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La Recensione - Redazione

Un matrimonio all’inglese

Posted: 24 dicembre 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Stephan Elliott – Regno Unito – durata 95’

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Matrimonio all'inglese

Noel Coward scrisse la commedia teatrale Easy Virtue nel 1924, messa poi in scena con successo da Alfred Hitchcock, oggi è la volta del regista australiano Stephan Elliott. Un attacco, in chiave moderna, all’ipocrisia dell’inizio degli anni ’20 ma anche uno studio psicologico della repressione sessuale, del senso di colpa e di vendetta, sul cui sfondo si vedono svanire le vecchie certezze e si intravede avanzare l’era del jazz.
Una giovane americana, emancipata e dedita alle corse automobilistiche, conosce a Montecarlo un giovane ragazzo di un’aristocratica famiglia inglese. I due si sposano e vanno in Inghilterra, dove la neosposa conosce suoceri e cognate.
“Pratica” difficile per Larita che cerca di fare del suo meglio per tentare di adattarsi, ma sfuggire ai tranelli architettati dalla suocera. Presto, la nuova arrivata comprende la tattica messa in atto da Mrs Whittaker e capisce di dover reagire se non vuole rischiare di perdere John. Siamo in piena guerra famigliare fatta di piccole astuzie e tante scintille. Mrs Whittaker, decisa a distruggere la rivale, cerca di manipolare ogni situazione, mentre Larita, con una calma disarmante, architetta sfacciate controffensive. Ma i frutti per Mrs Whittaker non tardano ad arrivare e John e Larita sentono che il loro amore è in pericolo. In un grandioso finale, in cui i segreti del passato di Larita vengono rivelati, la ragazza riesce finalmente a riprendere la strada della vita.

(In sala dal 9gennaio 2009)

Dall’Inghilterra un matrimonio tutto da vedere

(regia di Stephan Elliott – Regno Unito – durata 95’)

Sonia Scorziello

Ecco un bel film all’humour inglese, con “interferenze” americane e una buona dose di cinismo.
E’ la storia di una bella e divorziata americana, Larita (Jessica Biel), che sposa, con troppa fretta, un giovane, John Whittaker (Ben Barnes), di una aristocratica famiglia inglese, per poi doversi confrontare con suocera ed eccentrici lords.
Godibile, anche se a volte si perde in qualche battuta di troppo, il film segna il ritorno alla regia, dopo dieci anni, di Stephan Elliott, celebre per film come Priscilla La Regina del Deserto e The Eye-Lo Sguardo. Una commedia ben costruita, con una sceneggiatura dai dialoghi serrati, battute taglienti, quasi al vetriolo, incalzanti e briose. Ben fatta anche la fotografia, gli spazi esterni si alternano agli interni lussuosi di casa Whittaker.
Certo non passano inosservate le vere location del Regno Unito. Magnifiche e maestose residenze come Flintham Hall a Nottingham, Englefield House e Wimpole Hall nel Cambridgeshire. Specchio perfetto per la storia del film. Già, perché vero scopo del regista è stato sottolineare come e quanto disperatamente Mrs Whittaker e gli altri “aristocratici-decaduti” cerchino di aggrapparsi ad un mondo che non esiste più. I Whittaker posseggono una casa che sta cadendo a pezzi, non hanno i soldi per prendersene cura e per tenere lo staff di cui avrebbero bisogno. Mrs Whittaker ha un marito presente ma col cuore ancora in guerra, così ripone tutte le proprie speranze sul figlio.
Purtroppo per lei arriva nella vecchia casa inglese, come una tempesta, il nuovo, il moderno l’America: Larita neosposa del figlio. Ecco che la storia diventa universale: due ragazzi si amano, si sposano e lui porta la moglie in famiglia.
Non v’è dubbio che nella messa in scena c’è molto di più. I personaggi sono resi estremamente interessanti, prima fra tutti la terribile Mrs Whittaker, una donna all’antica, coraggiosa e determinata. Dà vita al personaggio l’attrice Inglese Kristin Scott Thomas, più gelida di un iceberg e incredibilmente vera. Rivelazione per la bella Jessica Biel, spontanea, divertente con l’argento vivo nel corpo, ma anche sensuale tanto da riportare lentamente in vita un uomo morto dentro. La scelta dell’ attrice americana è stata davvero appropriata, capace di trasmettere in “toto” una ventata di aria fresca, di novità “Come attrice ho trovato questa cosa molto eccitante perchè capivo Larita. Nella realtà non sono così: sono un po’ più dolce, perciò mi è sembrata una bella sfida. Inoltre, apprezzavo l’idea di interpretare un’americana in un mondo che conoscevo poco: quello delle tradizioni e degli usi inglesi. Mi sono dovuta abituare allo ‘slang in rima’ della lingua inglese e ho dovuto fare cose piuttosto inappropriate. E’ stato molto divertente e mi aiutato a sconfiggere quel leggero senso di alienazione che provavo”.
Non da meno Colin Firth nella parte del marito insofferente, chiuso in se stesso. Interpretato dall’attore in modo raccolto, spesso taciturno ma nei suoi silenzi vive tutta la carica delle emozioni.
Dunque, mano sapiente quella del regista Elliot che dirige una brillante commedia anticonformista. Un pò di musical, flash di bordello francese, un tiro di classe a biliardo ed ecco una lezione di stile, con tanto di approfondimento sull’inquadratura provocatoria e salace.
In conclusione eccetto alcune tematiche melodrammatiche figlie del materiale di base, l’omonimo romanzo di Noel Coward portato al cinema nel 1928 da Alfred Hitchcock, Easy Virtue è un film da vedere per una serata leggera e frizzante.

