Giuseppe Carlotti, Non sono un Bamboccione
Fazi, 2008 – euro 16.00 – pp. 141
di Mirko Zilahy De Gyurgyokai
Cinico, caustico, a tratti divertente “Non sono un Bamboccione” è un libro leggero, da metro, treno o, al limite, da meditazione da bagno. Dopo il fortunato esordio di “Klito” (2005) Carlotti racconta la Roma della burocrazia, dei Ministeri, della Rai e tratteggia anche iperbolicamente, ma fino a un certo punto, la capitale del traffico, dei parcheggi, delle multe, del precariato e della bieca corruzione degli uffici pubblici.
Daniele Sandroni è il protagonista di una vita qualunque, segnata però da una famiglia alto borghese - il padre è un dirigente televisivo in pensione che ha preferito lasciare il lavoro al figlio rinunciando alla liquidazione e vive, dopo il divorzio, in uno squallido monolocale, schiavo delle sigarette e di una sindrome da tv che lo impalla quotidianamente dinnanzi ad essa-. La madre, con cui Daniele ancora vive, è una donna ricca e superficiale, che passa le serate nell’elegante salotto di casa in chiacchiere o giocando a bridge. La donna non gli passa un centesimo e dice che “il fatto di garantirmi un tetto sopra la testa, alla mia età, è più di quanto mi dovrebbe. Dice che, nella vita, grazie a lei ho avuto la possibilità di frequentare una delle scuole più importanti del Paese e di conoscere alcune tra le famiglie più ricche d’Italia. Dice che evidentemente non ne ho fatto tesoro… ”. La madre insomma lo considera un “bamboccione”, come da neologismo dell’ex ministro dell’economia Padua Schioppa che Daniele incontra e interroga polemicamente.
L’altro tratto peculiare del protagonista è il terrore che prova per qualsivoglia forma di sporcizia, anche la più lieve: “Il mio problema si chiama Rupofobia e deriva dal greco rupo, che significa ‘sudiciume’. In pratica si tratta di avere una paura fottuta del contatto con lo sporco, anche quando lo sporco si chiama B-Ticino, di professione interruttore della luce, oppure Marco Pera, di professione vicino di casa”.
Il libro è di lettura rapida, diviso com’è in capitoletti anche d’un’unica pagina e spesso autosufficienti. Postmoderno e a volte un po’ qualunquista, riesce comunque a svagare e far sorridere con l’utilizzo di formule consolidate - evidenti i debiti fantozziani: “ogni mattina la mia sveglia suona alle cinque. mi alzo, faccio nove volte la doccia con Docciaschiuma Sanex Dermoprotettivo Antibatterico, mi asciugo per nove volte con nove asciugamani differenti, prendo i miei vestiti e li metto nella camera di sterilizzazione a raggi UVA”. O ancora: “Guidare l’automobile all’interno della città di Roma equivale a partecipare a un sadico gioco ad incastro che richiede enormi dosi di umiltà, sacrificio e spirito di abnegazione”. Muoversi in macchina a Roma è un incubo che sfiora l’assurdo, una lotta per la sopravvivenza dell’automobilista che solo chi abita nella capitale può superare, con occhio sufficientemente allenato: “L’occhio allenato permette al romano di comprendere l’incommensurabile valore di un semaforo arancione, di un pertugio che si apre improvvisamente tra un autobus e una FIAT Panda, di un posteggio rubato in extremis a una signora troppo anziana e poco lesta, di un vigile che gira dalla parte sbagliata la sua grossa e vuota testa incapsulata da un casco bianco”.
L’invettiva investe anche argomenti più dozzinali, come il cinema contemporaneo italiano che, a detta del buon Sandroni, riesce ad sviscerare compiutamente tre temi in tutto, “1) partigiani buoni contro fascisti cattivi; 2) la rievocazione dei fatti avvenuti nel 1968 e nel 1977”, e secondo il quale gli argomenti preferiti dei registi italiani sarebbero: “a) Giulio Andreotti; b) la camorra; c) Aldo Moro; d) la mafia; e) Giulio Andreotti; f) il terrorismo; g) Aldo Moro”.
Costretto in un ambiente contrario e malsano, lavorativo – anche qui l’Azienda ricorda la Megaditta fantozziana – familiare, sociale e politico, Daniele infine si ribellerà con un atto di insubordinazione aziendale.