Arianna Giorgia Bonazzi - Les Adieux

Fandango, 2007 - euro 10 - pp. 104

di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Les Adieux

L'esperimento di Baricco e Voltolini, la pubblicazione di autori esordienti in "Quindicilibri", ad un anno dall'esordio non pare aver ottenuto il successo di pubblico e critica sperato, almeno nel caso del libro in esame.
Sin dalle dichiarazioni del decalogo d'apertura l'esperimento è subito parso quantomeno sui generis: "1) la collana pubblica solo primi e, occasionalmente, secondi libri […] 8) il prezzo di copertina non dovrà superare quello di due biglietti per il cinema (prima visione)", ma soprattutto i due "comandamenti" conclusivi per cui al numero 9 leggiamo che "i testi si pubblicano così come sono. Quando è proprio necessario si permette un editing leggerissimo che non prevede interventi strutturali né profonde modificazioni". E si conclude in bellezza col perentorio, e quasi aforistico, decimo precetto: "La collana pubblicherà 15 libri, poi chiuderà". Insomma, lasciando da parte ogni possibile querelle sul prezzo dei biglietti di una prima visione… resta da considerare se lo spettacolo in questione si debba intendere serale o pomeridiano, comprensivo di bonus infrasettimanale o gravato da sovraccosti weekenderecci? E il prezzo delle sapide mangerie da sala cinematografica? Andrà considerato nell'offerta? Per non parlare della ferma, inamovibile e un po' intimidatoria notizia della prossima cessazione d'attività.
Ciò detto e, si tiene a rimarcarlo con decisione, senza polemica di sorta, Les adieux è un libro non facile. In qualche misura sperimentale; epigrammatico, anche faticoso. Ostica l'individuazione di un filo narrativo che dia ragione, a lettura ultimata, di una parvenza di intreccio. Siamo piuttosto di fronte ad una frammentazione di un "tema": la quotidiana vicenda familiare di una bambina, voce narrante del libro, nel Friuli di fine anni '80, in un assemblaggio d'immagini, ricordi e figure che dal privato - le morti in famiglia - rimbalza continuamente sullo specchio della vita collettiva di quegli anni.
In scena ballano i frammenti di impressioni e gli svelti pensieri sparsi della piccola protagonista. E frammentata è l'intera struttura, dal formato alle spaziature, sino ai titoli in indice: "di quando eravamo in tutti, di quando eravamo in tutti + 1, di quando eravamo in (tutti + 1) - 2". Ad ogni pagina compaiono paragrafi con intestazioni che spesso non hanno rispondenza immediata col contenuto che segue. Nella sezione dell'incipit "in fluenza", due parole, si legge: "quando ho la febbre mi si gonfia la vena, è la vena che porta i tedeschi nella testa. Gli americani erano dei soldatini che davano da mangiare. I tedeschi erano dei soldati molto biondi che quando giocavano a carte dicevano i nomi delle carte malissimo e se ne fregavano delle vi, mettevano effe e vincevano. Un giorno che non sogno Darth Vader con le spade in dentifricio, sogno i tedeschi che saltano fuori dalla mia vena e si siedono intorno all'osso della testa: un berrettino troppo stretto, da neonato. Una mia zia vecchia, che però qua adesso è giovane, cerca di fargli una torta per zittirli buoni e loro all'inizio sono contenti, si siedono intorno alla panna e aspettano le forchettone".
Una narrazione vera e propria non si dà. È piuttosto una sorta di romanzo sperimentale dai toni quotidiani, la cui direttiva principale è data dall'angolazione particolare della voce narrante: la bimba che osserva l'incomprensibile mondo adulto, la cui distanza da quello infantile vorrebbe produrre l'effetto umoristico dei romanzi di Roddy Doyle misto ad una sorta di malinconico distacco, senza peraltro riuscirvi. A questo elemento si aggiunge una sorta di vacua sperimentazione linguistica per la quale l'autrice fa un uso sistematico del flusso di coscienza che, assieme alla frammentazione strutturale (la pagina è composta dei mini paragrafi titolati cui s'accennava) e sintattica produce una infinita serie di brevissime impressioni. In "telefoni bianchi" si legge: "Regna una confusione senza paraventi, tra cose che accadono e non. Tipo, non so se mia mamma, è andata allo zecchino d'oro. Le storie di famiglia, è meglio confonderle: gli stati africani, il gazebo di un colono bianco, contesse giulie, il mare d'Istria, annegamenti. Se non li so bene, li posso ingigantire come voglio coi compagni, parlare di calchi di trisnonni e morti grandi".
All'interno di queste mini impressioni l'uso della punteggiatura, come s'è visto, pare totalmente arbitrario, quando non casuale; la sintassi è inoltre fortemente compromessa da inclusioni di avversative in sedi non consone e dall'utilizzo di proposizioni fuori posizione.
Tali "moduli" concorrono evidentemente a replicare l'andamento farraginoso del pensiero alogico e associativo di una bambina di 4-5 anni, il quale nella pratica testuale spezza il normale filo logico-sintattico della frase e della pagina su cui in effetti si arranca pesantemente. L'esito non è felice: il libro raramente strappa un sorriso, piuttosto si fatica a districare l'immensa matassa di sottintesi, di insipidi tranelli logici, di collage verbali.
Raggiungono un certo risultato d'effetto, chiusi nelle solite linee formali fuor di concordanza, alcuni rapidissimi lampi narrativi, saturi di significazioni analogiche. Così in "vita fossile": "Le gite al chiuso museale, è tutta ombra. I longobardi si abbronzavano un po' meno dei romani di Aquileia e il museo, salva le cose in marmo perché i possidenti, dice il papà che se li mangiano gli alberi. Gli oggetti chiudono la storia di fatica di chi ha usati e passati a eredi bravi o così così. È necessario al buonumore, quando entri nelle vite dei poeti morti, catturare con le antenne-trecce tutta l'energia sospesa dentro i calamai i manici la farmacia chimica, sentire in un attimo un'altra vertigine che non sta nell'altezza ma nella capacità delle cose di sospendere la vita sul tempo".
Il romanzo non è stato un felice prodotto commerciale e, anche dal versante puramente letterario, l'esperimento proposto pare quantomeno discutibile. Con buona pace della Scuola Holden che, a onor del vero, ha lanciato giovani scrittori di buon livello come Paolo Giordano esordiente con il bel romanzo La solitudine dei numeri primi per Mondadori.