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La Recensione - Redazione

Update III Febbraio 2008

Posted: 28 Febbraio 2008

Ancora cinema e letteratura nelle ultime recensioni per il mese di febbraio. Buona lettura!

Caos Calmo

Posted: 28 Febbraio 2008

Recensione di Sonia Scorziello

Regia di Antonello Grimaldi - Italia 2007 - durata 112

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Caos calmo

Fermarsi, riflettere, essere spettatore di un'esistenza quotidiana per ritornare all'essenza della vita, ascoltare e comprendere la gioia e il dolore che si manifestano nel "caos calmo" dell'anima. L'ultimo film di Antonello Grimaldi, tratto dall'omonimo romanzo di Sandro Veronesi, vincitore del Premio Strega nel 2006, " è un lento movimento di sentimenti, una riflessione sul dolore, sulla perdita, vissuta come un grido silenzioso".
Due fratelli, diversi ma anche vicini negli slanci, come si legge nel libro, dove Pietro (Moretti) dice di Carlo (Gassman) "Ci siamo fatti prestare le tavole da due pischelli e ci siamo buttati tra le onde alte, lunghe, così insolite nel Tirreno che ha bagnato tutta la nostra vita. Carlo più aggressivo e spericolato, ululante, tatuato, col capello lungo al vento; io più prudente, più diligente e controllato, più mimetizzato, come sempre". Insieme, si tuffano tra le onde per salvare la vita di due sconosciute, mentre Lara, la compagna di Pietro, muore in casa all'improvviso, per un aneurisma. Da quel momento, Pietro Paladini, 43 anni, dirigente di un network tv di successo, padre di Claudia, dieci anni, inizia un'immobile fatica per capirsi nel dolore che non riesce a manifestare, sulle note dei Radiohead, in auto, davanti alla scuola della figlia.
Ogni scena gira intorno al protagonista; l'immobilità di Pietro nel parco provoca un continuo movimento di tutti i personaggi: il fratello stilista così diverso da lui; la cognata (Valeria Golino) piena di insicurezze e problemi; la donna che ha salvato dall'annegamento (Isabella Ferrari) e per la quale prova una forte attrazione; il collega di lavoro (Silvio Orlando) stanco di un lavoro in cui non crede più, che lascia tutto e se ne va in Africa; una ragazza curiosa, (Kasia Smutniak) che porta a passeggio il cane. Come dice Pietro nel film: "Io non sto seduto qui, su questa panchina, tutto il giorno. Mi muovo". Così si muove nelle vite degli altri, tutti a rotazione si siedono sulla panchina accanto a lui per raccontare le preoccupazioni, le decisioni che si vorrebbero prendere. Da statico il dolore si trasforma in un momento dialettico leggero e soave.
I personaggi risultano fondamentali, alternano le scene in un crescendo di riflessione ed ironia. Alessandro Gassman è perfettamente calato nell'idolo delle ragazzine, frivolo e umano allo stesso tempo: "E' un ruolo bellissimo - dice l'attore - un uomo benestante, affermato nel mondo della moda, apparentemente superficiale. E invece tiro fuori un'umanità inaspettata, un grande cuore, una tenerezza fortissima, soprattutto nel rapporto con Claudia".
La Golino è invece irrequieta, crudele ma vera, spiazzante nelle scenate da isterica: "La mia Marta è una donna sola, piena di figli e di ex fidanzati, anche se non si vedono, e di cose e parole. Lei parla per non affrontare i silenzi, dice un sacco di sciocchezze, ma a volte diventa una sorta di grillo parlante che suggerisce al protagonista quello che potrebbe provare, anche cose indicibili per l'animo di una persona. Marta rappresenta l'inconscio di Pietro Paladini perché ogni tanto torna da lui, lo abbraccia, ma poi gli da delle gran mazzate".
La solitudine accompagna anche il personaggio di Isabella Ferrari che sottolinea: "Eleonora, è una donna molto sola che non ha mai conosciuto l'amore. Già in sceneggiatura avevo pochissime battute e quando Antonello mi ha offerto la parte gli ho subito fatto presente che la scena che mi piaceva di più era quella in cui getto la fede, che non prevede parole, ma solo gesti".
Ed è lo stesso regista ad evidenziare il legame fra le due donne: "Eleonora e Marta rappresentano due personaggi femminili speculari. Eleonora è un personaggio metafisico, ma è anche il motore della storia. Senza il suo salvataggio in mare, ad opera di Pietro, non ci sarebbe stata nessuna storia da raccontare, ed è lei a far rinascere il protagonista, facendogli abbandonare il lutto. Per far questo deve buttare la fede nel tombino e fargli capire che si può andare avanti e si può farlo insieme. Marta invece parla al protagonista, lo coinvolge in tutto quello che fa e che pensa, riportandolo sulla Terra".
Mentre si susseguono le interpretazioni dei personaggi, Pietro si muove e interagisce con loro scoprendo anche la sofferenza degli altri. Così, si perde in elenchi infiniti, posti dove ha vissuto, linee aeree con cui ha viaggiato, in un'evoluzione che lo porterà a riflettere su quanto davvero ha compreso la moglie e la vita di sua figlia.
La lunga attesa, il suo lento scandagliarsi dentro risulta originale e profondo, aprendo la strada all'esplosione di quell'irreale e fragile tranquillità. In perfetta armonia con il suo personaggio, Moretti si fonde con Pietro Paladini e con il Caos Calmo "Quando ho letto il romanzo di Veronesi non ho pensato a me come regista di quella storia, ma ho pensato subito che mi sarebbe piaciuto interpretare quel personaggio che cerca di mettere ordine intanto esteriore alla propria vita e poi all'importanza che le cose danno a questa vita".
Il film è diretto, imploso, guidato perfettamente dal regista che sapientemente evita la ripetitività, se pur girando sempre nello stesso luogo ma continuamente in modo differente. Poco importano le polemiche succedutesi: prima la scena di sesso, poi l'ostentato utilizzo di una nota macchina non nascondendone la casa di produzione, il film alla fine si apprezza e si gode per ciò che trasmette e ci lascia pensare che a volte per viaggiare bisogna fermarsi in noi stessi.