AA. VV. – Elenchi

Posted: 23 dicembre 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

2009 – euro 0 – pp. XYZ

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Eccoci dunque all’ultimo appuntamento del 2008. Ancora una volta qui a suggerire, ispirare, consigliare il libro strenna per l’ormai prossimo SANTO NATALE.
Debbo confessare di aver pensato da subito alla fortunata saga vampiresca della Meyer, o all’intramontabile “L’Eleganza del Riccio” o uno degli accattivanti modadori di Vespa. Insomma, sarebbe stato facile andare sul best seller con palle e puntale. E allora, un po’ per spirito di contraddizione, un po’ per movimentare il mercato librario italiano, ho considerato utile tornare a un vecchio classico della letteratura “domestica” italiana. Un testo a suo modo “universale” che vive nella voce dei suoi moltissimi personaggi, fra le mille trame possibili e fittissime che nulla hanno da invidiare a Tolstoj o Dickens, e che darà filo da torcere sia all’ondata fantasy che ogni fine d’anno si scatena sulla terra, sia, in contrappunto, al più disincantato dei Saviano o dei Giordano: sto chiaramente alludendo all’ “Elenco del Telefono”. Ricordo i due volumi (A-L M-Z) della Roma degli anni Ottanta: stavano su una seggiolina vicino al telefono e crescevano anno dopo anno. Non si buttavano, chissà perché.
È questo un libro denso, se altri mai, di vita, di esistenze innumerevoli che s’intersecano, si perdono l’una nell’altra, scompaiono e riappaiono mutate, altrove. Esistenze che portano con sé ciascuna il peso d’un numero. Non le stanche meste figure a righe dei romanzi di Levi e Pahor, quanto piuttosto festanti combinazioni numeriche, fatte di zeri, di quattro, di sette, una discreta presenza di cinque, ma pochissimi uno e due. Non a caso, in uno degli “Improvvisi per macchina da scrivere” (Adelphi), Giorgio Manganelli definiva l’elenco come il Grande Libro, una “misteriosa combinazione talmudica” che forma una mappa, quella d’un mondo fatto di “esseri asettici, disamorati, o morti e immortali”. Una festa combinatoria appunto, ma anche una gara, una punzonatura, antico rito ciclistico, che coinvolge tutti, dalla A alla Z. Sì, perché in questo meraviglioso carnevale hanno la loro parte, assieme agli ossequiosi numeri, anche le lettere dell’alfabeto, italico e non. Tutte assieme si accostano, ammiccano, pian piano legano, fino a farsi allusive. Di cognomi e nomi. Anna, Carla, Fiorenza, ma non mancano Enrico, Andrea, Davide, Antonio. Qua e là, un poco smarriti, talora spauriti, un Gherardo, un Telemaco, un semplice e sempre rassicurante Massimo. Di fianco, languidamente, stanno le serie dei numeri, compagne fedeli, a volte di vita: e così Marco, maestro elementare, ha con sé, quasi da sempre, lo 064552789. Qualcun altro, fedifrago, ha cambiato il proprio partner numerico, anche più d’una volta. Altri ancora sono scomparsi, dimenticati, usciti dalla realtà dell’elenco. Poco più in là, fra nomi, cognomi e titoli, s’intravede una via, una piazza, un largo, o magari, merce ormai rara, un vicolo. Tutti insieme nell’universo ingiallito della carta straccia, vivono questi fantasmi semantici: lettere, parole, cifre, numeri, indirizzi, luoghi e, certamente, storie. Tutte le storie possibili: c’è Maccheroni Luca, ragioniere - una vita a far di calcolo per una grande ditta del Nord - oramai in pensione da un pezzo e vedovo. Il brav’uomo, per l’infinita giustizia del caso, nella pagina s’affaccia su Macelis Mauro, Prof., illustre pediatra e noto filantropo. E data la collocazione proprio a piè di foglio, non può permettersi, almeno tra le esistenze fantasmatiche degli elenchi, di guardare dall’alto in basso il bigio contabile che occupa i piani alti del tabulato, per grazia d’un contrappasso rovesciato. Sono veri e propri condomìni codeste colonne dell’elenco telefonico: piani di titoli, liste di numeri, cataloghi d’una condivisa (o forse coatta) presenza sociale. Vi si leggono vicende diurne, normali, pacifiche. Ma vi s’incrociano altresì bizzarre storie d’amore. Come quella fra Rita e Cosimo, una volta insieme sotto lo stesso cognome, indirizzo e teleselezione. Un legame perfetto che sapeva tanto d’unione semantica. Ora sono distanti. Lui fermatosi in Via dei Glicini 67, alla R, lei tornata ad una più consona e nubiliare lettera C, in Largo Picche, al n. 2.
Come il grammatico che sfoglia il vocabolario in cerca di parole morte, che vi s’affollano pronte l’uso, così questa mescolanza di nomi e presenze, di contrassegni e domicili a me pare altamente simbolica, e utilizzabile. È noto infatti come scrittori importanti, anche italiani (Palazzeschi e Calvino fra gli altri), si rivolgessero ai vocabolari, magari aperti su una pagina a caso, per risolvere la trama d’un libro o per superare l’empasse della pagina bianca. Similmente sarebbe forse proposta adeguata, oggi, rivalutare la grandezza di codesto grande romanzo: un catalogo dell’esistenza carico di trame e personaggi, primattori e comparse, luoghi possibili, ruoli memorabili. D’altra parte una volta l’elenco degli abbonati ospitava anche i defunti in quello che era un vero sepolcreto di nomi.
Insomma, a me pare proposta di qualche conto lo sfogliare codesti elenchi col piglio del lettore sofisticato, un poco intellettuale, magari anche dotto: gustandosi pagina per pagina le infinite storie sottese. Raccomando perciò - e concludo con gli auguri per l’imminente capodanno - di aprire subito l’edizione recapitata, dono gratuito e magato, dell’“Elenco 2009”: per dilettarsi con un poco di buona storia universale o, a un livello di lettura meno impegnato ma sempre dilettoso, per verificare se nell’anno a venire ci saremo anche noi. Se, insomma, la “nostra” stringa sociale - nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, professione, ecc - vi compaia correttamente. Non posso negare, invero, che scorrerò veloce l’indice in giù, verso la Z e, trafelato ma assai compiaciuto, in ultimo scoprirò d’aver garantita anch’io, per i prossimi dodici mesi, quel poco d’esistenza conquistata nell’anno che muore.

