Gyles Branderth – Oscar Wilde e i delitti a lume di candela

Sperling & Kupfer, 2008 – euro 16 – pp. 344

di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde viene trovato morto in una sudicia stanza dell’Hotel d’Alsace, a Parigi, in rue des Beaux-Arts 13. È il 30 novembre 1900 e da quella misera fine prende il via il “caso Wilde”, l’ultimo processo simbolico, tanto etico quanto letterario, mai davvero risoltosi.
Se con il recente “Il primo processo di Oscar Wilde” (Ubulibri) si torna alla parte conclusiva e disperata della parabola wildiana - con l’esame degli atti della prima di Wilde alla sbarra finalmente proposti al pubblico italiano - rimanendo però nel seminato dell’approccio bio-tragico alla vicenda umana, è d’altronde curioso l’esperimento di Gyles Branderth che con il suo “Oscar Wilde e i delitti al lume di candela” resuscita il genio irlandese ad oltre un secolo da quell’orribile meriggio.
Nella Londra vittoriana, in un palazzo del centro, si consuma un sinistro delitto: il cadavere di un giovane è rinvenuto al numero 23 di Cowley street a Westminster, circondato da candele. Quando Oscar Wilde si trova davanti all’affascinante caso non riesce ad sottrarsi al fascino dell’indagine. Ispirandosi alla creatura di Arthur Conan Doyle (che fa una comparsata nell’incipit e al finale del romanzo) Wilde, nei suoi modi personalissimi ed eccentrici, va alla ricerca dell’assassino. Nell’impresa è aiutato dall’amico Robert Sherard, personaggio reale (1861-1943) ed autore di libri su Wilde utilizzato da Branderth come voce narrante e filo conduttore interno alla storia. La trama in linea coi crismi del genere: arrivano le forze dell’ordine ma il cadavere e il sangue scompaiono e la polizia accusa l’improvvisato detective d’aver creato il caso per le quelle fole visionarie cui son soggetti tipi sfuggenti come i poeti. Inutile dire che il finale è a sorpresa: i ruoli si rovesciano e un enigmatico ispettore e la sua fidanzata entrano in gioco rivelandosi a loro modo fortemente coinvolti nel delitto.
Ottimamente congegnata questa che potremmo descrivere come “classica” detective story - per l’ambientazione londinese e vittoriana alla Conan Doyle e per il modus investigandi - vive però di un effetto particolare. Stupirà infatti il lettore wildiano l’aura di operosità, conforme al ruolo investigativo ma distante dal personaggio pubblico e mondano, cucita addosso al celebre dublinese da Branderth. In ultima analisi Wilde pare in qualche modo “fuori ruolo”, troppo calato nell’essenza holmesiana piuttosto che nei panni del dandy, nonostante le fitte e puntualissime pennellate di wit arricchiscano il libro di motti e aforismi.
Purtroppo anche qui, era inevitabile, si tenta carsicamente l’ennesima versione del tormento intimo e intellettuale di Oscar Wilde, l’ennesimo sconfinamento nel privato più sordido: il giovane ritrovato sgozzato è di umili origini e, ancor più prevedibile, una conoscenza privata di Wilde… si tende nuovamente a porre l’accento sull’ambiguità della sfera sessuale, facendo scivolare ancora - critica, film, varia produzione accademica lo sta a dimostrare - l’attenzione sulla realtà dei fatti, su un senso della morale contro cui lo scrittore sempre si mosse e dimenticando forse quanto Wilde si sentisse estraneo dalla vita, tanto da fare della propria esistenza, come amava ripetere, un’opera d’arte. Una grande maestosa finzione.