Erlend Loe, Doppler, vita con l'alce

Iperborea, 2007 - euro 13.50 - pp. 185

di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Doppler, vita con l'alce Questa settimana la nostra proposta di lettura si indirizza sulla scrittura di Erlend Loe, uno degli autori più vivaci dell'intero panorama scandinavo. Norvegese di Trondheim, pubblica nel 1993, ancora giovanissimo (è nato nel 1969), Preso da lei con buon successo di critica e pubblico, ma la fama le ottiene nel 1997 con lo straordinario boom di Naif.Super, romanzo che affrontava, con singolare ironia, i turbamenti e le tante incertezze d'un venticinquenne in viaggio per New York combattuto fra amori diversi, la confusa vita universitaria e la ricerca interiore di un definitivo senso delle cose.
A discapito del titolo - Doppler, vita con l'alce - che al lettore non avvezzo alle pubblicazioni della pluripremiata Iperborea potrebbe far pensare a un'allegoria moralistico-pedagogica in chiave naturalistica, il libro rivela scaturigini di sorprese.
Anzitutto la prosa schietta, senza fronzoli, fatta di paragrafi di frantumata sintassi a seguire le velocissime associazioni dell'io, sin dal vigoroso attacco, "Mio padre è morto. E ieri ho ammazzato un alce. Che dire. O io o lei. Ero affamato. Comincio sul serio a diventare magro", cui s'alternano parti narrativo-descrittive di una certa lunghezza e libere da interpunzione: "poi ho dormito un po' e alle prime luci dell'alba sono sceso al dirupo est della tenda e ho messo il fieno come esca in un punto che da tempo pensavo fosse perfetto per un'imboscata". È Andreas Doppler a narrare l'improvvisa e inaspettata trasformazione occorsa nella sua vita - abbandona casa, lavoro e famiglia per vivere nel bosco -, in una prima persona che racconta in presa quasi diretta. A ciò si sommano improvvise divagazioni brillanti delle quali un bell'esempio è la sorta di manifesto anticonformista del ciclista: "un ciclista è costretto a diventare un fuorilegge. È costretto a vivere fuori della società e in rotta con il sistema stabilito di viabilità che sempre più incoraggia esclusivamente la circolazione motorizzata, anche per le persone di sana costituzione. I ciclisti sono degli oppressi. Siamo una minoranza silenziosa, i nostri territori di caccia sono sempre più ristretti e siamo forzati a comportamenti che non ci si addicono, non possiamo parlare la nostra lingua, ci obbligano alla clandestinità". Compaiono inoltre, qua e là, accurati flashback da cui si ricavano le ragioni del radicale cambiamento.
Caduto rovinosamente di bici in un fuori strada selvoso, Andreas Doppler scopre da quell'orizzonte terricolo di radici ed erica che "per la prima volta da molti anni c'era una gran quiete […] c'era solo il bosco. Svanito il consueto miscuglio dei più disparati sentimenti, pensieri, progetti, doveri". Svaniscono le snervanti canzoncine dei dvd del figlio assieme alle terribili nenie tv dei Teletubbies; si fanno lontani i dubbi sul bagno nuovo - piastrelle italiane o spagnole, opache o lucide - e sulle mille possibilità cromatiche del soffitto, sollevati dalla consorte. Dal pavimento di foglie, lo sguardo fisso in alto al cielo oltre le fronde, Doppler si sente finalmente "esonerato da quell'eterna giostra mentale"; tutto dissolto, "c'era un'infinità di cose a cui di colpo non pensavo più". Altrettanto all'improvviso gli balena in testa il pensiero del genitore scomparso - "mio padre non c'era più e non ci sarebbe stato più per sempre". Si rende conto di non averlo mai conosciuto davvero e di non aver sofferto più di tanto all'annuncio della sua morte: "era morto nel giro di una notte. All'improvviso. E nel più assoluto silenzio. Ma lì nell'erica la cosa mi penetrava nel profondo con tutto il suo peso. La drammaticità del caso. Uno c'è e poi non c'è più. da un giorno all'altro". Tuttavia benché indubbiamente polemico e problematico, codesto libro vive dello scarto ironico che la prospettiva di Loe imprime anche alle considerazioni più drammatiche. Perciò fra le cose del padre, ricevute ed appunti vari, Doppler rinviene un cospicuo numero di foto bizzarre: "Ho chiamato mia madre che mi ha rivelato che papà aveva sistematicamente fotografato tutti i gabinetti che aveva usato negli ultimi anni della sua vita. Non le aveva mai spiegato il perché. Aveva fatto le foto e tenuto il becco chiuso. Il risultato erano centinaia di foto di gabinetti, oltre ad alberi, pietre e altri luoghi dove ai maschi può saltare in mente di pisciare quando sono all'aperto".
