Revisionismo storico e terre di confine

(Resistenza Storica Kappa Vu - euro 13,00)

di Andrea Comincini

Revisionismo storico e terre di confine

"Il CESP nasce nel 1999, per iniziativa di lavoratrici e lavoratori dei Cobas. [...] I principi di riferimento del CESP sono la difesa della scuola pubblica, l'opposizione alle diverse forme di privatizzazione, alle vecchie e nuove forme di mercificazione del sapere, che stanno avanzando da alcuni anni a ritmi inediti e preoccupanti[...]" Questa premessa informativa precede le pubblicazioni del suddetto Centro Studi, ed illustra al lettore il fine di ogni pubblicazione, i suoi intenti e gli obiettivi. Revisionismo storico e terre di confine si distingue per la complessità dell'argomento trattato e per l'impatto che provoca in un contesto non solo storico, ma anche politico.
Molti studiosi e professori di varia estrazione, italiani e sloveni, si cimentano nell'analisi di un lembo di terra caratterizzato come pochi altri da una presenza multietnica delle più varie, da un'economia prospera ai primi del secolo, e poi in crisi a causa delle guerre del Novecento. L'elemento fondamentale di tali ricerche è evidenziare come il risultato di alcune "ricostruzioni" storiche avviatesi negli ultimi quindici anni abbiano un risvolto politico così forte da modificare l'obiettività dell'indagine stessa.
Il primo intento del libro è quindi offrire allo studente ma più in generale a chiunque cerchi risposte serie a fatti ed eventi spesso tragici, un riscontro autorevole e documentato. Il passo successivo è domandarsi quali siano le ragioni che spingono molti studiosi e politici ad "alterare" la storiografia, fino a produrre una documentazione che risulta "palesemente" falsa.
Questo aspetto dà il titolo al libro e permette di analizzare in particolar modo i metodi grazie ai quali la storiografia "di destra" abbia negli ultimi anni rivisitato se non cancellato fatti storici conclamati per affermare una verità "diversa".
Revisionismo storico e terre di confine si apre con due scritti riguardanti la situazione geografica ed economica della Trieste di inizio secolo. Già dalle prime battute è facile capire l'infondatezza di quanti dividono la città e le zone limitrofe in "terra italica di italiani con presenza slovena" . La varietà delle culture, dei ceti sociali e delle lingue parlate vieta qualsiasi tentativo di tracciare confini tra i due popoli, a meno di non voler cadere in un facile nazionalismo privo di fondamento.
Le testimonianze a seguire invece si concentrano sull'aspetto più triste della storia orientale del nostro Paese, ovvero i crimini di guerra perpetuati dalle bande fasciste in un arco di tempo più ampio di quello scandito dalle date ufficiali.
Alcuni saggi in particolare si distinguono per il contributo offerto, poiché forniscono dati ed elementi tanto profondamente documentati quanto in contrasto con la linea ufficiale adottata dalla storiografia revisionista.
In particolare, Costantino di Sante, presidente dell'Istituto storico provinciale di Ascoli Piceno, rivela la volontaria ostilità da parte dello Stato italiano di affrontare seriamente i crimini di guerra compiuti dal nostro paese nei confronti della Jugoslavia. Il mito del "bravo italiano" sarebbe stato difeso ed enfatizzato, ed ogni tentativo di consegnare i criminali di guerra insabbiato e poi archiviato. Un esempio per tutti il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Mario Roatta: colpevole di "fucilazione di circa 1.000 ostaggi e di 200 partigiani (solamente in Slovenia), 35.000 persone inviate al campo di Arbe [...]"; nonostante ciò, non venne mai processato per i crimini commessi nei Balcani, e la sentenza di condanna all'ergastolo emessa per le sue responsabilità nel delitto dei fratelli Rosselli annullata dalla Corte di Cassazione nel 1948.