La felicità porta fortuna

Posted: 18 dicembre 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Mike Leigh – Gran Bretagna 2008 – durata 118’

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La felicità porta fortuna

Il film, il regista e Sally Hawkins, la magnifica protagonista, si sono candidati per l’Orso d'oro, premio per la regia, per la sceneggiatura e per l'interpretazione. Leigh ha già vinto la Palma d'oro per Segreti e bugie (1996) e il Leone d'oro per Il segreto di Vera Drake (2004).
Ma è l’attrice, Sally Hawkins – Poppy, con le sue mossette e i tratti sprizzanti felicità, a vincere il premio per la migliore interpretazione femminile alla Berlinale.
Certo inizialmente è quasi irritante per tutte quelle risate e i sorrisi che elargisce a destra e sinistra, in ogni momento del film. Ma forse, a pensarlo con attenzione, Happy go Lucky non è poi tanto una commedia in tinta rosa come appare. Forse la storia della maestrina non è altro che quella di una ordinaria solitudine urbana, dietro cui cova un mal di vivere che potrebbe esplodere in ogni momento.
Poppy è una giovane insegnante in una scuola elementare. Uno spirito libero, aperta e generosa, simpatica e anarchica, ma anche in grado di essere concentrata e responsabile. Ha tempo per tutti e chiunque la incontri si innamora di lei. Ama i bambini a cui insegna e loro si fidano di lei.
Divide l’ appartamento con un’amica, si gode il suo tempo libero prendendo lezioni di flamenco e pedana elastica, e non manca di preoccuparsi delle sue sorelle più giovani. Quando inizia le lezioni di guida, la sua maturità e il suo senso dell'umorismo l'aiutano nel rapporto con un istruttore al quanto “deviato”. Insomma una vita normale, nulla di avventuroso o emozionante eccetto il modo in cui Poppy la affronta tutti i giorni. A chi di noi non piacerebbe prenderla a ridere se ci rubassero la macchina, o essere buoni e comprensivi alle sfuriate di un matto nevrotico? Forse chi ha visto Poppy in azione ha avuto un po’ d’invidia e sano risentimento nei confronti di se stesso. Già, perché a volte ci vuole poco per vivere meglio. Magari un po’ di leggerezza, piccoli momenti di felicità che riconciliano con la vita. E noi, che stiamo a guardare quei quadri così umani, racchiusi in fotogrammi di giornate, siamo alla fine del film quasi contagiati dall’ottimismo che trionfa con semplicità.
Ottima sceneggiatura, se pure la trama possa risultare esile, Mike Leigh riesce a comunicare con ironia i concetti molto forte di significato. Guida gli attori magistralmente, con un risultato spiazzante per la spontaneità di gesti e movimenti.
Certo, rispetto alla sua cinematografia passata cambia registro, e dalla solita impostazione corale e polifonica passa ad una sola protagonista su cui ruota tutta la vicenda.
Abbandona il pessimismo che da sempre lo contraddistingue e con delicatezza mette in scena una Londra talmente costosa da costringere due trentenni a dividere casa, o le paure e i complessi mal celati di un uomo qualunque.
Dunque, anche se Happy-Go-Lucky è uno dei lungometraggi più leggeri e briosi di Mike Leigh, ciò non va comunque letto in maniera semplicistica. Ed è il caso di dire che l’uscita pre-natalizia decisa dalla Mikado potrebbe essere il periodo più azzeccato per questa pellicola.
Già, con un’opera piena di buoni sentimenti, è facile comprendere la necessità spirituale, ispirata dall'amore vivo del film. Sicuramente avrà meno impatto emotivo sullo spettatore rispetto ad altri capolavori del regista, ma è al contempo un ritorno alle origini di un cinema meravigliosamente popolare.
