Il Divo
regia di Paolo Sorrentino – Italia 2007 – durata 110’
di Sonia Scorziello
Vittoria a Cannes per l’Italia con Matteo Garrone (il già trattato Gomorra) e Paolo Sorrentino, portano a casa rispettivamente il gran premo speciale della giuria e il premio della giuria. Filo rosso tra i due film, quasi indissolubili, l’uno rimanda all’altro per il potere e la corruzione, la politica e l’illegalità, per ciò che si nasconde dietro una finta democrazia nella civilissima Italia.
Così, omicidi e suicidi eccellenti, dal ‘78 ai primi anni Novanta, aprono Il Divo.
A volte travolto da una colonna sonora intensa, spaziando con ironia e disinvoltura tra pezzi aggressivi a Vivaldi, Sibelius e Renato Zero, l’opera di Paolo Sorrentino racconta la storia dell’uomo che nel nostro Paese ha rappresentato “l’Autorità” per più di quarant’anni, Giulio Andreotti. Dal ‘92 al 2004, dal quarto governo Andreotti alla fine dei processi a suo carico. Autobiografico talvolta grottesco, il film non vuole, però, essere una cronaca di quegli anni.
Unisce e armonizza, con uno stile insolito e sorprendente, pubblico e privato, impressioni e fatti, per rendere l’idea del “Potere” e solo di conseguenza su chi, quel potere, lo rappresentò sommamente.
Il regista ha scritto la sceneggiatura con la consulenza giornalistica di Giuseppe D’Avanzo. Il risultato è un linguaggio tra il reale e lo straordinario, tra fatti e immaginazione, unico mezzo che consente di entrare in certi intrighi del potere e nelle coscienze. La sceneggiatura è lo specchio acuto dell’oggi senatore a vita, Andreotti: battute veloci e argute, spiazzante.
La cronologia mescola gli avvenimenti e lascia all’occhio il dovere di guidare lo spettatore, consegnando spesso alle donne — la moglie Livia (Anna Bonaiuto, eccellente), la segretaria Enea (Piera Degli Esposti, altrettanto grande), una nobildonna (Fanny Ardant) — il compito di fare da contraltare alla politica e agli atti pubblici.
Ma l’umanità, la sensibilità del protagonista non emerge, resta fisso, immobile nel suo ruolo, Andreotti, personaggio di sè stesso. Mai un’alzata di tono, mai l’istinto che prende il sopravvento se non nella lucida autodenuncia, superbamente interpretata da Servillo “La nostra, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. [...]Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo. E noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa. E lo so anch’io”.
Di un lirismo notturno le camminate per via del Corso, le confessioni in chiesa, la serata ad ascoltare Renato Zero con la moglie, sono tutti momenti dove si fa grande l’interpretazione dell’attore. I ritmi sono lenti, cristallizzati nella recitazione, a volte anche “troppo da personaggio”, ma alla fine ci rendono una prova magnifica e un lavoro straordinario sulla voce.
Tutto il cast risponde egregiamente alle esigenze registiche. Con punte quasi volutamente cabarettistiche Carlo Buccirosso in Pomicino, a personaggi “caricatura” Flavio Bucci, il braccio destro Franco Evangelisti, detto Limone, Aldo Ralli è Giuseppe Ciarrapico, alias il Ciarra, Massimo Popolizio è Vittorio Sbardella, Lo Squalo, Giorgio Colangeli è Salvo Lima, Sua Eccellenza.
Il film ha ricevuto pieni consensi dai giornalisti e dal pubblico, ma una voce critica si è levata contro, quella dello stesso senatore Andreotti che ha etichettato l’opera come “Una mascalzonata, è molto cattivo, direi. Cerca di rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai conosciuto. Si può dire che esteticamente è bello, ma a me dell’estetica non frega un bel niente. Capisco che la storia va caricata. Il regista doveva girare così. La mia vita è talmente tranquilla che ne sarebbe venuto fuori un prodotto piatto e senza pepe. Ma la mia corrente, per esempio, beh non era un giardino zoologico come la rappresenta il film. C’erano le invidie, gli scontri, gli scavalchi, la carriera, ma questa è la politica. Il mio potere era un certa autorevolezza, un certo tipo di rapporti internazionali. Ma non ho mai avuto desiderio di arricchimento. Il cinismo non è nel mio carattere, non sono facile alla commozione, questo è vero. Ma non sono insensibile. E ne ho passate tante perché dava fastidio a molti che la Provvidenza non si fosse organizzata per togliermi dai piedi prima. La ferita aperta resta Moro, è vero, ma non è corretto raccontare la sua morte come se ci fosse dietro qualcosa oltre le Br. La politica ci ha diviso. E le correnti, certo. Ma io e Moro ci conoscevamo da una vita, lui non voleva neanche fare politica ma studiare. È stato lui a designarmi come successore della Fuci. I giorni del suo rapimento sono stati durissimi e tornano. Anche per me. Resta comunque un film impegnato, ma se si occupavano di qualcun altro, era meglio”.
Il Divo è tuttavia un grande tributo ad un personaggio stra-ordinario della nostra Storia, certo non racconta niente più di ciò che già sappiamo del potere reale. Ancora indignazione su fatti senza prove, ma d’altronde, parafrasando le parole dello stesso Andreotti “Sappiamo dal Vangelo che quando fu chiesto a Gesù che cosa fosse la verità, Lui non rispose”.