Home

Archivio

Links

Contacts

La Recensione - Redazione

Update Fine Anno 2007

Posted: 20 Dicembre 2007

Con altre tre recensioni concludiamo l'anno 2007. Anche la nostra redazione si sta apprestando alle meritate vacanze. Auguri a tutti i nostri lettori e arrivederci all'anno prossimo!

Silvio Soldini - Giorni e nuvole

Posted: 20 Dicembre 2007

Recensione di Sonia Scorziello

Regia di Silvio Soldini - Italia 2007 - durata 116'

Stampa questo articolo

Giorni e nuvole

Giorni e nuvole è un film semplice, racconta il quotidiano: la mancanza di comunicazione, la crisi di una coppia smarrita tra le bugie e le apparenze. Una storia vera e credibile, così come i dialoghi, dove il tema non è la perdita del lavoro ma le continue ricadute nella vita di chi conosce un'improvvisa rovina sociale partendo da una condizione abbiente.
Acclamato dal pubblico e dalla critica alla Festa del Cinema di Roma, dove ha partecipato nella sezione "Premiere", il film ha ottenuto una menzione speciale "per l'essenzialità di scrittura e l'emozionante precisione del linguaggio con cui riesce a dare rappresentazione di un paese incerto, smarrito, incapace di progettare il proprio futuro, ma - come nei volti esemplari di Margherita Buy e Antonio Albanese - pronto ad impugnare con dignità la propria debolezza".
La pellicola ha raccolto interesse e consensi anche al di fuori del nostro paese: ai festival di Toronto e Londra dove è stato invitato a partecipare ricevendo ampi consensi.
Elsa e Michele, sposati da vent'anni, sono una coppia colta e benestante. Conducono una vita agiata a Genova ed hanno una figlia, Alice, già indipendente.
Elsa ha smesso di lavorare da lungo tempo per dedicarsi allo studio ed al restauro, il suo sogno è una laurea in Storia dell'Arte; Michele, imprenditore, lavora in una società navale da lui creata in passato con un amico, ma, per restare fedele alle sue idee ed ai suoi principi, viene estromesso dall'azienda e si ritrova da un giorno all'altro senza un'occupazione.
Le nuvole si addensano sulla casa borghese ed i giorni sereni finiscono: costretti a vendere l'appartamento e la barca per un'abitazione modesta in periferia, i due finiscono per cadere nel silenzio, non comunicano più, si guardano ma non si vedono: è il collasso.
Elsa ha la forza di risalire, cerca un lavoro e ne trova due, come operatrice di un call center di pomeriggio, e segretaria di sera. Michele si perde nei suoi pensieri, nei suoi atti mancati, è un personaggio sveviano dei nostri tempi che trova il coraggio di parlare solo con il padre, ormai vicino alla pazzia, in monologhi dove il non senso crea l'inganno della comprensione.
La mancanza di comunicazione tocca anche il rapporto generazionale padre-figlia: lei e il suo ragazzo formano una coppia positiva e informale, in cui l'apparenza della vita di tutti i giorni (nella coppia adulta) lascia il posto all'intimità di un rapporto vissuto (nella giovane coppia).
Padre e figlia raggiungono solo alla fine un punto di contatto, rinunciando ambedue a qualcosa di sé per lasciare all'altro la libertà di esprimersi completamente: Michele cesserà di criticare le scelte di Alice, e la ragazza smetterà di guardare il padre come un estraneo da combattere, riappropriandosi di tutte le ragioni sentite e abbandonate nell'angolo più intimo e segreto di se stessa, e recuperando un definitivo chiarimento.
Dopo aver percorso la difficile strada della ricostruzione del proprio "io", e aver toccato il fondo i protagonisti vivono la catarsi e riscoprono la voglia di amarsi ancora.
Significativa è la scena finale, che lasciamo allo spettatore per non privarlo della scoperta della sua magia. Diremo però come l'intera sequenza richiami allegoricamente la tranquillità che si armonizza nella semplicità dei gesti delle figure e nella essenzialità delle battute finali, in questo rapporto tra segno e significato si scoprono le ragioni nascoste di ogni gesto e di ogni silenzio.