L'unico film che questo inverno metterà un sorriso sul vostro viso. Così è stato lanciato Happy-Go-Lucky negli Usa.

Marie Helene Poitras - All’improvviso il Minotauro

Posted: 16 dicembre 2008

Recensione di Andrea Comincini

Yorick Libri, 2008– euro 16,00 – pp. 156.

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All'improvviso il Minotauro

Romanzo d’esordio della scrittrice quebecchese, Sudain le minotaure ha subito suscitato giudizi entusiasti, ed è riuscito a ricevere molti premi, quali il prestigioso Prix Anne-Hèbert al Salone del libro di Parigi.
L’immediato successo oltreoceano, nonché naturalmente in patria, non è casuale, ma affonda le radici in un terreno molto fertile.
Negli ultimi anni la letteratura canadese, ed in particolare del Quebèc, ha visto affacciarsi alla ribalta giovanissimi scrittori di indubbio talento. I temi da loro trattati sono dei più vari, e arrivano a raccogliere le testimonianze persino dei popoli nativi, come avviene per la Mestokoscho e la sua poesia dedicata al popolo Innu, a cui appartiene. Più in generale, è possibile e auspicabile per il lettore europeo scoprire il fascino e l’energia di questi artisti per la loro insolita ed incredibilmente viva capacità di esplorare la vita e le intrinseche contraddizioni.
Il caso di M. E. Poitras è emblematico. Il suo libro infatti tratta di un argomento certamente presente nella letteratura mondiale, ma in un’ottica originale e fortemente alternativa: la violenza sulle donne, anche attraverso lo sguardo del carnefice. Con sorprendente delicatezza e consapevolezza narrativa, Poitras analizza le dinamiche dello stupro tenendo conto della sensibilità della vittima e dell’universo emotivo del suo violentatore. Tale dicotomia, che si trasforma infine in una duplicità testuale e stilistica, appare sin dalle prime righe sconcertante, ove si intende letteralmente ‘capace di scompigliare e rendere il mondo differente’.
La forza narrativa del testo informa lo stile e viceversa: difficilmente i libri d’esordio di qualsiasi autore riescono a catturare l’attenzione del lettore senza trascinar con sé mancanze o lacune dovute all’inesperienza.
La Poitras, al contrario, è padrona del discorso e della propria tecnica, e conduce per mano la fantasia ed i pensieri di chi si impegna nella lettura. La prima parte del romanzo, dedicata alla mentalità dello stupratore, scuote veramente e sinceramente per la grandezza con cui l’autrice descrive la psicologia malata di un uomo crudele ma contemporaneamente indifeso.
Non vi sono luoghi comuni o paternalismi nell’opera della canadese: se il maniaco è il mostro dentro un labirinto – psicologico, sociale, famigliare – la descrizione delle dinamiche intorno la sua persona, i paesaggi della giovinezza, la crude realtà dell’emigrazione nei paesi del Nord America, smaschera una trama oscura più generale, un mondo cupo in cui tutti quanti noi cadiamo nelle maglie del Minotauro, stavolta simbolo di una mancanza di unità interiore dentro ogni uomo.
Il carnefice descrive la sua iniziazione al sesso, i primi stupri, la cattura. Sembra un animale da preda braccato, ama solo la moglie e odia il genere femminile, con cui si sfoga, punendolo, dell’orrore dentro di sé.
La canadese descrive l’universo inumano del pazzo, e trasforma i paesaggi in oggetti carnali, palpabili, persino sensuali. E come persiste la dicotomia della scrittura, così emerge quella interiore, che scova anche nel Minotauro qualcosa di umano, esattamente come nel mito.

