Archivio Agosto 2009
direttore responsabile: Dr Chiara Lucarelli,
Trinity College Rome Campus
Registrato al Tribunale Civile di Latina sezione stampa: n. 867 dal 14/12/2006 ®
| powered by http://www.website-hit-counters.com |
Posted: 26 agosto 2009
regia di Francesco Gasperoni – Italia, Marocco 2009 – durata 107’
Finanziato dal Ministero dei beni culturali, SMILE ha ottenuto il riconoscimento per opera di interesse culturale con la seguente motivazione: progetto cinematografico ben strutturato. Un thriller soprannaturale, da realizzare in digitale, in cui una semplice scampagnata nei boschi di un gruppo di ragazzi si trasforma in un orribile tuffo nel Nulla. Nella semioscurità del bosco, avvolto dall’odore di cipria, l’ansia cresce nello spettatore, si prepara la fine. Pensato apposta per colpire l’inconscio del pubblico più giovane, in grado di identificarsi con i personaggi, un film di genere poco frequentato dalla nostra cinematografia che promette di regalare qualche sano brivido.
Tutto dire se regalerà o meno dei brividi, intanto raccontiamo che siamo alle prese con sette ragazzi decisi a trascorrere una vacanza all'insegna del relax e del contatto con la natura in Marocco.
Tra loro una giovane fotografa dilettante che non tarderà a mettere in pericolo i suoi amici per un acquisto incauto. Una Polaroid del 1966.
Così lo strano incontro con un antiquario nella sua bottega d’arte e con la bimba dalla testa ridotta in pezzi darà il via ad episodi inspiegabili e una lunga scia di sangue.
Da questo momento in poi non ci sarà più pace per i poveri malcapitati, poiché sembrerebbe che una forza oscura e maledetta li insegua nel bosco in cui hanno deciso di fermarsi. E’ l’inizio della fine: strani omicidi e presenze malefiche seminano panico e discordia nel gruppo ormai segnato dalla morte. Inutile dire che tornare a casa sarà molto difficile.
SMILE
(regia di Francesco Gasperoni – Italia, Marocco 2009 – durata 107’)
di Sonia Scorziello
Il cinema italiano è in pessime condizioni, tutti siamo a conoscenza dei tagli e delle scarse risorse che il governo mette a disposizione in questo settore, che resta pur sempre un’industria made in Italy. La situazione si aggrava ancor più quando un film come Smile viene prodotto con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Regione Lazio. Aggiungiamo che è distribuito da Cinecittà Luce, società pubblica operante come braccio attivo del suddetto Ministero e il dado è tratto. Insomma, irrita, e non poco, vedere i soldi dei finanziamenti pubblici buttati all’aria, mentre potrebbero essere investiti in opere prime valide di registi sconosciuti. Purtroppo invece assistiamo alla disfatta completa e la solita italietta continua a percorrere la solita corsia preferenziale.
Ma ciò che intristisce di più è vedere una co – produzione italo/marocchina andare così alla deriva. Rari e preziosi sono questi momenti dal respiro internazionale per il nostro cinema che comunque ci auguriamo un successo di botteghino, andando contro tutti i pronostici. Per il momento però, dimentichiamoci dei capolavori nostrani come Suspiria una delle pietre miliari del cinema horror, italiano e “accontentiamoci” di Smile una pellicola definita High Concept. Ovvero un film che dovrebbe basarsi su un’idea forte, facilmente trasmettibile al pubblico, con una storia il cui intreccio può essere descritto in una frase o due. L’idea invece è improponibile e confusa, non un thriller non un horror, ma solo un’accozzaglia di scene legate tra loro senza alcun nesso, né consequenzialità nelle azioni.
Durante una vacanza all’insegna dell’avventura sette ragazzi si ritrovano sperduti tra le montagne in Marocco. Con loro una Polaroid del 1966, che sembrerebbe dotata di poteri diabolici, i malcapitati trascorreranno giorni da incubo tra un massacro e l’altro.
Una macchina fotografica killer da fare invidia a Christine, ve la ricordate l’auto (una Playmouth del 1958) diabolica di Stephen King? Ovviamente con la Polaroid è tutt’altra storia.
Non regge infatti la suspense cercata a tutti i costi dal regista Gasperoni.
Anzi, a dire il vero, infastidiscono sopratutto gli escamotage imposti da chi scrive e cura la sceneggiatura: uno tra tutti il sobbalzo sonoro! Ovvero l’intento di colpire scientificamente a livello sensoriale con la solita scena. Per fare un esempio banale: il protagonista che si volta e vede una macabra scena e lo spettatore si becca una serie di bassi e acuti da sobbalzo sulla sedia. Ecco allora che i consueti meccanismi giocati sulla concentrazione a nulla servono, se nello script non c’è approfondimento, studio dei protagonisti e una storia coinvolgente da raccontare. In Smile, invece, si ride a ciò che dovrebbe far paura, certo complici sono le battute completamente fuori luogo e mal pensate. Lì dove occorrerebbe un’azione decisa si interviene invece con frasi tipo “dobbiamo fermare questa macchina fotografica!” Insomma il nostro Dario Argento avrà i brividi e suderà freddo innanzi a cotanto horror.