Il regista Soldini ha confermato in quest'ultima fatica la sua personale poetica caratterizzata da una piena autonomia espressiva, poco attenta alle esigenze di mercato dell'industria cinematografica e capace di legare dialetticamente vicende esistenziali e contesto sociale, attribuendo un particolare risalto alla protagonista femminile; è lei, infatti, dopo aver assunto il ruolo di "uomo", a portare la croce della casa.
La Buy totalmente calata nel personaggio trova, attraverso le espressioni e i gesti, corrispondenza nella struttura psicologica di Elsa, mentre Albanese appare spiazzato nei confronti di Michele; l'interpretazione che ci rende a tratti ironicamente amara ricorda essenzialmente come un uomo possa essere tale anche con tutte le sue contraddizioni e debolezze.
Il tema della ricerca di una nuova identità familiare è un tema caro a Soldini. Diversi personaggi dei suoi film cercano spesso di stringersi insieme, scelgono di organizzarsi in un nucleo familiare allargato perché solo così possono risolvere i problemi che la vita ha in serbo per loro, dai più miseri ai più dolorosi. In "Agata e la tempesta" Soldini torna su questa tesi e la donna è spesso protagonista della scena. Anche qui, un imprevisto, (Agata scopre da una rivelazione che il suo amato fratello, ed anche il suo migliore amico, in realtà è il figlio illegittimo di una povera contadina) la tempesta del caso incontra e trasforma le vite di tutti i protagonisti, quasi trasportati dalla inquieta e solare Agata. Ancora una donna che rinasce e scopre le dimensioni insospettate dell'esistenza rivivendo la propria vita e i propri affetti.
Così come in "Pane e tulipani" la protagonista è una donna al centro della propria famiglia: Rosalba, moglie-madre-casalinga, probabilmente avrebbe proseguito la propria vita di sempre, se una circostanza improvvisa e, in un primo momento traumatica come il restare abbandonata in un autogrill non le avesse fatto aprire gli occhi.
La donna scopre d'un tratto la possibilità di imprimere alla giornata (e poi alla vita) direzioni impreviste. E' il principio di un viaggio iniziatico, la cui meta è la liberazione dalle regole sociali; dunque anche in questo caso una "rinascita" a seguito della scoperta consapevolezza dei quotidiani e tediosi compromessi familiari.
Cambiano le scelte stilistiche e i toni dei racconti, ma resta la profonda sensibilità del regista nel ritrarre i personaggi femminili; tornando ad Elsa di "Giorni e nuvole" vediamo un personaggio complesso, forte, emotivo. Non è una donna priva di incertezze, commette degli errori, ma è la figura portante nella vicenda di profondo sconforto umano e familiare. È in Elsa che vivono ancora il ricordo ed il significato interiore del "viaggio", della possibilità di avere ancora un desiderio, che le permetta di continuare a vivere. Un quotidiano più asciutto e realistico, certo lontano dalla poesia e dai colori di "Pane e Tulipani" e di "Agata e la tempesta" ma sempre focale è lo smarrimento della personalità all'interno della famiglia, l'introspezione psicologica e il dolore individuale.
Nello sfondo, ma sempre protagonista, ancora Genova (come nella prima parte di "Agata e la tempesta"), città poco usata fino ad oggi come set cinematografico, inusuale ma ricca di tensioni e atmosfere che ben si presta a riprese stimolanti tra i suoi vicoli, i palazzi antichi, le piazze aperte sul mare che fa da specchio ad un cielo costantemente grigio e coperto da nuvole - veicolo per eccellenza del viaggio introspettivo del regista nell'anima dei personaggi.

