Walter Benjamin, Strada a senso unico
Einaudi 2006 – Euro 15,00 – pp. 131
di Andrea Comincini
Il testo offerto da Benjamin alla lettura ricorda alcuni bazar in cui ci si può perdere e non trovare l’uscita. I titoli dei rispettivi argomenti ricordano le insegne luminose di una grande metropoli, luci suffuse in una notte piovosa e conturbante, dove i sensi si intorbidiscono e la mente vaga preoccupata. Nato nel 1928 per la stretta cerchia degli amici, questo insieme di meditazioni, aforismi, suggerimenti è raccolto paradossalmente sotto un titolo che indica una scelta netta, una risoluzione decisa, un pensiero unico.
Il filosofo tedesco mostra in tal modo una delle caratteristiche fondamentali del suo riflettere, ovvero la capacità di coniugare il bizzarro ed il molteplice sotto il vessillo della ricerca dell’Assoluto. Sagace e complesso come pochi, egli riesce infatti a fondere le considerazioni più disparate, lo stile poliedrico e pirotecnico ad un energico volontarismo, espresso dall’intestazione dell’opera: Strada a senso unico, Einbahnstraße, non induce certamente al monologo intellettuale, né al saggio sistematico, ma descrive dell’autore l’intenzione di non tornare indietro, tanto quanto di osservare le vetrine ai lati del percorso intrapreso, cristalliere dell’assurdo, o mostre del futile, ma soprattutto epifanie di un pensiero filosofico reale e poderoso.
La forma breve caratterizza lo stile, allo stesso modo dei vari titoli esageratamente normali (Stazione di servizio, Ambasciata messicana, Monumento al combattente, Consulenza fiscale ecc.), per stabilire una scelta solo all’apparenza scontata: la filosofia, strumento di ricerca della verità, non può crogiolarsi in costruzioni metafisiche, non deve fondare castelli d’aria, ma invadere l’esistente con cruda passione. Il rapporto tra il pensatore e la vita non va risolto in una formula algebrica, ma scoperto e vissuto attraverso le voci del quotidiano vivere.
L’obiettivo di Benjamin appare già completamente ottenuto, perché l’espressività del ritmo – unito ad una scrittura complessa ma affascinante – traduce la ricerca astratta in una esperienza concreta, fisica, a cui il lettore non può sottrarsi.
Diviene quindi difficile commentare il testo nel suo insieme, proprio perché l’unità non nasce dalla coerenza di un argomento o di una teoria, ma dalla volontà di procedere nel diversamente altro per coniugare conoscenza e formazione. Il senso unico del titolo quindi, non stigmatizza un fine particolare o una scelta selettiva, ma il desiderio di non cedere, non ritrattare o tornare indietro, dopo aver stabilito che solo nell’aforisma, nel racconto per immagini veloci è possibile raccogliere i frutti del sapere, oltre la banalità del pensiero totalizzante.
In questa strada, alcune descrizioni risultano più stimolanti ed efficaci di altre: è il caso di Kaiserpanorama, viaggio attraverso l’inflazione tedesca, spietato ritratto della Repubblica di Weimar e della sua gente, ormai dedita a conoscere il prezzo delle scarpe indossate dall’interlocutore davanti, piuttosto dei pensieri, o quella dedicata a Karl Kraus, ‘combattente’ da elogiare e maestro inimitabile;
Tutta la scrittura benjaminiana riflette il tentativo di sposare il materialismo per cogliere i processi formativi e processuali del mondo esterno, ma il suo autore resta inconfondibilmente inclassificabile in qualsiasi schema dell’ortodossia marxista ufficiale. La sua scrittura ha infatti un’aura ineludibilmente mistica, così come le atmosfere e le ambientazioni: uomo di profonda spiritualità, non ha dimenticato il suo retroterra culturale ebraico, evidente dal messianismo diffuso in ogni remoto angolo del suo procedere attraverso la strada intrapresa.
Benjamin non ha mai abbracciato il materialismo a scapito della sua profonda componente religiosa, vissuta come dono e dovere, ma lo ha accolto in virtù di scelte storiche ben definite, incontri sentimentali importanti, ma soprattutto perché convinto fosse l’unico strumento per servire la sua causa, ovvero la fondazione di una nuova spiritualità, tutta personale.
Un altro grande intellettuale, Gerschom Scholem, amico fraterno del nostro, ha offerto al lettore un documento importantissimo per l’esegesi del pensiero benjaminiano, raccolto sotto il titolo: Walter Benjamin, Storia di un’amicizia, in cui non rivela soltanto la grande impenetrabilità del filosofo, l’assoluta riservatezza unita ad una magica personalità, le condizioni storiche in cui tutti gli intellettuali di quel momento si prestavano a soffrire, ma principalmente ci dona le diatribe fra i due a proposito delle idee riguardo il marxismo ed il materialismo.
Scholem chiede all’amico di abbandonare quella strada, perché soffoca il suo talento e destino, che è quello di un mistico, un profeta dello spirito. L’accusa è annacquare il proprio stile, fino a confondere metodi e pensieri, per approdare ad un funambolico astrattismo, una bizzarria di testi e riflessioni.
La risposta di Benjamin è esemplare: i tempi non consentono altro, deve perseguire a lavorare attraverso i materiali grezzi che lo circondano, a raccogliere i pezzi lasciati per terra dalle bombe e tentare di ricostruirsi e ricostruire un nuovo mondo dello spirito. Per se stesso prima di tutto.
La strada è a senso unico: non ci sono titubanze, non si può proceder all’inverso. La forza spirituale di questo pensatore si evince non solo dai propositi, ma dalla cura con cui si sofferma su particolari per noi insignificanti, sfuggenti: basti pensare alla confidenza rilasciata in Pronto Intervento: “ Non c’è nulla di più misero d’una verità espressa così come la si è pensata”.
Resta un’opera complessa – non si può né si deve negare a tratti tortuosa – imprescindibile per cogliere il pensiero di Benjamin, che proprio in uno degli innumerevoli aforismi riassume il senso intero di una ricerca proseguita fino al tragico epilogo: “Ora Ufficiale – Per i grandi le opere compiute hanno minor peso di quei frammenti la cui composizione si protrae per l’intera loro esistenza. Perché, solo chi è più debole, più incline alla distrazione, prova una gioia impareggiabile a concludere l’opera, e si sente con ciò restituito alla propria vita. Per il genio tutte le cesure, i duri colpi della sorte come il sonno sereno, rientrano essi stessi nella diligente operosità della sua officina. E di questa nel frammento circoscrive il campo d’azione. “Il genio è applicazione”.
Questa genialità si spense purtroppo durante il tentativo di fuggire agli aguzzini fascisti per mano dello stesso filosofo, nel settembre del ’40, e volò via come quell’Angelo, ritratto da Klee, da lui tanto amato e ispiratore dell’opera sua più famosa, l’Angelus Novus.