Paul Auster, L'invenzione della solitudine

Einaudi, 1997 - euro 9,50 - pp. 179

di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

L'invenzione della solitudine

Autobiografico, accattivante e terribile per la prima met - in cui Auster veste i panni di figlio - pi ponderato e razionale nella seconda - ove compare in vece di genitore - il libro conserva una sua costante lucidit. Materia torbida, cui si sovrappone la grande capacit introspettiva di Auster che analizza se stesso a poche settimane dalla scomparsa del padre scoprendosi a ragionare sull'esistenza, e la morte, di uno sconosciuto, quasi d'un estraneo. in una casa ormai vuota, si trova a rimettere insieme i frammenti di vita che gli oggetti ivi racchiusi naturalmente porgono, assieme ai ricordi d'un'infanzia incolore e di una vita coniugale altrettanto sbiadita.
Dell'incipit sorprende la fredda trasparenza con cui la voce narrante dell'autore esamina la morte del congiunto in quanto accadimento naturale, sconvolgimento inesorabile di una norma acquisita come la vita: "Un giorno c' la vita. Per esempio, un uomo sano, neanche vecchio, senza trascorsi di malattie. Tutto com'era prima e come sar sempre. Passa da un giorno all'altro pensando ai fatti suoi, sognando solo il tempo che ancora gli si prepara. Poi, d'improvviso, capita la morte. Un uomo esala un leggero sospiro, si abbandona sulla sedia, ed la morte. La sua subitaneit non lascia spazio al pensiero, non d occasione allo spirito di cercare una parola che possa consolarlo. Restiamo soli con la morte, col dato inoppugnabile della nostra mortalit".
Queste prime parole suonano d'impersonalit, ma forse solo uno sguardo indeterminato e assoluto che - compiendosi attraverso quei due presenti definitivi "capita" ed "" - si pone in forte contrasto con un'ipotetica partecipazione filiale e la quotidianit del quadro che segue la cesura operata da uno spazio bianco nel corpo del testo: "La notizia della morte di mio padre mi ha raggiunto tre settimane fa. Era una domenica mattina, e stavo in cucina a preparare la colazione al piccolo Daniel, mio figlio. Di sopra, mia moglie era ancora a letto che si godeva qualche ora di sonno supplementare al caldo delle coperte. Inverno in campagna: un mondo di silenzio, legna fumante, bianco".
Paul Auster raggiunge il New Jersey con la sensazione dell'improvviso bisogno di scrivere del padre, quasi a volerne cos recuperare velocemente i contorni di una vita per molti versi inesplorata. Comincia perci a cercarne tracce e testimonianze nell'abitazione, scoprendone per ben presto l'assoluta mancanza: "Non aveva moglie, n una famiglia che dipendesse da lui, nessuna vita sarebbe stata modificata dalla sua assenza. Forse per un attimo avrebbe spaventato un gruppetto di amici, scossi non meno dall'idea dei capricci della morte che dalla perdita subita; ma sarebbe stato solo un breve cordoglio, poi pi nulla. Come se non fosse mai vissuto".
Di qui innanzi la componente "assenza" si fa preponderante, divenendo mano mano - a livello linguistico-argomentativo - il centro della narrazione in tutte le sue sfumature; da ci discende, non a caso, il titolo di questa prima parte, "Ritratto di un uomo invisibile". Un uomo di cui il figlio si spinge addirittura a scrivere che "era assente gi prima di morire, e le persone pi vicine a lui avevano imparato da un pezzo ad accettarne l'assenza, considerandola il tratto pi essenziale del suo essere". Sul paradosso di quest'assenza dell'essenza vitale del padre prosegue il discorso intimo e organizzato di Auster che scava in profondit le ragioni di quella distanza dalla vita. Ne emerge un profilo d'un'umanit diafana, costretta nelle abitudini d'una vita borghese autoalienante condotta al limitare delnulla: "Digiuno di passioni per le cose, le persone o le idee, incapace o avverso a svelarsi in qualsiasi circostanza, era riuscito a mantenersi staccato dalla vita evitando di tuffarsi nel vivo delle cose. Mangiava, andava a lavoro, aveva amici, giocava a tennis, eppure non era presente. Era un uomo invisibile nel senso pi profondo e pi concreto: invisibile agli altri, e molto probabilmente anche a se stesso [...] La sua morte non ha cambiato nulla. L'unica differenza che mi manca il tempo".
