Muriel Barbery – Estasi Culinarie
Edizioni e/o, 2008 – euro 15,00 – pp. 142
di Mirko Zilahy De’Gyurgyokai
Nel 2001 Garzanti pubblica “Una Golosità”. Allora la Barbery non godeva dell’ottima fama conquistatasi con “L’eleganza del riccio”. Così E/O ripropone questa sorta di primo capitolo, ancora ambientato nell’ormai conosciuto palazzo di rue de Grenelle e frequentato dalle consuete sue figure, a partire da Renée, la portinaia, per arrivare al quarto piano, dove abita la famiglia Arthens.
Monsier Arthens, indiscusso e riconosciuto re della gastronomia nazionale e non, sa di essere ormai alla fine dei propri giorni mortali, ma non se ne dispera. Semmai lo consuma un pensiero continuo: il ricordo sbiadito e irrintracciabile d’un sapore indefinito, un gusto, un’impressione del palato che ancora gli abita il cuore. Una sapidità infantile che, nelle ultime ore di vita, diviene una fissazione, il desiderio irrinunciabile di reperire quell’ineffabile godimento gastronomico. Monsieur Arthens fruga la memoria sinestetica in cerca di “quella” sensazione: rievoca i gustosi vapori di una anamnesi infantile, dell’allora recente vocazione, dei ricordi di viaggi e sapori d’ogni latitudine.
Si alternano le voci degli astanti, veicolate dai forti sentimenti che nutrono nei confronti del morituro: l’odio dei figli, il rimpianto della moglie - oggetto di bellezza, fra gli altri, di una vita da collezionista di cose belle, e d’emozioni - l’invidia dei colleghi e l’amore unico del nipote, Paul.
Difatti Arthens è stato distruttore di carriere di cuochi blasonati ma detestati, elevatore di professioni gastronomo-culinarie, uomo assieme sommamente cinico e superbo: molti lo disprezzano, riodiati, ma senza violenza: le amanti, la moglie, gli stessi figli, addirittura il gatto. Ma accanto al tiranno sta il genio: ad un palato sopraffino ed educatissimo ha saputo combinare un estro linguistico fuori dal comune. Una penna brillante per un linguaggio in grado di catturare l’essenza d’un cibo nelle sue minime parti costituenti, di fornire commenti al limite della prosa d’arte. Dal semplice pane, al cioccolato, dalle aringhe al sashimi e agli erbaggi aromatici delle campagne, tutti i piatti preferiti assumono, nell’idioma assieme preciso e iperbolico di monsieur Arthens, un proprio decoro estetico. La mescolanza di ingredienti e condimenti diviene, raccontata, un gesto quasi alchemico, forse magico, e nel palato si mescolano parole e sapori.
Per un uomo del genere è dunque inaccettabile aver perso memoria del sapore d’infanzia. Ha smarrito quel gusto, non è in grado di ricordare il tipo di desiderio che gli provoca. Un sapore andato e confuso nel tempo, negli anni d’infanzia, forse. O magari in uno dei suoi viaggi culinari chissà in quale angolo del globo. O ancora, si domanda, un gusto abbandonato, volutamente nascosto in qualche meandro cerebrale. È l’addio non solo, o non tanto di un ricordo. È di più. È la scomparsa della struttura stessa del gusto e, assieme, quella linguistica: non ricorda gli ingredienti e assieme non trova gli aggettivi, non può addizionare i componenti alimentari a quelli verbali per farne, un ultima volta, una mirabile pietanza linguistica.
2estasi Culinarie” è un romanzo filosofico di una delicatezza perfetta che lascia basiti. Estetica, filosofia del linguaggio e del palato. Una filosofia della lingua, si potrebbe dire, nella sua doppia accezione: concettuale e culinaria.
Attraversano codesto libro squisito alcune piccole perle. Divertenti anche alcuni passaggi. Laddove ad esempio il nostro critico s’interroga su: “Come l’orrenda madeleine di Proust, quella stramberia pasticciera di un lugubre pomeriggio scialbo, sbriciolata in pezzi spugnosi dentro un cucchiaio di tisana - somma offesa -, magari anche il mio ricordo si associa a una pietanza mediocre, che di prezioso ha solo l’emozione che rievoca: un’emozione che potrebbe svelarmi un dono di vivere finora incompreso”.
Perle filosofico-culinarie sulle qualità dei cibi di base, come questo “sapore dell’altrove”: “La carne è virile, vigorosa, il pesce è strano e crudele. Viene da un altro mondo, da un mare misterioso che non si svelerà mai; dimostra l’assoluta relatività della nostra esistenza, eppure si concede a noi nell’effimera rivelazione di territori sconosciuti”. Ma c’è anche quella che potremmo chiamare antropologia culinaria: “La cucina è diventata arte grazie a una continua elaborazione, alla mescolanza di passato e futuro, qui e altrove, crudo e cotto, salato e dolce, e può continuare a vivere solo liberandosi dall’ossessione di chi non vuole morire”.
Scritto e tradotto con grande attenzione per l’orecchio del lettore, codesto libro si presta a soddisfare in primis il gusto della parola, poi quello del palato. Il risultato è sempre eccezionalmente invogliante. Imperdibile.