Pietro Citati - La malattia dell’infinito
(Mondadori, 2008– euro 22,00 – pp. 540.)
di Andrea Comincini
La nuova opera di Pietro Citati insegue l’ambizioso obiettivo di percorrere la vita e le attività dei più importanti scrittori del secolo scorso: la letteratura del Novecento è il sottotitolo del libro, e riassume l’ambito di ricerca in cui questa analisi si svolge. Va subito sottolineato che il lavoro non ha alcun intento didattico, e sebbene i propositi enunciati sembrino alludere ad una trattazione sistematica, il protagonista è l’autore stesso e le sue impressioni.
Citati infatti non sembra interessato – giustamente – ad un elenco amorfo che includa tutto e tutti, ma piuttosto ad un viaggio attraverso le letterature a lui care, agli amici parte della propria esperienza umana e professionale, alle pagine che più l’hanno entusiasmato.
Egli propone al lettore la sua letteratura, ed evita volutamente una noiosa carrellata onnicomprensiva. Gli autori ricordati sono vari, e di diverse nazionalità. Da Calvino a Gadda, Fruttero e Lucentini, Attilio Bertolucci, Hoffmansthal, Flannery O’Connor, Kundera, Munro ecc. ecc. fino a comprendere personaggi vicini più alla filosofia o alla psicoanalisi quali Jung o Cioran, o al cinema come Fellini. L’interesse predominante quindi è per la scrittura, qualunque ambito essa sfiori, benedica o accarezzi.
È la parola, dovunque vada a significare, a trasformarsi in letteratura, non è la letteratura un recinto tracciato dagli accademici e dalle loro classificazioni. È chiaro quindi il titolo del libro, La malattia dell’infinito: l’affezione non espande solamente la percezione del singolo nelle trame dell’universo, fino a renderlo ‘malato’ – di una patologia magnifica – ma percorre trasversalmente la produzione intellettuale nelle sue forme più distanti, accomunando le personalità di scrittori, cineasti, psicologi. Se resta difficile scovare le cause del malessere, gli effetti sono oltremodo chiari ed il referto limpido: la vittima dell’infinito, attraverso la propria opera, riproduce l’infinito stesso. Dal segno limitato l’artista riesce a esprimere la grandiosa bellezza del mistero universale.
Citati decide di investigare, di raccontarlo, affidandosi alla esclusività soggettiva del gusto personale, stimolato da altre soggettive disposizioni d’animo, visioni della vita, da cui questo infinito successivamente emerge libero.
L’apparente contraddizione rivela in realtà il fulcro stesso su cui poggia la grande arte, la particolare origine, i limiti e la forza. Scegliere di leggere il libro di Citati quindi vuol dire assumersi la responsabilità di sapere che quanto scritto è oggettivamente vero, poiché assolutamente soggettivo.
Il lettore tuttavia non si troverà disorientato, perché l’autore con notevole acume disegna un quadro di ricordi e aneddoti, nonché di analisi testuali e stilistiche certamente personale ma mai invadente o costrittivo. Anche gli scrittori a lui più cari, come Calvino, Gadda o Manganelli, vengono ricordati non soltanto per la intensità della loro opera, ma pure per le nevrosi ed i gusti: il Pasticciaccio per esempio non fu apprezzato quasi da nessuno appena pubblicato, e ci volle del tempo per ricredersi, per esempio per Calvino. Ciò sta ad indicare quanto sopra accennato: la letteratura, questa malattia dell’infinito che all’infinito riconduce, dopo esserci da lui separati, riesce a trasformare la singolarità di ognuno nel centro dell’universalità eterna, e la malattia risulta anche esser l’unica medicina.
Attraverso “La malattia dell’infinito” – Pietro Citati
(Mondadori, 2008– euro 22,00 – pp. 540.)
di Andrea Comincini
Il viaggio attraverso la letteratura tracciato da Citati racchiude tanti piccoli ritratti di autori e delle loro iniziative: un mosaico di storie ed impressioni soggettive, come si è detto, ma per tal motivo assolutamente originale e limpido. Il lettore sa fin da principio che le immagini evocate nascono dal profondo di un animo totalmente votato alla bellezza: lo scrittore infatti insegue l’arte ma sa anche farla emergere fra le righe della sua opera. La malattia dell’infinito ha un ritmo piacevole e costante, leggero, mai noioso. La scrittura procede serena e riesce a condizionare i sentimenti del lettore con descrizioni lievi ma d’effetto, mostrando la volontà dell’autore di arrivare a segnare il campo delle emozioni, oltre a quello del puro piacere intellettuale.
Come ho precedentemente accennato, la soggettività dell’opera coinvolge anche le vite ed i gusti di quanti vengono raccontati. Fra le biografie più intense, vorrei ricordare quella di tre personaggi: Dylan Thomas, Giorgio Manganelli e Pirandello.
Il poeta di Swansea viene descritto come un ragazzo tenero e segaligno, debole e semplice. Col tempo l’alcool lo trasformerà in un uomo grasso e tozzo, ma la sua anima resterà sempre quella dell’innocente. Thomas visse nella povertà più assoluta, eppure non chiedeva altro alla moglie che “sedere nella mia capanna a scrivere, voglio mangiare il tuo stufato e toccare i tuoi seni e voglio ogni notte star coricato in amore e pace vicino vicino vicino vicino a te, più vicino del midollo della tua anima”.
Manganelli emerge per la sua estrema cortesia, l’abilità nel parlare uno squisito italiano, e la coscienza nevrotica. I fantasmi, gli spettri, i mostri di alcuni racconti altro non sono che l’esteriorizzazione delle proprie paure, dalla letteratura domate, poi invece sempre più ossessive e schiaccianti.
Dallo scrittore siciliano affiora invece il ritratto di un uomo consunto dall’amore. Le numerosissime lettere a Marta Abba raccontano la vita di un’anima devota ad una donna soltanto perché simbolo di ciò che credeva fosse indispensabile alla vita, ovvero la passione.
Altre figure, nuove opere richiederebbero l’attenzione dovuta: il libro di Citati è inesauribile, un susseguirsi di esperienze ed emozioni. L’ultima parte, non casualmente, è intitolata ‘Ricordo di amici’, quasi ad indicare il contenuto del libro intero, perché ogni qual volta si viene rapiti dalle parole di uno scrittore, seppur lontano o di altra epoca, si crea inevitabilmente un rapporto di profonda intimità. In questo commiato Citati parla di Gadda, Bertolucci, Gallo, Croce, Crommelinck ed altri, e la conversazione rimanda alle pagine di un diario, per il tono malinconico, per il dolore che l’assenza provoca. Egli afferma che non teme la morte, ma quella degli amici resta sempre inaccettabile, perché sottrae conversazioni, volti, affetti insostituibili.
Forse la soluzione suggerita da Citati sta proprio nell’ammalarsi di infinito: attraverso la letteratura ciò che la vita disperde viene in qualche modo sottratto al tempo e l’eterno gioco di vita/morte trova un senso: “se gli altri uomini si affrettano a togliere dalla vista ogni ricordo della nostra follia, della nostra debolezza, della nostra mortalità, chi racconta indaga appunto la follia, la debolezza, la morte”.