Dunque la sceneggiatura fa acqua in ogni dove e la regia non è da meno. A salvarsi dal disastro completo è la fotografia e il montaggio. Belle alcune immagini ricreate degli ambienti marocchini, ancor più considerevoli sono i colori e gli spazi naturali dei boschi. E’il caso di dire “spazi nostrani”, poiché la maggior parte delle scene sono state girate presso le fredde cascate del Monte Gelato.
Tuttavia dobbiamo pur considerare che siamo di fronte all’opera prima di Francesco Gasperoni e che se già ha avuto qualche esperienza sui set resta un talento tutto da scoprire. Il suo sogno, dichiara, è sempre stato quello di fare il regista ma la sua carriera è alquanto variegata. Certo però l’idea del titolo della sua prima fatica fa sorgere qualche dubbio “Una sera di qualche anno fa, mentre passeggiavo per il centro di Roma, sentii un turista che, prima di scattare l’ennesima foto ricordo delle sue vacanze romane, disse “smile” con uno stranissimo tono di voce e qualcosa, a quel punto, anche nella mia mente scattò. Di getto ed in un paio di giorni nacque così il soggetto di “Smile”, il thriller soprannaturale che abbiamo poi realizzato e che speriamo produca risultati sia nell’animo degli spettatori che al box office”.
E che dire poi della scelta degli attori? Iniziamo con Clarissa, la protagonista, Harriet MacMasters-Green, attrice sconosciuta, presenza scenica notevole, ma nulla di più. Totalmente incapace di entrare nel personaggio, non trasmette la benché minima emozione. Fin troppo impostata, la sua interpretazione risulta piatta e noiosa. Altro protagonista Robert Capelli Jr, nella parte di Paul, anche qui una prova molto deludente. Per non essere ripetitivi sorvoliamo sul resto del cast ad eccezione delle poche apparizioni di Armand Assante, attore notevole, capace di rendere vivo un personaggio anche con brevi comparse.
Dunque se siamo di fronte alla rinascita del cinema horror all’italiana (ultimamente abbiamo assistito a tre visioni “da paura” : Imago Mortis, Visions, Smile) poveri noi! Gli addetti ai lavori dovrebbero pensare seriamente a cambiare genere e dedicarsi alla commedia.
Posted: 26 agosto 2009
AA. VV. - USA - PARTE SECONDA
Nella Prima Parte dell’analisi è stato esplorato il mondo dei super eroi, l’ipotesi per cui film a loro dedicati incanalino le paure e i desideri della società disciplinandoli e controllandoli. Lungi dall’essere storie banali e senza spessore, ho cercato di sviluppare la tesi grazie alla quale in essi la società consumista trova le proprie ansie psicologiche soddisfatte, ed i sensi di colpa giustificati od emendati. Essi assumono quindi un ruolo politico chiaro ed importante.
Un ultimo elemento va considerato, vagliato il ruolo politico dei super eroi. Un altro livello argomentativo figura implicitamente: l’affermazione dell’immutabilità dell’assetto sociale. Sebbene presenti errori, produca nemici e mostri, può e deve esser corretto, ma non cambiato.
Batman, Spiderman o Superman, Iron man o I fantastici quattro, credono che il mondo sia sano nei suoi principi e non vada mutato, però salvato da elementi infiltrati, cellule malate, la cui presenza provoca il male. Senza i villains, vivremmo in un mondo giusto e solidale.
Il meccanismo di autodifesa ed autoassoluzione del mondo capitalistico oggi è più forte di sempre: lungi dal mostrare segni di una critica dei propri assetti finanziari o sociali, la classe dominante sembra ancora una volta voler rimuovere le sue mancanze. Il crollo dei mercati finanziari è stato presentato a reti unificate come il risultato di alcuni malvagi operatori, squali privi di scrupoli, e non l’effetto causale dell’economia capitalistica.
Il mondo occidentale appare poco intenzionato a correggersi, ed imputa a figure particolari (l’immigrato, il disoccupato, l’arabo), le proprie colpe, rimuovendole. Davanti a questo scenario, lo spettatore si trova assecondato e liberato dalle responsabilità, individuando nell’eroe – tipica espressione del mondo borghese – il salvatore della patria.
Il meccanismo è antico, e collaudato. Credo tuttavia che il supereroe porti con sé alcuni elementi di originalità capaci di svelare degli aspetti specifici dei tempi attuali. Se il cinema ha sempre offerto uomini straordinari, avventurieri, Rambo di ogni sorta, la massiccia produzione di pellicole intorno ai personaggi dei fumetti rivela a mio avviso un aspetto davvero inquietante. Afflitti da pericoli speciali, sommersi da crisi incredibili e di ogni sorta, le società contemporanee necessitano di campioni ‘potenziati’. Il classico cowboy, i vecchi paladini della libertà, non hanno la forza simbolica necessaria per salvare il mondo.
Oggi abbiamo bisogno di personaggi eccezionali, con super poteri. Sono loro che possono salvarci, altrimenti non c’è scampo. Identici a Cristo, ma areligiosi e commerciali, new age e postmoderni.
Che questi esseri non esistano rivela non soltanto l’impossibilità dell’arrivo di qualcuno capace di risolvere i guai del mondo, ma anche l’assuefazione dei popoli e la profonda paura nei loro animi. Se negli anni ’80 bastava il veterano Rambo a galvanizzare le coscienze, oggi il pubblico necessita di figure “extra umane”. La psicosi di massa che ci affligge produce e obbliga evidentemente ad assumere una medicina ancora più forte.
