Archivio Dicembre 2007
direttore responsabile: Dr Chiara Lucarelli,
Trinity College Rome Campus
Registrato al Tribunale Civile di Latina sezione stampa: n. 867 dal 14/12/2006 ®
Posted: 20 Dicembre 2007
Con altre tre recensioni concludiamo l'anno 2007. Anche la nostra redazione si sta apprestando alle meritate vacanze. Auguri a tutti i nostri lettori e arrivederci all'anno prossimo!
Posted: 20 Dicembre 2007
Regia di Silvio Soldini - Italia 2007 - durata 116'

Giorni e nuvole è un film
semplice, racconta il quotidiano: la mancanza di comunicazione, la
crisi di una coppia smarrita tra le bugie e le apparenze. Una
storia vera e credibile, così come i dialoghi, dove il
tema non è la perdita del lavoro ma le continue ricadute
nella vita di chi conosce un'improvvisa rovina sociale partendo da
una condizione abbiente.
Acclamato dal pubblico e dalla critica alla Festa del Cinema di
Roma, dove ha partecipato nella sezione "Premiere",
il film ha ottenuto una menzione speciale "per
l'essenzialità di scrittura e l'emozionante
precisione del linguaggio con cui riesce a dare rappresentazione di
un paese incerto, smarrito, incapace di progettare il proprio
futuro, ma - come nei volti esemplari di Margherita Buy e
Antonio Albanese - pronto ad impugnare con dignità la
propria debolezza".
La pellicola ha raccolto interesse e consensi anche al di fuori
del nostro paese: ai festival di Toronto e Londra dove
è stato invitato a partecipare ricevendo ampi
consensi.
Elsa e Michele, sposati da vent'anni, sono una coppia colta
e benestante. Conducono una vita agiata a Genova ed hanno una
figlia, Alice, già indipendente.
Elsa ha smesso di lavorare da lungo tempo per dedicarsi allo
studio ed al restauro, il suo sogno è una laurea in Storia
dell'Arte; Michele, imprenditore, lavora in una
società navale da lui creata in passato con un amico, ma,
per restare fedele alle sue idee ed ai suoi principi, viene
estromesso dall'azienda e si ritrova da un giorno
all'altro senza un'occupazione.
Le nuvole si addensano sulla casa borghese ed i giorni sereni
finiscono: costretti a vendere l'appartamento e la barca per
un'abitazione modesta in periferia, i due finiscono per
cadere nel silenzio, non comunicano più, si guardano ma non
si vedono: è il collasso.
Elsa ha la forza di risalire, cerca un lavoro e ne trova due, come
operatrice di un call center di pomeriggio, e segretaria di sera.
Michele si perde nei suoi pensieri, nei suoi atti mancati, è
un personaggio sveviano dei nostri tempi che trova il coraggio di
parlare solo con il padre, ormai vicino alla pazzia, in monologhi
dove il non senso crea l'inganno della comprensione.
La mancanza di comunicazione tocca anche il rapporto generazionale
padre-figlia: lei e il suo ragazzo formano una coppia positiva e
informale, in cui l'apparenza della vita di tutti i giorni
(nella coppia adulta) lascia il posto all'intimità di
un rapporto vissuto (nella giovane coppia).
Padre e figlia raggiungono solo alla fine un punto di contatto,
rinunciando ambedue a qualcosa di sé per lasciare all'altro
la libertà di esprimersi completamente: Michele
cesserà di criticare le scelte di Alice, e la ragazza
smetterà di guardare il padre come un estraneo da
combattere, riappropriandosi di tutte le ragioni sentite e
abbandonate nell'angolo più intimo e segreto di se
stessa, e recuperando un definitivo chiarimento.
Dopo aver percorso la difficile strada della ricostruzione del
proprio "io", e aver toccato il fondo i protagonisti
vivono la catarsi e riscoprono la voglia di amarsi ancora.
Significativa è la scena finale, che lasciamo allo
spettatore per non privarlo della scoperta della sua magia. Diremo
però come l'intera sequenza richiami allegoricamente
la tranquillità che si armonizza nella semplicità dei
gesti delle figure e nella essenzialità delle battute
finali, in questo rapporto tra segno e significato si scoprono le
ragioni nascoste di ogni gesto e di ogni silenzio.
Il regista Soldini ha confermato in quest'ultima fatica la
sua personale poetica caratterizzata da una piena autonomia
espressiva, poco attenta alle esigenze di mercato
dell'industria cinematografica e capace di legare
dialetticamente vicende esistenziali e contesto sociale,
attribuendo un particolare risalto alla protagonista femminile;
è lei, infatti, dopo aver assunto il ruolo di
"uomo", a portare la croce della casa.
La Buy totalmente calata nel personaggio trova, attraverso le
espressioni e i gesti, corrispondenza nella struttura psicologica
di Elsa, mentre Albanese appare spiazzato nei confronti di Michele;
l'interpretazione che ci rende a tratti ironicamente amara
ricorda essenzialmente come un uomo possa essere tale anche con
tutte le sue contraddizioni e debolezze.
Il tema della ricerca di una nuova identità familiare
è un tema caro a Soldini. Diversi personaggi dei suoi film
cercano spesso di stringersi insieme, scelgono di organizzarsi in
un nucleo familiare allargato perché solo così
possono risolvere i problemi che la vita ha in serbo per loro, dai
più miseri ai più dolorosi. In "Agata e la
tempesta" Soldini torna su questa tesi e la donna è
spesso protagonista della scena. Anche qui, un imprevisto, (Agata
scopre da una rivelazione che il suo amato fratello, ed anche il
suo migliore amico, in realtà è il figlio illegittimo
di una povera contadina) la tempesta del caso incontra e trasforma
le vite di tutti i protagonisti, quasi trasportati dalla inquieta e
solare Agata. Ancora una donna che rinasce e scopre le dimensioni
insospettate dell'esistenza rivivendo la propria vita e i
propri affetti.