Giorgio Manganelli - Il Presepio

Posted: 20 Dicembre 2007

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Adelphi, 1992 - euro 12,39 - pp. 136

Stampa questo articolo

Il presepio

Il libro strenna per le prossime festività natalizie? <<La Recensione>> tenta di sciogliere le indissolubili esitazioni all'annosa quaestio di fine 2007. Lo spunto stavolta ricade - di certo in controtendenza rispetto a proposte e indicazioni d'altri periodici specializzati - su un'opera datata ma adatta, se altre mai, alle sacre atmosfere di questi giorni perfetti che indugiano e attendono, al varco, l'umanità tutta, devota o indifferente. L'indubitabile fascino cerimoniale di queste felici giornate dicembrine non potrà non attrarre i lettori affettuosamente legati alle intense pagine dickensiane dei Racconti di Natale o dediti alle vicende de I giochi di Natale di Peter Coniglio o ancora a coloro che si vogliano affidare ai più freschi e quotati Harry Potter della Rowling, Mondo senza fine di Follett, o i sempreverdi Gomorra, La Casta, e il Camilleri di turno.Incuneato fra classici e nuove uscite siamo andati a scovare un titolo quanto mai evocativo: Il Presepio, postumo incompiuto manganelliano, testo affatto natalizio, conforme alle speranze di quanti si crogiolano alle arie infiocchettate e amorevoli di codeste sante giornate. Il presente libello si prospetta altresì come guida, assai ben calibrata, alle sfinenti celebrazioni condite da baci e abbracci forzati, omaggi e nutrimenti a profusione, speranze e personali resoconti morali. Vi si offre un'analisi puntuale di vicissitudini, calamità, sciagure e disgrazie interiori, familiari ed emblematiche, che avvolgono solennemente i giorni tra l'8 e il 26 dicembre, assediandoci senza posa. Un utile vademecum, in definitiva, per salvarsi, con ironia e criterio, dalla schietta, spietata, crudele atmosfera della spiritualità natalizia.
Come da consuetudine Manganelli offre al lettore il proprio straniante punto di vista, assieme rigoroso e arbitrario: quello di uno spettatore la cui prospettiva appare metodicamente ribaltata o deformata e per cui, in definitiva, all'inferno del Natale egli tenta di opporre una genuina e fredda analisi dei contenuti (riti domestico-tradizionali) e delle forme (simboliche) delle varie sue rappresentazioni.
E così una primissima parte è dedicata, con calcolato distacco, all'estesa sensazione d'inadeguatezza ed infelicità che avvolge l'umanità intera in quei giorni clementi: "Nella città in cui vivo, anzi in tutte le città in cui potrei vivere, sta arrivando il Natale. Alcuni dicono, il Santo Natale. Sebbene la mia vita sia distratta e disorientata, da molti segni, come gli animali, mi accorgo dell'imminenza del Natale. [...] L'irrequietezza agita i miei simili; una sorta di inedita tristezza che si accompagna ad una smania, una torbida cupezza, una litigiosità capziosa, non di rado violenta, ma soprattutto aspramente angosciosa. Quando il Natale si approssima, l'infelicità si scatena su tutta la terra, invade gli interstizi, ci si sveglia il mattino con quel sentimento, discontinuo durante tutto l'anno, che vivere a questo modo pare intollerabile, forse disonesto, una bestemmia. Strano che abbia scelto questa parola, sostanzialmente pia, per descrivere l'infelicità natalizia. E infatti questo avverto, che a differenza della desolazione che direi privata, attraverso la quale passiamo in vari momenti dell'anno, questa è una tetraggine che ha dell'astronomico, come a dire che gli astri sono coinvolti, e forse la tristezza che suppongo mia in realtà è un affetto che tocca gli estremi dell'universo, e oltre, se si dà un oltre".
Colpisce ancora la precisione del microscopio socio-psicologico utilizzato per sferrare l'attacco alle strutture sostanziali della festività per antonomasia: Manganelli dà principio al suo cinico e precipitante trattato barocco - nell'incedere per chiose e divagazioni, e in ciò perfettamente in linea con la poetica hilarotragica - sull'assurdità dell'universo natalizio inteso in primis nella sua accezione tradizionale e privata, a partire da "gli acquisti di cibo, segno palese della sensazione di deperimento che coglie i vivi", per soffermarsi sul "recitato rafforzamento del vincolo domestico che "usa mettere assieme, in modo che a me pare indecoroso, nonni, avi, nipoti, parenti acquisiti in guise non di rado ambigue".
Rinviene inoltre i contrassegni del clima mortifero che ogni festa, il Natale su tutte, porta, latenti, con sé: "scusa questa usanza il panico che sottende, la sensazione che ogni volta si stia facendo la conta, come su un vascello che affondi; ma non affondi per tempesta o naufragio, ma per una sua intrinseca vocazione ad affondare". Scava nel torbido dei comportamenti legati, in guise difformi, alla celebrazione del Natale: "quella tristezza di cui dicevo in questi giorni si fa tristizia, e si mangia e si beve e si fornica, coprendo di una finta e artata letizia una smaniosa disperazione". Gorgo angoscioso, tristissimo vertice d'infelicità, il Natale si mostra in tutte le sue più contraddittorie manifestazioni e il sentimento ad esso congiunto è indicato come "malessere cosmico o "epidemica malsania universale" a tal punto che si domanda, retoricamente, "se non basterebbe por fine al Natale per sfuggire a questo elaborato, ingegnoso, maestoso malessere". L'ovvietà dell'amara conclusione nella risposta: "Ma si sa che al Natale non si dà fuga; in nessun modo".