Il rischio finale è restare delusi. In un mondo in attesa di un salvatore, la paura maggiore è vedersi accontentati ma poi traditi dall’eroe stesso. Nelle recenti elezioni presidenziali, Barak Obama è stato visto come l’incarnazione dell’eroe americano in grado di salvare il pianeta. Non sembra casuale, dopo quanto si è detto, che in un recente numero in edicola di ‘Supereroi’, l’uomo ragno abbia incontrato il Presidente americano. Lungi dall’essere una boutade pubblicitaria, questa mentalità dimostra molto più di quanto possa a prima vista apparire.
Posted: 20 agosto 2009
regia di Bent Hamer - Norvegia/Francia 2009 – durata 90’
Una colonna sonora evocativa e insistente muove un’aria tra l’epico e il minimalista e dà il la all’apertura folgorante col bianco assoluto delle perenni nevi norvegesi.
Odd Horten, da sempre scapolo, è ingegnere macchinista: da quarant’anni guida il treno tra Oslo e Bergen e ogni giorno è uguale al precedente: dalla sua casa attaccata ai binari della ferrovia, cogli interni scarni dall’arredamento essenziale e datato, dopo aver coperto la gabbia dei pappagallini, Odd parte per la stazione di Oslo. Attraversa paesaggi al limite dell’umano e a sera arriva a Bergen dove una sua coetanea, l’amante di sempre, lo attende per un pasto caldo e poche parole. Ma stavolta Odd è all’ultimo viaggio prima della pensione e, terminato quello, la donna sa che sarà tutto finito.
Il regista Bent Hamer (da noi conosciuto per “Kitchen Stories” e “Factotum” in cui un Matt Dillon sui generis si cala nei panni d’uno scrittore maudit tratto dall’omonimo romanzo di Charles Bukowski) abbozza un mondo fondato essenzialmente sul ritmo produttivo-lavorativo. Un universo stabile, noioso ma sicuro ove però, di punto in bianco, pare affacciarsi il Caso: nella semplice constatazione della rottura della routine quarantennale. Un’uniformità segnata dal fischio del treno e dal bianco intenso e straniante del paesaggio che attraversa e dove Horten sta calmo, ordinario e amante della ripetitività che diviene quasi rituale: prepara ogni giorno il pranzo per la giornata, sale in cabina in testa alla locomotiva, s’accende la pipa e fissa il nulla bianco che gli corre dinnanzi agli occhi, rapito e incapace di qualunque commento.
Ma, paradossalmente, quando esce dai binari della propria normalità entra nella sfera reale a lui sconosciuta e piena di assurdo. Odd ha infatti vissuto la sua vita sulle rotaie, ma è infine giunto al binario morto, quello della pensione e così, inevitabilmente, la sua esistenza perfetta e allineata pare deragliare con lentezza inesorabile. Di qui innanzi Odd Horten incontra figure e situazioni fuori del seminato, in balia del caso, e le atmosfere fiabesche e monotone del film fanno sì che lo spettatore si culli tra levità e solitudine, ironia e dolore, stravaganza e imprevedibilità.
Tra i pochi, impercettibili rimorsi che Odd cova sotto l’azzurro malinconico dei suoi occhi c’è la vecchia madre, chiusa in una casa di riposo, una donna che saltava con gli sci dal trampolino e che non ha mai perdonato al figlio di non esservici dedicato… e una vita che, alla soglia della pensione, non sente più piena né sicura.
Ottimo Bård Owe (Odd Horten) già ammirato in “The Kingdom - Il regno” di un certo Lars von Trier in questo film che è di una lentezza straordinaria, in cui i dialoghi sono ridotti all’osso e a parlare sono spesso primi piani, aperture paesaggistiche o le singolari inserzioni del Caso.
Posted: 10 agosto 2009
regia di Sean Anders – USA 2008 – durata 107’
Ian Lafferty (Josh Zuckerman) ha ormai 18 anni ed è ancora vergine. Deriso da tutti, ancor più dal fratello maggiore Rex (James Marsden) e dal minore, è ormai deciso a cambiare la sua vita. E così, prima di diventare uno studente universitario, vuole porre rimedio almeno al suo intimo complesso, e per ‘fortuna’ il suo amico Lance (Clark Duke) è pronto ad aiutarlo.
A complicare le cose ci si mettono i sentimenti, innamorato non ricambiato della sua migliore amica, Felicia (Amanda Crew), Ian cerca rifugio su Internet. Ma la rete nasconde delle insidie per i poveri sprovveduti e tra una chattata e l’altra conosce la bella Ms. Tasty (Katrina Bowden), pronta a fare sesso con lui, se andrà a trovarla con la sua Pontiac GTO vintage.
Per realizzare il suo scopo tenta l’impossibile e ruba l’auto del fratello maggiore Rex e, insieme a Felicia e al suo caro amico Lance, intraprende un viaggio di ben 800 km, da Chicago a Knoxville.