Antonio Tabucchi - L'oca al passo

Posted: 28 Febbraio 2008

Recensione di Andrea Comincini

Feltrinelli 2006 - Euro 9,50 - pp. 170

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L'oca al passo

L'oca non si sarebbe mai aspettata di attirare l'attenzione dell'intera umanità. Intenta a starnazzare e dormire, o goffamente ad ancheggiare, l'uccello procede lentamente la sua vita, con imperturbabile noia. Queste caratteristiche tuttavia l'hanno resa simbolo di un atteggiamento mentale, oltre che di un procedere inerte e talvolta minaccioso a cui il libro di Antonio Tabucchi si richiama apertamente.
L'oca al passo infatti riassume l'andar triste del bipede e la marcetta ottusa degli eserciti totalitari grazie all'esposizione di un quadro ignobile e volgare quale la politica italiana offre in codesto periodo.
Le vicende degli ultimi quindici anni - nota lo scrittore - appaiono profondamente allarmanti per chiunque individui nell'azione democratica il luogo unico e supremo in cui la libertà e la giustizia tracciano i confini dell'azione pubblica. I principi ispiratori della carta costituzionale, l'antifascismo, il ripudio della guerra, vengono puntualmente calpestati a scapito di idee palesemente revisioniste, compromessi di infimo livello, attacchi veri e propri alla verità storica.
Dentro la società italiana si è instaurato un virus malefico, deformante e inaccettabile: Tabucchi si indigna quando osserva l'atto ignobile e la parola avvelenata, ma anche la mancanza di reazione, la risposta forte e sicura. Colpevole senza appello la sinistra italiana: se la destra rivela solamente se stessa, i partiti ispirati dalle idee di giustizia e solidarietà hanno abdicato al loro ruolo, offrendo una immagine di sé e del Paese priva di moralità.
"Forse può orientarci una frase di Stefan Zweig, che, rispondendo allo stupore di un suo amico scandalizzato per il comportamento inspiegabile (e poi storicamente disastroso) di certi politici 'progressisti', del suo paese, osservò: <<Da quando in qua, nella prassi politica, i politici preferiscono le ragioni dell'etica a quelle elettorali?>>"
Lo studioso è duro e implacabile nel fare i nomi e cognomi dei responsabili del degrado: l'ex Presidente della Repubblica viene per esempio ferocemente attaccato per alcuni discorsi tenuti durante una delle celebrazioni riguardanti la Resistenza. Il 14 ottobre 2001, presso una città vicino Bologna, pronuncia parole "improponibili per una democrazia come la nostra, nata sull'antifascismo". A proposito dell'unità d'Italia, Ciampi scagionò i repubblichini con l'eufemistica circonlocuzione 'giovani che fecero scelte diverse'.
Oltre allo scandalo di equiparare i ragazzi morti per liberare la patria con nazifascisti dediti ad appoggiare i crimini di Hitler, Tabucchi denuncia un grossolano falso storico: quei 'giovani' non erano animati certo dal sentimento dell'unità d'Italia, e affermare una sciocchezza simile è come dire che la Repubblica di Vichy, collaboratrice degli invasori nazisti, fosse patriottica.
Il blanchissage di Salò, sottolinea lo scrittore, nasce comunque da Luciano Violante, parlamentare comunista, pidiessino, diessino, ulivista ed infine - infine? - democratico, intento ad ingraziarsi i voti della destra per ambire alla carica di capo dello Stato.
Le notizie si succedono rapidamente, gli articoli dei giornali riportano date e fatti e si intrecciano in un mosaico di parole amare, all'apparenza prive di logica, ma poi compiutamente rivolte ad un unico fine: cancellare la verità.
Gran maestro di ciò è Silvio Berlusconi: con lui - osserva sempre Tabucchi - la politica ha abbandonato definitivamente qualsiasi parvenza di serietà e moralità, per approdare ad un cialtronismo da spaghetti western, condito con brutale e ostentata ignoranza e crassa volgarità.
Unico nelle democrazie occidentali a controllare l'intero sistema mediatico, il Cavaliere è reo non solo di condire la politica estera con bandane e barzellette, quella interna di discorsi patetici e stralunati, ma di aver sdoganato personaggi quali Umberto Bossi e Gianfranco Fini.
Il primo può tranquillamente andare in televisione e attribuire al tricolore funzioni da carta igienica, senza che nessuno batta ciglio; il secondo ha chiaramente riscritto la storia del proprio partito, traghettando manganelli e fiaschi di olio di ricino nel XXI secolo. E come dimenticare i licenziamenti di Biagi e Santoro, di Luttazzi, del lodo Schifani, i processi prescritti, la legge Cirami ed altre nefandezze? "Quel signorotto imbalsamato nel doppiopetto o fasciato di bandane, i suoi "mi consenta", le sue affermazioni da commedia all'italiana, lui e tutto il suo seguito - una corte dei miracoli fatta di maggiordomi, di piduisti, di amici condannati per mafia, di spie, di avvocati corruttori di giudici - sono un invito alla letteratura. Sono loro che la invocano: una letteratura burlesca, poliziesca, gotica o dell'horror, a seconda della situazione e del singolo personaggio".
Il libro è inquietante, non congeda il lettore con l'animo leggero: si parla di infamie.
Tabucchi traccia le storie e i volti di assassini, vigliacchi, parassiti, verminai, escrementi di partito, e lo fa con una collera travolgente, tuttavia senza sbavature ma anzi di una lucidità agghiacciante.
Non è moralismo d'accatto ritenere impossibile la presenza di individui come Ferrara, o facce come Cossiga. Non è utopismo o ingenuità aspirare ad una politica pulita e democratica.
Eppure l'Italia fatica a sollevarsi dal pantano, e se incede come un'oca, assomiglia invece sempre più al grugno sporco del suino.
"Per il momento ci resta l'Italia delle stragi, di Piazza Fontana, dell'Italicus, di Brescia, della Stazione di Bologna, di Ustica, delle Brigate Rosse, dell'Assassinio di Moro, della P2, della mafia. Un'Italia che con i loro discorsi, le maschere che hanno occupato le nostre istituzioni non ci hanno chiarito. Anzi, dalla quale ci hanno distratto con i loro balletti e le loro moine, seppellendoci la nostra identità [...] ed essi, rubandoci la verità di quel tempo, ci hanno reso orfani di qualsiasi identità".
Sono 'notizie dal buio che stiamo attraversando' - chiosa Tabucchi nel sottotitolo - rese ancora più allarmanti perché luce non si vede in questo labirinto di dati. È un dedalo letterario il cui contenuto si sposa perfettamente con le scelte stilistiche apportate.
L'oca al passo infatti non rimanda solamente alle marcette, all'animale o - per i più golosi - al patè, ma anche al celeberrimo gioco, dove da una casella all'altra si avanza o indietreggia.
Questa terza via è vissuta nella scrittura del libro, fatta di rimandi da notizia a notizia, da articolo ad articolo - casella in casella per l'appunto - ed il risultato è eccellente laddove la sconcezza incontra l'abilità dell'artista quando trasforma il collage dei rendiconto in un viaggio letterario raffinato. L'effetto è creare un gioco entusiasmante, ma anche 'lugubre e perfino infantile', gioco che ci mette in guardia e richiama tutti alla responsabilità individuale, perchéÈ "quelle due file di denti aguzzi sono la prova evidente che i lupi non si nutrono di sogni".

Lars Gustafsson - Il Decano

Posted: 28 Febbraio 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Iperborea, 2007 - euro 14,00 - pp. 211

