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La Recensione - Redazione

Tributo ad Antonio Capizzi

Posted: 31 agosto 2008

Recensione di Andrea Comincini

Genova, 1926/2003 – Professore di Filosofia Teoretica III, Univ. “La Sapienza”

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Il panorama filosofico italiano propone molte rispettabili figure dedite al commercio della filosofia. Intellettuali di varia natura si cimentano in discussioni spesso banali e pubblicano libri di cui nessuno sentirebbe la necessità di una seconda lettura. La cultura dell’amusement, come diceva Adorno, ha ormai investito completamente il campo del sapere, e l’istruzione di massa rende persino i testi specialistici mediocri e poveri.
In tal quadro a tinte un poco fosche non rientra certamente la figura di Antonio Capizzi, intellettuale di prim’ordine e fiero avversario della bassezza concettuale che oggi purtroppo fa bella mostra di sé nelle aule universitarie e nei vari festival del pensiero.
Questo studioso – alle cui lezioni ho avuto modo di assistere per breve tempo, durante i miei studi filosofici – colpisce per una qualità che dovrebbe esser persino ovvia, ma oramai sempre più rara, ovvero la totale dedizione al lavoro.
Chi ha familiarità con le opere del suddetto, nota subito la caratteristica del vero ricercatore: una continua e profonda investigazione dell’oggetto, senza domandarsi quanto tempo richieda.
La passione ha portato Capizzi a destinare la sua vita all’apprendimento dell’intera cultura umana. Quaranta anni di ricerche assidue, ininterrotte, volte a scandagliare l’umano scibile fino alle radici più profonde.
L’uomo a due anime, fatica monumentale che riassume tutta la sapienza arcaica, classica e moderna fino ai tempi d’oggi, ed evoca nel lettore il potere della storia ma soprattutto la conoscenza della stessa; gli studi sui presocratici, perfettamente raccolti ne La Repubblica cosmica; i testi su Parmenide o La radice ideologica dei fascismi.
Per comprendere l’impostazione integrale del lavoro, occorre confrontarsi direttamente con le sue analisi, in particolare quelle riguardanti la Grecia classica e arcaica.
Le ricerche sulla cultura antica hanno evidenziato la totale appartenenza della produzione filosofica alla vita culturale delle poleis. Da Aristotele in poi, spiega Capizzi, la realtà della nascita della filosofia è stata completamente trasfigurata: lo scontro politico fra aristocrazie e popolo, nuovi ricchi e plebei ha imposto un sigillo ben preciso sulla definizione di filosofia: come frequentemente accade, la fazione vincente tramanda i fatti in un’ottica raramente attenta alle ragioni degli sconfitti.
I ricercatori hanno per troppo tempo idealizzato le vicende legate alla Grecia classica: “gli studiosi più illuminati sono arrivati a mettere i presocratici arcaici in rapporto con la polis in generale, ma molto raramente con le singole poleis nelle quali quei sapienti non solo vissero, ma (come attestano fonti indiscusse) ebbero posizioni politiche di primissimo piano; e quasi mai si sono domandati in qual misura l’uditorio cittadino (così determinante in età pre-letteraria) condizionasse i contenuti del loro discorso”. L’analisi di Capizzi procede affrontando quindi i paradigmi mitici atti a dirigere e contenere le forze vitali della scena politica fino ad individuare nella Atene periclea il luogo determinante nel quale la frattura fra nomos e physis – tra politica e scienza – darà vita a un contesto socio-politico nelle cui mani la nozione di filosofia troverà dimora.
Come è facile intuire, questa ricerca si basa su una intertestualità fondata su varie discipline: filologia, storia, glottologia, geografia. Capizzi fu un vero e proprio pioniere di quanti oggi finalmente abbracciano la filosofia con un metodo libero e volto a fondare qualsiasi tipo di analisi su basi meno teoretiche e più storiche.
Allievo di Calogero e Spirito, il suo pensiero ha raccolto la loro eredità fino ad orientarsi verso posizioni sempre più storicistiche, e dedite allo studio della filosofia classica.
A cinque anni dalla scomparsa resta il personale ricordo di un uomo gracile e magro, ma sempre immerso nel suo lavoro, lontano dalle passerelle tanto amate dai pensatori contemporanei, e intellettualmente irreprensibile. Nelle sue lezioni mostrava con orgoglio un profondo antifascismo, per cui provava un forte disgusto non solamente per ragioni storico- morali, ma soprattutto – credo - per quell’amore sviscerato per la libera ricerca, unica risposta possibile ai tentativi scomposti di dittatori passati e presenti di renderci tutti fatalmente omologati.