Dentro il labirinto - All’improvviso il minotauro

(Marie Elen Poitras, Yorick libri, 2008– euro 16,00 – pp. 156.)

 

Accanto al mondo dei violentatori esiste quello dei violentati, delle vittime. Mentre il lettore è ancora avvolto dalla ferina bestialità del Minotauro, viene portato in un ambiente nuovo, anche dal punto di vista psicologico, quello di Ariane. È lei una delle creature a cui il mostro ha rivolto il suo sguardo. Il nome di lei richiama naturalmente l’Arianna di Teseo – ancora la mitologia penetra la realtà contemporanea e non la abbandona – ma il suo destino è differente. Giovane delicata e riflessiva, attenta osservatrice e profondamente autoironica, viene travolta nella sua stessa abitazione dall’onda disumana della violenza, con un esito differente dalla precedenti prede del cacciatore. La diversità del fatto accompagna l’anima del personaggio e ne forma il carattere. La scrittura abbandona le tinte forti della prima parte e dipinge cieli sfumati di viola, prati, paesaggi fiamminghi. Ariane è la giovinezza che salva il mondo, ma tale potere è sempre minacciato. La violenza che prova lascia i suoi segni soprattutto nell’anima. Un lento cammino di liberazione – la ricerca del filo che la conduca fuori dal labirinto – è la costante affannosa prospettiva di ogni mattino in seguito al risveglio.
Dopo un evento simile, tutto è differente: il mondo, le persone con i loro sguardi, le mani che ti stringono. La violenza dell’umanità straccia le vesti dell’Io e lascia l’identità nuda e indifesa.
Fortunatamente sulla scena appare un Teseo, un giovane delicato e gentile, nordico dai lineamenti femminei, che accoglie la vittima e ne accarezza le sofferenze.
Ariane ama viaggiare, ed in questo duplice tragitto, interiore ed esteriore, conquista giorno per giorno un pezzo di normalità. Anche in lei emerge la dicotomia sopra accennata, ma rispetto al carnefice prende la forma di una distanza dal mondo, di una barriera mentale che la rende differente e protetta, ma anche distante. Sarà la bestialità del mostro, la crudele entrata in scena del ‘principio di realtà’, a cambiare le carte in tavola, e a rendere il romanzo, nel suo complesso, veramente interessante e aperto a molteplici interpretazioni.
M. E. Poitras esordisce magistralmente sulla scena letteraria, senza cedere alla narrazione cruenta o sensazionalistica, ma affidandosi esclusivamente ad una scrittura sensibile e avvincente, delicata e forte. La capacità di descrivere l’animo umano, l’essenzialità della caratterizzazione psicologica, e la evocatività dei paesaggi e degli arredamenti urbani, fatti di acciaio fango e edifici aberranti – inversamente proporzionali alla descrizione di parchi, cieli azzurrini e riflessi dell’iride – fanno sperare in una carriera lunga e fortunata e priva di cedimenti.
L’unità narrativa corrisponde ad un cosciente possesso delle tecniche stilistiche in grado di emozionare il lettore o deprimerlo: è certamente una promessa per la letteratura quebecchese, e l’augurio che i suoi successivi romanzi siano all’altezza di “All’improvviso il Minotauro”, è anche l’auspicio per noi lettori di non perdere l’occasione di un viaggio attraverso una scrittura originale e persuasiva.

