Lezioni americane – Italo Calvino
( Mondadori editore, 2000– euro 8,00 – pp. 208.)
di Andrea Comincini
Queste lezioni, scritte nel 1985 per un ciclo di conferenze da tenersi negli Stati Uniti, non furono mai sostenute. La morte improvvisa dello scrittore nel settembre dello stesso anno lasciò il progetto incompleto fino al 1988, quando venne pubblicato in Italia. L’idea di recensire il libro può apparire inopportuna, se prevale nel lettore la convinzione che ogni critica debba tendere alle pubblicazioni più recenti e attuali; emerge profonda tuttavia l’opinione che un testo così illuminante e profondo debba meritare un’attenzione infinita. Se discordi, basti allora semplicemente ricordare il sottotitolo delle letture, ovvero “sei lezioni per il prossimo millennio”. Calvino stesso dichiara che il tempo del suo pensiero non appartiene agli anni ’80, ma spetta ai nostri giorni, è patrimonio dei tempi correnti.
Con incredibile lungimiranza, egli intravede nell’epoca del capitalismo ruggente i prodromi di una febbre che oggi affligge il globo intero. Trattasi di malattia i cui effetti non infiacchiscono soltanto le membra, ma incidono anche nelle anime di noi uomini del XXI secolo.
I titoli delle conferenze sono: Leggerezza – Rapidità – Esattezza – Visibilità – Molteplicità – Coerenza (quest’ultima incompiuta causa decesso), e riflettono oltre al contenuto l’amore incredibile di Cavino per la letteratura. Come disse Moravia, ‘questo non è il libro di un vecchio, ma di un giovane che vede la letteratura come una donna amata, bellissima, ritrosa e lontana, e la vuole conquistare’. Nello sfogliare le prime pagine subito ci si accorge dell’esattezza di tale definizione: la prosa dello scrittore affascina ed è affascinata dalla parola nuda, dalle sue possibili combinazioni, quasi algebriche, capaci di rivelare mondi e sensazioni, vite, incontri e sconfitte. Calvino cita la letteratura stessa, oltre i nomi più celebri e selezionati per le conferenze (Shakespeare, Dante, Lucrezio, Ovidio, Valéry ecc.) perché è quel mondo medesimo, con le proprie leggi, a darci una lezione. Come conciliare quindi il male dei nostri tempi nevrastenici con questo sentimento inversamente proporzionale di gaiezza, leggerezza, gioia? Il matrimonio avviene grazie alla disposizione del nostro animo ad accogliere e coltivare l’impulso di ogni immaginazione fervida, alla sua capacità di resistere al banale, al triviale susseguirsi dei giorni.
Ciò che Calvino intravede nell’esercizio spirituale della letteratura, è la capacità di trasformare il materiale stesso. L’intera sua produzione, fantastica, fiabistica in primis – rivela intensamente la predisposizione fanciullesca alla scoperta straordinaria, ove per fanciullesca si intenda la pascoliniana attitudine alla freschezza del fanciullo, e non ovviamente a un vago istinto infantile.
“Leggerezza” è una di queste disposizioni: corteggiando Leopardi, Lucrezio ed altri autori, in questa lezione-divagazione Calvino confessa nelle pagine un amore entusiasta per il suo mestiere, terapia dell’anima, grazie al quale la pesantezza cede alla leggiadria. Mentre la penna traccia i segni, si redime l’esistenza, contro “la pesantezza, l’inerzia e l’opacità del mondo, qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle”. Anche la scrittura infatti può essere avvelenata e cedere al gravoso vivere, divenire pietra inerte. L’origine greca della parola farmakon (medicina) ha in realtà una doppia valenza, e può significare anche ‘veleno’: essenziale per librarsi come Icaro è frequentare la grande letteratura, quella degli uomini capaci di liberare il verso, e non sopprimerlo, perché la mancanza di peso può essere malattia mortale: “Spero innanzitutto di avere dimostrato che esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca.”
Emerge chiara una dicotomia degli stati d’animo: allo stesso modo che per ‘la leggerezza’, ‘rapidità’ invoca l’opposto della frenesia sciatta, ma chiede massima attenzione e totale dedizione: “nei tempi sempre più congestionati che ci attendono, il bisogno di letteratura dovrà puntare sulla massima concentrazione della poesia e del pensiero." Notevole anche la lezione sulla molteplicità: in essa Calvino condivide con Proust la sofferenza che la conoscenza comporta nella sua intrinseca incapacità di afferrare il mondo, e cita Gadda e Musil per il loro strenue tentativo di descrivere minuziosamente il mondo circostante, senza arrivare a definirlo. L’incompletezza vive nel grande romanzo, il quale deve avere sempre degli obiettivi ‘smisurati’: solo in questo modo si può esprimere la tensione del vissuto umano e la sua immensa molteplicità. “Quella che prende forma nei grandi romanzi del XX secolo è l’idea d’una enciclopedia aperta, aggettivo che certamente contraddice il sostantivo enciclopedia, nato etimologicamente dalla pretesa di esaurire la conoscenza del mondo rinchiudendola in un circolo. Oggi non è più pensabile una totalità che non sia potenziale, congetturale, plurima”.
Lezioni americane richiama altri grandi testi sulla letteratura, ad esempio"Lezioni di letteratura" di Nabokon, oppure le conferenze di Bachmann, i saggi di Paul Valèry, e trasmettono la stessa passione per quel mestiere di scrivere ormai tutt’uno col pavesiano mestiere di vivere.
In un’epoca dominata dai giga, i bites, gli aerei super veloci e le auto che sfiorano i 400Km all’ora, Calvino non cede alla tentazione della denuncia querula, ma accetta l’affascinante sfida di un mondo multiforme, perché ogni epoca, seppur tragica e volgare, può esprimere grande letteratura, e quindi esser redenta.
Ciò che va portato nel prossimo millennio – ormai soltanto il nostro – è la volontà di resistere all’inutile. Credere nel potere taumaturgico della scrittura non è un atto intellettualistico, ma l’espressione di una forza reale. Questa redenzione umanissima coinvolge non solamente il singolo individuo, ma spiega le sue ali sull’umanità intera. L’esattezza, la molteplicità, ecc. sono stati d’animo da ricercare quotidianamente per dare a quella massa informe chiamata realtà la fisionomia del vero. Lontano da escatologie d’accatto, prossimo alla bellezza dell’arte, Italo Calvino redige involontariamente una sorta di testamento per i posteri: parafrasando Moravia, va di nuovo evidenziato che trattasi di lascito trasmesso da un uomo giovane e pieno di vita, non da un vecchio sfiancato, perché la letteratura – nonostante i calcolatori sempre più potenti e la tecnologia più prodigiosa – non potrà mai esser minacciata da software privi di fantasia, di umanità, incapaci di sognare e scrivere nuovi versi su pagine bianche.