Giorgio Manganelli - Le interviste impossibili

Posted: 31 agosto 2008

Recensione di Andrea Comincini

Adelphi, 2006 – Euro 9,00 – pp. 140

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Le interviste impossibili

“ Il mio regno fu una grande illusione, un miraggio perfettamente concluso in cui donne e uomini vissero per qualche generazione, come se fosse una imitazione dell’eternità”. Confessione di una vita mai realizzata, sogno di poche anime ormai spente, l’ammissione appartiene al Califfo di Bagdad, ed è riportata insieme ad altri percorsi lirici e misteriosi narrati da Manganelli nelle sue interviste impossibili.
Libro allucinatorio e fatale, perché di destino si tratta, e di visioni mostruose e passeggere riguardanti alcuni personaggi della nostra storia. Fregoli, Nostradamus, Gaudì, Tutankhamon, Harun Al-Rashid, Casanova: l’autore, in uno viaggio oltre tombale, appare a delle apparizioni, fantasma di fronte a fantasmi, flatus vocis, parola verso parola.
Manganelli racconta le vite di questi umani di un tempo, e trascrive le biografie dei trapassati, seppur vivi negli inferi, ma estinti. Sfumano i contorni delle date, dei ricordi, ed emergono verità dimenticate, persino dai protagonisti di un tempo. Ma di che tempo si tratta? Ecco evocare le proprie gesta compiute nel mondo calpestabile, ma senza trasporto o convinzione. Manganelli confessa l’inconfessabile per bocca delle sue vittime, e così comprendiamo che i defunti siamo noi: parole indicibili dalle dichiarazioni della medium Palladino, dalla sua noia a trovarsi nella casa di Ade, perché lì non sente voci, nessuno la va a trovare, e la sua esistenza è soporifera: ben altro da quando era piena di morti che le parlavano, negli anni in cui camminava sul suolo assolato. Giorni invasi dalla morte, quindi…vivi.
Simile ad una antologia di Spoon River, le voci travolgono l’ascoltatore. Quale dei due sia il fantasma, difficile da dire. Anche il sovrano Tutankhamon è scettico: la sua esistenza terrena ha avuto senso solo in quanto rivolta alla morte: doveva morire per vivere. Degenerare per rinascere.
Questa scomposizione, denuclearizzazione delle coscienze cade pesantemente su ognuno di noi, e ci rivela una sorte bastarda e crudele, dove l’assenza di senso trasforma le pareti domestiche in un inferno. Mentre la lettura procede, si avverte la strana sensazione che si vorrebbe evitare, l’impronunciabile coscienza del riconoscimento: l’Ade di Manganelli è la nostra vita, la nostra anima affollata di voci, demoni, piagnistei, identità. Per tal motivo gli intervistati restano spesso sbigottiti dalle domande dell’intervistatore, mentre ascoltano le loro improbabili biografie, perché ciò che degli uomini sappiamo altro non è che un refuso, un errore grossolano della memoria, o una finzione comica.
Il mondo descritto da Manganelli è una valle nera senza speranza, dove la memoria è traditrice, ma soprattutto spazio colmo di illusioni. Nelle interviste emerge risoluto lo spirito demistificatore dell’autore nei confronti delle verità solari, definitive, delle certezze consolidate. L’investigazione si trasforma in un catalogo di nulla: vita, pensieri ed azioni così come ricordate altro non sono se non mistificazioni. Per parlare della vita bisogna andare nel regno dei morti. Lì soltanto l’uomo è consapevole della sua essenza, ma poiché appare sfocato, simile ad un ectoplasma, è evidente la propria coincidenza con il vuoto. Vuoto è il destino, perché una volta privato dei suoi mostri, le paure, le finte benevole intenzioni, resta l’involucro trasparente e perituro della carne.
“Una stalla di carne”: così la medium Eusapia si definisce, in tal modo muore ogni possibile con-versazione. Quando Manganelli domanda a Fregoli il senso del loro colloquio, egli risponde: “ma quale colloquio mio caro? Forse non hai capito niente; eppure è semplice. Non c’è stato nessun colloquio, nessuna intervista. Fregoli ha parlato con Fregoli, il nulla con il nulla […] –Nessun colloquio dunque? – Nessun colloquio mio caro; ora te ne puoi accorgere; silenzio, nient’altro che silenzio.”
Le interviste esplorano tutte questi vuoti biografici, ma il libro non risulta certamente monotono o pesante. La grandezza stilistica di Manganelli riesce al contrario a regalare ironia e risate proprio nei momenti di maggiore drammaticità: dicotomia ovviamente non casuale, ma espressione necessaria dell’arte di un grande scrittore, il quale combina vita e morte non soltanto sovrapponendo le storie dei suoi intervistati, ma persino registri e stili, tonalità discorsive e proposizioni, fino a rendere il testo una trama di spartito, una musica uniforme e soffusa in cui si rivela quel ‘rumore sottile della prosa’ tanto caro al suo ideatore.
Le interviste impossibili non sono tali giacché dovremo rimandare - lo speriamo - il fatidico incontro in un altro momento: esse lo sono perché il contenuto delle stesse – la vita – non è raggiungibile, e viene a mancare. La deficienza tuttavia non produce silenzio: questa sarebbe almeno una certezza. L’assenza provoca un brusio sottile, un affollamento di segni, una foresta di simboli in cui l’uomo deve provare a orientarsi. Manganelli trasforma in opere raffinate le sue convinzioni personali riguardo l’alterità radicale fra realtà e letteratura, e attribuisce agli archetipi ed alle maschere della coscienza il volto di mostri, vampiri, fantasmi, pulsioni inconfessabili e ingovernabili. Tutto ciò è destinato a non cercare, conseguentemente, la verità del reale, ma a sconvolgerne i progetti, a narrare altro dalla vita: Letteratura come menzogna. Questa scelta trasforma la prosa manganelliana in un ‘felice vanverare’, e traccia una strada netta davanti all’intellettuale, ovvero vivere la letteratura a guisa di un gioco, con le proprie regole altre dal mondo. Nell’intervista a Rashid, possiamo leggere ancora la seguente confessione: “come palcoscenico, come illusione io amo il mio regno; come potenza, ormai l’ho dimenticato; ora è sabbia, come doveva essere; potrei ricordarlo come cosa dolce ed effimera; ma perché ricordare quel catalogo di angosce che fu il mio regno? Preferisco rammentare il mio rubino, la rete di perle con cui copersi uno sfregio sul corpo della donna che amavo. Naturalmente, anche quella era una allegoria: la cicatrice amata genera perle. Quelle perle non hanno mai cessato di abbagliarmi”
Fra le parole del sultano, il destino del nostro scrittore e la sua vocazione.

Erlend Loe - Tutto sulla Finlandia

Posted: 31 agosto 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Iperborea, 2008 - 14,00 euro - pp. 226

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Tutto sulla Finlandia

Dopo “Doppler, Vita con l’alce” ecco un altro romanzo piacevole e alternativo, brillante di uno stupefacente spirito arguto, nello stile dell’ormai unanimemente apprezzato Erlend Loe. Pur avendo una trama assai semplice la nuova opera del norvegese vive su arie mai gravi essendo il pregio più evidente del testo nella dialettica interiore, dinamica e spumeggiante: un frequente tralasciare la punteggiatura per correre sulla pagina e rincorrere i pensieri che l’assiepano regala uno stream of consciousness fatto di divagazioni estemporanee e rapide associazioni psichiche. Un ragionamento raramente completa se stesso, e una descrizione difficilmente si chiude sullo stesso soggetto. Il testo sgorga, zampilla e fluisce come fa l’acqua.
Ed è proprio contro il fluire delle cose e degli eventi che si batte il protagonista senza nome, un creatore di brochure, vittima di piccole catastrofi quotidiane nelle quali, chi più chi meno, non è difficile riconoscersi. È il caso della rimozione, per il terzo anno di fila, della macchina per l’annuale pulizia delle strade in vista della festa nazionale (la celebre efficienza nordica…) ad opera del tirannico e fatale paragrafo 12, terrore di ogni automobilista: “su questi fogli c’è scritto che ci sarà il lavaggio della strada dalle ore 00.00 alle ore 07.00 del giorno successivo e quindi se uno il mattino dopo prenderà la macchina per andare a lavorare vedrà il cartello, ma per quelli come me che non usano la macchina tutti i giorni, il Paragrafo 12 è fatale, e io la vivo come una punizione ingiusta, vengo punito perché non uso la macchina tutti i giorni, mentre non si fa altro che cercare di ridurre l’utilizzo delle auto private”. Si accorge dell’ennesimo sequestro mentre si reca all’ambasciata finlandese, dove accetterà di creare una brochure turistica sulla Finlandia senza saperne alcunché: di qui comincia l’incredibile viaggio alla ricerca di ogni possibile informazione su quella terra curiosa. D’altro canto egli ne approfitta per costruirsi una scappatoia dalla propria solitudine e per recuperare una qualche sorta di stabilità sconosciuta tanto a livello intimo quanto a livello universale: “essere uomini è per molti versi fluire. È un fluire che va dalla culla alla tomba. Il fluire si controlla solo in minima parte. Può piacere o non piacere, penso, ma tutto scorre e fluisce e si può opporre resistenza, come faccio io, ma si fluisce comunque, e non c’è limite alle volte in cui si può scendere nello stesso fiume, e si fluisce pur opponendo resistenza”.
Innamoratosi di una sportellista del banco delle multe per le rimozioni, la voce narrante organizza la quarta infrazione di quel tipo per avere un nuovo contatto con lei. Intanto prosegue la ricerca di notizie sulla Finlandia ma senza successo: il paese, pur così vicino, diviene una sorta di chimera e blocco interiore, un universo impossibile e inconoscibile, ma niente da fare, non un giornale, né una rivista, sul web fluido e incostante neanche tenta; dunque niente.
Durante una staffetta organizzata dall’azienda di rimozione delle macchine di cui oramai è praticamente sostenitore, egli si trova a gareggiare proprio col tale che gli aveva commissionato la brochure scatenando in tal modo un’avventura al limite del paradosso. Avventura che si sviluppa nel ritorno a casa, trovata bruciata da un gruppo di neonazisti (un altro ritorno dopo Doppler) da cui aveva in precedenza salvato il fratello della sua nuova ragazza.
Il protagonista esce comunque dall’isolamento di un lavoro casalingo e solitario per mettere in gioco la sua vita e il suo tempo per le persone che ama, nuovi e surreali amici (come tanti ve ne sono nelle storie di Loe) che gli restituiscono un’esistenza autentica e lo riportano a casa, sconosciuta e perduta da un tempo infinito, forse anteriore all’infanzia: “e non è che voglia necessariamente indietro tutto questo, perché è impossibile e io so che è impossibile, ma voglio tornare a casa a ogni costo, ma non c’è più nessuna casa, niente più è casa, ed è questa la vera fonte del mio dolore, è questo il tutto, l’acqua arriva da lì, la fonte è che non c’è nessuna casa a cui tornare, che tutto è casa e niente è casa, che tornare a casa non sarà mai possibile, perché tornare a casa è imparare a vivere altrove”. Tornano le critiche, splendidamente ironiche, nei confronti del mondo industrializzato, capitalista e mediatico, nei confronti del pensiero forte: giudica con disprezzo la società moderna, veloce e sfuggente e si rifugia nelle certezze che simbolicamente identifica nel fuoco e nella roccia, laddove il libro s’era aperto con l’immagine onirica d’un’angosciante instabilità acquea, forma di pluralità, di movimento e d’incertezza, che torna di continuo a minare le certezze del protagonista.
Ma l’ultimo di Loe è non solo una critica aperta a molte delle assurde consuetudini odierne, è anche il percorso dell’uomo attraverso la vita, contro la grande solitudine che naturalmente regna a quelle latitudini, ma non solo: uno specchio sulle sensazioni di tutta un’umanità nel proprio viaggio esistenziale. Un libro spiritoso, anche molto divertente, aperto e fortemente critico in senso centrifugo ma anche, soprattutto, introspettivo.