Richard Yates – Undici Solitudini

Posted: 16 dicembre 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Minimum Fax, 2006 – euro 10 – pp. 257

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Undici solitudini

“Eleven Kinds of Loneliness”, data d’origine 1962, è senza dubbio uno degli esperimenti di short fiction più interessanti del panorama americano del secondo Novecento. L’aura di normalità dei personaggi e l’essenzialità che pervade codesti undici racconti - “Il dottor Geco”, “Tutto il bene possibile”, “Jodi ha il coltello dalla parte del manico”, “Nessun dolore”, “Una gran voglia di punizione”, “Contro i pescicani”, “Il regalo della maestra”, “Il mitragliere”, “Un buon pianista di jazz”, “Abbasso il vecchio!”, “Costruttori” – è stata difatti paragonata a quella dell’inarrivabile masterpiece di Joyce, “Dubliners”. Minimum Fax li propone nella ricca, eppur abbastanza giovane (2003), collana “Minimum Classics” ove compaiono, fra gli altri, Tevis, Barth e Malamud.
Grande costruttore di dialoghi e ritrattista d’ambienti e situazioni piane, Yates raggiunge, in alcune delle short stories qui raccolte, una precisione d’effetto, quotidiano e assieme straniante. La solitudine, come la paralisi joyciana, anima tutte le undici storie, che compongono un quadro dalle forti tinte autobiografiche: il periodo scolastico, quello del militare, o al sanatorio, momenti di vita matrimoniale o di lavoro d’ufficio. In ogni racconto si legge l’oscillazione temporale fra età giovane, adulta e vecchiaia. In scena l’America del sogno, allora ancora in piedi, quella della piccola borghesia degli anni Cinquanta. Di contro anche personaggi minimi: tassisti, segretarie e maestre, uomini d’armi e adolescenti emarginati. Tutti con una gran voglia di convenzionalità: negli anni di Eisenhower conformismo vuol dire protezione, sicurezza. Ma proprio in quel conformismo sta la solitudine della gente che Yates presenta, assieme ad un diffuso, bieco egoismo.
I capitoli più riusciti, benché il risultato sia abbastanza uniforme sono “Il dottor Geko” - ove c’è un “nuovo ragazzo” inserito in classe da un’insegnate troppo zelante nel farlo ambientare, la quale perciò si merita, di ritorno, un semplice e radicato odio infantile. In “Nessun dolore” un uomo, Harry, giace in un letto d’ospedale, fra figure improbabili che animano le corsie. La moglie Myra al suo fianco, una presenza che man mano si fa pesante, insopportabile, a causa del tradimento che va perpetrando.
La prosa di Yates è qui di una piattezza voluta e sconcertante. Desolante come la miseria dei destini in ballo. Terribili ed inevitabili le conseguenze. Un libro grande e a suo modo tragico, di una tragicità quotidiana e dovuta. La violenza della rabbia - ad esempio ne “Il Mitragliere” ove va in scena il tentativo di un’esecuzione sommaria ai danni di un commilitone – non ha mai conseguenze sulla realtà, ma è sempre fine a se stessa, senza valori cui rifarsi, senza ribellione. Semplicemente come mero sfogo.

Si può fare

Posted: 10 dicembre 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Giulio Manfredonia – Italia 2008 – durata 111’