Tuttavia, quello che in origine doveva essere solo un tranquillo viaggio in macchina di otto ore si trasforma in un’assurda maratona di tre giorni. I tre amici, infatti, si perdono nell’entroterra e finiscono per fare un tour panoramico delle strade secondarie del Midwest. Ian è in lotta contro il tempo: la sua amante virtuale è sempre più impaziente, e suo fratello maggiore potrebbe tornare da un momento all’altro dal weekend fuori città.
A complicare i guai di Ian ci si mette prima la macchina, poi un’inaspettata capatina dei tre amici in prigione, e ancora tante altre avventure e conversioni inaspettate.
Sex Movie in 4D
(regia di Sean Anders – USA 2008 – durata 107’)
di Sonia Scorziello
Divertente, Dissacrante, Demenziale e Duro. Eccole le 4D in Sex Movie non pensavate certo che dietro ci fossero degli effetti speciali in digitale? Al limite ci si può imbattere in qualche nudo o scena sexy, ma nulla di più. Un film dal vero umor “americano”, gag simpatiche ma demenziali, situazioni assurde che strappano un sorriso, una storia verosimile ma prevedibile e risaputa. Insomma, pare che anche questa estate debba trascorrere all’insegna della noia cinematografica, niente di nuovo. Sex Movie in 4D farà la sua comparsa il 14 agosto, dedicato ai giovani adolescenti, è un teen movie da ridacchiare, il tentativo di scovarci qualcosa in più lo lasciamo a voi spettatori. Intanto sappiate che c’è un viaggio su di una Pontiac GTO arancione, a bordo tre ragazzi: Ian, il protagonista deciso a perdere la verginità prima di andare al college, Felicia, la sua migliore amica di cui è innamorato, ma, a sua volta, lei ha una cotta per Lance, l’altro migliore amico. Ecco gli ingredienti del pasticcio, certo il brodo va sempre allungato e quindi spunta un tentativo di crescita e maturazione dei tre giovani condito da conversione Amish.
Dal canto suo il produttore Bob Levy difende a spada tratta il proprio investimento spiegando “Il film parla del viaggio e di tutte le cose assurde che accadono a Ian ed ai suoi due amici. Credo che ‘la strada’ in un film sia sinonimo di libertà e indipendenza. Cosa vuole un ragazzo se non la possibilità di poter prendere da sé le proprie decisioni? Fare le proprie scelte? Per il protagonista questo è un viaggio fisico oltre che emozionale, che lo farà crescere e diventare una persona del tutto nuova. Inoltre si riflette su come si cerchi l’amore nei posti sbagliati. Di come certe volte si pensi di volere solo il sesso e poi invece si capisce di aver bisogno dell’amore”.
A questo punto è doveroso ricordare che Sex Movie in 4D è stato tratto dal romanzo per adulti scritto da Andy Behrens, pubblicato dalla Alloy Entertainment di cui il capo è lo stesso Bob Levy. Come a dire “opera creata su misura per essere poi film e fare botteghino”.
Levy ha dispensato elogi anche per il talento dei due sceneggiatori, Sean Anders e John Morris, dichiarando che “Una cosa è essere divertenti, e ci sono molti sceneggiatori divertenti a Hollywood, questi ragazzi, però, sono anche molto intelligenti. Oltre ad aver creato delle battute originali e divertentissime, hanno anche raccontato una storia magnifica, con dei personaggi estremamente ben caratterizzati. Trovare tutte queste qualità riunite insieme è una cosa molto rara”.
Parlare di “storia magnifica” è a dir poco un eufemismo ma Anders e Morris hanno fatto del loro meglio per creare un film non troppo grossolano.
Una sceneggiatura ben curata con battute fulminanti, dialoghi surreali, e una bonaria presa in giro di Internet è lo scheletro su cui si regge l’intero Sex Movie
Ovviamente ci sono tutti i cliché della commedia demenziale, tanti rimandi ai film di John Hughes, autore di avventure adolescenziali come Bella in Rosa e Un Compleanno da ricordare. Ma in questa commedia c’è anche un tentativo di austerità.
Infatti tra i luoghi che Ian, Lance e Felicia visitano durante il loro viaggio, il più memorabile è senza alcun dubbio la comunità Amish, dove i tre amici fanno una sosta per riposarsi.
I due sceneggiatori hanno scoperto quanto sia significativa la comunità Amish nell’Indiana e nell’Ohio, e perciò hanno deciso di inserire nella storia una loro usanza poco conosciuta: la Rumspringa. Questa è un periodo nella vita dei giovani in cui viene permesso loro di esplorare il mondo esterno prima di impegnarsi per il resto della vita a rispettare le severe regole della chiesa. Quando un giovane Amish compie 16 anni, ha il permesso di sperimentare dei comportamenti considerati proibiti.
Inutile dire che il trattamento del tema e della comunità nel film viene completamente stravolto ma d’altronde lo si poteva inserire solo ridicolizzandolo in una commedia semi-demenziale.
Per quanto riguarda il cast, da citare il bravo Seth Green, nelle vesti di Ezekiel, l’ironico Amish, e James Marsden, Rex, il fratello maggiore di Ian. Bravo e versatile il giovane attore versatile, cambia personaggi con facilità estrema: dal supereroe integerrimo (Ciclope in X - Men) al principe tontolone di Come d’incanto, dal protagonista romantico di 27 volte in bianco a quest’ultima fatica, omofobo contro i gay a tutti i costi.