Così come in "Pane e tulipani" la
protagonista è una donna al centro della propria famiglia:
Rosalba, moglie-madre-casalinga, probabilmente avrebbe proseguito
la propria vita di sempre, se una circostanza improvvisa e, in un
primo momento traumatica come il restare abbandonata in un
autogrill non le avesse fatto aprire gli occhi.
La donna scopre d'un tratto la possibilità di imprimere
alla giornata (e poi alla vita) direzioni impreviste. E' il
principio di un viaggio iniziatico, la cui meta è la
liberazione dalle regole sociali; dunque anche in questo caso una
"rinascita" a seguito della scoperta consapevolezza dei
quotidiani e tediosi compromessi familiari.
Cambiano le scelte stilistiche e i toni dei racconti, ma resta la
profonda sensibilità del regista nel ritrarre i personaggi
femminili; tornando ad Elsa di "Giorni e nuvole"
vediamo un personaggio complesso, forte, emotivo. Non è una
donna priva di incertezze, commette degli errori, ma è la
figura portante nella vicenda di profondo sconforto umano e
familiare. È in Elsa che vivono ancora il ricordo ed il
significato interiore del "viaggio", della
possibilità di avere ancora un desiderio, che le permetta di
continuare a vivere. Un quotidiano più asciutto e
realistico, certo lontano dalla poesia e dai colori di
"Pane e Tulipani" e di "Agata e la
tempesta" ma sempre focale è lo smarrimento della
personalità all'interno della famiglia,
l'introspezione psicologica e il dolore individuale.
Nello sfondo, ma sempre protagonista, ancora Genova (come nella
prima parte di "Agata e la tempesta"),
città poco usata fino ad oggi come set cinematografico,
inusuale ma ricca di tensioni e atmosfere che ben si presta a
riprese stimolanti tra i suoi vicoli, i palazzi antichi, le piazze
aperte sul mare che fa da specchio ad un cielo costantemente grigio
e coperto da nuvole - veicolo per eccellenza del viaggio
introspettivo del regista nell'anima dei personaggi.
Posted: 20 Dicembre 2007
Adelphi, 1992 - euro 12,39 - pp. 136
Il libro strenna per le prossime
festività natalizie? <<La Recensione>> tenta di
sciogliere le indissolubili esitazioni all'annosa
quaestio di fine 2007. Lo spunto stavolta ricade - di
certo in controtendenza rispetto a proposte e indicazioni
d'altri periodici specializzati - su un'opera
datata ma adatta, se altre mai, alle sacre atmosfere di questi
giorni perfetti che indugiano e attendono, al varco,
l'umanità tutta, devota o indifferente.
L'indubitabile fascino cerimoniale di queste felici giornate
dicembrine non potrà non attrarre i lettori affettuosamente
legati alle intense pagine dickensiane dei Racconti di
Natale o dediti alle vicende de I giochi di Natale di Peter
Coniglio o ancora a coloro che si vogliano affidare ai
più freschi e quotati Harry Potter della Rowling,
Mondo senza fine di Follett, o i sempreverdi Gomorra,
La Casta, e il Camilleri di turno.Incuneato fra classici e
nuove uscite siamo andati a scovare un titolo quanto mai evocativo:
Il Presepio, postumo incompiuto manganelliano, testo affatto
natalizio, conforme alle speranze di quanti si crogiolano alle arie
infiocchettate e amorevoli di codeste sante giornate. Il presente
libello si prospetta altresì come guida, assai ben
calibrata, alle sfinenti celebrazioni condite da baci e abbracci
forzati, omaggi e nutrimenti a profusione, speranze e personali
resoconti morali. Vi si offre un'analisi puntuale di
vicissitudini, calamità, sciagure e disgrazie interiori,
familiari ed emblematiche, che avvolgono solennemente i giorni tra
l'8 e il 26 dicembre, assediandoci senza posa. Un utile
vademecum, in definitiva, per salvarsi, con ironia e criterio,
dalla schietta, spietata, crudele atmosfera della
spiritualità natalizia.
Come da consuetudine Manganelli offre al lettore il proprio
straniante punto di vista, assieme rigoroso e arbitrario: quello di
uno spettatore la cui prospettiva appare metodicamente ribaltata o
deformata e per cui, in definitiva, all'inferno del Natale
egli tenta di opporre una genuina e fredda analisi dei contenuti
(riti domestico-tradizionali) e delle forme (simboliche) delle
varie sue rappresentazioni.
E così una primissima parte è dedicata, con
calcolato distacco, all'estesa sensazione
d'inadeguatezza ed infelicità che avvolge
l'umanità intera in quei giorni clementi: "Nella
città in cui vivo, anzi in tutte le città in cui
potrei vivere, sta arrivando il Natale. Alcuni dicono, il Santo
Natale. Sebbene la mia vita sia distratta e disorientata, da molti
segni, come gli animali, mi accorgo dell'imminenza del
Natale. [...] L'irrequietezza agita i miei simili; una
sorta di inedita tristezza che si accompagna ad una smania, una
torbida cupezza, una litigiosità capziosa, non di rado
violenta, ma soprattutto aspramente angosciosa. Quando il Natale si
approssima, l'infelicità si scatena su tutta la terra,
invade gli interstizi, ci si sveglia il mattino con quel
sentimento, discontinuo durante tutto l'anno, che vivere a
questo modo pare intollerabile, forse disonesto, una bestemmia.