L'ermeneutica della fenomenologia natalizia di Manganelli lambisce finanche i circuiti dell'antropologia, nell'individuazione della festa come rito apotropaico atto a esorcizzare la morte, la mancanza di senso della vita, il vuoto che porta con sé e la paura della fine, appunto grazie alla sua infinita rassicurante ripetibilità: "Mi pare ragionevole supporre che il Natale fosse una cerimonia intesa a ricucire i lembi del mondo che si scindevano, o recitavano la scissione. Insomma, ad ogni Natale si poneva il quesito, finisce il mondo? O il mondo è fatto per durare? Io ho l'idea che il Natale sia stato voluto, così come oggi lo sperimentiamo, per stabilire che sappiamo che la fine del mondo non è un progetto attuale. Naturalmente non sappiamo niente di niente, e possiamo solo accettare la proposta che la recita è strutturata in modo tale da ripetersi ad infinitum".
Sul versante figurativo-simbolico l'attenzione dell'autore si fissa sulla rappresentazione della scena della natività. Il presepio diviene spazio virtuale, teatro di una rappresentazione "altra" da quella che si pretende sacra: una farsa teologica. Attorno alla mangiatoia manganelliana sono le comparse a prender vita e farsi protagoniste di significazioni ulteriori, di chiose ed esegesi impossibili. In questo documentario, ripreso dall'interno del presepe, Manganelli osserva le figure contigue al bambinello, a partire da Giuseppe, il vecchio padre incapace di capire pienamente la portata della sua paternità, del proprio ruolo: "Il Padre ha un volto che non direi triste, ma che è cauto, di chi sta sulla difensiva, di chi ha un compito che, indovina, è insieme regale e servile"; e a lui si rivolge poi in tono intimo: "Non parli, ma se parlassi sono certo che verrebbe fuori un accento dialettale, semplice, simpatico, anche, ma del tutto dissimile da quello strano accento liturgico che esalano le labbra della Madre; naturalmente tu lo sai, e questo fa sì che tu stia silenzioso; tu sai da sempre che sei inferiore, che intorno a te si sta recitando una favola di cui si sa solo che è enorme, e che tu non ne capirai mai il senso; ma questo anche importa, che questa favola dopotutto abbia bisogno di te, di colui che non capisce ma che è dentro, irreparabilmente". Un uomo monotono gettato nel cuore dell'avventura diviene agli occhi di Manganelli figura d'umanità universale: "Io credo che tu sei vecchio perché sei invecchiato; quello che non potevi sapere era questo: che dovevi invecchiare, perché serviva, era necessario un vecchio come te, prudente, un po' annoiato, ma solido, per una scena, diciamolo, senza paragone, anche se un po' artificiale. Come ci somigli, vecchio che non sai e non capisci, ma che stai nel centro, nel cuore del disordine, del prodigio, della rappresentazione, del gioco, della tragedia, tutte cose che non volevi".
Attorno alla grotta pensata dallo scrittore si muovono pastori, figure umane reali cui si sommano visioni di angeli inferi, santi pipistrelli e un nugolo di animali che trovano collocazione fra la mitologia classica e la neologistica manganelliana, il basilisco, la manticora, il leucocrota, il catoblepa, l'unicorno, la fenice: la schiera delle bestie inesistenti, la cui qualità precipua è l'inesistenza appunto, spazio teologico fuori dal tempo, dall'esistenza. Il versipelle ne è unica eccezione, fiera assieme esistente e inesistente, in continua metamorfosi e perciò invisa ai personaggi dell'una e dell'altra schiatta.
Degni di nota sono infine, tra gli animali della greppia, il bue e l'asino sui quali l'estro glossatorio manganelliano offre il suo massimo: "Notate, il bue e l'asino. Perché non la giraffa e il canguro? Perché non il rinoceronte e il pavone? [...] Ma nessun animale è triste e sconfitto come l'asino, o avvilito e depauperato come il bue. E tuttavia l'asino ha pazienza e forza di sesso: un dissoluto; il bue è potenza e lentezza: un accidioso. Vennero scelti perché erano umili? No, vennero scelti perché si credeva che fossero il contrassegno della sconfitta. Sono i viventi".
Sull'ambigua natura dei due animali l'ultimo inciso: "La castrazione del bue del presepio è un grande, solenne enigma; è uno dei misteri del mondo. Questo bue era un vitello capace di farsi toro poderoso e generante, innumere volte generante. Perché è stato castrato?" Manganelli interpreta la coatta mitezza del bue come un qualcosa di torvo, un imposto rovesciamento della forza dell'animale, "è lo spianamento dell'abisso; è la curvatura della vetta; è il fulmine raggelato", insomma ancora il segno di una sconfitta obbligata, ad impedire ogni ipotetica prole che ambisca al trono del Re. L'asino invece, umile animale da soma e percosse, non ha subito castrazione alcuna, non è stato umiliato, anzi esso, al contrario del bue è "potente di lombi", ma incapace di concepire giganti che minaccino il Re del presepe. Ecco i padroni di casa che vegliano il bambino, un castrato e un priapeo.
Il Presepio che affresca Manganelli ha le fattezze d'un'agghiacciante farsa salvifica e diviene, pagina dopo pagina, funesta parodia dissacratoria. Una messa in scena che glorifica la notte del 24, "l'eterna morte dell'anno", in cui "il momento della festa è il momento supremo della menzogna". "Il Natale come menzogna" potrebbe darsi come augurale apoftegma manganelliano.