Gyles Branderth – Oscar Wilde e i delitti a lume di candela

Posted: 31 agosto 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Sperling & Kupfer, 2008 – euro 16 – pp. 344

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Oscar Wilde e i delitti a lume di candela

Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde viene trovato morto in una sudicia stanza dell’Hotel d’Alsace, a Parigi, in rue des Beaux-Arts 13. È il 30 novembre 1900 e da quella misera fine prende il via il “caso Wilde”, l’ultimo processo simbolico, tanto etico quanto letterario, mai davvero risoltosi.
Se con il recente “Il primo processo di Oscar Wilde” (Ubulibri) si torna alla parte conclusiva e disperata della parabola wildiana - con l’esame degli atti della prima di Wilde alla sbarra finalmente proposti al pubblico italiano - rimanendo però nel seminato dell’approccio bio-tragico alla vicenda umana, è d’altronde curioso l’esperimento di Gyles Branderth che con il suo “Oscar Wilde e i delitti al lume di candela” resuscita il genio irlandese ad oltre un secolo da quell’orribile meriggio.
Nella Londra vittoriana, in un palazzo del centro, si consuma un sinistro delitto: il cadavere di un giovane è rinvenuto al numero 23 di Cowley street a Westminster, circondato da candele. Quando Oscar Wilde si trova davanti all’affascinante caso non riesce ad sottrarsi al fascino dell’indagine. Ispirandosi alla creatura di Arthur Conan Doyle (che fa una comparsata nell’incipit e al finale del romanzo) Wilde, nei suoi modi personalissimi ed eccentrici, va alla ricerca dell’assassino. Nell’impresa è aiutato dall’amico Robert Sherard, personaggio reale (1861-1943) ed autore di libri su Wilde utilizzato da Branderth come voce narrante e filo conduttore interno alla storia. La trama in linea coi crismi del genere: arrivano le forze dell’ordine ma il cadavere e il sangue scompaiono e la polizia accusa l’improvvisato detective d’aver creato il caso per le quelle fole visionarie cui son soggetti tipi sfuggenti come i poeti. Inutile dire che il finale è a sorpresa: i ruoli si rovesciano e un enigmatico ispettore e la sua fidanzata entrano in gioco rivelandosi a loro modo fortemente coinvolti nel delitto.
Ottimamente congegnata questa che potremmo descrivere come “classica” detective story - per l’ambientazione londinese e vittoriana alla Conan Doyle e per il modus investigandi - vive però di un effetto particolare. Stupirà infatti il lettore wildiano l’aura di operosità, conforme al ruolo investigativo ma distante dal personaggio pubblico e mondano, cucita addosso al celebre dublinese da Branderth. In ultima analisi Wilde pare in qualche modo “fuori ruolo”, troppo calato nell’essenza holmesiana piuttosto che nei panni del dandy, nonostante le fitte e puntualissime pennellate di wit arricchiscano il libro di motti e aforismi.
Purtroppo anche qui, era inevitabile, si tenta carsicamente l’ennesima versione del tormento intimo e intellettuale di Oscar Wilde, l’ennesimo sconfinamento nel privato più sordido: il giovane ritrovato sgozzato è di umili origini e, ancor più prevedibile, una conoscenza privata di Wilde… si tende nuovamente a porre l’accento sull’ambiguità della sfera sessuale, facendo scivolare ancora - critica, film, varia produzione accademica lo sta a dimostrare - l’attenzione sulla realtà dei fatti, su un senso della morale contro cui lo scrittore sempre si mosse e dimenticando forse quanto Wilde si sentisse estraneo dalla vita, tanto da fare della propria esistenza, come amava ripetere, un’opera d’arte. Una grande maestosa finzione.

Piacere Dave

Posted: 31 agosto 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Brian Robbins – USA 2007 – durata 90’

