Stefano Benni, Margherita Dolcevita

Feltrinelli, – euro 7,50 – pp. 206

di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Margherita Dolcevita

Dal nutrito catalogo della “Universale Economica Feltrinelli” peschiamo, quale ultima lettura di luglio, Margherita Dolcevita. Il lavoro, edito in prima battuta tra “I Narratori/Feltrinelli” nel 2005, prosegue il caratteristico discorso anticonformista benniano, i cui capitoli più riusciti risultano Saltatempo (2001) e Achille pié veloce (2004). Qui, come in tutte le prove dello scrittore bolognese, è messa in scena la battaglia tra la semplicità di un Italia che va svanendo – soprattutto paesana e contadina, ma anche culturalmente disposta - e la complessità di un mondo in cui capitale, industria e potere generano ingiustizia sociale, brutture e scostano dall’uomo l’elemento irrazionale o irregolare in favore di una, mediaticamente imposta, mezza specie di normalità.
D’altronde, la vena creativa di Benni, sempre veicolata da un umorismo dalla ritmica mirabolante (così già dalle pagine de «Il Manifesto» e «Repubblica»), ha investito argomenti di stretta attualità - i mordaci riferimenti alla classe dirigente e al sistema politico italiano in Baol (1990) - o di rilevanza politicoculturale europea – il Maggio francese in Saltatempo. Attorno all’iperbolica, fino a un certo punto, analisi sociologica del Belpaese, Benni ha costruito una progressione di testi la cui inclinazione è di stampo indubbiamente oppositivo. Codesti libri indicano, nella peculiarità dei mondi descritti (contadino, paesano, suburbano) e attraverso una prospettiva sempre ironica, le coordinate dell’obiezione ai sistemi socioeconomico e politico del nostro paese. La sostanza letteraria, fantastica, straordinaria, singolare che Benni cuce addosso ai propri personaggi – dalle “magie” antiregime di Baol a Saltatempo, che riesce a spostarsi con la vista interiore nel tempo e vedere cose successe o che succederanno, sino ad Achille, un ragazzo malato costretto su una sedia - fa sì che essi, e con i mondi cui appartengono, riproducano i contrassegni oppositivi alla realtà, tacitamente condivisa, il cui parametro partecipato è la “normalità”. L’eccentricità degli “altrove” così descritti e l’alterità dei personaggi raffigurati è parte dominante del cosmo letterario dello scrittore bolognese anche in ambiti affini a quello strettamente romanzesco: la scorsa primavera Stefano Benni è stato ospite del Palladium di Roma con una serie di letture/musica/teatro i cui i testi sono stati scelti fra autori di primo piano ma tutti alquanto singolari: Dino Buzzati, Aldo Palazzeschi, Tommaso Landolfi, Carlo Emilio Gadda, Giorgio Manganelli, Istvan Orkeny.
Veniamo a Margherita Dolcevita. Come già in Saltatempo, Bar Sport, e in alcuni passaggi de Il bar sotto il mare una parte consistente della protesta benniana è qui veicolata dalla natura ironico-iperbolica delle descrizioni degli ambienti, delle situazioni, dei personaggi. Così la protagonista dà voce al mondo marginale, quasi autonomo della propria famiglia attraverso una miscela di anticonformismo e umorismo che costituiscono la direzione e la tonalità di tutta la vicenda: Margherita vive in un mondo stravagante, lontano dalle deformità della realtà (ideologia economica in primis) e vive di sogni; la descrizione della vita bucolica al limitare della città e quella del bizzarro universo familiare si fanno notare come momenti paradigmatici; la casa è immediatamente identificata come “il nostro piccolo mondo di fiaba” e descritta col piglio scanzonato e sognante di molti personaggi benniani: “L’altalena dove i miei fratelli mi lanciavano a volte in cielo a volte in terra. La nostra automobile, piena di bozzi come la faccia di un vecchio pugile. Il giardino un po’ incolto con una magnolia, un rosmarino e un’aiuola di rose, pitale preferite di Pisolo. Un’autentica anfora romana finta, ultimo ricordo del periodo neotarocco di mio padre. L’anno scorso al suo posto c’erano sette strepitosi nanetti di gesso, ma poi mamma ha letto su una rivista che erano volgari e ha costretto mio padre a toglierli. Sul retro del giardino, potete vedere il galeone dei sogni della nostra infanzia: ovvero il garage-capannone di papà, che ha davanti due teschi di auto arrugginite, pozzanghere di benzina, lattoni, molle e altre viscere meccaniche”.