Buon Natale

Henrik Ibsen - Gli Spettri

Posted: 20 Dicembre 2007

Recensione di Andrea Comincini

Einaudi, 1972- euro 8,50 - pag. 79

Stampa questo articolo

Gli spettri

Gengangere, Gli Spettri, nasce dalla penna di Henrik Ibsen nell'estate del 1881, tra Sorrento e Roma. Questo dramma viene scritto dopo Casa di bambola, ed ancora una volta ha come protagonista principale una donna, la signora Helene, madre del giovane Osvald, artista che insieme al pastore Manders, a Regine e al suo vecchio padre rappresentano gli interpreti delle vicende nate sulla riva di un grande fiordo norvegese.
Sebbene gli avvicendamenti umani disegnino il percorso degli eventi, il senso intimo delle cose non è ad essi affidato. Una forza superiore trama fra loro, e scrive il destino dei protagonisti.
Per essere più precisi, l'opera subisce la presenza impetuosa di una entità assente: il peccato.
La sua mancanza naturalmente è di natura fisica, perché la casa della signora Helene, le stanze, i colori del cielo nordico ne conservano le tracce, orme visibili paradossalmente non da colui che è puro, ma dall'animo corrotto, dal peccatore, dal genitore.
La signora nasconde al figlio le nefandezze di un padre crudele e violento. Da giovane scappò via di casa, per trovare rifugio tra le braccia del pastore, il quale non accolse nel suo focolare la donna che tornò quindi di nuovo dal marito.
Per proteggere il suo bambino, accetta ogni umiliazione, e gli nasconde la verità.
Con la morte del consorte, la madre decide di costruire un asilo: i soldi lasciati in eredità verranno redenti a fin di bene da un'opera destinata ai più piccoli ed indifesi.
Supervisore attento è Manders: la sua autorevolezza nasce dall'avere accanto Dio. I propri giudizi, la compostezza, sembrano riflettere non una solidità personale, ma la regalità donata da un Essere Superiore.
Il pastore convince la signora a non assicurare l'asilo, altrimenti la comunità penserebbe male, che non si abbia fiducia nella Provvidenza divina. Ella accetta, perché in fondo al cuore è ancora ammaliata dall'uomo autorevole, ma anche dalla persona così dura nel giudicarla ribelle fin da giovane, incapace di accettare la croce, responsabile dell'educazione troppo libertina di Osvald.
Il giovane è stato un artista, pittore, a Parigi, ed è ora di nuovo a casa, per riposarsi da un forte stress motivo di squilibrio e frustrazione.
I contrasti tra la donna e il pastore nascono da due differenti morali. Da una parte l'uomo di Chiesa, dall'altra una vita soffocata dal dubbio e dalla meschinità, nel tentativo di sovvertire conseguentemente, ma fallendo, l'ordine delle cose.
In casa della signora Helene vive Regine, una fanciulla graziosa la cui unica colpa è non sapere la verità sui propri natali. Il padre naturale, infatti, non è il vecchio e cattivo Engstrand, falegname cinico e ruffiano, bensì il padre di Osvald: nelle sue scappatelle extraconiugali ha incontrato proprio la cameriera di casa, ed ha lasciato nel mondo un segno del suo ardore.
Ibsen rimane spettatore di un dramma particolarmente triste; il gelo nordico sembra esser entrato nelle case dei protagonisti, rendendo i personaggi figure oltretombali. Gli Spettri non sono soltanto i segreti nascosti di peccati giovanili o figliolanze illegittime. Lo scrittore confida al lettore qualcosa di più orripilante, di tremendamente indicibile: gli spettri siamo noi.
Come fantasmi ci aggiriamo in una vita di cui nulla ci appartiene. Nemmeno la verità, bene più prezioso, è concessa. O meglio: la verità si rivela all'improvviso, gettando un'ombra sulle granitiche certezze su cui fondavamo le nostre speranze. È una epifania dolorosa, perché colpisce anche coloro i quali non hanno colpe dirette.
Il teatro ibseniano ci insegna questo: il nascondere la verità, pur se in buona fede, produce qualcosa di immensamente grottesco, una punizione estesa anche ai giusti, i deboli, o quanti hanno le mani candide.
La forza di Ibsen e del suo teatro è difficilmente spiegabile in poche parole. Oltre alla capacità di cogliere l'essenza dei protagonisti e di descrivere le psicologie più complesse, egli sa ritrarre la storia umana con i colori della solitudine, senza mai abbandonare il testo alla fiacchezza o alla rassegnazione.
Risultato questo incredibile, visto il senso indiscusso dell'opera. Così dice la Signora Helene al pastore: "m'è parso di veder degli spettri davanti a me. Ma credo quasi che noi tutti siamo degli spettri, pastore Manders. Non soltanto quello che ereditiamo da padre e madre riappare in noi, ma ogni sorta di idee vecchie e morte, e convinzioni altrettanto vecchie e morte. Tutto ciò non vive in noi; ma c'è tuttavia e non possiamo liberarcene".
Ognuno dei protagonisti pagherà la debolezza di chi li ha preceduti: regina finirà in un bordello, Osvald morirà demente, Helene schiacciata dalle sue menzogne, seppure a fin di bene.
Coloro che si salvano sono il pastore Manders, e certamente la causa di tutto, ovvero il padre di Osvald, il ciambellano Alving. Il destino risparmierà l'uomo attaccato alla sua morale d'apparenza, alla chiacchera del paese, e il peccatore del cui nome resteranno solo le lodi inventate dalla moglie tradita.
Il peccato, il destino, insegna Ibsen, sono imperscrutabili ad occhio umano. Per gli spettri la situazione è ancora più difficile.