Questa tendenza ad assolvere i criminali di guerra non traspare solo dalle varie assoluzioni, ma anche da come i gerarchi fascisti, poco alla volta, siano ritornati alla vita civile ottenendo cariche dirigenziali e di potere. La conseguenza di un simile atteggiamento, secondo tutti gli studiosi che hanno partecipato alla stesura del testo, è l'archiviazione di un passato truculento, ma soprattutto la parificazione dei nostri crimini con quelli della così detta "altra parte". Giacomo Scotti, in 'Il ricordo selezionato e la storia falsificata,' nel riprendere un altro interessantissimo lavoro di Carlo Spartaco Capogreco - La memoria rimossa, politiche persecutorie e crimini di guerra fascisti - ci informa di un clima storico agghiacciante imposto a 60.000 slavi, costretti a fuggire dall'Istria per evitare rapine, uccisioni e violenze di vario tipo: "Furono circa 200.000 i civili "ribelli" falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla Provincia del Carnaro, dalla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e Montenegro senza aver subito un processo, ma in seguito a semplici ordini di generali dell'esercito, di governatori o di federali e commissari fascisti".
Un altro pregio di Revisionismo storico e terre di confine, è il tentativo di risolvere un dilemma che il lettore comune non riesce mai a sciogliere quando si rivolge ad un semplice manuale di storia, ovvero conoscere il numero di morti dei cosiddetti "infoibati".
La storiografia revisionista, infatti, oltre a negare il proprio passato, tende ad ingigantire le cifre dei crimini commessi dalle popolazioni straniere, ovvero i "comunisti titini", al fine di affermare il semplice assunto che destra o sinistra, in fondo, sono colpevoli degli stessi delitti. Appare chiaro come, nell'impossibilità di negare l'evidenza della violenza fascista, i revisionisti cerchino di parificare i conti falsificando nuovamente documenti e numeri.
I saggi di Gino Candreva e di Alessandra Kersevan si occupano del dramma delle foibe con acutezza e precisione.
La ricerca appare solida e pertinente, così come i risultati: le persone sepolte nelle cavità carsiche, secondo i dati più attendibili, sono meno di 500. Elemento politicamente rilevante, tali vittime risultano essere l'effetto di vendette private o di inevitabili "rigurgiti di violenza" dovuti a vent'anni di occupazione fascista, e non da un tentativo pianificato dall'alto di controbattere sistematicamente ai crimini subiti.
I morti, inoltre, probabilmente non sono tutti di origine italiana, perché molti slavi si sono trovati costretti a italianizzare il loro cognome, quindi persino la nazionalità è incerta: questo a ribadire che la violenza degli "slavo comunisti" (così venivano spregiativamente nominati sloveni, greci, tedeschi, croati e chiunque non fosse italiano) non fosse un fenomeno legato alla semplice italianità, ma risiede principalmente nella appartenenza fascista.
Le testimonianze a proposito delle foibe sono sconcertanti: noti manuali di storia in uso nelle nostre scuole confondono i dati invece di chiarirli, con i Comuni e le Province che tentano di promuovere "giornate del ricordo" in cui vengono inculcate a bambini delle elementari e superiori informazioni prodotte da una stampa nazionalista e di ultra destra, priva di certe basi storiografiche. In questo clima, capita che vengano riabilitati criminali di guerra, come ad esempio Ante Pavelic!
Questa vera e propria "mala storiografia", secondo la felice espressione della Kersevan, arriva perfino a modificare i palinsesti televisivi. Nel 2002 il già Ministro Gasparri si prodigò per l'uscita di una fiction apparsa poi nel 2005 su Canale 5, Il cuore nel pozzo, di Alberto Negrin. Si trattò di un prodotto mediocre e poco aderente alla realtà, e allo stesso modo la stampa rivolta sugli stessi temi si è dimostrata superficiale e meschina. Il Messaggero Veneto dell'8 marzo 2006 diffonde la notizia che 1.048 nomi di infoibati sono finalmente stati resi pubblici, ed affianca all'articolo alcune foto di presunti rastrellamenti compiuti dalle truppe titine a danno degli italiani.
Oltre alla totale inattendibilità delle cifre, appare sconcertante notare che le foto d'epoca sono immagini tratte dalla suddetta fiction, e passate per documenti d'archivio!
Questo bel libro si rivela un lavoro onesto e serio: testimonianze lucide, chiare, con un solo semplice obiettivo di fondo, rifiutare di annebbiare le menti e di riscrivere la memoria, difendere le vittime di un tragico momento che ha accompagnato la nostra storia per un triste ventennio, e soprattutto, impedire che ondate revansciste e neofasciste trascinino la gente a commette gli stessi errori che segnarono le terre di confine del nostro Paese.