Tributo ad Antonio Capizzi

(Genova, 1926/2003 – Professore di Filosofia Teoretica III, Univ. “La Sapienza”)

di Andrea Comincini

Il panorama filosofico italiano propone molte rispettabili figure dedite al commercio della filosofia. Intellettuali di varia natura si cimentano in discussioni spesso banali e pubblicano libri di cui nessuno sentirebbe la necessità di una seconda lettura. La cultura dell’amusement, come diceva Adorno, ha ormai investito completamente il campo del sapere, e l’istruzione di massa rende persino i testi specialistici mediocri e poveri.
In tal quadro a tinte un poco fosche non rientra certamente la figura di Antonio Capizzi, intellettuale di prim’ordine e fiero avversario della bassezza concettuale che oggi purtroppo fa bella mostra di sé nelle aule universitarie e nei vari festival del pensiero.
Questo studioso – alle cui lezioni ho avuto modo di assistere per breve tempo, durante i miei studi filosofici – colpisce per una qualità che dovrebbe esser persino ovvia, ma oramai sempre più rara, ovvero la totale dedizione al lavoro.
Chi ha familiarità con le opere del suddetto, nota subito la caratteristica del vero ricercatore: una continua e profonda investigazione dell’oggetto, senza domandarsi quanto tempo richieda.
La passione ha portato Capizzi a destinare la sua vita all’apprendimento dell’intera cultura umana. Quaranta anni di ricerche assidue, ininterrotte, volte a scandagliare l’umano scibile fino alle radici più profonde.
L’uomo a due anime, fatica monumentale che riassume tutta la sapienza arcaica, classica e moderna fino ai tempi d’oggi, ed evoca nel lettore il potere della storia ma soprattutto la conoscenza della stessa; gli studi sui presocratici, perfettamente raccolti ne La Repubblica cosmica; i testi su Parmenide o La radice ideologica dei fascismi.
Per comprendere l’impostazione integrale del lavoro, occorre confrontarsi direttamente con le sue analisi, in particolare quelle riguardanti la Grecia classica e arcaica.
Le ricerche sulla cultura antica hanno evidenziato la totale appartenenza della produzione filosofica alla vita culturale delle poleis. Da Aristotele in poi, spiega Capizzi, la realtà della nascita della filosofia è stata completamente trasfigurata: lo scontro politico fra aristocrazie e popolo, nuovi ricchi e plebei ha imposto un sigillo ben preciso sulla definizione di filosofia: come frequentemente accade, la fazione vincente tramanda i fatti in un’ottica raramente attenta alle ragioni degli sconfitti.
I ricercatori hanno per troppo tempo idealizzato le vicende legate alla Grecia classica: “gli studiosi più illuminati sono arrivati a mettere i presocratici arcaici in rapporto con la polis in generale, ma molto raramente con le singole poleis nelle quali quei sapienti non solo vissero, ma (come attestano fonti indiscusse) ebbero posizioni politiche di primissimo piano; e quasi mai si sono domandati in qual misura l’uditorio cittadino (così determinante in età pre-letteraria) condizionasse i contenuti del loro discorso”. L’analisi di Capizzi procede affrontando quindi i paradigmi mitici atti a dirigere e contenere le forze vitali della scena politica fino ad individuare nella Atene periclea il luogo determinante nel quale la frattura fra nomos e physis – tra politica e scienza – darà vita a un contesto socio-politico nelle cui mani la nozione di filosofia troverà dimora.
Come è facile intuire, questa ricerca si basa su una intertestualità fondata su varie discipline: filologia, storia, glottologia, geografia. Capizzi fu un vero e proprio pioniere di quanti oggi finalmente abbracciano la filosofia con un metodo libero e volto a fondare qualsiasi tipo di analisi su basi meno teoretiche e più storiche.
Allievo di Calogero e Spirito, il suo pensiero ha raccolto la loro eredità fino ad orientarsi verso posizioni sempre più storicistiche, e dedite allo studio della filosofia classica.
A cinque anni dalla scomparsa resta il personale ricordo di un uomo gracile e magro, ma sempre immerso nel suo lavoro, lontano dalle passerelle tanto amate dai pensatori contemporanei, e intellettualmente irreprensibile. Nelle sue lezioni mostrava con orgoglio un profondo antifascismo, per cui provava un forte disgusto non solamente per ragioni storico- morali, ma soprattutto – credo - per quell’amore sviscerato per la libera ricerca, unica risposta possibile ai tentativi scomposti di dittatori passati e presenti di renderci tutti fatalmente omologati.