane, sono un prodotto letterario alla stregua di altri, ed esattamente allo stesso modo deve esser letto, decostruito e studiato. Se tal principio venisse definitivamente affermato, gli scritti di Michelstaedter potrebbero esser non solo meglio apprezzati, ma addirittura emergerebbe l’intenso lavoro di revisione, riscrittura, ripensamento di interi paragrafi che raramente viene sottolineato e riconosciuto.
Vittima di un atteggiamento qualunquista, Michelstaedter è stato schiacciato dalla propria fine, ma soprattutto da quanti hanno cavalcato l’onda dell’emozione prodotta da tal morte.
Ultimamente il Prof. Asor Rosa, celeberrimo studioso della letteratura italiana, ha pubblicato una ‘Storia della letteratura italiana’ molto discussa, perché i criteri di selezione non sono stati da altri autorevoli colleghi condivisi. Nel terzo volume della raccolta è possibile rintracciare il nome di Michelstaedter. A prescindere dal contenuto del giudizio, questa presenza indica un sentiero sempre più raccomandabile per gli appassionati del lavoro del goriziano, ovvero la collocazione dell’opera in ambito letterario. Con la presente informazione non si vuol tornare allo sterile dibattito di cui sopra, ovvero se il goriziano fosse filosofo-poeta o poeta-filosofo, ma evidenziare invece quanto la scrittura del giovane Carlo sia stratificata, pensata, sofferta. Creata, esattamente alla stregua di altri testi letterari. I rimandi allegorici, i tropi, la fusione degli stili, sono lì a dimostrare la necessità di studiare un grande intellettuale con strumenti nuovi, liberi da vecchie impostazioni ideologiche. Gli ultimi lavori pubblicati sembrano procedere per la strada giusta: l’appartenenza di Michelstaedter alla storia della letteratura italiana non implica una scarsezza di pensiero, ma stimola invece il lettore ad apprezzarne meglio la prosa ed il valore artistico, elemento che negli anni passati è sembrato derivare dall’apice di un delirio risolto tragicamente e non da una maestria prematuramente soffocata.