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Il decano

Spencer, esule all'estremità del deserto texano, "nel grande vuoto" fuori Sturdy Batte, vive in una stanza in affitto d'una pensione modesta, fingendosi ricercatore di geologia lì per lo sviluppo di un "integrale dei movimenti sinclinali che hanno creato i monti Chisos". La realtà è un'altra: il dottor Spencer è giunto ai margini del mondo civilizzato per sfuggire a quello accademico. Non sono doveri e noie della posizione di docente di filosofia moderna - "da Cartesio in poi, in altre parole la mia tesi di dottorato era su Condillac" - e decano associato presso l'Università del Texas di Austin ad averlo costretto alla fuga. Le carte che raccoglie quotidianamente, e che giungono lacunose al lettore, si aprono su una vicenda quantomeno torbida. È Paul Chapman, Decano della facoltà di Lettere e Filosofia del suddetto ateneo - già presente in Storia di cane e Windy racconta che completano col romanzo in questione il ciclo americano - il vero nucleo centrale, e sfuggente, del libro: da subito personaggio ambiguo, ma non losco, a tratti sinistro ma mai apertamente maligno. Costretto in sedia a rotelle dall'urto con una mina antiuomo in Vietnam, sulle ginocchia tiene sempre una coperta verde scuro a nascondere interamente le gambe; un completo grigio con la cravatta a righe bianche e nere del King's College di Cambridge addosso, il Decano - ricorda in apertura Spencer - "era totalmente calvo, con una barbetta grigia ben curata dove ancora restava qualche traccia di nero, mentre gli occhi erano di un azzurro glaciale. Il tipo di occhi che hanno visto il peggio e l'hanno superato" e che "potrebbero assistere a qualunque nuovo orrore e lo guarderebbero con la stessa curiosità tranquilla e un po' divertita". Giorno per giorno, con la lentezza del suo discorrere avvolgente il Decano trama una sottile tela per ghermire il suo vice: un recinto logico, una rete dialettica eretta, una riunione privata dopo l'altra, per via di confidenze, chieste e svelate, complesse discussioni epistemologiche, nichiliste, o ancora sui concetti di vuoto e di nulla.
Romanzo d'ambiente accademico, si sviluppa in un singhiozzante resoconto che rende la lettura attraente e veloce grazie all'ingegno e alla fantasia strutturale di Gustafsson. Lo attraversa un'anima letteraria intensa, quella del giallo intellettuale-esistenziale che da noi è divenuto celebre con Paul Auster, con cui condivide l'ambientazione americana e talune atmosfere rarefatte. Ambientazione che non inficia un tipo di scrittura gravemente artica la quale descrive le figure in scena nel loro incedere psicologico. Alla bianca desolazione delle lande nordiche si sostituisce qui l'inconsistenza effettiva e metaforica dell'ambiente desertico e di quello asettico dell'università.
L'io narrante è quello di Spencer, in un resoconto che principia dal ritrovamento del suo manoscritto, discontinuo per aspetto - fogli di diario e pezzi di carta qualunque, macchie di muffa e umidità - e per forma interna: l'altalena delle varie considerazioni personali, filosofiche o aneddotiche, gli appunti, i ricordi, finanche i proverbi riportati ne minano la linearità del riportato proponendo una ondeggiante e imperfetta storia che si svolge per diradamenti e per rapide compressioni argomentative.
Le specifiche con cui Lars Gustafsson riempie le proprie prove letterarie, e Il Decano rientra pienamente nella categoria, afferiscono ai campi filosofico e teologico, alla saggista, alla drammaturgia, alla matematica e alle scienze: annichilimento, frantumazione e molteplicità dell'io, l'enigma della personalità e delle sue alterazioni: "Io credo che lo stesso corpo sia in grado di sostenere parecchi io diversi, se davvero lo vuole, nel corso di una vita. O anche contemporaneamente".
D'incontro in incontro, l'argomentare di marca psicologica fra due docenti investe dunque l'impossibilità di rappresentare il mondo da parte dell'io per incanalarsi poi nella direzione di un dubbio di natura più prettamente filosofica sulla natura e sulla imperscrutabilità della realtà delle cose: "il mondo materiale in realtà non sia che un'illusione. È un'illusione che esiste solo per tenerci prigionieri". Ad essere messa in dubbio con l'identità dell'essere umano è la stessa credibilità della realtà i cui attributi Gustafsson esamina, sottoponendoli sempre al beneficio del dubbio e ponendo così la questione - filosofica, psicologica e scientifica - della consistenza del reale e dell'assurda incoerenza che talvolta lo muove: "Devo dire che più il tempo passa più sono incline a pensare che la spiegazione più incredibile, più folle, di qualsiasi cosa deve essere quella giusta".
S'intuisce sempre, da parte del Decano, un preciso tornare sull'idea instabile e misteriosa dell'io, del mondo, della percezione delle cose, della realtà stessa. Ma questa bizzarra ostinazione si combina coi contorni della torva figura del vecchio e spinge Spencer ad un ossessivo, sgomento sragionare: "La natura nel suo insieme non è in fondo estremamente innaturale? Un'eccezione di quell'unica cosa naturale, quell'unica cosa autenticamente verosimile, che è ovviamente il vuoto. È orribile: ho in testa il suo modo di pensare. Cerco in tutti i modi di ritrovare me stesso, ma è la voce del Decano che sento [...] Quella voce, che sembra perseguitarmi fin qui nel deserto, dà come l'impressione di venire dal grande vuoto. È una voce che dice che non c'è nessun senso. O forse che il senso te lo devi trovare da te".
Tali evidenti tracce del pensiero scettico rimbalzano in un continuo ping pong psico-filosofico fra i due che pare azzerare, al contempo, il sentimento del mondo e dell'io, in un grande vuoto assoluto: "Non esistono strade che portano fuori dalla natura. E non esiste nulla di innaturale. Gran parte del mondo somiglia al grande deserto di Chihuahua. Ninfee e laghetti azzurri e imponenti boschi di querce circondati di campi ben arati sono eccezioni. L'aspetto del mondo vero è questo. Un volto grande, vuoto, senza espressione. Ora lo so".
Un relativismo che ha le sue vette nell'ingresso narrativo dello zio Ingram, congiunto psicotico del Decano - figura incongruente col reale che tornerà come un'apparizione - e ricorrente nei romanzi di Gustafsson (marinai finlandesi ubriachi, il giocatore di tennis, altri zii pazzoidi) che pare riproporre quella del fool. Lo zio Ingram "aveva un totale disprezzo per i numeri" e spiegava continuamente la teoria dei gruppi con l'esempio dell'orologio come serie finita modulo dodici: "Nel percorso da dodici a uno passavamo quell'elemento della serie che era il più singolare di tutti, quello zero che rappresentava qualcosa che non era lì e che tuttavia in qualche strano modo era assolutamente necessario [...] Di lì portava volentieri il discorso sul nulla. Citava un pensatore dell'alto medioevo Fredegarius: Videtur mihi nihil aliquid esse".
E se il nulla è qualcosa, l'inquietudine che ne discende si riflette ancora una volta dalla mente di Chapman ai pensieri di Spencer, ove assume forme per così dire fisiche: la descrizione dell'horror vacui letteralmente consustanziato nella malattia materna, una terribile forma d'emicrania che "spesso cominciava come uno stato che lei descriveva come carico d'un indicibile angoscia [...] dicendo che la realtà le stava scivolando fuori attraverso un buco. Cominciava sempre con qualcosa di strano al suo campo visivo. Da un lato. Sempre lo stesso. Non è che ci vedesse male. Non ci vedeva per niente. Lì non c'era niente. [...] parlava così di quello che chiamava il vuoto e del suo terrore di fronte a questa vacuità".
Il discorrere verte di nuovo, nelle soffocanti giornate estive, sull'esistenza e il senso del male in una visione nichilista che richiama, per coerenza strutturale, Leopardi e Manganelli: "Questo mondo non può essere un mondo realmente amichevole e benevolo! Quel che vediamo è una natura quasi totalmente malvagia. Un'enorme macchina ingegnosa, finalizzata a causare sofferenza e a persistere nel farlo" e molte pagine dopo "Ciò che devi capire, Spencer, è che questo universo è una macchina di morte!".
L'influenza del Decano si tinge così delle sfumature più tetre indirizzandosi improvvisamente su rotte discoste al discorso sistematico sino a quel momento elaborato e, con conseguenze emozionali di grande effetto, le conversazioni sterzano su argomenti eccentrici e inquietanti. Così Chapman raccomanda al dottor Spencer una piccola libreria underground ed un libro che "parla di amanite muscarie. E di sciamanismo. E del viaggio nel regno dei morti. Che fanno gli sciamani". La fosca escalation conduce Spencer, oramai ossessionato, fino alla "proposta" del vecchio in carrozzina; una profferta di cui non si dà a sapere nulla, se n'intuisce appena il carattere inquietante. Di cui non si lasciano qua e là che minimi accenni, ma diviene tacito vincolo che lo inchioda una volta per tutte alla grave figura del dottor Chapman, sino al terribile, enigmatico epilogo, che non sveliamo.
Relatività di soggetto e oggetto, io e mondo: sono questi tutti motivi che rientrano a pieno all'interno del dibattito europeo sulla sorte del romanzo e che in Italia ha vissuto l'estrema sua propaggine nelle dispute interne al Gruppo 63. Ciò si traduce nella pratica scrittoria in un'impossibilità narrativa strutturata tradizionalmente intorno a un io narrante o centrale della narrazione e in una rappresentazione limpida dello spazio narrativo. Questa impraticabilità del romanzo tradizionale diviene la struttura de Il Decano organizzata per improvvisi spostamenti di prospettiva, perdersi del pensiero in una dispersiva e incongruente narrazione.
Al fondo di una lettura ininterrotta e colma di suggestioni d'alto profilo intellettuale, svelato l'arcano patto pseudofaustiano, resta però il sentimento di un altro vago mistero: quello nascosto nell'incrinatura che corre fra io ed io, fra questi e le vaghe schegge del visibile. L'alveo di questa penetrante fenditura si lascia cogliere quale nero assoluto e, come in Morte di un apicoltore, pare valido l'apoftegma per cui: "in fondo a ogni uomo c'è un enigma nero come la notte. Il buio della pupilla non è altro che la notte vuota di stelle, la tenebra in fondo all'occhio non è altro che la tenebra stessa dell'universo".

Update II Febbraio 2008

Posted: 19 Febbraio 2008

Postati altri quattro nuovi articoli in cinema, narrativa italiana e musica.

Lakhous Amara
Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio

Posted: 19 Febbraio 2008

Recensione di Andrea Comincini

Edizioni E/O, 2006 - euro 12,00 - pp. 189

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Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio

Roma è la città eterna per diversi motivi. Fra questi, l'impossibilità di circoscriverla o definirla. Contraddittoria come le scuse di un incallito seduttore nei confronti della moglie tradita, barcollante alla maniera di un timido ubriaco, splendida nei tramonti autunnali, la Capitale è amore e odio, noia indolente insieme a frenesia brulicante. Molti romani non la conoscono, sebbene siano nati e vissuti lì da sempre, perchè, come una bella donna, non si concede mai completamente, e vive di misteri. Purtroppo però spesso è la semplice ignoranza, la consuetudine, a esiliarci dai luoghi dove cresciamo, e gli sguardi dei turisti sono più attenti e preparati dei nostri. La conoscenza, ovvero la verità, è duplice: uno straniero può cogliere molto di più di un autoctono, un 'estraneo' avere una familiarità con tetti e case maggiore di chi in quegli edifici vive e sopravvive. Da questa esperienza nasce un bellissimo libro: Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio. L'autore, uno scrittore algerino residente in Italia dal 1995, racconta le vicende di alcuni uomini e donne di tal Piazza, ormai centro della Roma multietnica. Bengalesi, Cinesi, Indiani, Arabi, e tanti Italiani frequentano e alloggiano i quartieri intorno l'Esquilino, lì si incontrano, lavorano, vengono sfruttati e stipati in piccole stanze a prezzi d'affitto stratosferici.
Il titolo ironico e allo stesso tempo sarcastico, allude ad una trama incentrata sulle differenze e i pregiudizi che la nostra comunità etichetta a chi non è stato allattato dalla Lupa, e ad un contrasto il cui fulcro è un semplice elevatore, simbolo di civiltà, di ascensione ma anche di caduta. Qui infatti viene ritrovato, accasciato al suolo in un lago di sangue, un giovanotto brusco e antipatico, detto "Il Gladiatore". Chi lo avrà ucciso? Perchè? Le indagini cominciano e prendono forma attraverso i racconti degli inquilini del Palazzo. Una portiera napoletana, una Peruviana, un Iraniano ecc. ognuno con le sue vite disperate, incomprese, se non da un uomo, un certo Amedeo, amico di tutti, generoso, altruista, comprensivo e ...svanito nel nulla: proprio lui viene imputato di essere il colpevole, perchè irreperibile.
La duplicità è il filo conduttore della vita dei protagonisti: ognuno di loro si racconta, e parla di una esistenza misera da cui si tenta di fuggire: il giovane iraniano soffre di nostalgia, beve come un pazzo e si consola buttando del cibo ai piccioni davanti Santa Maria Maggiore; la Napoletana vive di luoghi comuni, crede che Andreotti sia un santo e apostrofa il persiano a male parole, chiamandolo albanese; il milanese si dice antirazzista ma poi parla male di tutti mentre il bengalese lavora come un matto ma poichè ha un negozio viene millantato e accusato di essere un trafficante di droga.
Amedeo, il buon Amedeo, l'unico amato dall'intera comunità, parla un italiano perfetto. È impossibile immaginare sia anche lui un 'estraneo', ma le indagini rivelano la sua non italianità. Comunque nessuno lo crede colpevole.
Storia dentro le storie, le pagine del diario di Amedeo. Ecco rileggere le biografie da un altro punto di vista, scoprire i drammi e le paure, le colpe di chi si professa vittima ed invece è carnefice.
Il giovane descrive con delicatezza i volti che incontra, raccoglie gli sguardi persi e offesi, cerca di essere solidale con tutti, e agli occhi altrui diviene Amedeo l'italiano. Perchè solo l'italiano, o meglio, l'italianità, sembra renderlo esente da peccati.
Gli stereotipi e i pregiudizi sono subdoli, possiedono chiunque non sappia leggere la realtà, e capire la sua doppiezza. Di nuovo il tema centrale, il leit motiv su cui lo scrittore disegna la trama del libro.
Lo straniero diventa più italiano dell'Italiano, l'Italiano è straniero perchè non si conosce più: sebbene l'ironia delle descrizioni - e dei vocabolari - quasi topici e inappuntabili, lasci un segno profondo, tuttavia è la tristezza a dominare le pagine del racconto. Si pensi alla vita della peruviana Maria Gonzalez, alle sue infinite gravidanze interrotte, all'angoscia di trovarsi con la tv mal funzionante e non poter vedere Beautiful o altre Soap. Commoventi fino a toccar le corde più profonde dell'animo, le descrizioni di alcuni personaggi si trasformano in un paradigma del dolore: l'esistenza è straziata dalla realtà e dal ricordo, un ricordo del passato, dove amici, famigliari sono stati abbandonati per cercare una speranza, inviare dei soldi a casa, credere nel riscatto.
Le verità si fondono in un unico mare di sofferenza, il cui nome è memoria. Lo scrittore custodisce il senso della sua esperienza in una citazione molto significativa, tratta da L'invenzione del deserto, di Tahar Djaout: "la gente felice non ha nè età nè memoria, non ha bisogno del passato".
La duplicità della verità si ritrova in un senso superiore, ove i pregiudizi svaniscono per lasciare spazio all'assenza di significato di tante presunte certezze. Anche i ricordi, il passato, travisano e corrompono, perchè non ci lasciano liberi, e continuiamo a restare imprigionati in posti e luoghi svaniti; ma doppio è anch'esso, e sebbene ci incateni, resta l'ultimo baluardo di una identità minacciata e calpestata, consolazione finale nei momenti di massima pena e desolazione.
L'indagine sull'omicida arriva naturalmente ad una soluzione, sulla quale non dirò nulla. Basti sapere che la seconda faccia della verità si mostrerà anche ad Amedeo, dentro Amedeo e nei suoi racconti, fra le pagine del diario segreto.
Oltre un colpevole fisico e materiale, emerge anche un responsabile morale, spirituale, Lakhous descritto da Amara con una abilità impressionante: l'altro. Chi lo teme, teme se stesso, e non riuscirà mai a raccogliere la sfida della vita.
Come il razzista italiano descritto nel libro, mai sorridente verso lo straniero perchè no sa amarsi: il problema non sono gli altri, ma lui in persona.
Allo stesso modo l'uomo prigioniero del passato e del pregiudizio, incapace di cogliere l'opportunità del futuro, non può salvarsi. Lo sa bene Amedeo, anch'egli osservatore e osservato speciale, vittima e salvatore.
Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, raccoglie pienamente l'eredità di un altro grande libro, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda. Il paragone non è improprio nè esagerato: lo scrittore algerino sa decifrare con maestria i percorsi psicologici di un mondo sotterraneo benchè alla luce del sole, trasforma un giallo in un'indagine sugli uomini, riflette e fa riflettere il lettore sulle nostre pochezze.

Non è mai troppo tardi - The Bucket List

Posted: 19 Febbraio 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Rob Reiner - USA 2007 - durata 96'

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Non è mai troppo tardi

Due uomini, due vite, l'una egocentrica e cinica, l'altra umile e piena d'amore per la famiglia, unite da un filo sottile e dalla voglia di scoprirsi forse per la prima ed ultima volta. Edward Cole ricco imprenditore miliardario (Jack Nicholson) e Carter Chambers, meccanico per necessità, filosofo per vocazione (Morgan Freeman), si ritrovano nella stessa camera d'ospedale uniti da una malattia mortale che lascia ad entrambi solo pochi mesi di vita. Godere di essa come fosse sempre l'ultimo giorno, vivere intensamente le emozioni che in ogni attimo essa ci regala per i sentimenti e l'amore verso i nostri cari, diventa così il loro unico obiettivo.
The Bucket List (titolo originale del film), elenco di tutte le cose da fare prima di morire, racconta proprio questo: vivere la vita per sè stessi, e scoprire, poi, che ogni esperienza non avrebbe alcun senso se non avessimo il coraggio di amare. Così i due protagonisti si gettano a capofitto in attività fino all'ora quasi sconosciute, come gettarsi col paracadute, incidersi tatuaggi, correre in automobile, avventurarsi in un safari e conquistare donne, per poi tornare a casa e ritrovare il calore di un affetto che si pensava spento, la forza di mettersi in gioco per costruire un ultimo rapporto. Verrebbe provocatoriamente da pensare che è importante giungere alla fine della propria esistenza avendo accumulato molti soldi, visto che è solo così che si potrebbero eliminare le voci di un'ipotetica lista delle cose da fare prima di essere morto.
Dunque, sebbene si tratti un argomento molto forte, il film di Reiner non possiede la caratteristica del film drammatico. Anzi, risulta una storia piena di speranza, dal messaggio diretto: non è mai troppo tardi per vivere e realizzare i propri sogni.
"E' un film sentimentale, ma non affetto da sentimentalismo" ha spiegato Nicholson durante la presentazione, "in fondo per sorridere di un tema così doloroso ci siamo ispirati anche a Fellini". Poi, scrivere una lista di priorità non significa necessariamente progettare il futuro, ma piuttosto vivere il presente, ascoltandone i bisogni e le necessità. Le voci dell'elenco, un misto di concretezza e astrattezza, non solo rispecchiano i due diversi caratteri di Carter e Edward, ma rivelano un carattere distintivo della vita stessa: essa non può essere vissuta solo con scariche di adrenalina, ma nemmeno concentrandosi esclusivamente su esigenze spirituali. E così si passa dalle bellezze del mondo alla sua essenza: il Taj Mahal è il simbolo che porta i due a parlare dell'amore, la cima della piramide di Khufu fa riflettere sul momento della morte e sul valore della vita vissuta. "Scopri la gioia nella tua vita" è l'invito di Carter a Edward, per aiutarlo a perseguire il proprio cammino di consapevolezza e in parte di redenzione da una vita egoista, piena di beni materiali e povera di affetti.
Sarebbe il caso di dire che la patinata e sfavillante Hollywood abbia sfidato la morte con le luci della ribalta in un crescendo di gag e carisma più unico che raro dei suoi interpreti. Il regista Rob Reiner ha costruito l'intero film sui due premi Oscar, e non poteva che essere altrimenti: solo la bravura degli interpreti, infatti, fa ridere della morte e dimenticare la depressione.
Jack Nicholson arrabbiato, sbruffone, sarcastico, unisce bene lo spirito pungente con un'irresistibile simpatia. Morgan Freeman inizialmente un po' troppo pedante, flemmatico e riflessivo si svela in una crescente emanazione di sicurezza, fiducia e calma.
Incanta lo spettatore questo parallelo fra la parabola di vita dei due protagonisti del film e quella reale dei due attori che li interpretano. Morgan Freeman e Jack Nicholson non sono più due giovani emergenti. I loro corpi mostrano senza imbarazzo i segni degli anni: maestosi per Freeman, distruttivi per Nicholson. Eppure i due affrontano una serie di sforzi fisici che metterebbero a dura prova chiunque. "È stato molto avventuroso e a me piace essere avventuroso", ha dichiarato l'attore "ha proseguito Nicholson". La serenità che i volti dei protagonisti esprimono è il segno che ci sono molti modi di accettare la vecchiaia e la morte: uno di questi è la consapevolezza di aver vissuto.
Tutto il film è racchiuso nella frase iniziale "Io so che quando è morto i suoi occhi erano chiusi e il suo cuore aperto". Risate amare, buoni sentimenti, qualche parentesi toccante, così la pellicola riesce a parlare, con il linguaggio cinematografico della grande produzione degli studios, a un pubblico vastissimo di un tema quasi tabù. E lo fa in modo non banale, tale da restituire agli occhi dello spettatore una possibilità nuova di guardare alla vita e, nel suo piccolo, alla commedia che essa rappresenta. Opera onesta, emozionante certo non ci cambierà l'esistenza ma forse in quei 96' minuti ce l'ha farà apprezzare di più.