In conclusione, per ridere e non pensare Sex Movie in 4D è un film eccellente.
Posted: 10 agosto 2009
Fazi, 2009 – euro 13,50 – pp 93
Questo breve romanzo del 1990, riesumato da Fazi, che ha già in catalogo diversi titoli del narratore americano – “Mele bianche”, “Il Mare di legno”, “Zuppa di vetro”, “I bambini di Pinsleepe”, “Tu e un quarto”, “Ossi di luna”, “Gli artigli degli angeli”, “Il matrimonio dei fiammireri” e “L’assenza” – è un libro assai bizzarro e sulla stessa falsariga dei precedenti.
Ingram York, voce narrante, ha perso il proprio compagno in un recente terremoto a Los Angeles. Nei giorni che seguono conosce Michael Billa che diviene suo amante e che passa il tempo a raccontargli delle buffe storie: fra queste il ricordo dell’infanzia quando veniva attaccato dai coetanei perché obeso e goffo ed era difeso dal suo migliore amico del liceo, Clinton Deix, un bullo schizzato di testa. Da qui in avanti la storia procede per una serie di vicende assurde. Nella narrazione lineare ma irrazionale di Carroll, Clinton Deix è riapparso nella vita di Billa, ora quarantenne, esattamente com’era allora: quindicenne e pericoloso. Il giorno della reunion Clinton si fa prestare la macchina di Billa per mettere a posto delle faccende che porteranno degli sconvolgimenti nelle esistenze di molti personaggi.
Il nucleo tematico del romanzo gira attorno alla complementarità degli esseri umani, delle loro storie che s’incrociano o nell’aura che vien fuori quando due anime “gemelle” si scontrano. L’idea base in “Black Cocktail” è che codesti elementi non sempre compaiono nelle nostre vite come ce li attendiamo o desideriamo e il finale, in tal senso, è assolutamente amaro: Ingram comprenderà che le linee che solcano i palmi delle proprie mani sono segni irripetibili di un’identità non unica ma molteplice.
Siamo nell’ambito d’un genere misto, lontano da quel “fantastico” che molti critici credono di aver individuato. Infatti, in linea col suo celebre omonimo inglese, Carroll impasta assieme alcuni tipi letterari: c’è la componente sentimentale ed elementi derivati dalla psicoanalisi, soprattutto nella ricerca dell’io nascosto, losco e pericoloso che molti suoi personaggi intraprendono. L’effetto, sempre straniante, è un mix di noir, surreale, magico e orrorifico alla base del quale si trova l’incongruente che abita tutta la narrazione carrolliana: procedono sempre sullo stesso binario, l’uno di fianco all’altro, il mondo e il non-mondo. Così, sullo sfondo di una realtà assolutamente ordinaria s’affollano e interagiscono persone normali assieme a cani parlanti, defunti, fantasmi, incubi e follie di varia natura. Una lettura d’impressionante impatto visivo.
Posted: 10 agosto 2009
regia di Gillian Armstrong – Australia, Gran Bretagna 2007– durata 93’
Nel caldo estivo inesorabile della capitale si aprono sale d’essai all’aperto e tante rassegne cinematografiche interessanti. Ecco allora che si scovano dei veri e propri “reperti”, passati in sordina, per merito o meno, riproposti nelle torride serate d’agosto.
E’ il caso di Houdini – L’ultimo mago. Un film sulla magia dell’amore e non solo, che rivisita la vita dello straordinario illusionista vissuto nei primi del Novecento.
Lo spunto prende le mosse da un episodio reale della vita del grande Harry. Ossessionato dal rimorso nei confronti della mamma, è pronto a ricompensare con diecimila dollari chiunque si dimostri capace di svelare le parole proferite dalla donna in punto di morte. E il compenso non tarda ad attirare l’attenzione di una truffatrice locale, Mary McGavie, (Catherine Zeta-Jones) che con la figlia Benji (Saoirse Ronan) si esibisce in performance da “sensitiva”. Così, l’amore e l’attrazione fanno il loro corso e quella che è nata come una truffa si trasforma lentamente in qualcosa di assai più complesso. Ma la relazione tra i due è avversata da mille ostacoli, alcuni imprevedibili, altri rivelati dalla stessa magia.
Una ricostruzione scenografica accuratissima e un cast quasi d’eccezione provano a rendere forte una trama che sulla carta era del tutto indovinata. Già, è il caso di dire “era indovinata” perché l’esperta Armstrong si è persa in riflessioni paranormali e nei languidi sguardi della bella Zeta-Jones. Alla fine il risultato è un film né romantico né illusionista. Bastavano più ghiaccio, più acqua, più catene, un pizzico di noir in più e il gioco era fatto. Peccato.
La regista, invece, ha deciso di privilegiare il taglio della storia d’amore cercando però di non banalizzarla. Ci riesce, solo in parte, grazie al concorso di alcuni fattori positivi. Innanzitutto la fama del suo protagonista e la giusta scelta dell’attore Guy Pearce. Interpretazione magistrale, con la sua faccia da “memento” dichiara di essere stato subito rapito dal suo personaggio “Anche se di nuovo stavo per interpretare una persona realmente esistita, questa era una storia più fantasiosa (rispetto a Factory Girl) perciò non avrei dovuto essere così rigido nel seguire il risultato della storiografia. La parte fisica, invece, è stata una sfida. Ho dovuto prepararmi molto, imparare a trattenere a lungo il respiro e anche appendermi a testa in giù per diverso tempo. Ho imparato in quale modo straordinario il nostro corpo può trasformarsi”.