L’ambiente mesto suburbano ha il sopravvento sul ricordo di quello già campestre, in una mescolanza di immagini tra il giocoso e il melanconico: “Davanti alla casa corre la strada chiamata Circonvallazione Ovest, orlata di lampioni balbuzienti. Oltre la strada, cartelloni pubblicitari e una barricata di palazzi tutti uguali: la grigia e necessaria periferia. Dietro la casa il Grande Prato, ricordo di una antica campagna dove vivevano stalle con buosauri e aie di polli senza spiedo infilato. Il prato in questa stagione si riempie di margherite bianche e gialle, papaveri e soffioni, tarassaco e radicchio, la gramigna e le ortiche crescono a dismisura in scomposti cespugli, e oltre i cespugli si può vedere un filare di pioppi guardiani, e il rigagnolo che una volta era un fiume, mentre al di là del canneto l’autostrada sussurra il suo lamento di traffico e fretta”. Preminente la riflessione “ambientale” benniana – seguito di un discorso centrale della sua poetica – che decentra il tono umoristico per fermarsi su l’aperta polemica ecologista. Il punto di vista genuino di Margherita resta però nella creazione delle personificazioni – la maiuscola ne è il segno - della coppia oppositiva industrializzazione/natura: Circonvallazione Ovest e il Grande Prato.
Tutta la narrazione è attraversata da questo continuo confronto di due mondi antitetici. Che si riverbera anche nel confronto tra il microcosmo familiare di Margherita, genuino, semplice e stravagante - il quale produce evidenti effetti di comicità – e quello reale, esterno a quel mondo. Così nel secondo capitolo “la mia famiglia” è Margherita stessa ad esibire il canzonatorio inventario delle strambe personalità familiari. Il padre, i fratelli, la madre, il nonno, perfino il cane sono iperbolizzati nelle loro stravaganti singolarità. Codeste bizzarrie famigliari si collocano nella sfera dell’alterità dal normale, la cui “norma” è riassumibile negli aggettivi capitalistica, antiambientalista, moralista, e che a livello narrativo trova sfogo nella presentazione dei nuovi vicini, ricchi, senza cuore e ironicamente, i Del Bene..
Mentre a livello della narrazione la “verità” è scardinata grazie al rovesciamento del punto di vista “normale”, è nell’ambito delle scelte linguistiche che Benni costituisce quella che si può identificare come una vera e propria catastrofe del reale. Sul versante linguistico vanno segnalate, ancora in enorme consonanza con la stratificata poetica benniana, le chiavi di volta dell’universo oppositivo/letterario costruito dall’autore: i markers dell’alterità del mondo rispetto all’idea condivisa dello stesso: neologismi, invenzioni e combinazioni di parole.
Così, sin dall’overture, l’equazione linguaggio=universo suggerisce lo sviluppo per cui un linguaggio inventato, frammentato è il solo in grado di dar ragione della molteplicità e soprattutto dell’irrealtà della realtà che viviamo, della sua frammentazione appunto, e della finzione che la sottende: “Sono andata a letto e le stelle non c’erano più. Ho pulito per bene il vetro della finestra, ma niente da fare. erano sparite. Era sparita Sirio e Venere e Carmilla e Altazor. E anche Mab e Zelda e Bacbuc e Dandelion e la costellazione del Tacchino e la Croce di Lennon. […] Non ditemi che alcune di queste stelle non esistono. Sono i nomi che gli ho dato io. Infatti rivendico il diritto di ognuno, specialmente delle fanciulle fantasiose come me, a chiamare le cose non soltanto con il nome del vocabolario, ma anche quello del vocabolaltro, cioè un nome inventato e scelto. In fondo lo fanno tutti”.