Strano che abbia scelto questa parola, sostanzialmente pia, per
descrivere l'infelicità natalizia. E infatti questo
avverto, che a differenza della desolazione che direi privata,
attraverso la quale passiamo in vari momenti dell'anno,
questa è una tetraggine che ha dell'astronomico, come
a dire che gli astri sono coinvolti, e forse la tristezza che
suppongo mia in realtà è un affetto che tocca gli
estremi dell'universo, e oltre, se si dà un
oltre".
Colpisce ancora la precisione del microscopio socio-psicologico
utilizzato per sferrare l'attacco alle strutture sostanziali
della festività per antonomasia: Manganelli dà
principio al suo cinico e precipitante trattato barocco -
nell'incedere per chiose e divagazioni, e in ciò
perfettamente in linea con la poetica hilarotragica -
sull'assurdità dell'universo natalizio inteso
in primis nella sua accezione tradizionale e privata, a
partire da "gli acquisti di cibo, segno palese della
sensazione di deperimento che coglie i vivi", per soffermarsi
sul "recitato rafforzamento del vincolo domestico che
"usa mettere assieme, in modo che a me pare indecoroso,
nonni, avi, nipoti, parenti acquisiti in guise non di rado
ambigue".
Rinviene inoltre i contrassegni del clima mortifero che ogni
festa, il Natale su tutte, porta, latenti, con sé:
"scusa questa usanza il panico che sottende, la sensazione
che ogni volta si stia facendo la conta, come su un vascello che
affondi; ma non affondi per tempesta o naufragio, ma per una sua
intrinseca vocazione ad affondare". Scava nel torbido dei
comportamenti legati, in guise difformi, alla celebrazione del
Natale: "quella tristezza di cui dicevo in questi giorni si
fa tristizia, e si mangia e si beve e si fornica, coprendo di una
finta e artata letizia una smaniosa disperazione". Gorgo
angoscioso, tristissimo vertice d'infelicità, il
Natale si mostra in tutte le sue più contraddittorie
manifestazioni e il sentimento ad esso congiunto è indicato
come "malessere cosmico o "epidemica malsania
universale" a tal punto che si domanda, retoricamente,
"se non basterebbe por fine al Natale per sfuggire a questo
elaborato, ingegnoso, maestoso malessere".
L'ovvietà dell'amara conclusione nella risposta:
"Ma si sa che al Natale non si dà fuga; in nessun
modo".
L'ermeneutica della fenomenologia natalizia di Manganelli
lambisce finanche i circuiti dell'antropologia,
nell'individuazione della festa come rito apotropaico atto a
esorcizzare la morte, la mancanza di senso della vita, il vuoto che
porta con sé e la paura della fine, appunto grazie alla sua
infinita rassicurante ripetibilità: "Mi pare
ragionevole supporre che il Natale fosse una cerimonia intesa a
ricucire i lembi del mondo che si scindevano, o recitavano la
scissione. Insomma, ad ogni Natale si poneva il quesito, finisce il
mondo? O il mondo è fatto per durare? Io ho l'idea che
il Natale sia stato voluto, così come oggi lo sperimentiamo,
per stabilire che sappiamo che la fine del mondo non è un
progetto attuale. Naturalmente non sappiamo niente di niente, e
possiamo solo accettare la proposta che la recita è
strutturata in modo tale da ripetersi ad
infinitum".
Sul versante figurativo-simbolico l'attenzione
dell'autore si fissa sulla rappresentazione della scena della
natività. Il presepio diviene spazio virtuale, teatro di una
rappresentazione "altra" da quella che si pretende
sacra: una farsa teologica. Attorno alla mangiatoia manganelliana
sono le comparse a prender vita e farsi protagoniste di
significazioni ulteriori, di chiose ed esegesi impossibili. In
questo documentario, ripreso dall'interno del presepe,
Manganelli osserva le figure contigue al bambinello, a partire da
Giuseppe, il vecchio padre incapace di capire pienamente la portata
della sua paternità, del proprio ruolo: "Il Padre ha
un volto che non direi triste, ma che è cauto, di chi sta
sulla difensiva, di chi ha un compito che, indovina, è
insieme regale e servile"; e a lui si rivolge poi in tono
intimo: "Non parli, ma se parlassi sono certo che verrebbe
fuori un accento dialettale, semplice, simpatico, anche, ma del
tutto dissimile da quello strano accento liturgico che esalano le
labbra della Madre; naturalmente tu lo sai, e questo fa sì
che tu stia silenzioso; tu sai da sempre che sei inferiore, che
intorno a te si sta recitando una favola di cui si sa solo che
è enorme, e che tu non ne capirai mai il senso; ma questo
anche importa, che questa favola dopotutto abbia bisogno di te, di
colui che non capisce ma che è dentro,
irreparabilmente". Un uomo monotono gettato nel cuore
dell'avventura diviene agli occhi di Manganelli figura
d'umanità universale: "Io credo che tu sei
vecchio perché sei invecchiato; quello che non potevi sapere
era questo: che dovevi invecchiare, perché serviva, era
necessario un vecchio come te, prudente, un po' annoiato, ma
solido, per una scena, diciamolo, senza paragone, anche se un
po' artificiale. Come ci somigli, vecchio che non sai e non
capisci, ma che stai nel centro, nel cuore del disordine, del
prodigio, della rappresentazione, del gioco, della tragedia, tutte
cose che non volevi".