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Piacere Dave

E’ Eddie Murphy in Eddie Murphy motore e tema del film Piacere Dave, in uscita il prossimo 22 agosto.
Questa volta la Terra, invasa dagli alieni in formato miniatura, potrebbe non avere scampo. La missione da compiere è prosciugare i nostri oceani per salvare il loro pianeta.
Dave Ming Chang (Eddie Murphy) non è un umano, bensì una nave spaziale fatta ad immagine del suo capitano, e porta al suo interno l’equipaggio pronto ad istruirlo sulle abitudini terrestri. Atterrato sulla terra, come era prevedibile, il contatto con la natura umana, tanto per i suoi limiti quanto per la sua grandezza, finirà col modificare i piani prestabiliti.
Il primo tempo scorre e diverte. Tra battute a raffica, faccette ammiccanti e gag di ogni genere ci si dimentica quasi della banalità della trama. Ma quando si lascia spazio ad una maggior attenzione verso la storia e la sceneggiatura tenta di trasformarsi in azione a tutti i costi, ecco sorgere un pressante disinteresse.
Noia profonda verso quanto di più ovvio e superfluo non si poteva proporre, a partire dal quadro sconfortante di una serie di stereotipate e macchiettistiche figure, fino ad una chiusura fin troppo forzata.
Fortuna che Eddie Murphy solleva, almeno in parte, sceneggiatura e regia, grazie all’ottima mimica facciale e alla dirompente fisicità. Comicità e bravura sono più che mai evidenti nei due ruoli che l’attore interpreta, dichiarato anche dal regista Brian Robbins “Eddie ha dato il meglio di sé. Il primo giorno di riprese ha impiegato non più di 45 minuti per appropriarsi dei personaggi. I ruoli hanno immediatamente assunto una connotazione particolare e diversa da qualunque cosa abbia fatto in passato.” Grande è la precisione tecnica, che si evidenzia in Dave “astronave” costretto ad imparare a camminare, ballare, o semplicemente a ridere. Un’interpretazione con una nota di innocenza e purezza: il perfetto straniero venuto da un altro mondo.
Il resto del cast passa in secondo piano, proprio per “l'ingombrante” presenza di Murphy, emerge appena la simpatia di Gabrielle Union, che avrebbe meritato più spazio.
Discreta la scenografia e l’ideazione degli interni dell’astronave. Griffith (scenografo) ha creato la colonna vertebrale come fosse il condotto di un ascensore che permette di spostarsi tra i diversi livelli della navicella. Ad ogni piano siamo all’altezza di una costola. All’inizio l’idea ricorda un po’ Esplorando il corpo umano, serie di cartoni animati creata da Albert Barillé, peccato che poi resti un po’ troppo fredda e macchinosa.
Costato 60 milioni di dollari, il film – in America - ne ha incassati poco più di 10, candidandosi seriamente al titolo di flop dell’anno.
In finale Dave non soddisfa appieno. Non propone nulla di innovativo ed originale nè una gradevole comicità che sappia snodarsi per l’intera durata del film.
Staremo a vedere le sorti commerciali nelle nostre sale, obiettivamente, al massimo da consigliare ai bambini stanchi di spiagge mare e palette. Parte, infatti, ad agosto il tour promozionale “Piacere Dave Beach Tour” in sei stabilimenti, sul litorale italiano.

Il cavaliere oscuro

Posted: 31 agosto 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Christopher Nolan – USA 2007 – durata 152’

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Il cavaliere oscuro

Amara inquietudine è ciò che lascia il capolavoro di Christopher Nolan: Il cavaliere oscuro.
Il film ruota intorno alla tragedia del potere ed ai limiti dell’uomo. L’uomo, anche un supereroe, non è in grado di detenere il potere per lungo tempo, alla fine si viene divorati da esso, ci si trasforma. Così come Giulio Cesare assassinato perché minacciava la “Res Pubblica”, Batman rischia di uccidere Batman. Non è più Gotham City ad avere bisogno del supereroe, ma è l’uomo Bruce Wayne ad aver bisogno del suo “mito”.
Siamo di fronte ad un protagonista, il miliardario Bruce/Batman (Christian Bale), tumefatto, combattuto, depresso, stoico, rabbioso, consumato dall’odio e dagli amori mai vissuti. Ma soprattutto perdente. Nero, come la morte che semina, a suo malgrado, nella città che invece tenta di proteggere a tutti i costi contro il crimine organizzato.
Inutile raccontare la trama, è sempre la stessa: l’uomo pipistrello, il procuratore Harvey Dent (Aaron Eckhart), il tenente James Gordon (Gary Oldman), il sindaco (Nestor Carbonell), tutti impegnati a salvaguardare i cittadini dalla mafia, dalla paura, che diventa follia/caos, anarchia in Joker (Heath Ledger). Perfetto nel suo essere diabolico, torvo, inarrivabile utopista (“questa città merita criminali migliori”), il male implacabile.
Ma cosa ancor più interessante è il continuo rimando alla nostra cadente civiltà. In una Gotham City quasi sempre buia, continuamente si infrangono le pareti vetrate dei grattacieli, attentati contro gli ospedali che saltano in aria, atti terroristici sempre più angoscianti. Una città spiata, controllata nelle telefonate, negli spostamenti dei suoi abitanti. La paura, l’insicurezza della folla serpeggia continuamente nello sfondo del film, fino ad esplodere. Ed ecco che diventa facile il passo all’anarchia, perdere il senso profondo della democrazia e della giustizia.
Il film è una tragedia greca moderna, come afferma il regista “i personaggi sono tutte figure mitiche che servono, però, a dirci chi siamo, cosa stiamo diventando. Mentre io e mio fratello Jonathan sviluppavamo lo script ci siamo chiesti come le azioni di un singolo potessero influenzare quelle di un’intera popolazione e in che modo potessero destabilizzarne l'equilibrio, i principi, la fede nella giustizia. L’anarchia e il caos credo siano la minaccia più grande dei nostri tempi”.
La scelta di un cast eccezionale è stata una marcia in più. Michael Caine, il maggiordomo Alfred, Morgan Freeman, il saggio Lucius Fox. Lo sventurato Ledger, calato al limite del transfert in Joker, interpretato a suo tempo da Jack Nicholson. E ancora, Bale per l’uomo pipistrello, tenebroso, dallo sguardo magnetico e sofferente. Eccellente prova per la creatura della notte. L’attore dona tanta amarezza al suo personaggio quanto un fascino incredibile, misterioso.
Condotto magistralmente, senza una pausa, un cedimento, un attimo per raccogliersi, le sequenze ci tengono letteralmente incollati allo schermo per ben due ore e mezza. Gran parte del tempo seguiamo due, tre e anche più azioni che si svolgono in contemporanea: nel momento di maggiore tensione, una s’interrompe e ne subentra un’altra, restando col fiato sospeso, in attesa di sapere.
Dunque, azione allo stato puro che tutto travolge: situazioni, personaggi e naturalmente spettatori.
Come era prevedibile, Il cavaliere oscuro ha incassato al suo esordio in Italia la cifra record di 700mila euro in un giorno. Gli utenti del più importante sito internet di cinema del mondo, il database www.imdb.com, lo hanno già votato in 69.135 dandogli una media voto record di 9,6: per questi (quasi) 70.000 decretandolo a miglior film di tutti i tempi. Naturalmente non è proprio così, ma comunque resta un film notevole sia nella spettacolarizzazione delle immagini, sia nel sottotesto incredibilmente attuale.
Se si aggiunge poi un’ottima campagna di lancio: il cinico “ritagliare” sulla morte del giovane attore Heath Ledger, la scomparsa del tecnico degli effetti speciali, morto durante la lavorazione. Il protagonista Christian Bale (Batman) arrestato dagli agenti di Scotland Yard e poi rilasciato a Londra, per percosse ai danni della madre e della sorella, Il cavaliere oscuro è servito più nero e pubblicizzato che mai. Cupo, violento, inquietante e maledetto.