Aurora D'Amico - Scivolando nel Buio

Posted: 19 Febbraio 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Edizione Del Giano, 2006 - euro 8,00 - pp. 61

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Scivolando nel buio

Il 17 marzo 2007, presso la sala conferenze del 13° Municipio di Ostia, Antonio Veneziani ("scuola" di Pasolini e Bellezza) ha presentato, nella collana "Inchiostro indelebile" da lui stesso diretta, questo sottile taccuino di poesie, Scivolando nel Buio, di cui resta addosso, a fine lettura, il senso di una solitudine tanto intima e profonda quanto reale e, per così dire, attuale. Una solitudine che nell'uniforme registro d'emozioni messe in gioco raggiunge vette, o forse gole, di notevole vigore emotivo.
Nata dalle ceneri dell'infanzia e dai resti di un'adolescenza mossa - Aurora D'Amico ha vent'anni - quest'intima agenda impressiona per la dura, matura schiettezza d'uno sguardo che, ancorchè giovane, non trova conforto nella leggerezza di quegli anni. La giovinezza pare, come sottolinea la breve introduzione di Renzo Paris, un'invenzione della maturità e il diario poetico che ne vien fuori è senza dubbio figlio di una visuale già in qualche modo compiuta. In "Famiglia" s'intuiscono le immagini dell'universo affettivo-familiare lentamente sciolte nella constatazione finale:
Io vita d'innanzi
sferra un pugno al gemello insanguinato,
dall'amore.
Intasca il giorno
del compromesso.
Siedo in una stanza. Il muro non ha una finestra
Il muro è il suo torace.
Richiama il grido
diurno perle libellula/ alle mie dita.
Gesti. Non è più il mio male.
Ferma. Questa è maturità.
La materia psicologico-esistenziale in gioco e sì quella propria dell'età della D'Amico, ma isolamento e sconforto non si fanno pura mimesi poetica della realtà quotidiana; la quotidianità, tra le rime della D'Amico, non entra se non come elemento diafano che offre una percezione del mondo in cui s'incontrano pensieri, talvolta criptici. A volte tale discorso si fa più deliberato e freddo che rabbioso, come in "Catartica": La normalità, è solo una follia malcelata./ Nubia si fonde nel paesaggio./ Non c'è novità a valle./ Solo oppressione tecnologica / di una causa e effetto.
In tutte le poesie del libretto l'io si divide fra momenti di disperazione e riflessioni dolorose ma più placate, di un nichilismo sedato che constata pacatamente, e mestamente, l'inevitabile scivolare verso zone d'ombra interiori. Così in "Chiese", ove leggiamo:
Quanto può parlare un uomo di sè.
Nei raggi della luna
il suo volto celato.
L'emozione ricopre maschera fangosa.
Nell'atteggiarsi di un'ombra.
Scivolava.
Scivolava.
Sul pavimento di una casa mai costruita,
fra due piani inesistenti.
Nel mezzo della percezione di sè e della scrittura sta la follia, la paura di cederle il passo - La testa/ la testa deve smettere/ di uccidermi - che occupa, assieme all'odio, alcune delle strofe più intime e sofferte in cui la "protagonista" vive l'incontro con la banalità del reale e riempie la pagina del suo malanimo. L'elemento lessicale non può non rapportarsi con i segni della più ordinaria quotidianità e l'effetto è volutamente prosaico:
Presto uscite, mi si riempie d'odio il cuore.
Presto uscite, santi bastardi.
Sparite per sempre, giovani vagabondi.
Trovate una nuova casa
che non sia la mia mente.
"Taci! Impostore!"
discorso al sacerdote d'intralcio
Toglietevi di mezzo cannaroli
pseudo-visionari
le vostre parole puzzano
ancora dei ghetti del 32.
Presuntuosi nelle vostre sette,
siete tutti uguali.
Su atmosfere più rarefatte si distende una sensibilità ai limiti del reale, che nei primi tre versi di "Percezioni" trova ritmo e misura per poi abbandonarsi nella faticosa successione di quelli a seguire:
Notte nostalgica,
di favola ignota.
Riversa nel buio
l'incertezza, sfonderò
le percettive illusioni,
oltrepassando queste porte,
le porte conosciute.
Aleggia un'insistente immaginare sopra il senso dell'esistenza che raggiunge, talvolta, discreti effetti nell'accostamento di elementi lessicali eterogenei e di forte impatto; gli affaticamenti mentali si traducono in figurazioni scatologiche: Contrazioni di muscoli/ defeco pensieri/ immaginario collettivo/di un'esistenza
Le cose migliori le si ritrovano nelle rime più brevi, ove si palesa ratta e feroce la parola a condensareunl sentimento d'angoscia e d'abbandono tanto privato quanto universale: Rabbia e solitudine,/ ai piedi del letto/ un deserto di anime. L'amara rassegnazione alla sterilità d'ogni sforzo ad individuare e indirizzare i propri passi nel mondo si svela nell'immagine circolare e chiusa, condanna perenne, della struttura infera, così: La volontà/ determina il futuro/ ma l'inferno è ciclico.
Scivolando nel buio, pur nell'evidente acerbità stilistica della giovanissima sua cantora - Attraversò il guado/ di un'arcana terra mistica,/ cercando un valore assoluto/ rilasciando convinzioni passate/ e una sciabola/ tagliò il suo cuore - recita con grande energia il ruolo di "diario dell'anima" che l'autrice gli assegna facendone, al contempo, il proprio limite e qualità. È un block notes d'impressioni mediate, di strofe che si rincorrono per rapide associazioni mentali, spesso privatissime, e che non sempre raggiungono l'orecchio del lettore ma sempre sfiorano le corde più sofferte e cerebrali del comune patire, grazie ad immagini spesso molto efficaci.
Un poetare a tratti faticoso è pervaso dalle ossessioni che la "diversità" - consapevolezza - psicologica e intellettiva della D'Amico mette continuamente in campo. Sono situazioni mentali intricate da cui germogliano forme, figure e sfumature - il cui corrispettivo figurativo arricchisce l'essenziale edizione - attraverso cui s'intuisce sempre il disuguale, e frammentato, orizzonte interiore: esasperato, rabbioso, anche sdegnato ma di uno spregio che cerca la propria disperata lucidità.

Ryan Adams & The Cardinals
Live, Gem Theatre, Detroit, 20/6/2007

Posted: 19 Febbraio 2008

Recensione di Martin Ryan

Download from: http://www.archive.org/details/radams2007-06-20.sbd.flac16

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Ryan Adams & The Cardinals

As you may or may not know, there are thousands of sites on the internet which provide links for illegal downloading of mp3's. I would never, under any circumstances, advocate that readers should make use of these sites, all of which are easily found with a search of Google blogs. This concert is taken from the Internet Archive, a source of streamable and (legally) downloadable music, amongst other things. Adams is one of the few artists of his stature that allows real free sharing of his music by giving fans access to the soundboard at his concerts. Apparently Radiohead made more money from the "free" download of their last album than any of their previous, more conventional, releases. And this does not take into consideration all of the free publicity they garnered for their "revolutionary" vision. Pull the other one Thom. But...I digress (just needed to get that one off my chest...bitchy, I know).
Enigmatic. A song writing talent bordering on genius. Self-destructive. Egotistical. One of the best male voices in music today. Any or all of the above could describe Ryan Adams. Born in 1974 in North Carolina, he came to international attention with the alt-country Whiskeytown, which produced three albums. It seems other members of the band had difficulties working with Adams, causing him to go solo in 2000 with his first release, the critically well-received "Heartbreaker". In 2001 a video for his song "New York, New York", recorded on September 7th in front of the Twin Towers, brought a lot of unexpected attention his way and helped the album it came from, "Gold", become his best seller so far. Adams seems to almost have a fear of success, however, his next release being a compilation of previously recorded tracks that weren't included on earlier albums. That apparent delight in confounding the expectations of his supporters, along with his self-confessed tendency to abuse pretty toxic substances, have seen a talent that should have reached a wide audience remain a relatively cult-type figure. To date he's released nine solo albums, three seeing the light of day in the same year (2005). Not exactly the actions of somebody whose over-riding interests are commercial. Each album contained material that hinted at the potential that was there if it could be harnessed. His final album of the 2005 trilogy, "29", was by far his most complete work to date. Last year's "Easy Tiger" refined things even more with a set of songs that sounded like he'd realised it was time to cut out the chaff and production values that, while retaining the purity of the music, made it more palatable to ears not attuned to the country sound. Critics mentioned the mythical Gram Parsons (with whom Adams shares a birthday) and Neil Young's classic "After The Goldrush".
This show opens with "Please Do Not Let Me Go" and we're immersed in the intimacy that Adams can summon up with the help of The Cardinals. A mid-tempo ballad, it demonstrates the depth of emotion that Adams's voice is capable of and the quality of his song writing. "If the walls in the room could talk/
I wonder to myself would they lie" leads us into one of his trademark broken-hearted lover scenarios. This kind of thing has been done to maudlin death, particularly in the country genre, but when Adams hits the falsetto on "would you lay here for a while" you know that this is the real thing. The up-tempo "Let It Ride" precedes the first song from "29", the gorgeous "Elizabeth, You Were Born To Play That Part", followed by two from "Easy Tiger", the second of which "Oh My God, Whatever, Etc." tells the story of "strange lovers" lying on "by hour sheets", one of whose name changes " every time she lies across his bed". The pay-off line, "Oh my God, whatever, etc..." gives a sense of the emptiness and futility felt by the protagonist in an industry where "Everybody tips but not enough to knock me over / I've just worked two shifts". The sensitivity of The Cardinals is highlighted on "Two", one of the stand out tracks from the same album. Adams's voice is ghosted by the pedal steel as he sings "It takes two when it used to take one", a reference to his increased use of stimulants, while the vocal harmonies on the lines "I'm fractured from the fall / And I wanna go home" lifts a song that deals with a dark subject to an extent that you're sorry that it ends too soon.
As I've already mentioned, Adams has been compared to Gram Parsons, the father of country/rock. Many consider him to be his natural heir. It may be heretical and I'm sure many country purists reading this will be horrified, but I'm beginning to believe that the pupil has started to surpass the master. Adams's voice is undoubtedly superior to Gram's and improving with maturity. The same can be argued for his song writing. He is, without a doubt, as prolific as Parsons was. Sure, volume does not always equate to guaranteed quality and Parsons died at the age of 27, having completed only two solo albums but Adams has shown a facility to straddle genres during his solo career, without compromising his "home turf" by straying too far from a country sensibility. An example of this is the haunting final song "Blue Sky Blues". In its studio form it is a piano led ballad that builds to a glorious string-driven chorus and finale. Here the band features more prominently but the magic of the song is unwrapped when Adams winds up the falsetto to sing "But I can't fight your blues/ 'Cause I know I'll lose what's left / Of my mind/ I can't win/ But for you I will try". Not the greatest lyrics ever written but you've really got to hear him sing them.
In an age of manufactured artists and bands, this is a record of a real singer-songwriter reaching the pinnacle of his profession, accompanied by a band that's aware of its individual and collective strengths. The fact that it's free means you can dip your feet without being burned. If you like what you hear, I'd suggest you get your hands on a copy of "29" for a breath-taking "Blue Sky Blues" and "Easy Tiger", for an even better version of "Oh My God, Whatever, Etc..."