Update - Dicembre 07

Posted: 06 Dicembre 2007

Tre recensioni aprono questo nuovo numero si dicembre. Andrea Comincini ci propone un testo teatrale di Dario Fo, Morte accidentale di un anarchico, mentre Mirko Zilahy De Gyurgyokai esamina un libro dell'autore siciliano Aurelio Difresco, Segno zodiacale delfino. Infine Martin Ryan ci guida all'ascolto di un album di Joni Mitchell, Hejira.

Dario Fo - Morte accidentale di un anarchico

Posted: 06 Dicembre 2007

Recensione di Andrea Comincini

Einaudi - 2004 - Euro 8.50

Stampa questo articolo

Morte accidentale di un anarchico

Morte accidentale di un anarchico nasce dalla creatività di Dario Fo e Franca Rame nella primavera del '70. Come dichiarano gli autori, non fu un libero atto, ma vennero costretti "dalla necessità". Il pubblico infatti chiedeva in maniera sempre più insistente di comprendere cosa fosse realmente accaduto a Milano nei giorni della strage presso la Banca dell'Agricoltura, e così nacque lo spettacolo che avrebbe registrato sempre il tutto esaurito nonostante le minacce e i boicottaggi.
Franca Rame denuncia nell'Introduzione la paurosa mancanza di informazione attorno all'attentato, e successivamente all'arresto del ferroviere anarchico Pinelli, morto 'accidentalmente' causa caduta da finestra presso Commissariato di polizia. (Nel maggio del '72, a Pisa, venne rubata la vita ad un altro anarchico, Franco Segantini. Giovane di venti anni, si oppose ad un comizio missino, fu arrestato e picchiato selvaggiamente e morì in carcere dopo due giorni).
Era l'Italia degli anni di piombo, e troppe volte, continua la Signora Rame, bisognava registrare il silenzio dei mezzi d'informazione, le indagini insabbiate o "l'indignazione che si placa attraverso il ruttino dello scandalo, lo scandalo come catarsi liberatoria del sistema".
Il testo teatrale è un capolavoro assoluto: l'acume, l'ironia, la metrica e l'esposizione degli avvenimenti danno vita ad una farsa di eccezionale impatto emotivo. Farsa indiscutibilmente, per due ragioni fondamentali: sono gli autori stessi a sottolineare la grottesca ricostruzione degli eventi, le penose istruttorie, la banalità delle dichiarazioni autorizzate. Ancora oggi appare incredibile a dir poco la mediocre ricomposizione dei fatti da parte degli organi ufficiali, che la sola lettura dei documenti farebbe sbellicare dalle risate. Morte accidentale di un anarchico è scritto infatti sfruttando testimonianze esistenti e interviste reali, per quanto il lettore - quando si asciugherà le lacrime dalle risa - non crederà possibile come la realtà possa mettere in soggezione la più viva fantasia.
Il secondo motivo nasce direttamente dagli autori, ovvero guidare il lettore, attraverso il personaggio principale, ad un mondo di giullari con la bava alla bocca, ringhiosi, spassosissimi e crudelmente banali allo stesso tempo. Figure esilaranti e mostruose, grottesche, si incontrano con altre miti, fragili, assenti ma vive e solitarie sul palcoscenico.
Questi è "Il Matto", un uomo che si spaccia per psichiatra, dottore, medico, ed infine giudice.
Il matto cambia di continuo personalità. Il suo non è un semplice travestimento, ma un cambio di identità vera e propria. Uomo intelligente e colto, calmo nelle situazioni più difficili, spadroneggia sulla scena a scapito del Commissario Bertozzo - altro personaggio - e di un triste Questore pauroso e svampito.
La storia è tanto semplice quanto ben architettata. L'uomo svitato viene arrestato per l'ennesima volta, e per l'ennesima volta accusato di millantato credito, truffa ecc., eppure la fedina penale risulta immacolata! La propria abilità dialettica diviene instrumentum regni in un commissariato privo di personaggi particolarmente brillanti e acuti, e di conseguenza viene puntualmente rilasciato con mille rimproveri, ma senza tracce sui documenti giudiziari.
Quando il commissario Bertozzo esce di stanza, il pazzo si impossessa dell'incartamento dell'affare Pinelli, e quindi poi si reca negli uffici di un altro commissario, dove sopraggiungerà anche il questore.
Quella da Fo presentata è una sublime commedia degli equivoci. Appare senz'altro la sua più grande qualità, già manifesta nelle opere precedenti, ovvero di essere un ottimo affabulatore, capace di cogliere l'essenza della figura umana celata dietro l'abito borghese e le sue maschere.
A scene comiche si intrecciano momenti drammatici: i poveri poliziotti non sanno che pesci prendere mentre il matto si presenta quale "giudice per la contro-inchiesta". Tremanti di paura, cercano di ricostruire i fatti, si contraddicono, arrivano perfino quasi a buttarsi anche loro dalla finestra, perchè: "il raptus!" - la morte di Pinelli è spiegata così - e mentre il giudice li spinge allo stipite e grida loro che questa è l'unica soluzione, continua a strillare: il raptus! Il raptus!avete il raptus!
La storia prosegue nel tentativo di ricostruire una versione coerente, in grado di risolvere i dubbi una volta per tutte.
Perché l'ambulanza è stata chiamata poco prima di mezzanotte, se l'anarchico si è gettato qualche minuto dopo? "Siamo prudenti" è una delle risposte...
La commedia è avvincente dal principio alla conclusione, quando stremati i poliziotti si vedono anche sopraggiungere una giornalista. Per non creare sospetti, l'accolgono nella stanza. Il matto intanto si è camuffato di nuovo per controllare la situazione ed aiutare i due malcapitati. Con una benda sull'occhio e una mano di legno, ecco 'il Capitano'! Se dapprima difende il Commissario ed il Questore, poi comincia a gridare la verità: è lo stato a organizzare le stragi, a creare tensione, a spingere i cittadini a chiedere 'liberamente' la mano dura.
Restano tutti attoniti, stupiti: "questo ci rovina"! sembrano pensare i presenti - a cui si è aggiunto il Bertozzo, il quale invano grida: " è un matto!", e si prende mille calci - tranne la giornalista, pressoché in estasi, per quello che sembra esser lo scoop della vita.
La conclusione originale, il primo finale, propone un ammanettamento, una esplosione, un altro morto per definestramento: lascio al lettore il piacere di scoprire i particolari da sé.
La commedia onora perfettamente un pensiero di Brecht: "Nei tempi bui cantiamo dei tempi bui, poi verrà anche per noi il tempo delle rose": nell'attesa, un po' troppo lunga, a dire il vero, non ci resta che "avere la forza di tornare a capo, con la stessa rabbia e la stessa determinazione di mostrare di nuovo al pubblico - scrive la Rame - il deretano nudo e orrendo dell'ipocrisia".
Morte accidentale di un anarchico è stata tradotta in tutto il mondo: ancora oggi, perfino in Giappone, si registrano repliche su repliche.
Inevitabile, quando ad un preciso riferimento storico, a fatti di cronaca, si svelano i meccanismi più reconditi dell'animo umano. La doppiezza, di cui solo il matto sembra esente - benché sia l'unico a 'fingere' concretamente; il gioco dei ruoli di plautiana memoria; l'agnizione finale capace di sconvolgere tutto e tutti - trasformano l'evento in simbolo, metafora ultima, muta, di quel mistero buffo - per dirla à la Fo - che è l'uomo.

Aurelio Difresco - Segno zodiacale delfino

Posted: 06 Dicembre 2007

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Edizioni Thyrus, 2007 - euro 14 - pp. 171

