Paul Auster, Timbuctù
(Einaudi, 2000 - euro 9,80 - pp. 151)
di Mirko Zilahy De Gyurgyokai
A metà degli anni ottanta, i bookshop americani furono seppelliti sotto il peso delle innumerevoli copie del romanzo di uno scrittore sino allora sconosciuto ai più. Paul Auster, nato a Newark, New Jersey, nel 1947, neanche quarantenne, popolava l'universo instabile e faticoso ove da sempre dimorano i precari delle lettere. A quella data Auster aveva accumulato un'enorme esperienza vitale in giro per il mondo, soggiornando lungamente a Roma, Madrid, Parigi, Dublino e disperdendo le proprie energie fra insegnamento, incarichi irregolari (nel 1977 presenta alla fiera del giocattolo di New York un gioco di carte da lui inventato e chiamato "Action baseball"), qualche sporadica traduzione e un numero imprecisato di fallimenti letterari, tra cui spicca quello di ghost writer. (Cfr. Le trame della scrittura, intervista di Matteo Bellinelli, Casagrande, Bellinzona, 2005, euro 9,50, pp. 94).
Il libro capace di cambiare la vita di Auster e, in parte, la storia della letteratura americana recente, Città di vetro (1985) - primo della ormai celeberrima Trilogia di New York (1987) i cui due capitoli successivi sono Fantasmi e La stanza chiusa (1986) - esplose velocemente negli States, determinando sensazionale consenso a livello globale, ma impiegò quasi dieci anni a trovare un editore italiano: Einaudi.
Ivi l'immagine di una metropoli sfuggente e intricata, una New York che tende a dissolvere la personalità dei suoi abitanti, si combinava con un'abilità speciale nel tessere intrecci complessi e orientati al giallo deduttivo di Poe. Per lo stile narrativo semplice e chiaro è stato paragonato a romanzieri del '900 americano come Faulkner o Steinbeck. A tali elementi d'atmosfera e di stile si somma un fortissimo ascendente filosofico-letterario tradotto, fra l'altro, nella profonda riflessione sulla dottrina del caso. Le considerazioni, espresse o sottintese, sull'influenza di un fato che assedia il mondo e gli uomini tutti, reggono le fila dell'intero discorso poetico dell'autore americano. Ciò accade tanto a livello implicito - tra le riflessioni di carattere autobiografico sulla morte del padre, sull'assenza come suo tratto essenziale in vita, sull'irrealtà stessa del mondo cosiddetto reale - in L'invenzione della solitudine (1982), sia apertamente in Esperimento di verità (1990). Qui torna infatti il tema dell'assenza di significato, in maniera tanto emblematica da divenire principio fondamentale e apparato regolatore dei 24 aneddoti-racconti del libro, il cui inciso di copertina recita la massima: "Come un piccolo contrattempo può cambiare il corso della nostra esistenza".
Nella stessa direzione, ma con significative variazioni sul tema, muove ancora Auster nei romanzi tradotti in Italia coi titoli La musica del caso, Moon Palace, Leviatano, Il libro delle illusioni, Mr. Vertigo, i quali lo ripresentano in veste di abile tratteggiatore di un universo assurdo, incomprensibile e intricato, inabissato in una solitudine che ha del siderale, sempre e comunque dominato dalle leggi inaccessibili del caso.
In Timbuctù (1999) Auster sfiora maggiormente le corde di un sentimentalismo che pare rallentare, quando non frenare del tutto, il rapido meccanismo di riflessione filosofico-quotidiana che è il marchio di fabbrica dello scrittore americano. Il protagonista qui è Mr Bones, randagio i cui pensieri, combinati in un fitto dialogare col poeta, vagabondo e ubriacone, Willy G. Christmas, suo padrone, sostengono l'intera narrazione. Nella prima parte la storia interiore di questa reciproca fedeltà attraversa il resoconto del viaggio di Willy a Boston: costantemente sull'orlo della fine, alla ricerca dell'insegnante di
letteratura che, unica, lo assecondò nella passione giovanile per la
poesia, nella città di Poe trova finalmente pace. La seconda unità narrativa descrive l'affannosa ricerca effettuata da Mr Bones. Ricerca inizialmente di un altro essere umano cui affidarsi, poi, compresa la banalità e la meschinità dei più e la straordinarietà del defunto padrone (grazie ad un abbondante utilizzo del flashback), del favoloso paese di Timbuctù.