Attorno alla grotta pensata dallo scrittore si muovono pastori,
figure umane reali cui si sommano visioni di angeli inferi, santi
pipistrelli e un nugolo di animali che trovano collocazione fra la
mitologia classica e la neologistica manganelliana, il basilisco,
la manticora, il leucocrota, il catoblepa, l'unicorno, la
fenice: la schiera delle bestie inesistenti, la cui qualità
precipua è l'inesistenza appunto, spazio teologico
fuori dal tempo, dall'esistenza. Il versipelle ne è
unica eccezione, fiera assieme esistente e inesistente, in continua
metamorfosi e perciò invisa ai personaggi dell'una e
dell'altra schiatta.
Degni di nota sono infine, tra gli animali della greppia, il bue e
l'asino sui quali l'estro glossatorio manganelliano
offre il suo massimo: "Notate, il bue e l'asino.
Perché non la giraffa e il canguro? Perché non il
rinoceronte e il pavone? [...] Ma nessun animale è
triste e sconfitto come l'asino, o avvilito e depauperato
come il bue. E tuttavia l'asino ha pazienza e forza di sesso:
un dissoluto; il bue è potenza e lentezza: un accidioso.
Vennero scelti perché erano umili? No, vennero scelti
perché si credeva che fossero il contrassegno della
sconfitta. Sono i viventi".
Sull'ambigua natura dei due animali l'ultimo inciso:
"La castrazione del bue del presepio è un grande,
solenne enigma; è uno dei misteri del mondo. Questo bue era
un vitello capace di farsi toro poderoso e generante, innumere
volte generante. Perché è stato castrato?"
Manganelli interpreta la coatta mitezza del bue come un qualcosa di
torvo, un imposto rovesciamento della forza dell'animale,
"è lo spianamento dell'abisso; è la
curvatura della vetta; è il fulmine raggelato",
insomma ancora il segno di una sconfitta obbligata, ad impedire
ogni ipotetica prole che ambisca al trono del Re. L'asino
invece, umile animale da soma e percosse, non ha subito castrazione
alcuna, non è stato umiliato, anzi esso, al contrario del
bue è "potente di lombi", ma incapace di
concepire giganti che minaccino il Re del presepe. Ecco i padroni
di casa che vegliano il bambino, un castrato e un priapeo.
Il Presepio che affresca Manganelli ha le fattezze
d'un'agghiacciante farsa salvifica e diviene, pagina
dopo pagina, funesta parodia dissacratoria. Una messa in scena che
glorifica la notte del 24, "l'eterna morte
dell'anno", in cui "il momento della festa
è il momento supremo della menzogna". "Il Natale
come menzogna" potrebbe darsi come augurale apoftegma
manganelliano.
Buon Natale
Posted: 20 Dicembre 2007
Einaudi, 1972- euro 8,50 - pag. 79
Gengangere, Gli Spettri, nasce dalla
penna di Henrik Ibsen nell'estate del 1881, tra Sorrento e
Roma. Questo dramma viene scritto dopo Casa di bambola, ed
ancora una volta ha come protagonista principale una donna, la
signora Helene, madre del giovane Osvald, artista che insieme al
pastore Manders, a Regine e al suo vecchio padre rappresentano gli
interpreti delle vicende nate sulla riva di un grande fiordo
norvegese.
Sebbene gli avvicendamenti umani disegnino il percorso degli
eventi, il senso intimo delle cose non è ad essi affidato.
Una forza superiore trama fra loro, e scrive il destino dei
protagonisti.
Per essere più precisi, l'opera subisce la presenza
impetuosa di una entità assente: il peccato.
La sua mancanza naturalmente è di natura fisica,
perché la casa della signora Helene, le stanze, i colori del
cielo nordico ne conservano le tracce, orme visibili
paradossalmente non da colui che è puro, ma dall'animo
corrotto, dal peccatore, dal genitore.
La signora nasconde al figlio le nefandezze di un padre crudele e
violento. Da giovane scappò via di casa, per trovare rifugio
tra le braccia del pastore, il quale non accolse nel suo focolare
la donna che tornò quindi di nuovo dal marito.
Per proteggere il suo bambino, accetta ogni umiliazione, e gli
nasconde la verità.
Con la morte del consorte, la madre decide di costruire un asilo: i
soldi lasciati in eredità verranno redenti a fin di bene da
un'opera destinata ai più piccoli ed indifesi.
Supervisore attento è Manders: la sua autorevolezza nasce
dall'avere accanto Dio. I propri giudizi, la compostezza,
sembrano riflettere non una solidità personale, ma la
regalità donata da un Essere Superiore.
Il pastore convince la signora a non assicurare l'asilo,
altrimenti la comunità penserebbe male, che non si abbia
fiducia nella Provvidenza divina. Ella accetta, perché in
fondo al cuore è ancora ammaliata dall'uomo
autorevole, ma anche dalla persona così dura nel giudicarla
ribelle fin da giovane, incapace di accettare la croce,
responsabile dell'educazione troppo libertina di
Osvald.
Il giovane è stato un artista, pittore, a Parigi, ed
è ora di nuovo a casa, per riposarsi da un forte stress
motivo di squilibrio e frustrazione.
I contrasti tra la donna e il pastore nascono da due differenti
morali. Da una parte l'uomo di Chiesa, dall'altra una
vita soffocata dal dubbio e dalla meschinità, nel tentativo
di sovvertire conseguentemente, ma fallendo, l'ordine delle
cose.
In casa della signora Helene vive Regine, una fanciulla graziosa la
cui unica colpa è non sapere la verità sui propri
natali. Il padre naturale, infatti, non è il vecchio e
cattivo Engstrand, falegname cinico e ruffiano, bensì il
padre di Osvald: nelle sue scappatelle extraconiugali ha incontrato
proprio la cameriera di casa, ed ha lasciato nel mondo un segno del
suo ardore.