Stampa questo articolo

Segno zodiacale delfino

Nel variegato, e frammentato, quadro dell'editoria regionale-indipendente esistono realtà i cui cataloghi si mostrano di prima eccellenza in quanto a pregio e complessità.
In un'antica conceria del 1878, su una via centrale del minuto comune di Arrone (Terni) sta la suggestiva dimora della Thyrus, una piccolissima casa editrice con poco più di cinquant'anni di vita la cui sede ospita tra l'altro una biblioteca d'interessi socio-pedagogici, storico-geografici, ma anche linguistici e letterari. Da prima strettamente orientata alla didattica - la prima collana è stata "Problemi educativi" progettata da Rolando Teofoli più tardi impegnato alla diffusione nazionale di "La Scuola", rivista quindicinale di portata nazionale - è da diversi lustri guidata da Osvaldo Panfili (già docente universitario). A lui, tra l'altro, si deve la svolta che ha aperto le porte della Thyrus al territorio umbro con una serie di testi di storia e cronaca locale, oltre che a pubblicazioni più propriamente letterarie: ad oggi vanta un catalogo di più di cinquecento titoli.
Questo celere resoconto vorrebbe fornire almeno una vaga idea delle nuove strategie, culturali e di mercato, della piccola editoria a carattere locale, introducendo il lettore de <<La Recensione>> nel panorama delle coraggiose, e difficili, scelte editoriali indirizzate alla più genuina ricerca di autori emergenti. A ciò si dà un breve articolo critico sulla recente uscita d'un'opera di narrativa, Segno zodiacale delfino.
La confezione è assai apprezzabile, dall'allettante copertina all'elegante scelta del carattere e della carta solida utilizzata. Calibrata la presentazione dei contrassegni stilistici approntata da Paola Birbanti secondo cui Segno zodiacale delfino è libro di corposa fattura e di decisa passione partecipativa. Un'opera intricata e faticosa sin dal dipanarsi della storia. L'autore, Aurelio Di Fresco, siciliano esportato prima in Friuli poi in giro per il mondo per lavoro, si rivela, già dalla prefazione, infaticabile viaggiatore e comunicatore di esperienze al contempo reali ed interiori. Simbolica, o meglio allegorica, risulta questa autobiografia romanzata; d'un uomo il cui continuo viaggiare e il cui contatto con esperienze umane diversissime diviene costante autoanalisi. Tale ricerca interiore non è però tanto psicologicamente orientata, piuttosto pare fatta per reperire, sparsi sotto forma di segni tangibili, quelli che considera i valori essenziali della vita umana, finanche universale. In tal senso le pagine del libro sono attraversate dalle parole in una sorta di pellegrinaggio che tocca varie stazioni geografiche e interiori.
Una serie di vicende personali, e di vagheggiamenti spirituali che si legano indissolubilmente a un primo simbolico incontro dell'infanzia - un delfino intravisto fra le onde di Gela diviene compagno immaginario e incarnazione d'un'amicizia ideale che si riverbera fino alla conclusione - tengono il lettore, amante della sostanza non tanto letteraria quanto vitale del testo, in continua tensione rispetto alla narrazione che si fa via via più fitta.
L'animale assurge dunque a veicolo ideale del mondo profondo del protagonista: una componente di misericordia s'accompagna all'amarezza per l'esibizione, qualche anno più tardi, della sagoma ferita a morte del mammifero marino portato sulla spiaggia dai pescatori festanti. E qui, nella presa di posizione dinnanzi alla brutalità, il ragazzo si sente incline alla natura della bestia che si trasforma, ai suoi occhi, per assumere le fattezze emblematiche del martire cristiano.
La sostanza simbolica del testo corre dunque su questo binario figurativo e il delfino riemerge dalle acque dell'inconscio vent'anni dopo, immagine incisa sulla copertina di cuoio di un libro. Qui la figurazione non lascia spazio a dubbi sulla propria natura religiosa e il bimbo a cavallo del cetaceo diviene allegoria della "simpatia", tanto cristiana quanto orientale, tra uomo e animale; una sintonia che lega natura e destino delle creature che popolano il mondo.
Un sistema allegorico che pare replicare, in linea di massima, quello dell'Apocalisse biblica: l'io narrante adopera varie visioni, tra loro scollate, per intendere al meglio le costanti individuate al centro della propria vicenda esistenziale. In tal senso s'orientano i capitoli sulla magnificenza della natura, sul senso della rimembranza, sul male o ancora, completando in senso cristiano lo spettro dei valori proposti, sulla redenzione. E il delfino, da esperienza concreta, si trasfigura ancora, nel corso della narrazione, in punto di riferimento paradigmatico che salda assieme vissuto e ricerca umana di un senso più ampio della vita.
In Segno zodiacale Delfino il protagonista, che parla in prima persona, introduce dunque il lettore nel deposito del proprio universo morale. Un universo caratterizzato da una "ideologia" che diremmo quasi manichea. Così appare, ed è proposta nell'esporre, ad esempio, la lotta intrinseca tra forze opposte - il desiderio d'avventura e la paura di distruggere la serenità domestica - che si trova a affrontare nel bel mezzo d'una avventura extraconiugale, centro nevralgico del testo, infine risolta con la confessione finale alla famiglia. Lo snodo del percorso simbolico-narrativo è quello che dal peccato della relazione adulterina mena alla definitiva scelta morale, in linea coi princìpi e valori di una vita intera.
Al fondo di una lettura a tratti faticosa, prevale un sentimento palesemente formativo, il quale conferisce al libro tonalità didattiche che stanno fra Siddharta e il più autentico spirito francescano. Un continuo dialogo tra microcosmo interiore e macrocosmo universale, in un mix che combina assieme principi e sentenze d'oriente e gli impulsi della spiritualità cristiana. Ciò lascia evidentemente quasi nulla allo spessore letterario del libro. Su tutto aleggia infatti l'idea d'un vago messaggio morale da proclamare: saper ricercare fra le pagine della propria esistenza gli indizi di un disegno divino; saper leggere fra le righe della vita, laddove circostanze in apparenza casuali, rivelano una traccia dell'universale.
Le cose migliori di questa moderna favola morale si riscoprono nella schietta umanità di alcuni passaggi, comunque didascalici, come questo: "un uomo per realizzarsi deve portare a termine tre cose: piantare un albero, fare un figlio e scrivere un libro".