Certo, al centro del discorso campeggia ancora l'idea della destabilizzazione del mondo reale - è evidente una feroce critica alle strutture sociali e ai costumi americani - e del disfacimento di ogni certezza interiore - la morte bivacca lentamente per tutto il romanzo: sin dalla prima pagina il cane, testimone della tosse terribile del padrone, riconosce che "l'odore della morte si era insediato in Willy G. Christmas". Ma l'accento più degno di nota, anziché sul poderoso impianto teorico degli altri testi, cade stavolta sul duplice rovesciamento del punto di vista "normale". Auster dà voce a due assoluti outsider della vita "civile", Willy e Mr
Bones: un ubriacone quasi pazzo e un povero randagio.
Il poeta alcolizzato è sempre sulla soglia del manicomio (tenta di convincere la madre esaurita che Babbo Natale, tatuato sul braccio destro, sia un'incarnazione del Buddha) e gratifica il proprio cucciolo coi principi dell'ideologia stradaiola: "Più avevi una vita disgraziata e più eri prossimo alla verità, al punto nodale dell'esistenza".
L'esito è disuguale. Intelligente e gustoso laddove prevalgono gli argomenti cari a Auster come le contraddizioni e incoerenze dell'essere, finanche canino, in conflitto con la supposta uniformità degli istituti civili. Questi, anche attraverso l'affermazione decisa dell'instabilità personale, tendono a mettere in luce e l'assurdità del mondo reale e l'irragionevolezza del senso di un ordine universale: la vita è solamente un enigma che produce "portentosi e ubriacanti paradossi". Meno buoni i passaggi che portano Mr Bones all'avventuroso parapiglia monologico in chiave autocommiserativa, ove la riflessione da filosofico-interiore si fa sentimentale e tendente al patetismo.
Timbuctù è un libro inconsueto, anche all'interno della produzione austeriana; e divertente, quando non scade in tirate sentimentali. La qualità più notevole sta forse nell'atmosfera picaresca e surreale che le vicende della strana coppia cervantesiana "mettono in strada" nella prima parte del romanzo. La prosa celere e cattivante di Auster, combinandosi alle sostanze discordi che affollano la mente sistematica, mordace e irriducibilmente vitale del vagabondo morente, produce l'effetto di vaga e beffarda melanconia del testo: "Sono sempre stato una creatura malfatta, Mr Bones, un groviglio di contraddizioni e incoerenze, un tiro alla fune di troppi impulsi. Da una parte, la purezza di cuore, la bontà, l'aiutante fedele di Babbo Natale. Dall'altra, il tipo strambo che parla a vanvera, il nichilista, il buffone stralunato. E il poeta? Si è piazzato in un punto intermedio, immagino, nell'intervallo fra il meglio e il peggio di me. Né il santo né l'ubriacone che spara battute. L'uomo con le voci nel cervello".
In fondo al percorso vitale, umano e ferino, ritratto da Auster, v'è un "mondo dopo" per raggiungere il quale è necessario attraversare "un'immensa distesa di sabbia e calore, dominio del nulla eterno". Il tragitto tuttavia non è difficile né scomodo. A Willy basterà infatti "un battito di palpebre per coprire l'intera distanza"; a Mr Bones, molte pagine e molti accidenti più in là, sarà sufficiente, più prosaicamente, metter piede sulla superstrada a sei corsie per raggiungere il padrone a Timbuctù.