Gianantonio Stella - L'orda

Posted: 14 agosto 2008

Recensione di Andrea Comincini

BUR Editore, 2007 – €9,50 – pag. 313

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L'orda

“[Sono] briganti, lazzaroni, fannulloni, corrotti nell’anima e nel corpo. […] Se il boicottaggio vale a qualcosa, è in questo caso degli italiani che debbasi applicare. Siamo certi che i nostri capitalisti non ricaveranno beneficio alcuno dall’importazione di queste locuste”.
Questa stigmatizzazione impietosa sembra estratta da un quotidiano dei nostri tempi, e rivolta ad uno dei popoli più vessati della storia, gli zingari. L’informazione attuale, specialmente in Italia, sembra infatti aver trovato il bandolo della matassa di tutti i problemi che affliggono il Bel Paese, ovvero l’immigrazione clandestina: Rom, Rumeni, Albanesi, Slavi, Sinti, Serbi, ciascuno indistintamente riunito sotto la spregiativa categoria di nomade delinquente. Il libro di Gian Antonio Stella, con imbarazzante tempismo, rivela al lettore un’altra verità: i soggetti su citati sono, si è letto, gli italiani, e il giornale è L’Australian workman, del 1890.
Oggetto della ricerca del giornalista del Corriere è scovare il pregiudizio ricorrente intorno alla figura dell’emigrante italiano. “Quando gli albanesi eravamo noi”, sottotitolo appropriato, evidenzia l’intento dello scrittore: confrontare l’Italia dei primi del ‘900 con quella attuale, dimentica della sua povertà, dei soprusi subiti, e quindi pronta a riversare sugli altri nuovi poveri le accuse che un tempo erano rivolte ad essa.
Il libro si articola in vari capitoli, ognuno riguardante un pezzo di storia ormai sepolta: dai meridionali poverissimi alla ricerca di un tozzo di pane oltreoceano, alla persecuzione razziale dei nostri compaesani in terra americana o australiana. Fra i vari documenti che Stella riesce a rispolverare, i più toccanti restano le testimonianze di questi uomini derelitti, lontano da casa e sfruttati letteralmente come bestie. Negli Stati Uniti in particolare, persino gli Irlandesi – da sempre vessati e usati quale forza lavoro – identificavano gli Italiani all’ultimo gradino della scala sociale, una scala di sofferenze, sempre in salita e solo per pochi fonte di successo. Non venivamo nemmeno considerati di razza bianca! I documenti del Ku Klux Klan potrebbero esser valutati di parte, ma gli atti proposti riguardano invece i tribunali dell’Alabama, o i quotidiani nazionali. Oltre ai luoghi comuni più deplorevoli, che ci tratteggiavano sfruttatori di donne e bambini, assassini dopo due bicchieri, venditori di fanciulli, suonatori d’organetto o ruffiani indolenti, le definizioni più crudeli arrivano persino da poeti e scrittori famosi. Amanti dell’Italia e della sua storia, molti di loro vedevano lo stivale uno splendido museo abitato da vagabondi ed accattoni. Memori del Rinascimento, del classicismo, i loro giudizi sono sprezzanti: “Gli uomini? Possono a stento definirsi tali: sembrano una tribù di schiavi stupidi e vizzi, e non penso di aver visto un solo barlume di intelligenza nel loro volto, da quando ho attraversato le Alpi”. La frase è di Percy B. Shelley, e ad essa se ne potrebbero aggiungere altre di Dickens, Goethe ecc. L’italiano, osserva Stella, era il reietto d’Europa: dove c’era un crimine, della malavita, lì veniva cercato dalla polizia il Siculo dai lunghi baffi, il Genovese, il Calabrese. Il libro racconta nei dettagli queste vicende poliziesche, accentuate da un altro fattore molto importante, ovvero la numerosa presenza di anarchici e socialisti di origine italica. I governi di mezzo mondo ci perseguitavano ed usavano spesso come capri espiatori, e l’avvento del fascismo non migliorò le cose. Quando Mussolini dichiarò la sua ostilità all’Inghilterra, i nostri compaesani subirono vere e proprie schedature. Spacca timpani e lustrascarpe, sorci che sbarcano dalle navi con cappelli con su scritto “mafia”, “anarchia”, “socialismo”, gli Italiani si vedevano non solo discriminati, ma anche sfruttati fino a morire di stenti.
Inutile specificare, osserva Stella, che le abitazioni fatiscenti in cui venivamo rinchiusi erano veri e propri lager, senza la minima igiene, maleodoranti e fetidi. In essi si dormiva promiscuamente, stipati, e così crescevano le voci per cui gli italiani abusavano persino della propria prole, erano bestie e nulla più.
La realtà feroce descritta ne L’Orda, con stile veloce e incalzante, riassume infine un mondo di mascalzonate, pregiudizi, vessazioni, paure e solitudini: l’Italiano era l’ultimo degli ultimi, lo sfruttato per eccellenza ma anche quello maggiormente discriminato.
L’editorialista del Corriere con ironia rivolge un interrogativo ai propri lettori, e chiede loro se i popoli oggi umiliati, schedati e considerati inferiori non siano uguali agli Italiani di cento anni fa, costretti a fuggire dalla loro terra semplicemente per non morire di stenti. Egli non nega la veridicità di alcune accuse, ma ne individua le origini nella mancanza di volontà di integrazione da parte delle autorità, nell’aggirare i costi di una politica integrativa e solidale e non – ovviamente – in tratti genetici o culturali.
Oggi l’Italia è una terra ricca, differente dai ricordi dei nostri nonni: l’oblio di quei tempi è una grave mancanza non solamente nei confronti della memoria di quanti hanno subito ogni sorta di vessazione, ma anche e soprattutto pensando alla nostra epoca attuale ed alle politiche fascistoidi promosse e fomentate. Lo straniero, il diverso, è dipinto esattamente alla maniera di un …italiano, con l’unica differenza temporale a far da scudo.
Stella propone un libro piacevole, documentato, e prezioso per chi vuole orientarsi nello studio dei pregiudizi o nella conoscenza dei documenti storici d’archivio. Il tratto giornalistico rende l’opera scorrevole, e adatta a tutti, ma presenta anche alcuni limiti decisamente forti, dovuti all’incompletezza nella trattazione di alcuni aspetti a mio avviso fondamentali.
Si tratta del risvolto politico conseguenza dell’analisi svolta, da Stella soltanto accennato, sfiorato, mai portato seriamente a giudizio. La critica generica all’avarizia, alla superstizione, all’ignoranza sfiora la politica senza intaccarla: la sensazione che si ha dopo la lettura del libro non è un sentimento di insopportabilità o ribrezzo, ma addirittura – paradossalmente! – il suo contrario.
“Ieri a noi, oggi a voi”: un tragico fatalismo a cui arrendersi sembra avvolgere l’animo, rammollirlo, e addormentarlo. Certamente non è plausibile ipotizzare che questa sia l’intenzione dell’autore, ma la mancata discussione di alcune categorie della politica - o l’utopistico desiderio di non veder più simili turpitudini, senza proporre alternative ai modelli di consumo classisti e alienanti - rendono la disapprovazione meno forte, energica, e segnano un libro di cui comunque è consigliabile la lettura per coloro i quali ricordano solo gli Italiani “vincenti”, gli zii d’America, e rimuovono una parte della propria storia per stupida vergogna e ignoranza.