Ibsen rimane spettatore di un dramma particolarmente triste; il
gelo nordico sembra esser entrato nelle case dei protagonisti,
rendendo i personaggi figure oltretombali. Gli Spettri non sono
soltanto i segreti nascosti di peccati giovanili o figliolanze
illegittime. Lo scrittore confida al lettore qualcosa di più
orripilante, di tremendamente indicibile: gli spettri siamo
noi.
Come fantasmi ci aggiriamo in una vita di cui nulla ci appartiene.
Nemmeno la verità, bene più prezioso, è
concessa. O meglio: la verità si rivela
all'improvviso, gettando un'ombra sulle granitiche
certezze su cui fondavamo le nostre speranze. È una epifania
dolorosa, perché colpisce anche coloro i quali non hanno
colpe dirette.
Il teatro ibseniano ci insegna questo: il nascondere la
verità, pur se in buona fede, produce qualcosa di
immensamente grottesco, una punizione estesa anche ai giusti, i
deboli, o quanti hanno le mani candide.
La forza di Ibsen e del suo teatro è difficilmente
spiegabile in poche parole. Oltre alla capacità di cogliere
l'essenza dei protagonisti e di descrivere le psicologie
più complesse, egli sa ritrarre la storia umana con i colori
della solitudine, senza mai abbandonare il testo alla fiacchezza o
alla rassegnazione.
Risultato questo incredibile, visto il senso indiscusso
dell'opera. Così dice la Signora Helene al pastore:
"m'è parso di veder degli spettri davanti a me.
Ma credo quasi che noi tutti siamo degli spettri, pastore Manders.
Non soltanto quello che ereditiamo da padre e madre riappare in
noi, ma ogni sorta di idee vecchie e morte, e convinzioni
altrettanto vecchie e morte. Tutto ciò non vive in noi; ma
c'è tuttavia e non possiamo liberarcene".
Ognuno dei protagonisti pagherà la debolezza di chi li ha
preceduti: regina finirà in un bordello, Osvald
morirà demente, Helene schiacciata dalle sue menzogne,
seppure a fin di bene.
Coloro che si salvano sono il pastore Manders, e certamente la
causa di tutto, ovvero il padre di Osvald, il ciambellano Alving.
Il destino risparmierà l'uomo attaccato alla sua
morale d'apparenza, alla chiacchera del paese, e il peccatore
del cui nome resteranno solo le lodi inventate dalla moglie
tradita.
Il peccato, il destino, insegna Ibsen, sono imperscrutabili ad
occhio umano. Per gli spettri la situazione è ancora
più difficile.
Posted: 06 Dicembre 2007
Tre recensioni aprono questo nuovo numero si dicembre. Andrea Comincini ci propone un testo teatrale di Dario Fo, Morte accidentale di un anarchico, mentre Mirko Zilahy De Gyurgyokai esamina un libro dell'autore siciliano Aurelio Difresco, Segno zodiacale delfino. Infine Martin Ryan ci guida all'ascolto di un album di Joni Mitchell, Hejira.
Posted: 06 Dicembre 2007
Einaudi - 2004 - Euro 8.50
Morte accidentale di un anarchico
nasce dalla creatività di Dario Fo e Franca Rame nella
primavera del '70. Come dichiarano gli autori, non fu un
libero atto, ma vennero costretti "dalla
necessità". Il pubblico infatti chiedeva in maniera
sempre più insistente di comprendere cosa fosse realmente
accaduto a Milano nei giorni della strage presso la Banca
dell'Agricoltura, e così nacque lo spettacolo che
avrebbe registrato sempre il tutto esaurito nonostante le minacce e
i boicottaggi.
Franca Rame denuncia nell'Introduzione la paurosa mancanza
di informazione attorno all'attentato, e successivamente
all'arresto del ferroviere anarchico Pinelli, morto
'accidentalmente' causa caduta da finestra presso
Commissariato di polizia. (Nel maggio del '72, a Pisa, venne
rubata la vita ad un altro anarchico, Franco Segantini. Giovane di
venti anni, si oppose ad un comizio missino, fu arrestato e
picchiato selvaggiamente e morì in carcere dopo due
giorni).
Era l'Italia degli anni di piombo, e troppe volte, continua
la Signora Rame, bisognava registrare il silenzio dei mezzi
d'informazione, le indagini insabbiate o
"l'indignazione che si placa attraverso il ruttino
dello scandalo, lo scandalo come catarsi liberatoria del
sistema".
Il testo teatrale è un capolavoro assoluto: l'acume,
l'ironia, la metrica e l'esposizione degli avvenimenti
danno vita ad una farsa di eccezionale impatto emotivo. Farsa
indiscutibilmente, per due ragioni fondamentali: sono gli autori
stessi a sottolineare la grottesca ricostruzione degli eventi, le
penose istruttorie, la banalità delle dichiarazioni
autorizzate. Ancora oggi appare incredibile a dir poco la mediocre
ricomposizione dei fatti da parte degli organi ufficiali, che la
sola lettura dei documenti farebbe sbellicare dalle risate.
Morte accidentale di un anarchico è scritto infatti
sfruttando testimonianze esistenti e interviste reali, per quanto
il lettore - quando si asciugherà le lacrime dalle risa -
non crederà possibile come la realtà possa mettere in
soggezione la più viva fantasia.