Update Febbraio 2008

Posted: 11 Febbraio 2008

Postati i primi tre articoli per il mese di febbraio. Buona lettura!

Arthur Miller - Morte di un commesso viaggiatore

Posted: 11 Febbraio 2008

Recensione di Andrea Comincini

Einaudi 2007 - Euro 10,50 - pp. 111

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Morte di un commesso viaggiatore

New York, 1949: Morte di un commesso viaggiatore va in scena al Morosco Theatre, e diviene subito un caso politico. Dramma di una vita in attesa della vita, dove il sogno è l'unico rifugio per una esistenza mediocre, si trasforma ben presto in una denuncia del sistema capitalistico, dei suoi falsi miti e della condizione disumana verso cui condanna gli individui. Siamo nell'America del dopoguerra, ovvero in piena Guerra Fredda e già in clima di caccia alle streghe, maccarthismo e oppressione.
Willy Loman viaggia da uno Stato all'altro illudendosi di vendere non solo merce varia, ma anche una personalità forte e attraente. Crede di essere ammirato da molte persone, e quando cade in declino incolpa questi tempi nuovi, la mancanza di charme delle nuove leve, o il fato in sè. Pur stanco e debilitato, trova tuttavia la forza di guardare al futuro, ma ormai è tardi: il gesto non è puro e sincero, ma rimanda ai prodromi di una grave depressione isterica, condita da ricordi lontani e trasfigurati, voci, fantasmi. La moglie Linda lo ammira, ma non lo ama. Opposta la posizione dei figli, i quali però non lo ammirano: anche loro vivono di reminescenze, o di progetti di ricchezza improbabili. Il padre è lì per incoraggiarli ma è allo stesso tempo simbolo del fallimento e giudice illustre perchè uomo di successo, un successo fantasticato, irreale, certamente di facciata, una immagine da nessuno appannata perchè i sintomi di un collasso sono evidenti e spaventano tutte le coscienze.
Triste fino all'amaro epilogo il rapporto con il figlio Biff, sempre rimproverato per non esser all'altezza delle aspettative, intriso di frustrazione reciproca perchè mai adeguati alle attese dell'altro, o troppo verosimili, umani, quando la realtà cruda bussa alle porte degli animi.
Sebbene quindi il contesto storico dell'opera abbia visto ad essa come prodotto di un'arte 'nemica', critica e sovversiva, le analisi più interessanti sono quelle proposte in ambito psicologico e antropologico. Nella breve introduzione, Elena De Angeli dichiara :"l'autore era partito dall'idea di descrivere, in chiave quasi comica, quanto si agita all'interno della testa di un uomo (il titolo sarebbe dovuto essere The Inside of His Head [Dentro la sua testa]), Miller arrivò al Commesso viaggiatore lavorando sin dall'inizio sull'ipotesi di restituire - non solo letterariamente, ma anche e soprattutto sul piano della scrittura scenica - il contemporaneo coesistere di presente e passato nella vita di un essere umano".
A cinquant'anni dalla pubblicazione, siffatta prospettiva sembra essere la più proficua, non perchè il capitalismo abbia risolto le sue contraddizioni e gli effetti - non certo collaterali - provocati, ma poichè il mondo occidentale ha psicologizzato profondamente i contrasti provocati da e nel ceto medio, così ' borghesemente, trionfalmente cretino', parafrasando il filosofo Michelstaedter. Paradossalmente - come cercherò di evidenziare - la scelta di abbandonare il piano politico per quello psicologistico, produce risultati sostanziali a favore del primo.
In questa visione critica credo sia particolarmente interessante un momento della pièce, in particolare la morte di Loman dopo il litigio con Biff, e la decisione di svanire con un mezzo di trasporto, il suo.
Il viaggiatore si sposta sempre più, fino ai confini ultimi del mondo. Il suo andare non implica un semplice lavoro, ma il modo di compiere la grande impresa, la realizzazione possibile dell'affare, il magnifico sogno che sistemerà tutto. Parte da una casa decente ma spoglia, proprietà conquistata a prezzo di infinite cambiali, divoratrice di quattrini. Il frigo, gli elettrodomestici da riparare: appena finiti di pagarli, ecco un guasto, un imprevisto, e la necessità di sognare nuove entrate. Nido e focolare, essa tuttavia è anche realtà nuda e cruda, cimitero della speranza, attesa di nulla.
Schiacciato dal ricordo del passato e del futuro, nei lunghi silenzi serali è accompagnato dall'ombra del suicidio e dalla sua automobile sgangherata, più volte distrutta a causa di incidenti sospetti.
Essa lo guida verso la libertà, ma sarà anche il simbolo di un peregrinare inutile, strumento quanto mai adatto per l'ultimo viaggio, il definitivo. L'industrializzazione ed il fordismo sono richiami semplici, così come il duplice significato di un simbolo - la macchina - appunto, del sogno occidentale di benessere. L'aspetto più interessante tuttavia credo sia la scelta di non togliersi la vita nella propria dimora. Alcune tracce presenti ( il tubo del gas) possono indurre il lettore a ipotizzare una morte domestica, casalinga, ma i fatti dimostreranno il contrario e non casualmente, a mio avviso: un viaggiatore, un commesso convinto deve morire in servizio. La fuga nella notte in macchina e il successivo finale stanno a dimostrare la duplice realtà dell'essere umano, diviso tra pubblico e privato, ma - cosa fondamentale - la sottomissione dell'Io interiore ad una duplicità creata dal sistema capitalistico stesso. In questo elemento psicologico è insita una critica più forte della semplice denuncia di una condizione lavorativa disumana, perchè sottrae alla parte politica più riformista la possibilità di proporre una riforma nel sistema, e non del sistema.
A mezzo secolo di distanza, tale fattore è necessariamente e storicamente più adatto a rendere gli onori ad un dramma giustamente sempre 'attuale', perchè estende l'analisi critica a più campi del sapere, e non solo a quello strettamente anti-fordista tipico della società degli anni '50.
I primi successi dell'opera in Italia rimandano alla regia di Luchino Visconti, nel 1951. Per Visconti - dichiara la De Angeli - l'incontro con Miller non segnò soltanto la felice <<scoperta>> di un autore alla cui produzione sarebbe rimasto legato per anni, e con esiti straordinari (il Crogiuolo, Uno sguardo dal ponte), ma anche il trapasso da una linea registica improntata al verismo all'evolversi di un nuovo, essenziale e problematico realismo interiore, che avrebbe trasferito anche in successive, felicissime esperienze cinematografiche.
Proprio questa definizione di realismo interiore sembra definire l'opera in maniera più chiara, perchè traduce i litigi filiali, le incomprensioni, i tradimenti e i fallimenti sia nell'ampio spazio della critica sociopolitica, sia nel mondo degli affetti e dei sentimenti il quale, seppur determinato dal mondo circostante, resta una voce misteriosa a cui tender l'orecchio, proprio come i suoni e le voci che riempiono la casa del nostro commesso viaggiatore, i suoi voli pindarici, la sua morte.