Altra presenza eccezionale è la prestazione di Saoirse Ronan nei panni della figlia di Mary. La piccola attrice riesce in un mix perfetto tra vitalità giovanile e precoce cinismo. Ancora pochi film all’attivo, ma certo non ci stupiremo di rivederla presto sul grande schermo.
Catherine Zeta-Jones è come al solito bellissima e vera “fantamedium”. Nulla di più.
Houdini-L’ultimo mago resta comunque un discreto esempio di romance non totalmente banale. Molto suggestiva l’ambientazione e la cornice un po’ gotica e fatata, come da manuale. Tutto è servito certo d’aiuto a dare qualche punto in più ad una sceneggiatura (come preannunciato) a tratti troppo centrata sulla storia d’amore e meno sugli accadimenti che vi ruotano intorno. Tuttavia, ciò che è davvero mancato alla pellicola è stata la vera tensione, uno studio psicologico attento dei personaggi e dei dialoghi meno piatti e noiosi.
Così, mentre il secondo tempo sterza fin troppo sulla love story, creando non poche perplessità, con qualche escamotage si tenta di salvare, in parte, capre e cavoli con un finale a sorpresa che offre qualche soddisfazione agli spettatori più scettici, ma non fatevi troppe illusioni.
Se, infatti, partite con l’idea di vedere un film che possa almeno un minimo ricordare quel piccolo capolavoro di The prestige ne resterete delusi.
Posted: 10 agosto 2009
AA. VV. - USA - PARTE PRIMA
Negli ultimi dieci anni il mondo cinematografico hollywoodiano ha prodotto una quantità incredibile di lungometraggi intorno ai supereroi dei fumetti: Superman, Batman, Spiderman, Iron man, ecc.
L’eccezionale riscontro di pubblico induce una riflessione sui meccanismi psicologici e sociali sottostanti tale successo, perché, a mio avviso, non riflette un semplice e normale entusiasmo per storie straordinarie, ma nasconde un sentimento più complesso e serio.
Se si studiano le trame dei film che hanno battuto i record d’incasso, ovvero Superman returns, Batman-the dark night e Spiderman, notiamo alcune caratteristiche in comune su cui vale la pena soffermarsi.
In un ottimo libro di Franco Moretti, Segni e stili del moderno, lo studioso analizza la funzione del romanzo nell’ambito della cultura ottocentesca. Le storie di Frankenstein o Dracula, certamente suscettibili di moltissime interpretazioni, possono anche esser lette come luogo in cui le pulsioni della società, le proprie paure, vengono incanalate e anestetizzate. Senza entrare nella disamina e nelle sue motivazioni, è possibile prendere in prestito siffatto suggerimento e applicarlo alla realtà contemporanea. La creazione del consenso e la necessità di fornire una valvola di sfogo ad una popolazione inquieta stabiliscono che il fine di una certa letteratura non è – spesso si crede – evadere dalla realtà o criticarla, ma al contrario proteggerla dalla pulsioni in grado di minacciarla.
Il mondo attuale vive una crisi economica e sociale certamente globale. Il mercato di massa sembra aver perfettamente recepito tali istanze, adeguandosi rapidamente. Il successo di storie di vampiri, polizieschi, misteri vari, sta qui ad indicare non tanto il gusto del pubblico quanto la sua condizione psicologica in tempi di crisi.
I supereroi, nell’ottica esposta, credo rappresentino l’apice critico di una classe sociale incapace di affrontare le sue ansie, perché iscrivibili nello stesso schema, ma con una caratteristica in più di cui nella Seconda Parte mi soffermerò.
In Superman returns ed in Spiderman 2 un elemento fondamentale offre interessanti spunti di riflessione: quando l’uomo d’acciaio sta per salvare il pianeta da un enorme masso in espansione (masso gettato in mare che, se non rimosso, inonderà gli Stati Uniti), rischia di morire perché in esso ci sono tracce di criptonite, minerale in grado diprivare il nostro dei suoi poteri. La scena clou mostra superman mentre scaglia nello spazio il macigno, ma poiché esposto alla radiazione della criptonite, in quell’istante si ritrova semplice uomo e cade sulla terra, privo di sensi. Per un attimo viene inquadrato fluttuante nello spazio, a braccia aperte, come un cristo in croce. Egli cadrà al suolo, lotterà fra la vita e la morte, e solo la scoperta di esser padre lo farà risorgere.
Una avventura simile accade all’uomo ragno. Intento a bloccare un treno impazzito che sta per precipitare dalle rotaie perché distrutte, Peter Parker riesce nel miracolo ma lo sforzo sovrumano gli fa perdere i sensi. Nel frattempo ha perso la sua maschera, e mentre sviene davanti al cratere provocato alla fine dei binari, si vedono delle mani che lo sorreggono. Sono i passeggeri i quali, sollevandolo, lo fanno passare sopra le loro teste, svenuto, fino ad adagiarlo nella carrozza. Anche lui è a braccia aperte, nella posizione del cristo crocifisso.