Il secondo motivo nasce direttamente dagli autori, ovvero guidare
il lettore, attraverso il personaggio principale, ad un mondo di
giullari con la bava alla bocca, ringhiosi, spassosissimi e
crudelmente banali allo stesso tempo. Figure esilaranti e
mostruose, grottesche, si incontrano con altre miti, fragili,
assenti ma vive e solitarie sul palcoscenico.
Questi è "Il Matto", un uomo che si spaccia per
psichiatra, dottore, medico, ed infine giudice.
Il matto cambia di continuo personalità. Il suo non
è un semplice travestimento, ma un cambio di identità
vera e propria. Uomo intelligente e colto, calmo nelle situazioni
più difficili, spadroneggia sulla scena a scapito del
Commissario Bertozzo - altro personaggio - e di un triste Questore
pauroso e svampito.
La storia è tanto semplice quanto ben architettata.
L'uomo svitato viene arrestato per l'ennesima volta, e
per l'ennesima volta accusato di millantato credito, truffa
ecc., eppure la fedina penale risulta immacolata! La propria
abilità dialettica diviene instrumentum regni in un
commissariato privo di personaggi particolarmente brillanti e
acuti, e di conseguenza viene puntualmente rilasciato con mille
rimproveri, ma senza tracce sui documenti giudiziari.
Quando il commissario Bertozzo esce di stanza, il pazzo si
impossessa dell'incartamento dell'affare Pinelli, e
quindi poi si reca negli uffici di un altro commissario, dove
sopraggiungerà anche il questore.
Quella da Fo presentata è una sublime commedia degli
equivoci. Appare senz'altro la sua più grande
qualità, già manifesta nelle opere precedenti, ovvero
di essere un ottimo affabulatore, capace di cogliere
l'essenza della figura umana celata dietro l'abito
borghese e le sue maschere.
A scene comiche si intrecciano momenti drammatici: i poveri
poliziotti non sanno che pesci prendere mentre il matto si presenta
quale "giudice per la contro-inchiesta". Tremanti di
paura, cercano di ricostruire i fatti, si contraddicono, arrivano
perfino quasi a buttarsi anche loro dalla finestra, perchè:
"il raptus!" - la morte di Pinelli è spiegata
così - e mentre il giudice li spinge allo stipite e grida
loro che questa è l'unica soluzione, continua a
strillare: il raptus! Il raptus!avete il raptus!
La storia prosegue nel tentativo di ricostruire una versione
coerente, in grado di risolvere i dubbi una volta per tutte.
Perché l'ambulanza è stata chiamata poco prima
di mezzanotte, se l'anarchico si è gettato qualche
minuto dopo? "Siamo prudenti" è una delle
risposte...
La commedia è avvincente dal principio alla conclusione,
quando stremati i poliziotti si vedono anche sopraggiungere una
giornalista. Per non creare sospetti, l'accolgono nella
stanza. Il matto intanto si è camuffato di nuovo per
controllare la situazione ed aiutare i due malcapitati. Con una
benda sull'occhio e una mano di legno, ecco 'il
Capitano'! Se dapprima difende il Commissario ed il Questore,
poi comincia a gridare la verità: è lo stato a
organizzare le stragi, a creare tensione, a spingere i cittadini a
chiedere 'liberamente' la mano dura.
Restano tutti attoniti, stupiti: "questo ci rovina"!
sembrano pensare i presenti - a cui si è aggiunto il
Bertozzo, il quale invano grida: " è un matto!",
e si prende mille calci - tranne la giornalista, pressoché
in estasi, per quello che sembra esser lo scoop della vita.
La conclusione originale, il primo finale, propone un
ammanettamento, una esplosione, un altro morto per definestramento:
lascio al lettore il piacere di scoprire i particolari da
sé.
La commedia onora perfettamente un pensiero di Brecht: "Nei
tempi bui cantiamo dei tempi bui, poi verrà anche per noi il
tempo delle rose": nell'attesa, un po' troppo
lunga, a dire il vero, non ci resta che "avere la forza di
tornare a capo, con la stessa rabbia e la stessa determinazione di
mostrare di nuovo al pubblico - scrive la Rame - il deretano nudo e
orrendo dell'ipocrisia".
Morte accidentale di un anarchico è stata tradotta
in tutto il mondo: ancora oggi, perfino in Giappone, si registrano
repliche su repliche.
Inevitabile, quando ad un preciso riferimento storico, a fatti di
cronaca, si svelano i meccanismi più reconditi
dell'animo umano. La doppiezza, di cui solo il matto sembra
esente - benché sia l'unico a 'fingere'
concretamente; il gioco dei ruoli di plautiana memoria;
l'agnizione finale capace di sconvolgere tutto e tutti -
trasformano l'evento in simbolo, metafora ultima, muta, di
quel mistero buffo - per dirla à la Fo - che
è l'uomo.
Posted: 06 Dicembre 2007
Edizioni Thyrus, 2007 - euro 14 - pp. 171
Nel variegato, e frammentato, quadro
dell'editoria regionale-indipendente esistono realtà i
cui cataloghi si mostrano di prima eccellenza in quanto a pregio e
complessità.
In un'antica conceria del 1878, su una via centrale del
minuto comune di Arrone (Terni) sta la suggestiva dimora della
Thyrus, una piccolissima casa editrice con poco più di
cinquant'anni di vita la cui sede ospita tra l'altro una
biblioteca d'interessi socio-pedagogici, storico-geografici,
ma anche linguistici e letterari. Da prima strettamente orientata
alla didattica - la prima collana è stata
"Problemi educativi" progettata da Rolando Teofoli
più tardi impegnato alla diffusione nazionale di "La
Scuola", rivista quindicinale di portata nazionale -
è da diversi lustri guidata da Osvaldo Panfili (già
docente universitario). A lui, tra l'altro, si deve la svolta
che ha aperto le porte della Thyrus al territorio umbro con una
serie di testi di storia e cronaca locale, oltre che a
pubblicazioni più propriamente letterarie: ad oggi vanta un
catalogo di più di cinquecento titoli.