Black House

Posted: 14 agosto 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Shin Terra – Corea del Sud 2007 – durata 104’

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Black House

Lavoro artistico e visivo uniti a portare linfa ai personaggi, sensazioni in Black House che lentamente paralizzano lo spettatore dalla paura. Nessun fenomeno paranormale, nessun morto che si risveglia, al centro del film “solo” la realtà deviata dei malati di mente.
“Li chiamano psicopatici, ma sono una razza completamente diversa di persone. Qualcuno ha sostenuto che, a dispetto dei loro geni umani, sono di una specie completamente diversa. Alla fine di tutto, li si può incontrare ovunque, in piedi accanto a noi, nel loro inappuntabile abito scuro.”
Al suo primo giorno di lavoro Jun-oh, perito assicurativo, riceve una strana telefonata: “Possiamo essere pagati anche se si tratta di suicidio?”
È una donna, e contro ogni regolamento Jun-oh cerca di parlarle, convinto che voglia togliersi la vita. Alcuni giorni dopo, a casa di un cliente, si trova davanti all’apparente suicidio di un bambino, impiccato nella sua cameretta. Sicuro che il suo cliente abbia ucciso di proposito il figlio per incassare la polizza, tenta di annullare l’assicurazione e di mettere al corrente la madre del piccolo deceduto. Lo zelante assicuratore non ha nessuna idea di quello che ha fatto.
Black House è il set dell’orrore mentale e visivo, sconvolgente, da non lasciare via di fuga alla riabilitazione della “razza – uomo”. Quando l’intrusione nella vita degli altri, la manipolazione della mente, il non riconoscere il bene dal male varca i confini dell’umano, è terrore. Terrore che trova perfetta ambientazione nella “casa nera” del titolo: è qui, scendendo nel basamento, che si arriva alle pieghe nascoste e malate dell’intelletto. Nota di lode alla regia di Shin Terra, perfetta nel mantenere sempre alta la tensione. Abile nello sfruttare il thrilling dell’individuazione dell’assassino nella prima parte, e la claustrofobica limitazione dello spazio nel finale, aiutata anche da un’ottima fotografia (Choi Joo-Young).
Yu Sun, è sorprendente nel ruolo della psicopatica. Sguardo arcano, perso in un passato remoto ancestrale. Così come i suoi gesti, il suo viso ci portano lontano in una dimensione irrazionale.
Hwang Jung-min, uno dei migliori attori coreani, è un protagonista credibile e sensibile, anche quando cerca di assolvere il “mostro”, come vorrebbe il buon senso pronto a cercare cause recondite per spiegare le perversioni maniacali. Ma qui il mostro rimane mostro fino alla fine; niente abusi sessuali, nessun complesso freudiano o mancanza d’amore che spieghino perché è diventato ciò che è. Fedele alla sconvolgente conclusione di Kishi, il mostro resta al centro del film completamente senza anima.
Certo sarebbe stato, molto probabilmente, l’ennesima buona opera dimenticata se non avesse riscosso un discreto successo di critica e pubblico all’ultimo Far East Film Festival (Udine) procurandosi l’uscita estiva riservata agli horror.
A noi la sensazione di uno psico-thriller fuori del tempo e dello spazio comuni, pronto a portarci attraverso una serie di ambienti sempre più inquietanti e minacciosi.
Tutt’altro che banale l’epilogo caratterizzato da un doppio finale dai toni ancora più agghiaccianti.

Mirko Zilahy De Gyurgyokai - Vademecum manganelliano

Posted: 14 agosto 2008

Recensione di Andrea Comincini

Aracne Editore 2008 – Euro 10,00 – pp. 151

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Vademecum manganelliano

Dopo una lunga elaborazione è finalmente disponibile all’appassionato di letteratura il frutto di una ricerca intensa, meditata, riguardante l’opera di un grande scrittore italiano: Giorgio Manganelli.

L’autore è il collega ed amico Mirko Zilahi De’ Gyurgyokai, studioso di italianistica, bibliofilo, già recensore di alcuni articoli su Manganelli per La Recensione. Zilahi ha conseguito il Ph.D. – l’equivalente del nostro Dottorato di ricerca – presso il prestigioso Trinity College a Dublino, dove ha insegnato la lingua italiana ed ha avuto modo di esaminare in ogni aspetto la produzione manganelliana, senza dimenticare i rapporti dello stesso con il Gruppo ’63 ed il panorama intellettuale del periodo. Attualmente è ‘Cultore della materia’ di Lingua inglese presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Roma Tre.

Vademecum manganelliano si presenta quindi come una ampia introduzione alle tematiche fondamentali rintracciabili nello scrittore milanese, ovvero: Psicanalisi, Linguaggio, Letteratura e Menzogna.

Il libro si articola in rispettivi capitoli, ove le questioni suddette prendono forma in altrettante aree concettuali: la prima parte analizza l’incontro decisivo del letterato con la psicoanalisi junghiana. Lo sguardo attraverso le lenti della psicanalisi delle proprie contraddizioni, le angosce e le paure sempre presenti nell’animo si traducono anche in scelte narrative complesse e raffinate: un mondo di segni il cui rimando è il segno stesso: una letteratura dove la frattura fra mondo e forma è ricomposta/evitata/rimandata attraverso l’atto dello scrivere.

Il richiamo ad un universo così rarefatto e ambiguo rinvia a quesiti e interrogativi di tale complessità e mole da non essere riassumibili in un compendio – l’amico Mirko mi ha infatti accennato ad una prossima pubblicazione in cui svilupperà alcune tracce qui solo accennate – ma il suo autore riesce ciononostante a disegnare una mappa dettagliata, una cartografia dell’anima segnata dalla ‘scoperta’ dell’influsso junghiano nella vita di Manganelli, a seguire il percorso biografico senza perdere di vista il legame che l’inconscio ha prodotto nel mondo razionale e quotidiano dell’intellettuale e nelle scelte stilistiche.

La parte dedicata alla evoluzione teorico-formale di Manganelli si sviluppa invece nel quadro più generale dei primi anni ’60, tempi in cui ribolliscono quel fervore intellettuale, quella voglia di rottura e cambiamento tradottasi poi nelle politiche di emancipazione degli anni successivi: anche la scrittura e la teoria letteraria cercano nuove vie espressive, compiti e doveri. Zilahi offre un quadro esauriente ed equilibrato, conscio che l’opera manganelliana non può sottrarsi al confronto con altri intellettuali dell’epoca, le cui preferenze sono spesso state opposte a quelle di Manganelli.

Con una chiarezza esemplare, mai cedevole nei confronti dei luoghi comuni o della semplificazione eccessiva, l’ungherese riepiloga l’atmosfera del tempo, dando prova di ottima capacità analitica.

Letteratura e menzogna si intrecciano in un rimando di sensi, intuizioni, visioni: la complessità degli argomenti viene risolta attraverso una scrittura dettagliata e a scelte stilistiche mirate, tali da rendere l’obiettivo immune da quelle piccole mancanze presenti in ogni opera prima: Zilahi infatti non si accontenta di rendere i contenuti del suo lavoro perfettamente comprensibili a chiunque, ma si impegna molto sulle scelte formali, stilistiche, “vittima” dell’influsso manganelliano e della sua maniacale attenzione alla musicalità della parola.

Il Vademecum quindi soddisfa i propositi e le speranze annunciate nella introduzione, ovvero “sdoganare” scrittore ed opera dalla sommaria e persistente etichetta di “difficile” e “oscuro”, e in ragione delle continue pubblicazioni iperspecialistiche – segno della ravvisata prima grandezza di Giorgio Manganelli nel panorama italiano, critico e letterario del secondo Novecento”.