Joni Mitchell - Hejira

Posted: 06 Dicembre 2007

Recensione di Martin Ryan

1976 - Elektra/WEA

Stampa questo articolo

Hejira

Ok, firstly an admission. The album that should have been reviewed here was Joni's new one "Shine". She had retired from music five years ago, describing the industry as a "cesspool", so when it was announced that she had recorded again I couldn't wait to get my ears around what she produced. Unfortunately I was disappointed (an opinion that will probably change) and, since I don't see the point of writing a negative review of an artist I've loved for many years, I'm returning to what I consider to be her best work in an effort to "spread the word" in the hope that somebody will read this and get as much joy as I have from this album. Her career before "Hejira" had seen her change styles a number of times; from the "folky" albums that produced hits like "Big Yellow Taxi", "Clouds", "Both Sides Now" and many others to the less accessible "The Hissing Of Summer Lawns". Constant always is an honesty that sees her attempt to express her emotions in ways that challenge both herself and the listener. She is never anything less than compulsive listening.
Joni wrote most of this album on the road having broken up with her partner and the songs centre on "the road" as both a physical presence and a metaphor for escape. There are no traditional verse, chorus, verse offerings here. The overall sound is a governed by a jazz sensibility, sparse and slightly cold with Joni's guitar being layered and treated on many of the tracks to provide a hypnotic drone around which her voice and, crucially, the bass of Jaco Pastorius take turns at rising and falling, creating and releasing tension. Pastorius actually came to the album after its completion when Joni was introduced to him as somebody she should hear. Thankfully she did listen to him and he overdubbed bass parts, which are absolutely integral to four of the songs. There are other instruments present that are used to add dabs of colour, percussion barely audible, vibes and clarinet appearing for seconds but always subservient to the mood of the song.
Lyrically the album is by turns insightful, humorous, painfully personal and always intelligent, stylistically more prose poetry than traditional pop lyrics. Of course, as with all music, it's when the totality of the elements comes together that the art is created. "Hejira" is art of the highest order, possibly higher than we have a right to expect from nine songs in the area of pop music. But this is Joni Mitchell at the top of her game. "Coyote", the opener, takes up the "road" theme immediately. Joni relates her encounter with the coyote who has "a woman at home/ he's got another woman down the hall/ he seems to want me anyway". Although she tells us there are "no regrets" we hear "There's no comprehending/ just how close to the bone and the skin and the eyes and the lips you can get, and still feel so alone". Joni's voice and guitar here are counter-pointed by the swooping bass of Pastorius, creating a mood of restlessness, perfectly complementing the lyrics and setting the theme for what follows. "Amelia" is one of Joni's most effective vocals. In a song apparently about Amelia Earhart, the pioneering American aviator who disappeared on an attempted flight around the world in 1937, we are drawn into speculation about the kinship the author feels for the subject and how this is spun out to pull other threads into the fabric of the piece. "Maybe I've never really loved/ I guess that is the truth/ I've spent my whole life in clouds at icy altitude". A painful realisation that could only be arrived at through the solitude of travel? This song is about romance in terms of romantic love, the romance of early aviation, women's struggle in a male-dominated world and more. At the end of each verse we hear the same conclusion; "Amelia, it was just a false alarm". What was the false alarm? "Amelia" throws a lot of images at us and asks so many unresolved questions. But then good songs are supposed to challenge, aren't they? The title track is, I think, one of Joni's best ever, and comes close to being the perfect song if such a thing exists (or is even desirable). She sets the scene with "I'm travelling in some vehicle/ I'm sitting in some café/ a defector from the petty wars that shell shock love away. There's comfort in melancholy/ when there's no need to explain. It's just as natural as the weather/ in this moody sky today". There's so much to savour here. Joni's slightly metallic sounding guitar and a vocal that stretches the lyrics to a degree that only she can make work, with Jaco's bass rising and dipping, seeming to be trying to pull the song away from its root and creating a tension that mirrors the contradiction in lines like "I'm porous with travel fever / but you know I'm so glad to be on my own/ still somehow the slightest touch of a stranger/ can set up trembling in my bones". This, as I've said already, is the artist at her best. To adequately describe this song is impossible. It must be heard. "Refuge Of The Roads" is Joni's "My Back Pages". It tells of her meeting with Chögyam Trungpa Rinpoche, a Tibetan teacher of a form of Buddhism known as "crazy wisdom". Joni sings of how "He saw my complications/ and he mirrored me back simplified/ and we laughed how our perfection/ would always be denied/ "heart and humour and humility"/ he said, "will lighten up your heavy load"/ I left him for the refuge of the roads". She leaves, feeling lighter, to experience happier times in "the refuge of the roads" but falls back into her old habit of over-analysing which "made most people nervous/ they just didn't want to know/ what I was seeing in the refuge of the roads". As with the best songs on "Hejira", the bass of Pastorius takes a central role. Hearing them it's difficult to believe all his parts were overdubbed since the overall effect is of an organic development of the songs and there's no doubt that the album would be far less than it is without his presence. There are six other songs on the album, all of which hold their unique attractions. I have tried to give a flavour of my "highlights" but others, I'm sure will have their own favourites and will most likely disagree with my interpretations of the songs I've tried to describe. It's that kind of album. It's also an album that, given the opportunity, will become a friend you can return to like a favourite book offering up new insights with each visit. "Hejira" should be in everybody's collection.