Un ritratto in absentia d'eccezionale vigore descrittivo, eseguito sulle tonalit della trasparenza, combina nebulosit della sostanza e consistenza vitale in una mescolanza che si proietta nelle successive caratterizzazioni paterne: "un blocco di spazio impenetrabile" o "letargo emotivo" o ancora "non avevi mai la sensazione di poterlo localizzare", "un perpetuo outsider, turista della sua stessa vita. Non avevi mai la sensazione di poterlo localizzare". In questo universo incolore si colloca la cupa casa tudoriana, vero e proprio specchio dello spirito del suo dimorante. Trascurata, scura e disadorna l'abitazione diviene per Auster sintomo dello stato mentale dell'uomo che gli stato genitore e metafora di un intero mondo interiore. Della stessa impercettibilit fan parte gli oggetti con cui si trova a dialogare, i quali assumono significato solo in funzione della vita che ne fa uso: "quando essa giunge al termine le cose cambiano anche restando uguali. Ci sono e non ci sono, come spettri tangibili, condannati a sopravvivere in un mondo dove non hanno pi posto".
L'essenza delle cose dunque irrilevante, se non nell'esercizio della vita di cui son state oggetto ma, nel caso specifico, esse si trovano a riflettere il nulla di una esistenza pressoch nulla. Quegli spettri tangibili - altro ossimoro annullante - prendono le forme dei vestiti morti nell'armadio, di calzini abbandonati, d'un rasoio elettrico colmo di polvere di barba, o di un flacone di tinta per capelli, e si mostrano come inutili epifanie, "il rivelarsi improvviso di cose che nessuno vuol vedere, che nessuno desidera conoscere"; in esse Auster ravvisa una qualit di violenza e orrore: "In s le cose non significano nulla, come gli utensili da cucina di una civilt scomparsa; e tuttavia ci dicono qualcosa, imponendosi non in quanto oggetti, ma come avanzi del pensiero, della coscienza, emblemi di una solitudine ove l'uomo giunge a prendere le decisioni personali; se tingersi i capelli oppure no; se indossare l'una o l'altra camicia, se vivere o morire".
Oggetti consueti che rilasciano nell'ambiente echi di vuoto e rendono una volta per tutte il senso di assoluta precariet dell'esistenza a questo mondo, che mostra cos i suoi tratti d'irrealt. In un sistema in tal modo concepito la morte stessa, in fin dei conti, solamente una delle forme dell'assenza, del nulla, del vuoto che circonda l'essere e avvolge il mondo: un segno.
E su tale rotta affascina enormemente, di fianco alla componente psico-filosofica del discorso, gi annotata, una riflessione per cos dire "semiotica": "La morte sottrae all'uomo il suo corpo. In vita, uomo e corpo sono sinonimi; in morte, c' un uomo e il suo corpo. Diciamo: "Questo il corpo di X", come se quel corpo, che un tempo stato l'uomo stesso, di colpo non avesse alcun rilievo. Quando un uomo entra in una stanza e gli stringiamo la mano, non abbiamo l'impressioni di stringerla alla mano stessa o al corpo, ma a lui. La morte modifica questa condizione. Questo il corpo di X, non X. La sintassi cambia completamente: ora parliamo di due cose invece che di una, postulando che l'uomo continui a esistere, ma solo come idea, come insieme d'immagini e memorie nella mente di altri uomini". Il mondo come sistema pi che simbolico, segnico. Se in un primo momento Auster pareva muoversi sulle tracce di Joyce e Beckett (epifania e l'abitudine come isolante), qui Barthes e Manganelli paiono suggestioni evidenti.
Lo iato prodotto da tale mancanza di senso, genera un amaro smarrimento nelle riflessioni di Auster anche in chiave autobiografica; il pensiero del matrimonio dei genitori, senza amore, lo investe sin dentro le pieghe del suo concepimento: "Il pensiero che quell'amplesso sia stato privo di passione, nient'altro che un ceco e diligente acchiapparsi fra le fredde lenzuola di un albergo, mi ha sempre umiliato con l'evidenza della mia accidentalit".
Le percezioni dell'assenza trovano un loro corrispettivo nella seconda parte del testo "il libro della memoria" ma il ragionare si fa pi fitto e teorico e se il discorso acquista in speculazione perde per d'intensit nel dominare la materia infetta della prima sezione.