Tale primato di Giorgio Manganelli si rivela integralmente, così come la sua acutezza teorica. Oltre alle opere più famose, agli elzeviri ed agli articoli, lo scrittore ha lasciato pagine memorabili e di indiscutibile profondità intorno al compito della letteratura, la sua funzione e il senso stesso dello scrivere.

Con un attento dosaggio di citazioni ed un confronto intertestuale mirato, Zilahi fa emergere con apparente semplicità quanto semplice non è: il concetto di ‘letteratura come menzogna’ – per citarne uno – diviene comprensibile nonostante implichi al contrario una attenzione ed una preparazione specifica affatto diffuse nel lettore medio.

“Dall’irriducibile ambiguità – interiore, cosmica e linguistica – dell’universo manganelliano affiora una nuova figura. L’assimilazione è ultimata e l’effigie è infine bifronte: “Menzogna” e “Letteratura” dividono il medesimo volto”.

Questa immagine può far innamorare o rabbrividire, trasformare in statue di pietra, essere per alcuni moralmente inaccettabile, ma rivela esattamente il pensiero di Manganelli e per tal motivo dobbiamo esser grati al nostro studioso per non aver ceduto ad interpretazioni accomodanti, spesso tendenti a rimuovere la drammaticità della prosa manganelliana per meri motivi commerciali.

Un libro da..rileggere, se vogliamo seguire il consiglio di Manganelli, secondo il quale ‘la rilettura non è solamente il secondo passo del processo di studio di un testo, ma rappresenta una esperienza più alta e consapevole, consente approfondimenti da cui può scaturire una certa meraviglia; essa “rivela pieghe, implicazioni, allusioni che a una prima lettura sfuggono; in verità, ad una prima lettura sfugge quasi tutto” .

La veste grafica e l’apparato bibliografico completano un lavoro sicuramente utile e pregevole, finalmente rivolto ad un uomo la cui arte troppo spesso viene dimenticata a scapito di scribacchini dell’ultima ora, incapaci di raccogliere la sfida della vita e trasformarla in fantastica prosa.

Lietta Manganelli – Circolazione a più cuori

Posted: 14 agosto 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Aragno, 2008 – euro 13 – pp. 191

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Circolazione a più cuori

Esce per la torinese Aragno “Circolazione a più cuori” a cura e con una nota finale di Lietta Manganelli, figlia del Giorgio neoavanguardista prima e autore, fra gli altri, di “Hilarotragoedia”, “La letteratura come menzogna” e “Centuria”, cui ha fatto seguito un numero enorme di elzeviri ingegnosi e approfonditi reportage di viaggio; notevole anche il lavoro di traduzione letteraria dall’inglese all’interno del quale spicca l’opera omnia di Poe, approntata per Einaudi a metà degli anni Ottanta.
Finalmente ecco una pubblicazione che affonda il destro nella vita più intima del genio milanese, portando a galla una porzione consistente e nascostissima dell’esistenza e dell’indole manganelliana. In tal senso non poteva che essere la figlia Lietta (autrice tra l’altro di numerosi interventi critici e biografici sul celebre genitore) ad assumersi l’onere e l’onore di mettere in campo cotanto materiale.
Il testo si presenta come una silloge di alcune delle missive che Giorgio Manganelli scrisse fra il 1944 e il 1973. I destinatari sono la fidanzata Fausta Chiaruttini, più tardi sua moglie, i familiari e gli amici e, oltre a ciò, a giustificare il titolo v’è l’estrema intimità del materiale ivi compreso e la disposizione adottata, con sicuro effetto, dalla curatrice: “Lettere a Fausta” (periodo ’44-’46), “La favola bella si rompe” (’47-‘60), “Una seconda favola – la figlia” (’61-‘74), “L’altra parte della vita – il fratello… e, a volte, la madre” (’49-’62), “Il dialogo con l’ago – lettere alla cognata in morte del fratello” (1973). A queste segue a mo’ di raccordo finale ed intima confessione il bel pezzo di Lietta Manganelli “Manganelli, uomo, marito, padre” e un’appendice “disegnata” dal padre. Una sistemazione e titolazione che assieme riassume, ordina e svela la prospettiva filiale del percorso umano paterno, disegnando l’evoluzione della storia personale di uno dei più grandi scrittori del secondo Novecento italiano.
Due elementi si impongono sugli altri. La componente linguistica, già a quest’altezza, è traccia e segno distintivo, tanto che ai vari destinatari delle missive tocca in sorte un differente e personale linguaggio epistolare; dall’altra la distanza, in certo qual senso ovvia, fra il padre, il fidanzato, l’amico di codeste pagine e il costruttore di mondi letterari, inferi ed ulteriori, artificiali da cui ogni sentimento resta bandito. Problematico in tal senso sovrapporre le ragioni antiemotive, neoavanguardiste e poi poeticamente disposte, del Manganelli pubblico alle formule affettive, a tratti stucchevoli, che si leggono nelle lettere a Fausta che diviene “piccolina” “bellina”, “buonina”, “stellina”, confinando l’autore al ruolo di “bimbo”. Un “fanciulleggiare”, sebbene parzialmente giustificato dalla giovane età del futuro autore di “Nuovo Commento”, che rimane però stucchevole e incongruo alla misura linguistica e la riservatezza del Manganelli che si conosceva sin qui da varie note biografiche. Ancora: un afflato quasi educativo sorprende, ma fino a un certo punto, nelle lettere rivolte all’inizio degli anni Sessanta alla figlia, nel tentativo di ricomporre un rapporto che si era interrotto dal ’53, anno della celebre fuga in lambretta da Milano a Roma. E un sentimento di fastidio e risentimento nei confronti della madre, la “Piccola Madre” delle lettere al fratello Renzo, riempie alcune delle pagine più dure e sofferte del libro. Nel riferire (2 novembre 1955) i disturbi psiconevrotici che lo accompagnavano da tempo Manganelli afferma “io sono sempre stato uno squilibrato, sempre da quando avevo sei o sette anni, e le liti di famiglia mi gettavano in preda all’angoscia più disperata, angoscia che deve aver rotto qualcosa che non ho più potuto aggiustare” e in conclusione, fra sconforto e mestizia, si lascia andare a uno sfogo che è accusa durissima: “mia madre mi ebbe tra le mani indifeso quando ero all’inizio della mia storia: ma non si accorse di niente, e mi camminò sopra storpiandomi per sempre”.
Il libro ha in sé un altro elemento di novità. È fonte di numerose notizie sulla carriera letteraria, accademica e radiofonica di Giorgio Manganelli: le paure e l’indigenza, le speranze e le soddisfazioni per i successi faticosamente ottenuti offrono di Giorgio Manganelli un ritratto biografico e professionale finora solamente abbozzato.
Ma di più codesta pubblicazione offre al lettore i prodromi del corpo intellettuale manganelliano poi svelatosi nell’attività letteraria a venire. I cardini soprattutto della sostanza psichica che Manganelli metterà in gioco nella propria attività di scrittore: “La mia morale è sensazione; meglio, sensibilità. Ma nella sensibilità è nascosto il cruccio della mutevolezza, della disgregazione, del provvisorio” (22-7-‘45).
Un ritratto d’un’intimità sorprendente, a tratti sconcertante. Un testo, senza mezzi termini, assolutamente necessario. Non solamente una raccolta di lettere ma un romanzo dell’anima che si chiude con la nota illuminante di Lietta Manganelli. Un brano ove spicca la rivelazione di “una fede che non sa nemmeno di avere, ma che esiste, anche se è fede in qualcosa o in qualcuno che non conosce, o che, forse, non sa riconoscere”. Un Dio che Lietta Manganelli individua, molto manganellianamente, così: “Dio è un luogo, è un’entità, è un ago che tesse un tappeto di cui noi vediamo solo il rovescio, ma che ha una sua meravigliosa armonia”.
Un Dio che è linguaggio e che organizza, assieme con arbitrio e con rigore, la complicata grammatica universale e l’intima, dolorosa sintassi umana.