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Si può fare

Da tempo non capitava di ascoltare un applauso a fine spettacolo, da tempo non sentivo la commozione tra gli spettatori, Si può fare è riuscito a sorprendere.
In modo delicato e intelligente il film ha portato in piazza un problema spinoso restituendo dignità all’uomo. Una storia semplice e straordinaria, nel vero senso del termine: fuori dall’ordinario, dalla realtà comune.
Il regista ama definire il film “una favola vera”, dove la realtà, quella delle cooperative di ex malati mentali dimessi dai manicomi per la legge Basaglia, si mescola alla fantasia, alla finzione. “Per la prima volta mi sono trovato a raccontare una storia vera e ho cercato di farlo con umiltà e rispetto” – ha detto Manfredonia. Il ritratto della coraggiosa scelta del sindacalista Nello, che durante gli anni ’80 trasforma una comunità di malati di mente in bravi artigiani parquettisti, esempio di grande accuratezza.
Non v’è dubbio che il regista abbia sottoposto i suoi attori ad un anno di prove e di ricerche. Con interpreti professionisti ha visitato e osservato attentamente la cooperativa Noncello di Pordenone (che è poi quella rappresentata nel film) e ha frequentato un centro di igiene mentale non lontano da Milano. Un lavoro meticoloso che ha regalato al cinema italiano una prova di generosità e tante emozioni.
C’è da dire però che oltre la storia e lo straordinario lavoro dello sceneggiatore Fabio Bonifacci, il merito va tutto a quella “compagnia” di attori bravissimi e poco noti. Veri nelle interpretazioni, sempre presenti alla storia dei propri personaggi. Danno vita con molto affiatamento ed equilibrio ai dubbi e alle manie, ai tormenti e agli slanci, di questi “matti – artisti”. Si incrociano le tante piccole storie reali, così come fanno loro con i pezzetti di legno per montare i parquet.
Non si dimentica però né il dramma né il dolore di queste persone. E sono la poca attenzione e le convinzioni prestabilite di un medico a segnare ancor di più la mancata volontà di capire i malati mentali, molto vicini alla gente “normale”.
Contenuto e appassionato, Claudio Bisio è “giusto” nei panni del sindacalista. Ignaro di psichiatria, intuisce umanamente il silenzioso desiderio espresso dai matti nei loro lavori, e avvia senza quasi accorgersene una piccola rivoluzione. Poco importa se a volte si esce fuori dal “possibile” con un bacio tra una studentessa e un “socio” della cooperativa, ci si passa sopra, perché la verità il coraggio derivato dalla storia entra in tutti noi. E allora si può fare un progetto intelligente: rendere la dignità perduta con un percorso straordinario di libertà, mirando diritto ai sentimenti ed alle piccole e belle ingenuità.
Infondo, il film prende spunto dalla realtà, in evidenza è la Coop Noncello di Pordenone ed il suo esempio di successo. Nel corso degli anni, infatti, questa struttura è stata capace di trasformare l'espropriazione dei diritti attraverso l'assistenza, in restituzione dei diritti stessi attraverso il mercato. Si può fare riproduce queste speranze e quelle opere. Lo fa, ovviamente, in modo gioioso e libero interpretando l'anima e il senso più profondo delle pratiche di liberazione intraprese e da intraprendere continuamente.
Il film, inoltre, regala un'ulteriore occasione per festeggiare i 30 anni della Legge 180, una vera e propria rivoluzione culturale e medica, basata su nuove e più “umane” concezioni psichiatriche, promosse e sperimentate in Italia da Franco Basaglia.
Insomma, andate a vederlo: si pensa, ci si commuove e ci si diverte e soprattutto non è un’ invenzione, ma si può fare.

Adriana Cavarero - Orrorismo

Posted: 10 dicembre 2008

Recensione di Andrea Comincini

Edizioni Feltrinelli, 2007 – euro 14,00 – pp. 165

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Orrorismo Il titolo del libro, un neologismo efficace ed opportuno per definire la cornice della successiva disamina, indica un fenomeno la cui portata, secondo l’autrice, necessita di una nuova definizione.
Figura di spicco del cosiddetto pensiero della differenza sessuale, e studiosa autorevole del pensiero arendtiano, Adriana Cavarero propone uno saggio di profondo interesse e certamente attuale. Senza rinunciare alla sua attenzione per una filosofia rivolta agli uomini ed alle donne nella loro specifica finitezza, le riflessioni qui proposte riguardano l’essenza stessa di ciò che definiamo orrido e terribile. Partendo da una distinzione etimologica fra terrore ed orrore, la filosofa propone una lettura di alcuni eventi storici di tremendo spessore sotto la nuova definizione che dà l’appellativo al trattato.
Orrorismo, e non terrorismo, riguarda quegli casi la cui portata disumanizzante comporta una specifica attenzione – anche lessicale – perché ontologicamente differente da qualsiasi altro gesto tragico a cui la storia ci ha abituati.
La figura dell’inerme è essenziale per distinguere gli atti di terrorismo da quelli di orrorismo. Se i primi infatti colpiscono e uccidono in un ambito politicamente più definito, le azioni orroristiche sono rivolte a punire l’innocente, il civile inerte.
Questo mutamento di direzione ha trovato la sua forma definitiva nell’Olocausto e nel fenomeno degli uomini bomba.
Scopo degli orroristi infatti non è semplicemente uccidere ma straziare, annientare e – se possibile, cancellare l’esistenza. I campi di concentramento nazisti furono concepiti non per estinguere un popolo, ma per annientarne l’umanità, prima della soluzione finale.
Le riflessioni di Primo Levi, qui riportate, sono la testimonianza di una nuova forma di tortura e di crudeltà: l’annichilimento della vita spinge l’uomo a esser morto mentre ancora calpesta il suolo. La frantumazione delle coscienze, la perversa efferatezza rivolta a trasformare le persone in fantasmi, ha un obiettivo per preciso, ovvero la riscrittura ontologica della vita spezzata.
La scrittrice propone di abbandonare la vecchia prospettiva secondo la quale il carnefice illumina la scena del delitto, e con lui la sua psicologia corrotta, e concentrarci sulla novità che risalta palesemente: la vulnerabilità assoluta di chi subisce l’offesa.
Ricordando Medusa, Medea, Abu Grahib fino a giungere alle donne bomba di Beslan, la Cavarero evidenzia quanto l’omicidio abbia ormai come obiettivo non terrorizzare, bensì “orrorizzare”, quindi gettare in un panico continuo ed indefinito principalmente l’innocente, perché tale.
La distinzione è sottile ma illuminante, in quanto fonda un metodo di analisi certamente fruttuoso e utile. La volontà di colpire a caso, far accapponare la pelle, eliminare bambini e donne piuttosto che militari, indica un cambiamento di prospettiva nella lotta per il potere: reduci da un secolo sanguinario, oggi l’unico modo per colpire l’immaginario della popolazione è farle credere di non essere mai al sicuro, e rendere il corpo stesso elemento di orrore.
Orrorismo della vita quotidiana
(Adriana Cavarero, Edizioni Feltrinelli, 2007 – euro 14,00 – pp. 165.)
di Andrea Comincini