Julio Monteiro Martins - L'amore scritto

Posted: 11 Febbraio 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Besa, 2007 - euro 13,00 - pp. 223

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L'amore scritto

In un'intervista del 1979, a proposito dell'allora recente pubblicazione di Centuria, opera dai 100 "romanzi fiume", Giorgio Manganelli dichiarava che quei racconti erano "come romanzi cui sia stata tolta tutta l'aria" e aggiungeva caustico, in aperta polemica con il romanzo tradizionale: "vuole sapere una mia definizione del romanzo? Quaranta righe più due metri cubi di aria. Io ho lasciato solo le quaranta righe".
Ciò a dare ragione dell'originalità de L'amore scritto e in termini strutturali - in Italia è genere poco praticato perchè poco apprezzato - e per la sostanza rarefatta dei pezzi che lo compongono, cui s'accompagna la vasta gamma delle impressioni che va dalla sospensione al disorientamento totale e straniante.
Le sezioni in cui si articola il libro, "Oro", "Incenso" e "Mirra", si propongono più che come i doni biblici della rivelazione divina, come modalità della fenomenologia amorosa: tre tipologie epifaniche, nell'ambito della sensualità, della devozione e della malinconia.
Su questa macrostruttura tripartita s'innestano i quarantaquattro frammenti, schegge di un tutto non scritto, particelle di un universo amoroso che include ipotesi e contro ipotesi, sconosciute ma ipotizzabili: "una vita non è un intreccio, e ciò che è vero ha buone possibilità di non essere verosimile". A partire da "Benessere": Fabrizio si crogiola al sole, nello spaccato di normalità nella villa dei futuri suoceri; un benessere che vive all'interno del quadretto fatto di oggetti quotidiani visti e rivisti - "c'erano il gatto, il cane sempre alla catena, i funghi bianchi sotto la siepe, le formiche, i sassi, il cassetto dell'immondizia sulla curva della strada sterrata, e ancora i tappi di bottiglia, i mozziconi di sigarette fumate a metà. "I gusci marroni delle uova, i cadaveri dei chewing-gum" - e di stanche consuetudini domenicali, dal gelato di fine pasto alla pennichella pomeridiana. Su questa cornice s'inserisce, improvvisa, la riflessione sulla malattia, la solitudine e la morte ormai prossima, d'una vecchia bisnonna chiusa in una stanza discosta della grande casa; un pensiero che imprime una subitanea sterzata dell'angolatura tale che il placido sfondo borghese tratteggiato muta. Così "alle undici di sera, con l'alito appesantito dalle emanazioni del chianti, Fabrizio fu pilotato da Chiara verso il fuoristrada. La ragazza voleva solo sbaciucchiarlo un po' dietro i vetri appannati e soffiare sulle braci dei suoi ormoni". Di qui s'avverte il repentino cambio di prospettiva affettiva da parte di Fabrizio nell'epifania che stravolge la percezione dell'intero brano: "Ma stavolta non ci furono nè linfe nè sospiri. Guardando il volto della biondina illuminato dalla fioca luce ambrata, la banda di sintonizzazione della radio, Fabrizio sobbalzò all'improvvisa rivelazione di un panico melmoso, ristagnato, che lasciava uno strascico di nausea. Quella ragazza aveva una faccia sconosciuta, anche se vagamente familiare. Chi poteva essere? che voleva da lui? La fissò con uno sguardo gelido, dietro le palpebre semicalate. Lei ne sentì paura per la prima volta in vita sua. 'Scendi dalla macchina'. 'Cosa?'. 'Hai sentito. Scendi dalla macchina'.
I racconti non superano quasi mai la misura media delle quattro-cinque pagine e includono spesso diversi gradi delle manifestazioni dell'eros. Vi si presentano istantanei lampi di una verità che gela, per la durezza dello sguardo, come in "Liberazione" ove un uomo scopre, durante un appuntamento "in chiaro", dopo due anni di incontri amorosi al buio con la giovane compagna, una particolarità che lo lascia interdetto: "E' stato quella sera, guardando il suo viso giovane e franco illuminato dalla lampada da cento watt, che ho scoperto in lei, la mia amante, tutti i denti, tra i due canini superiori, falsi. Ed era così serena. Non era giusto".
Prevalgono fantasmi di storie difficili, o impossibili come in "Sulla battigia" che propone, in guise mai ordinarie, un amore tuttaltro che platonico fra Altimari, anziano e brillante professore universitario, e una sua studentessa. Stupisce qui la sensualità e la passione che aggredisce ambi i soggetti e piace la franchezza dell'esito sociale di questo amore. Il docente sacrifica affetto e considerazione di moglie, figli e nipoti, "per non abbandonare se stesso", nella piena percezione di azzerare una vita intera e di spingersi verso le incognite che la storia con una giovane donna comporta per un uomo sulla soglia del nulla: "Altimari è rimasto silenzioso, con un'ombra sul viso. Ha portato la sedia sulla veranda ed è rimasto lì a guardare il riflesso della luna sul mare. Il motivo della sua tristezza non era il rimorso o la nostalgia di casa, ma la presa di coscienza del vero prezzo che avrebbe dovuto pagare per quello slancio di vita, per quella sfida alle regole della nostra società, per aver mostrato più simpatia per Cupido che per l'Angelo vendicatore che lo stava cercando". S'intrecciano poi, in un continuo alternarsi, effetti emotivamente spiazzanti in cui "il brivido dura più dell'impressione", epifanie interiori in foggia di "fulmini mentali, velocissimi squilibri come il 'dèjà-vu' o come un improvviso straniamento dalla banale realtà" in quei momenti, a volte, "lo spazio si curva, il tempo si contrae, tutto scompare al di là dell'orizzonte degli eventi". In tal senso è forte la percezione di spaesamento, di casualità e di disordine del mondo, delle cose, dei rapporti amorosi e, in uno scenario del genere, "il tempo ti gira e ti rigira così, con gli occhi bendati, e se in un momento una situazione come questa di stasera ti leva la benda all'improvviso, ecco che non sai più dove sei, nè dove sei stato tutti questi anni, nè chi sei e nemmeno in quale direzione guardare" (I boccoli dei cherubini). Tempo e percezione del reale vengono meno ancora in "Il richiamo": ivi sono inserite, dopo le battute di un banalissimo dialogo marito-moglie, nella penombra onirica della camera da letto, le apparizioni di Carmela, Patrizia ed Emilia, voci di donne che furono e ipotetiche storie amorose che sarebbero potute essere, se Luigi non avesse sposato Susanna.
Alcune considerazioni sul titolo del libro che suggerisce la connessione di amore e scrittura. Ciò comporta da una parte riferimenti e citazioni, in una intertestualità che sfiora Shakespeare e Rilke, e che tocca Pessoa. Il confronto produce passaggi di quelle che potremmo definire la pagine di poetica dell'autore: "la poesia è l'output, l'espressione esteriore di un input, della captazione delle impressioni intellettive e della sensibilità quotidiana. Tra il mondo che feconda il poeta e la poesia costruita c'è la più raffinata e complessa metamorfosi, la sintesi più straordinaria che l'essere umano sia in grado di produrre: creare prima di tutto un'arte propria, il linguaggio, e con il risultato di quest'arte, creare un'altra arte ancor più sublime e depurata, la poesia". Ma efficace e d'effetto risulta soprattutto quest'altro passaggio, in "Seppoku": "C'è un nuovo abisso, fatto di discorsi, tra il mondo e il poeta. Il mondo è caos che si vuole intreccio, è libera associazione di idee che si spaccia per strategia. Il mondo è spinto dal caso. Il poeta è mosso dalla volontà. Sono incompatibili, ma si sono ingarbugliati l'uno nell'altro. Al poeta di fronte al mondo resta il richiamo dell'ordine di fronte al caos. L'estetica dell'impotenza dinanzi al mostruoso arbitrio dei fatti". Dall'altra il rapporto scrittura-amore assume le forme della nominazione in "Il nome smarrito" che s'apre con l'io narrante dimentico del nome di una donna amata dieci anni prima. La riflessione si sviluppa quindi sulla sensazione di insicurezza e di perdita che tale dimenticanza gli ha procurato: "Dopotutto le persone non sono il loro nome, e poco o nulla vi hanno a vedere [...] il nome non è altro che una registrazione anagrafica, un semplice riferimento, un'etichetta. La ragione del mio sconforto è che io conosco benissimo il contenuto simbolico e affettivo del nome della persona amata durante l'innamoramento", un vero e proprio "'abracadabra', come per potersi appropriare cabalisticamente della persona che esso evoca".
A volte la realtà entra di forza nei racconti; ed è quella attualissima della disoccupazione e dei conflitti sociali, dell'immigrazione e dell'intolleranza, della malattia e, in guise desuete, del rapporto fra amore e morte."Il sentimento" e "La morte nel cuore" toccano diversamente l'argomento e ne analizzano varie connessioni. Il lutto è effettivo e separa dall'amore di una vita; o è simbolico, nella perdita della persona amata, e ad esso si pone rimedio grazie a una vera e propria elaborazione, come ne "La scatola nera": una mail spedita da Mirko a Selena, la fidanzata che lo ha abbandonato senza traccia nè parola. Alla fine della lettera la voce fuori campo afferma: " voleva cercare di dormire. Voleva iniziare il lutto di quella storia finita male dormendo. (Aveva già deciso che era finita). La mattina dopo sarebbe stata comunque un storia accaduta in giorni passati, avrebbe potuto così nascondere la sua tristezza, il senso della perdita, dentro una scatola nera chiamata 'memoria'".
I tratti stilistici sono quelli di uno scrittore linguisticamente maturo: lessico e andamento risentono dell'oggetto linguistico che Martins propone, aggrappandosi alla musicalità della lingua madre ed imprimendovi ritmi nostrani. La lunga residenza in Italia concede naturalezza e linearità alla sintassi. Ma l'effetto finale è singolare. Alla suddetta essenzialità s'accosta un'inconsueta capacità combinatorio-lessicale: sia in termini di relazione espressiva nella pagina sia a livello ritmico-melodico negli insoliti accostamenti sostantivo/aggettivo.
Il libro è un bell'esempio di come si può costruire e proporre un testo di racconti in Italia seguendo impulsi e sprazzi d'un misurato ragionare amoroso: quello cioè che in apparenza assomiglia tanto a un ossimoro è in realtà la qualità fondante dell'esperimento di Martins. Un continuo calcolare l'intimità, proporre e misurare sensualità di varia specie, sempre squilibrate in un senso o nell'altro, psicologicamente interpretarle, viverle magari melanconicamente, come nel racconto finale "Uno spettacolo immenso", che chiude i giochi con l'addio all'amore del mondo: "Oh, mondo, spettacolo immenso. Gli sguardi più belli se ne vanno mentre altri ancor più belli si presentano. Dove ti porteranno, mondo mio, in quale nulla? E poi, come farai senza di me? Chi ti guarderà come ti ho guardato io?".
Un'ultima nota per il pezzo che, per forma e contenuto, dà ragione dell'introduzione manganelliana alla recensione e regala, nel breve spazio di due pagine, il senso più pieno de L'amore scritto: "Antenne" , serena e disperata fotografia del balenio mortale nella vita d'un antennista che, nel "piccolo bosco delle antenne" fra "gli alberelli secchi di metallo senza foglie nè frutti", s'accorge dell'imminente caduta che lo aspetta. Un attimo prima del vuoto riesce a chiamare: "'Amore, sono io. Ascoltami bene. Fra un minuto sarò portato via dal vento e precipiterò dal sesto piano di un palazzo, e non c'è niente che possa fare per evitarlo. Allora non dire niente e ascolta'. 'Cosa?'. 'stai zitta. Abbiamo fatto l'amore ieri sera e anche stamani, quindi se smetti con la pillola oggi stesso, potrai avere un bambino mio e mamma ti aiuterà a crescerlo' [...]. 'Di' a mamma che l'amo da morire e che dev'essere forte. Ora non ce la faccio più. Sii forte anche tu, amore mio! Ti amo tanto! Ma che ca-..'. Nonostante ciò l'indifferenza del mondo e delle cose al dolore all'amore e alla morte è totale e desolante, e la chiusa recita infatti: "Ed era quella una bellissima giornata , il sole attraversava impassibile l'azzurro pulito e faceva brillare tutte le cose".