In entrambi i casi il riferimento cristologico è più che scontato. Il super eroe è sì invincibile, ma anche umanissimo. Come il Padre abbandona il Figlio, rendendolo “privo dei suoi poteri” ed umano, così Superman e Spiderman salvano il mondo quando si fanno uomini. È la loro umanità a redimerci, ed è da essa che poi ‘risorgono’ e, riacquisendo il loro dono, vincono il nemico.
Il riferimento, seguendo le metodologie analitiche del filosofo Žižek a proposito del significato del cinema, non è da accantonare frettolosamente. Se tale simbologia è ovvia, vi sono tracce di un percorso psichico più complesso. Nel mondo del commercio e della morte della spiritualità, l’eroe, a differenza di Cristo, si sacrifica, certamente, ma rinasce in questa terra. Egli non vive alcuna rinuncia, se non quella di pensare ai fatti propri e godersi la vita, ma è una perdita in fondo accettata e compensata dai successi. La sua dimensione è tutta terrena, e sebbene i riferimenti biblici siano continui, resta invero un prodotto del mercato americano.
A proposito dei Supereroi
(AA. VV. – USA- PARTE PRIMA)
di Andrea Comincini
La società, di fronte a questi blockbuster, dimostra un entusiasmo incontenibile dovuto a mio giudizio, a quel compito precedentemente individuato, ovvero incanalare le pulsioni di un mondo che si sente minacciato ed indifeso. Successivamente si approfondirà il ragionamento, ora è opportuno soffermarsi su un altro film di cui ho già scritto una recensione positiva, ovvero Batman, The dark knight.
La rivisione della pellicola in lingua originale ha evidenziato alcuni elementi molti interessanti. Fra tutti, il più stimolante per l’analisi appare essere un semplice riferimento fatto nei confronti del procuratore distrettuale Harvey Dent, destinato a divenire il famigerato criminale Due Facce. Egli viene chiamato: “il nostro White Knight”. Nell’economia del film, non è casuale: la contrapposizione con l’altra metà della medaglia, Batman, è palese. Durante lo svolgimento della trama, accadono fatti imprevisti, e pian piano emerge il disegno criminale del Joker. Il suo obiettivo non è Batman o il Commissario Gordon, ma Dent stesso. È lui il simbolo della città, la sua faccia pulita che se sporcata procurerà un danno incredibile all’immagine stessa della Giustizia. Purtroppo il clown riesce nell’intento, e la città si troverebbe disarmata e nel panico se giudicasse il suo eroe simile in realtà al nemico ufficiale. Quando il film si avvia alla conclusione, Batman prende sulle proprie spalle il peso dei crimini commessi da Harvey Dent, affinchè egli resti agli occhi del mondo immacolato. L’ispettore Gordon, testimone del segreto, spiega al figliolo a lui vicino che Batman può sopportare il peso di questa ingiustizia e delle accuse che cadranno su di lui, perché è il loro Dark Knight, il cavaliere oscuro.
Il film ha letteralmente sbancato i botteghini di mezzo mondo, divenendo presto un cult. Qui tuttavia ci interessa maggiormente tentare di sviluppare una associazione fra il ruolo del personaggio Batman con la politica americana nella lotta contro il terrorismo. Di fronte alle violazioni dei diritti umani commesse dalla CIA negli anni recenti nei confronti di varie popolazioni, l’amministrazione americana ha sempre cercato di negare e, quando chiaramente smascherata, ha lasciato passare il messaggio per cui “qualcuno il lavoro sporco lo deve fare”, ma non si può dire ufficialmente.
La storia di Batman pare proprio avvalorare questa politica. In fin dei conti, gli Americani ricchi, e tutti coloro facenti parte della upper class, con il loro falso perbenismo, vorrebbero usare gli stessi supposti metodi del nemico per continuare a vivere dei propri egoismi, ma la loro coscienza pubblica non glielo permette. Pubblica, appunto. Così, se molti biasimano i modi brutali con cui la CIA opera, il sentimento sembra essere fortemente ipocrita, perché maschera in realtà la gratitudine della borghesia desiderosa di non esser disturbata né di assumersi alcuna responsabilità per coloro che fanno quanto inaccettabile ufficialmente, ma auspicabile in segreto.
Il messaggio del film quindi sembra infine: dobbiamo salvare la faccia delle istituzioni e non rivelare che spesso sono come il loro peggiore nemico, e anche se in realtà lo sappiamo dobbiamo negarlo. Cosa fare allora? Qualcuno deve sporcarsi le mani, e questo qualcuno sono i servizi segreti. In Batman, è l’uomo pipistrello ad assolvere l’arduo compito, e sebbene sarà odiato e braccato, tutto sommato dobbiamo essergli grati. (CONTINUA…)
Posted: 10 agosto 2009
Città del Sole edizioni, 2004 – Euro 9,00 – pp.126
“Fu, insomma, un esiliato a vita, una di quelle grandi, titaniche figure della storia che hanno dovuto custodire e soffrire il loro sconfinato amore patrio lontano dalla terra natale, nel gorgo di una nostalgia che avrebbe potuto diventare disperazione e che invece divenne lucidità della coscienza, lungimiranza del progetto, instancabilità dell’azione, efficacia del pensiero e dello scritto, radicalità etica e civile, ispirazione poetica”. Così commenta la personalità enorme di Josè Martì lo studioso Gianpietro Schibotto, lettore a Cuba di cultura italiana, nella raffinata ed esaustiva introduzione a questi Versos Sencillos.