Gli attentatori suicida hanno riportato l’attenzione sulla centralità del corpo quale strumento di morte, e sulla precarietà dello stesso. Sebbene l’alta tecnologia sembra determinare gli esiti dei conflitti, la pratica dell’autoesplosione riesce a scuotere l’immaginario collettivo e a ricondurre l’opinione pubblica su una verità quasi rimossa, ovvero l’orrore della guerra.
“Non ci stupisce così che per contrasto, la violenza distruttiva dell’attentatore suicida, in quanto veicolata dal puro corpo, appaia particolarmente scandalosa. L’esplosivo portato in una cintura o in uno zaino, e persino il meccanismo di detonazione, non riescono a gettare alcuna ombra tecnologica sulla centralità del corpo omicida dello shahid”.
Ciò che ultimamente rende questo fenomeno ancora più orripilante, è la crescente presenza di donne nel ruolo di attentatrici. Riprendendo un lavoro di Julija Juzik, Adriana Cavarero ricorda che in Cecenia sono soltanto le donne a svolgere il ruolo di assassine suicide. Questo fenomeno rende ancora più doloroso lo scenario, perché la figura femminile rimanda direttamente alla generazione della vita, e non alla sua distruzione. L’orrore sembra crescere davanti alle storie di giovani ragazze, a volte incinte, che usano il loro corpo per massacrare degli innocenti. Le testimonianze a proposito sono molteplici, così come le descrizioni dei resti esplosi, delle carni martoriate.
L’interesse della studiosa per una storia della corporeità emerge chiaramente anche in questo recente lavoro, perché ciò sottolineato più volte nel libro è la centralità dell’essere umano in quanto ‘carne razionale’ - sia quando ricopre il ruolo del seviziatore, sia nel momento in cui diviene vittima.
La violenza contemporanea non sembra soltanto rivolta ad uccidere, a dominare nel sangue, ma dichiara la volontà esplicita di provocare orrore, trasformare la tranquilla vita dell’uomo comune in una illusione da cui ci si può svegliare in ogni momento. Il sentimento diffuso di precarietà, la consapevolezza di essere tutti, proprio perché innocenti, colpevoli di esistere, trasforma lo scenario internazionale in un tetro quadro a tinte fosche, dove la speranza è scarsa. L’inerme non è più vittima di un processo duraturo, ma di un attimo, quello di una possibile esplosione: ciò distrugge la temporalità, dilata l’angoscia fino a rendere l’indeterminatezza la nostra dimensione quotidiana, da cui purtroppo sembra non esserci riparo.
L’orrore connota l’età contemporanea e ne traccia il suo senso più profondo: al di là del terrorismo, la cui storia spesso si intreccia con le politiche di Stati rivoluzionari, o comunque con prospettive riconducibili ad una dimensione ‘comprensibile’, la violenza sull’inerme, la cancellazione delle esistenze - l’orrorismo - rivela una dimensione del dolore difficile da sostenere, perché travalica qualsiasi possibilità di rintracciarne un senso, o di coglierne i fini.
L’enormità di questo crimine è reperibile nella intenzione di andare attraverso il corpo oltre di esso, colpire la costituzione ontologica dell’essere umano, definirne una nuova fenomenologia e, nel commettere tutto ciò, distruggere qualsiasi residuo di umanità.