Enzo Bettiza - Sogni di atlante

Posted: 14 agosto 2008

Recensione di Andrea Comincini

Mondadori Editore, 2004 – € 15,00 – pag. 110

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Sogni di Atlante

Dopo aver viaggiato nelle pagine del libro di Magris, un altro autore mitteleuropeo viene consigliato per chi ama cogliere le impressioni nate dalla penna di cronisti, esploratori, o semplici sognatori.
Sogni di Atlante di Enzo Bettiza, noto giornalista e scrittore vincitore del Premio Campiello nel 1996, consegna alla nostra immaginazione un ritratto piacevole e fresco, evocativo, di luoghi e personaggi incontrati nel corso della vita. Come si legge nella colonna introduttiva, riprendendo una celebre frase di Maupassant, il libro apre una porta oltre la quale si esce dal mondo noto “per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno”. Tale obiettivo, peraltro riuscito, permea la prosa stessa del corrispondente, e trasforma i ricordi in piccoli ritratti paesaggistici, minuziosi e mai banali, ma nel medesimo tempo orgogliosamente semplici e naturali.
Bettiza infatti fa suo il motto di Montale, per cui l’inviato speciale altro non è che uno ‘scrittore viaggiante’, e nel cogliere la sfida di un racconto evidentemente altro dalla mera telecronaca, rende un reportage, una notizia, un piccolo momento di svago letterario. In questo pellegrinare vi è l’essenza intima della nostra cultura: senza il mito dell’eroe errante di ispirazione omerica, mito protrattosi mediante il romanzo elisabettiano, francese e picaresco spagnolo fino alla tarda letteratura europea, probabilmente non saremmo diventati gli esseri poliedrici, proteiformi, complicati che siamo oggi. Il cromosoma reale dell’uomo occidentale non è da cercarsi in stupidi ragionamenti eugenetici, o in una cultura granitica e chiusa, ma nel suo eterno ritrovarsi durante la navigazione da un mondo all’altro, e nella cronaca di un eterno pellegrinaggio: l’intima simbiosi fra l’arte del viaggio e quella della poesia, della prosa – osserva Bettiza – è il fenomeno estetico sorto dall’età arcaica, diversi secoli prima dell’era cristiana, poi continuato a scorrere in profondità nell’architettura e nella sensibilità delle culture letterarie europee.
Se indiscutibile è la padronanza della scrittura, altrettanto forte e lucida appare la visione dell’essenziale, l’appropriazione dello spirito profondo che il nostro sa cogliere e percepire davanti allo spettacolo del diverso, dello straniero.
Probabilmente la sua stessa origine mitteleuropea, così esposta a flussi e culture differenti, ha sviluppato l’attitudine a guardare senza cadere nel pregiudizio, ma soprattutto a leggere negli sguardi altrui le miriadi di diversità capaci poi di rendere gli uomini tutti uguali. Alla sua terra ed ai Balcani sono dedicate note molto profonde ma niente affatto melanconiche: significativo è il ricordo del ponte di Monstar, distrutto da “ un atto vandalico compiuto dai talebani cristiani contro la civiltà islamica”, riportando le parole del mostaro Pedrag Matvejevi?. Estremamente evocative sono le pagine legate alle zone di confine, forse il luogo simbolo per eccellenza del viaggiatore, il quale si trova non solo ad attraversare e descrivere un’area geografica, ma anche e soprattutto a doverne rendere conto ai propri lettori, ovvero a se stesso. Brillanti restano le osservazioni sulla grandezza di San Pietroburgo, le sue mutazioni, il delirio di grandezza, insieme ai ricordi praghesi ed alla atmosfera magica di posti e luoghi dove l’uomo ha osato sfidare il divino attraverso un’architettura intrisa di vita e morte contemporaneamente.
Città, stazioni, alberghi: il racconto procede spedito, lieve, e non scoraggia il lettore. La parte tuttavia più accattivante è quella dedicata ai viaggiatori. Sarà l’immedesimazione, o quella complicità dovuta alla familiarità con paesaggi, sensazioni, uomini e donne in pellegrinaggio, ma è nell’incontro con le personalità di Joyce, Gogol’, Goethe che Bettiza sa meglio di altri luoghi narrare l’Italia, i suoi uomini, i propri ospiti. Questi grandi artisti infatti, attraverso il loro sguardo, sono riusciti a descrivere con eccezionale precisione scenari e situazioni di una penisola spesso sfuggente all’occhio pigro del nativo, ma soprattutto hanno donato al lettore la possibilità di cogliere la differenza minuziosa della singola sensibilità. Goethe, per esempio: “Ma chi era, in realtà, lo strano e quasi fazioso viaggiatore che attraversa di corsa Veneto e Lombardia, non si ferma più di tre ore a Firenze, passa ad Assisi senza degnare di uno sguardo la chiesa di San Francesco, e quando finalmente raggiunge la città dei papi esclama: “Eccomi nella nuova Gerusalemme del mondo veramente colto”?” E come non restare incuriositi da Gogol’, il quale affermava spesso e seriamente che poteva scrivere della Russia solo stando a Roma?
“Viaggiare insegna che tutti gli uomini sono uguali; viaggiare insegna che tutti gli uomini sono diversi. Ho appena finito di rileggere il Milione, ed ho imparato che tutti gli uomini sono fratelli e sono incomprensibili”.
Queste parole di Manganelli in una delle sue escursioni letterarie, ricordate dal giornalista di Spalato, riassumono pienamente l’intento del nostro scrittore durante la stesura di tal suo diario di viaggio. Attraverso di esso ci si spoglia degli abiti della stupidità e si abbraccia una dimensione nuova, persino a volte surreale - mai banale - dove le cose riposano nell’essenzialità, parlano e ci dicono dove siamo realmente, dentro e fuori. Come Ulisse, l’uomo contemporaneo trova se stesso non nell’approdo, ma durante la traversata – temporale e spaziale – perché in essa si disvela ‘la radura del sacro’, per usare una terminologia heideggeriana, e nasce la consapevolezza.
Sogni di Atlante scorre velocemente tra un ricordo di città, un acquerello di parole, un volto di chiesa. Geografia dell’anima e del ricordo capace di rasserenare il lettore a cui non viene chiesto altro che lasciarsi trasportare dalle rive dell’adriatico fino a Dubai, o ascoltare la musica di New Orleans fino a giungere a Bahia, è un’adatta lettura per chi, in questi tempi di ferie e di caldo estenuante, vuole viaggiare anch’egli, seppur solamente – solamente? – con la fantasia.