Bianco & Nero

Posted: 11 Febbraio 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Cristina Comencini - Italia 2007 - durata 100'

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Bianco & Nero

Passione e routine, amore e conformismo. Bianco e nero, l'ultimo film della Comencini si osserva e si ascolta con una dualità prospettica. Da un lato l'istinto, l'attrazione sensuale che matura nell'amore. Dall'altro l'ipocrisia, l'abitudine di vivere rapporti intimi e quotidiani che portano lontano da sè stessi. Così, un giorno per caso, può accadere di ritrovarsi in un luogo estraneo e di incrociare lo sguardo di uno sconosciuto, ma sentirlo subito famigliare sulle onde di una improvvisa complicità. Allo stesso modo durante un convegno, Carlo (Fabio Volo), marito di Elena (Ambra Angiolini), mediatrice culturale per i diritti degli africani, incontra Nadine (Aissa Maiga), una bellissima donna senegalese, mentre suo marito Bertrand (Eriq Ebouaney), un raffinato intellettuale nero, relatore della conferenza, infiamma gli animi di tutti con la sua dialettica appassionata. Tra i due scoppia un immediato feeling.
La trama descrive un interno familiare, una dimensione privata e domestica dove si intrecciano e distruggono i rapporti interpersonali. Un tradimento scoperto e le sue conseguenti vicissitudini che coinvolgono i protagonisti, traditi e traditori, assieme ai genitori di lei (Anna Bonaiuto e Franco Branciaroli) e la madre di lui (Katia Ricciarelli), bravissima nel ruolo di madre e suocera "consolatrice".
Le annotazioni sociali sono appena accennate: Nadine nel suo diario confessa il disagio che vive come donna di colore, ma anche la curiosità di conoscere un mondo e una cultura diversi. Allo stesso tempo, attraverso le parole di Carlo, ci si chiede come mai i bianchi non abbiano amici neri: lontani e vicini nella stessa città, non c'è spazio per l'integrazione culturale. Mondi diversi che non lasciano spazio alle sfumature, se non fosse per il linguaggio della passione che accomuna tutte le razze. Questa, infatti, sarà la molla che romperà i clichè monotoni di questa storia, qualche volta un po' anacronistica, per riservarci un finale a sorpresa per niente scontato.
Carlo e Nadine sono messi sullo stesso piano per evidenziare diffidenze, paure, ostilità più o meno consapevoli che i bianchi nutrono per i neri e viceversa. I sentimenti restano reciproci e speculari così come l'ambientazione e la dimensione territoriale tutta romana. Si parte dal centro storico, dove vivono Carlo ed Elena, toccando la ricca zona dell'Eur, dove abitano i genitori di lei, e i quartieri più periferici, dove si trova l'appartamento di Nadine e Betrand. Tanti gli spazi esterni coniugati da un'ottima fotografia ardita e movimentata, che unisce piazza Vittorio, il quartiere più multietnico della capitale, a Colle Oppio, lasciando intravedere sullo sfondo il Colosseo, dove si incontra la comunità senegalese. La sceneggiatura scorre sulle note di "La vie en Rose" di Grace Jones - e domina tutta la colonna sonora, tanto da far trascurare la sequenza poco riuscita del "topos felliniano" alla Fontana di Trevi. Aissa, meno sensuale e coinvolgente dell'Anita Ekberg ne La dolce vita, risulta poco credibile rispetto al resto del film, se pur reciti in una lingua non sua. Positiva invece l'interpretazione di Fabio Volo, perfetto uomo qualunque, dimesso, dolente, ma anche appassionato, una affermata sorpresa per il grande schermo.
Tutt'altro discorso per l'Angiolini, che cade appena la sceneggiatura le richiede un minimo sommovimento d'animo. Statica e macchinosa, trova evidente difficoltà nell'interpretare il dolore di una donna tradita.
Vero contraltare per tutti appare Eriq Ebouaney, con un'interpretazione realista e convincente, tanto da trasmettere perfettamente il suo dolore di uomo tradito nella razza e nell'amore.
I momenti più piacevoli del film li offre però il cast di supporto: Franco Branciaroli, che non sapevamo così brillante, nella parte di un razzista ontologico, quasi candido, incondizionato estimatore delle bellezze della pelle nera; Anna Bonaiuto, che interpreta il personaggio di Adua, madre-suocera piena di pregiudizi; Katia Ricciarelli la quale, proveniente dalla magniloquenza dei palcoscenici d'opera, al cinema ha forse una marcia in più rispetto ai suoi colleghi prestati al cinema. La regista sapientemente riempie la scena di personaggi mascherati da persone tolleranti, pronti sempre a reprimere quel che pensano veramente, fino al momento in cui essi esplodono, vestendosi di maschere bianche e nere, senza limiti di nessuna sorta.
Solo l'amore, che non vede colori, che non fa distinzione di razze, non mette filtri di nessun tipo, riesce ad abbattere questa barriera culturale e sociale. Un amore che sconvolge la vita di Elena e Carlo, invertendo incredibilmente i ruoli interpretati fino a quel momento.
Lasciano un po' d'amarezza le parole della Comencini sulla mancata presenza di sponsor per gli attori di colore presenti nel cast, e la difficoltà nel trovare la distribuzione per il film: "Semplicemente nessuno sponsor italiano ha voluto appoggiare questo film. Sembra quasi che parlare di Africa e neri sia ancora un tabù qui da noi...". Ma non tarderà ad arrivare la rivincita da parte dei botteghini e il riconoscimento del Ministero Dei Beni Culturali che ha giudicato il film di interesse culturale.