La Folie Baudelaire. Ed. italiana – Roberto Calasso

(Adelphi Edizioni, 2008– euro 36,00 – pp. 425.)

di Andrea Comincini

La Folie Baudelaire

Ampiamente pubblicizzato sui giornali, per radio e nei talk show più attenti alle novità letterarie, La Folie Baudelaire è stato certamente uno degli eventi editoriali degli ultimi mesi. Ormai alla terza edizione, l’ultima fatica di Roberto Calasso merita la considerazione dovuta, sia per la monumentalità dell’opera, sia per la fitta rete di rimandi e contenuti di un testo “polifonico”, in cui tante singole parti si ritrovano perfettamente raccolte in un ritmo organico.
L’intellettuale affronta con estrema raffinatezza non soltanto la figura di Baudelaire, ma, come egli afferma, quell’onda che dal poeta attraversa tutto. “Ha origine prima di lui e si propaga di là di ogni ostacolo. Fra i picchi e i cavi di quell’onda si riconoscono Chateaubriand, Stendhal, Ingres, Delacroix, Sainte-Beuve, Nietzsche, Flaubert, Manet, Degas, Rimbaud, Lautréamont, Mallarmé, Proust e altri, come se da quell’onda fossero investiti e per qualche momento sommersi». Il compito di cavalcare quest’onda immensa può esser svolto esclusivamente da uno studioso con profonde doti ed esperienza del settore, e quindi risulta naturale che Calasso sia riuscito nell’impresa.
La scrittura è pressoché perfetta: il ritmo e lo stile si intrecciano in un equilibrio musicale, mentre ogni parola viene ponderata e contestualizzata. Il testo scorre amabilmente, e non cede mai, nemmeno per un attimo, alla volgarità colloquiale. Il flusso poetico non investe soltanto gli autori sopra citati, ma sembra anche informare la prosa del nostro studioso, fino a trasformare il libro in un interessante esercizio di scrittura a sé stante.
Queste incontestabili qualità tuttavia non riescono a coinvolgere il lettore in alcun processo di immedesimazione, né almeno di partecipazione.
La magnificenza stilistica cede purtroppo alla leziosità: sebbene perfettamente scritto, il libro assomiglia ad un cadavere, il quale sarebbe migliore di un corpo vivo perché immobile e ormai giunto al suo capolinea.
Ciò che appare più evidente è la totale mancanza di interesse nei confronti del lettore. Mi spiego: il lettore, nell’opera di Calasso, sembra non esistere. Egli non gli rivolge mai la parola, non perché lo sottintende, ma – a mio avviso – perché non l’ha mai considerato quale interlocutore. La prosa di Calasso infatti non è comunicativa, né si può ipotizzare che si definisca in un monologo o in un soliloquio. Vi è una assenza fisica, non giustificata nemmeno da un narcisistico eventuale giuoco intellettuale. Il discorso di Calasso non è rivolto a nessuno, o forse ad una piccola elite capace di comprendere i troppi sottintesi, i continui riferimenti ad una cultura profondamente specialistica.
L’opera non vuole essere didattica e quindi giustamente non deve obbligarsi a spiegare e notificare ogni rimando, ma l’impressione che si ha è assistere ad una confessione fra sé e sé, dove il lettore è spettatore non richiesto.
Peccato, perché il libro, come già detto, è interessante sia dal punto di vista contenutistico che da quello stilistico. Per quanto riguarda il primo tuttavia, i difetti denunciati arrivano inevitabilmente a deformare anche il messaggio, il riferimento storico, la lezione.
Il risvolto appassionante della lettura non deriva dall’autore, ma dalle parole stesse di Baudelaire. Fin dalle primissime pagine, le riflessioni più sagaci sono le citazioni del francese: Calasso non osa andare oltre, forse non gli interessa, e senza navigare a vista procede sicuro senza meta.
Affascina nonostante queste note negative l’impressionante padronanza di fatti ed eventi a cui l’autore riesce ad infondere una conturbante valenza simbolica. Il titolo del libro si rifà infatti a quelle stanze dell’ozio parigine del Settecento, e non ad una ‘pazzia’ del poeta. Questo luogo ospita tanti autori che a Baudelaire fecero riferimento – perfino involontariamente – e quindi informa i contenuti e le vite di una energia particolare, capace di suggestionare e stimolare l’immaginazione.
Come nota acutamente P. Citati, il volume coinvolge finchè l’ ideatore cerca di osservare la realtà con gli occhi del poeta: “Tutto il libro è, se non scritto, guardato da Baudelaire, perché Calasso cerca sempre di condividere l'occhio con cui Baudelaire osserva i personaggi e le figure mentali del proprio tempo e addirittura del futuro, perché Courbet e Manet sono anche pittori creati da qualche riga di Art romantique e Curiosités esthétiques. Quando l'ombra di Baudelaire si allontana, sostituita in parte da quella di Valéry, forse il libro diventa meno intenso. [...]”.
Il parere espresso è nel suo complesso più che positivo; a mio giudizio resta un vuoto dovuto ad un mancato, sentito interesse a dialogare col lettore, e ad una più serena volontà di riconoscerlo come interlocutore all’altezza.
La Folie Baudelaire resta un libro assolutamente consigliabile, sia perché investiga la storia della Parigi ‘maledetta’, sia per l’interessante esperimento di rivolgersi all’arte poetica ma anche pittorica, cinematografica: alla forza dell’arte in generale.
Questo pregio è paradossalmente anche il limite del lavoro di Roberto Calasso: interrogare continuamente l’arte, proporre innumerevoli ritratti e citazioni usando le parole dei grandi poeti dell’Ottocento e non solo, favorisce certamente la critica più benevola, ma marca profondamente il solco tra parola viva e parola morta.
Il nostro studioso rischia con troppa disinvoltura, o per eccesso di sicurezza – a mio avviso – di costruire un magnifico castello pieno di arazzi e dipinti, ma il cui accesso resta negato ed i corridoi gelidi non vedono alcuno passeggiarvi. A differenza di critici quali Manganelli, lo stesso Citati, o Magris, la cura formale per la propria scrittura è godimento esclusivamente intellettuale, e non arriva a scaldare il sangue delle vene; in questa disposizione emerge la distanza proprio da quelle stanze dell’ozio in cui Baudelaire si perdeva, ma sapeva anche far perdere ogni persona che a lui si rivolgeva.