L'avventura boschiva e il conseguente distacco dal mondo civile sono occasioni che naturalmente provocano disagi interiori a catena, conflitti familiari con considerazioni spesso ilari su eventi di scarso respiro: il rapporto con la figlia è critico giacché Nora "continua a rivedere Il Signore degli anelli mettendo in chiaro che non avrebbe più tollerato il mio sarcasmo a proposito".
Doppler modifica radicalmente la propria visione del mondo e scarica dietro le spalle il peso di una rassicurante vita borghese. Stabilisce perciò di abitare il bosco che l'ha svegliato e ivi si trasferisce in tenda, con lui il cucciolo d'alce cui ha ucciso la madre, con il quale dà vita a spassosi soliloqui: "Giochiamo e ce la spassiamo e io ritrovo un po' di quella bella sensazione dei tempi di scuola di stare col mio migliore amico. Si sta insieme e basta. Non si parla di niente di speciale. Però Bongo a memory è un disastro. Deve darsi una svegliata se vuole che giochi ancora con lui. Ho preso quello degli animali proprio per dargli una chance, ma mentre io riempio una cartella dopo l'altra di volpi, castori, scoiattoli e piccioni selvatici, Bongo è ancora senza una sola figura. Niente da fare, è del tutto incapace di memorizzare dove sono le carte. Io gliele indico e mi aspetto che mi faccia un piccolo segno in forma di suono o cenno col capo, qualunque cosa, ma niente. Non un suono. Non un cenno del capo. Ah, Bongo, Bongo, gli dico. Non sei esattamente il più sveglio della classe. Ma sei un vero amico. E un delizioso cuscino". Tornato alla natura, oramai cacciatore-raccoglitore e partigiano del baratto, Doppler si autoesclude dalla vita capitalistica delle necessità superflue e della "bravura" intesa come valore: "Ho respirato bravura e a poco a poco ho perso la mia vita. È così, me ne accorgo adesso. Dio non voglia che i miei figli diventino bravi come me. […] la bravura provoca dipendenza. Se sei stato bravo una volta, non ci sono limiti a quel che riesci a fare per attirarti feedback positivi dall'ambiente intorno. È una spirale che si autoalimenta e non è mai portata a chiudersi".
L'esperienza della macchia si trasforma da una parte nel tentativo d'onorare la memoria del padre costruendo un totem quantomeno improbabile, "un uomo seduto su un uovo con sopra un altro uomo in bicicletta che ha sulla testa un alce di un anno e sopra l'alce è seduto un bambino"; dall'altra nella ricerca del non far nulla - "non darò mai più prestazioni finché vivo. Non riuscirò più in niente […] Coltiverò il dolce far niente a livelli che pochi hanno raggiunto prima di me. E non scenderò più nella civilizzazione" - che raggiunge piacevoli vette di misantropia: "guardare la tv per me è come sfogliare un'enciclopedia sul perché non mi piace la gente. La tele è il sommo concentrato di tutto quello che c'è in noi di rivoltante. Tutto ciò che è umano mi è estraneo". Ma la responsabilità di un gesto tanto radicale e sentito non trova mai un riscontro nelle situazioni che gli si presentano. Doppler non ha fatto i conti con l'assurdità della vita. Concluse le invettive misantropiche, si materializza un po' alla volta un gruppo di disturbatori, una folla di disperati. Dusseldorf che, figlio di un militare tedesco morto nell'offensiva delle Ardenne nel 1944, da anni lavora incessantemente su un plastico di meticolosa verosimiglianza ricostruendo la morte del padre; Roger ladro in casa di Doppler divenutogli amico in situazioni surreali; un "tipo di destra" con cane feroce al seguito, uno con un amaro ghigno in faccia "che può venire solo da un'immane sicurezza economica e da anni di voto a destra", ma che "passato la sua vita ad accumulare beni terrestri e a difendere il sistema e poi un bel giorno entra in crisi" e prende Doppler come personal guru - gli rendono impossibile fare niente poiché "è stressante non fare niente quando c'è gente fra i piedi".
Insomma la "civiltà", la socialità "lo sguardo degli umani è quasi sempre diretto verso altri umani" e la bravura, si accorge Doppler nel suo oramai affollato paradiso terrestre, sono virus invasivi, sintomi di una malattia cui è gravoso sottrarsi: la "cosiddetta realtà", da cui solo darsi alla macchia può offrire riparo.