Questo celere resoconto vorrebbe fornire almeno una vaga idea
delle nuove strategie, culturali e di mercato, della piccola
editoria a carattere locale, introducendo il lettore de <<La
Recensione>> nel panorama delle coraggiose, e difficili,
scelte editoriali indirizzate alla più genuina ricerca di
autori emergenti. A ciò si dà un breve articolo
critico sulla recente uscita d'un'opera di narrativa,
Segno zodiacale delfino.
La confezione è assai apprezzabile, dall'allettante
copertina all'elegante scelta del carattere e della carta
solida utilizzata. Calibrata la presentazione dei contrassegni
stilistici approntata da Paola Birbanti secondo cui Segno
zodiacale delfino è libro di corposa fattura e di
decisa passione partecipativa. Un'opera intricata e faticosa
sin dal dipanarsi della storia. L'autore, Aurelio Di Fresco,
siciliano esportato prima in Friuli poi in giro per il mondo per
lavoro, si rivela, già dalla prefazione, infaticabile
viaggiatore e comunicatore di esperienze al contempo reali ed
interiori. Simbolica, o meglio allegorica, risulta questa
autobiografia romanzata; d'un uomo il cui continuo viaggiare
e il cui contatto con esperienze umane diversissime diviene
costante autoanalisi. Tale ricerca interiore non è
però tanto psicologicamente orientata, piuttosto pare fatta
per reperire, sparsi sotto forma di segni tangibili, quelli che
considera i valori essenziali della vita umana, finanche
universale. In tal senso le pagine del libro sono attraversate
dalle parole in una sorta di pellegrinaggio che tocca varie
stazioni geografiche e interiori.
Una serie di vicende personali, e di vagheggiamenti spirituali che
si legano indissolubilmente a un primo simbolico incontro
dell'infanzia - un delfino intravisto fra le onde di
Gela diviene compagno immaginario e incarnazione
d'un'amicizia ideale che si riverbera fino alla
conclusione - tengono il lettore, amante della sostanza non
tanto letteraria quanto vitale del testo, in continua tensione
rispetto alla narrazione che si fa via via più fitta.
L'animale assurge dunque a veicolo ideale del mondo profondo
del protagonista: una componente di misericordia s'accompagna
all'amarezza per l'esibizione, qualche anno più
tardi, della sagoma ferita a morte del mammifero marino portato
sulla spiaggia dai pescatori festanti. E qui, nella presa di
posizione dinnanzi alla brutalità, il ragazzo si sente
incline alla natura della bestia che si trasforma, ai suoi occhi,
per assumere le fattezze emblematiche del martire cristiano.
La sostanza simbolica del testo corre dunque su questo binario
figurativo e il delfino riemerge dalle acque dell'inconscio
vent'anni dopo, immagine incisa sulla copertina di cuoio di
un libro. Qui la figurazione non lascia spazio a dubbi sulla
propria natura religiosa e il bimbo a cavallo del cetaceo diviene
allegoria della "simpatia", tanto cristiana quanto
orientale, tra uomo e animale; una sintonia che lega natura e
destino delle creature che popolano il mondo.
Un sistema allegorico che pare replicare, in linea di massima,
quello dell'Apocalisse biblica: l'io narrante adopera
varie visioni, tra loro scollate, per intendere al meglio le
costanti individuate al centro della propria vicenda esistenziale.
In tal senso s'orientano i capitoli sulla magnificenza della
natura, sul senso della rimembranza, sul male o ancora, completando
in senso cristiano lo spettro dei valori proposti, sulla
redenzione. E il delfino, da esperienza concreta, si trasfigura
ancora, nel corso della narrazione, in punto di riferimento
paradigmatico che salda assieme vissuto e ricerca umana di un senso
più ampio della vita.
In Segno zodiacale Delfino il protagonista, che parla in
prima persona, introduce dunque il lettore nel deposito del proprio
universo morale. Un universo caratterizzato da una
"ideologia" che diremmo quasi manichea. Così
appare, ed è proposta nell'esporre, ad esempio, la
lotta intrinseca tra forze opposte - il desiderio
d'avventura e la paura di distruggere la serenità
domestica - che si trova a affrontare nel bel mezzo d'una
avventura extraconiugale, centro nevralgico del testo, infine
risolta con la confessione finale alla famiglia. Lo snodo del
percorso simbolico-narrativo è quello che dal peccato della
relazione adulterina mena alla definitiva scelta morale, in linea
coi princìpi e valori di una vita intera.
Al fondo di una lettura a tratti faticosa, prevale un sentimento
palesemente formativo, il quale conferisce al libro tonalità
didattiche che stanno fra Siddharta e il più autentico
spirito francescano. Un continuo dialogo tra microcosmo interiore e
macrocosmo universale, in un mix che combina assieme principi e
sentenze d'oriente e gli impulsi della spiritualità
cristiana. Ciò lascia evidentemente quasi nulla allo
spessore letterario del libro. Su tutto aleggia infatti
l'idea d'un vago messaggio morale da proclamare: saper
ricercare fra le pagine della propria esistenza gli indizi di un
disegno divino; saper leggere fra le righe della vita, laddove
circostanze in apparenza casuali, rivelano una traccia
dell'universale.
Le cose migliori di questa moderna favola morale si riscoprono
nella schietta umanità di alcuni passaggi, comunque
didascalici, come questo: "un uomo per realizzarsi deve
portare a termine tre cose: piantare un albero, fare un figlio e
scrivere un libro".