Difficilmente parole più adatte potrebbero esser trovate per riassumere la poliedrica figura del grande rivoluzionario cubano: poeta, filosofo, attivista politico ma soprattutto essere umano. Se infatti affiora chiaro il profilo del combattente per la libertà, il lettore potrà cogliere pienamente la complessa personalità di Martì afferrando l’elemento comune, il filo rosso che unisce tutte le sue attività, ovvero l’amore per l’Uomo.
I Versi semplici, un piccolo componimento scritto a New York nell’anno 1891, raccontano questa vocazione ad amare e capire, ma anche a lottare e ferire – se necessario. Scrittore instancabile e prolifico come pochi, Martì compone questi bellissimi versi il cui oggetto riguarda la vita di tutti i giorni, quindi l’amore, la sofferenza, le battaglie, la caduta. ‘Semplici’ certamente non per un contenuto banale o per uno stile infantile, la poesia del cubano si rivolge alle piccole care cose di ogni giorno, spesso dimenticate o sottovalutate, o schiacciate da pesanti concetti metafisici. Semplici perché vengono da “un uomo sincero” come si definiva il poeta, e conseguentemente incapaci di tradire, nascondersi, ma aperti alla vita e sempre umanissimi.
Il contesto nel quale prendono vita è individuabile nel periodo della conferenza panamericana del 1889-1890: Martì era fortemente preoccupato che la situazione per la sua amata isola peggiorasse, e lo stress che subì lo costrinse a riposarsi a New York per un po’, presso le montagne di Catskills. Qui, dopo un periodo di scarsa ispirazione, trovò finalmente nuove energie, e scrisse i magnifici versi proposti in questa importante edizione della Città del Sole.
Le poesie non necessitano di commenti particolari od avvertenze speciali, se non quella di non confonderne la semplicità con la “monotonia” di contenuto. Dalla lettura, al contrario, emerge una fortissima poliedricità di figure e suoni, ma soprattutto di significati. La chiarezza dell’arte martiana non preclude ad una complessa visione del mondo e delle cose. Anzi, sembra suggerire l’autore, proprio attraverso di essa è possibile capire il senso della vita, e non grazie ad astruse elucubrazioni complicate.
“Io che vivo, benché già morto,/Sono un grande scopritore /Perché ieri notte ho scorto/ La medicina dell’amore./ Quando il peso della croce sente, / L’uomo a morire acconsente/ Fa del Bene, e poi riappare/ Avvolto di luce in un mare.”
Poche righe riassumono la biografia del poeta, costretto all’esilio e a vedere la propria moglie ed il suo bambino tornare a Cuba, perché stanchi di quella vita. Martì soffrì enormemente per tale situazione, ma non rinunciò ai suoi ideali. Sebbene già morto, ovvero votato alla sua causa senza risparmio, riconosce nel buio della notte che solo l’amore riesce a consolarlo, dono tuttavia ormai lontano. Lo sconforto è grande, ma non c’è titubanza od esitazione. Sotto il peso della croce, egli non fugge ma dice sì.
Ancora, in un altro componimento, il senso del dovere è reso sempre più forte: “ […] Andiamo, dunque, virile figlio mio: / Andiamo entrambi: se io muoio,/ Dammi un bacio: se tu… preferisco/Morto vederti piuttosto che vederti vile”. Davanti alla lotta per la libertà non c’è legame od esitazione che tenga: non c’è la fuga. Se un figlio scappasse, o tremasse, ebbene meglio seppellirlo che saperlo traditore. Il rivoluzionario caduto in battaglia merita un bacio, perché ha onorato i suoi ideali, e non necessita di vuote commemorazioni o dolore. Egli è più vivo dei vivi, perché incarnare un’idea rende immortali. Riguardo l’esser già morti, Che Guevara affermava lo stesso concetto: solamente quanti hanno in mente di esser da tempo sepolti possono affrontare il nemico senza paura. È una vocazione alla libertà ed all’indipendenza senza possibilità di compromesso.
Questo spirito nobile e profondo emerge come acqua fresca di sorgente dai versi di Martì, ed è fonte eterna alla quale dissetare l’anima. L’umanità delle e per le cose semplici ricorda una bontà ancestrale quasi dimenticata, ma ancora presente dentro di noi, una tenerezza appartenente ormai solo agli occhi dei bambini, ai quali il poeta dedicò numerose pagine e componimenti.
Forza e tenerezza sono un binomio indissolubile nell’azione del rivoluzionario, ma anche dell’artista. Così Martì canta: “Cosa importa se il tuo pugnale/ Mi penetra nel fianco vivo?/ Ho i miei versi che scrivo, Più forti del tuo pugnale! […]”
La raccolta è un omaggio non soltanto a chi conosce la figura del poeta Martì, o di chi ama il rivoluzionario, o l’eroe dell’indipendenza, ma riguarda tutti coloro che sono alla ricerca di un poesia vera e delicata, gentile e contemporaneamente forte e piena di vita.