Posted: 06 Dicembre 2007
1976 - Elektra/WEA
Ok, firstly an admission. The album that should
have been reviewed here was Joni's new one "Shine". She had
retired from music five years ago, describing the industry as a
"cesspool", so when it was announced that she had recorded again I
couldn't wait to get my ears around what she produced.
Unfortunately I was disappointed (an opinion that will probably
change) and, since I don't see the point of writing a
negative review of an artist I've loved for many years,
I'm returning to what I consider to be her best work in an
effort to "spread the word" in the hope that somebody will read
this and get as much joy as I have from this album. Her career
before "Hejira" had seen her change styles a number of times; from
the "folky" albums that produced hits like "Big Yellow Taxi",
"Clouds", "Both Sides Now" and many others to the less accessible
"The Hissing Of Summer Lawns". Constant always is an honesty that
sees her attempt to express her emotions in ways that challenge
both herself and the listener. She is never anything less than
compulsive listening.
Joni wrote most of this album on the road having broken up with her
partner and the songs centre on "the road" as both a physical
presence and a metaphor for escape. There are no traditional verse,
chorus, verse offerings here. The overall sound is a governed by a
jazz sensibility, sparse and slightly cold with Joni's guitar
being layered and treated on many of the tracks to provide a
hypnotic drone around which her voice and, crucially, the bass of
Jaco Pastorius take turns at rising and falling, creating and
releasing tension. Pastorius actually came to the album after its
completion when Joni was introduced to him as somebody she should
hear. Thankfully she did listen to him and he overdubbed bass
parts, which are absolutely integral to four of the songs. There
are other instruments present that are used to add dabs of colour,
percussion barely audible, vibes and clarinet appearing for seconds
but always subservient to the mood of the song.
Lyrically the album is by turns insightful, humorous, painfully
personal and always intelligent, stylistically more prose poetry
than traditional pop lyrics. Of course, as with all music,
it's when the totality of the elements comes together that
the art is created. "Hejira" is art of the highest order, possibly
higher than we have a right to expect from nine songs in the area
of pop music. But this is Joni Mitchell at the top of her game.
"Coyote", the opener, takes up the "road" theme immediately. Joni
relates her encounter with the coyote who has "a woman at home/
he's got another woman down the hall/ he seems to want me anyway".
Although she tells us there are "no regrets" we hear "There's no
comprehending/ just how close to the bone and the skin and the eyes
and the lips you can get, and still feel so alone". Joni's
voice and guitar here are counter-pointed by the swooping bass of
Pastorius, creating a mood of restlessness, perfectly complementing
the lyrics and setting the theme for what follows. "Amelia" is one
of Joni's most effective vocals. In a song apparently about
Amelia Earhart, the pioneering American aviator who disappeared on
an attempted flight around the world in 1937, we are drawn into
speculation about the kinship the author feels for the subject and
how this is spun out to pull other threads into the fabric of the
piece. "Maybe I've never really loved/ I guess that is the truth/
I've spent my whole life in clouds at icy altitude". A painful
realisation that could only be arrived at through the solitude of
travel? This song is about romance in terms of romantic love, the
romance of early aviation, women's struggle in a
male-dominated world and more. At the end of each verse we hear the
same conclusion; "Amelia, it was just a false alarm". What was the
false alarm? "Amelia" throws a lot of images at us and asks so many
unresolved questions. But then good songs are supposed to
challenge, aren't they? The title track is, I think, one of
Joni's best ever, and comes close to being the perfect song
if such a thing exists (or is even desirable). She sets the scene
with "I'm travelling in some vehicle/ I'm sitting in some
café/ a defector from the petty wars that shell shock love
away. There's comfort in melancholy/ when there's no need to
explain. It's just as natural as the weather/ in this moody sky
today". There's so much to savour here. Joni's slightly
metallic sounding guitar and a vocal that stretches the lyrics to a
degree that only she can make work, with Jaco's bass rising
and dipping, seeming to be trying to pull the song away from its
root and creating a tension that mirrors the contradiction in lines
like "I'm porous with travel fever / but you know I'm so glad to be
on my own/ still somehow the slightest touch of a stranger/ can set
up trembling in my bones". This, as I've said already, is the
artist at her best. To adequately describe this song is impossible.
It must be heard. "Refuge Of The Roads" is Joni's "My Back
Pages". It tells of her meeting with Chögyam Trungpa Rinpoche,
a Tibetan teacher of a form of Buddhism known as "crazy wisdom".
Joni sings of how "He saw my complications/ and he mirrored me back
simplified/ and we laughed how our perfection/ would always be
denied/ "heart and humour and humility"/ he said, "will lighten up
your heavy load"/ I left him for the refuge of the roads". She
leaves, feeling lighter, to experience happier times in "the refuge
of the roads" but falls back into her old habit of over-analysing
which "made most people nervous/ they just didn't want to know/
what I was seeing in the refuge of the roads". As with the best
songs on "Hejira", the bass of Pastorius takes a central role.
Hearing them it's difficult to believe all his parts were
overdubbed since the overall effect is of an organic development of
the songs and there's no doubt that the album would be far
less than it is without his presence. There are six other songs on
the album, all of which hold their unique attractions. I have tried
to give a flavour of my "highlights" but others, I'm sure
will have their own favourites and will most likely disagree with
my interpretations of the songs I've tried to describe.
It's that kind of album. It's also an album that, given
the opportunity, will become a friend you can return to like a
favourite book offering up new insights with each visit. "Hejira"
should be in everybody's collection.