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La Recensione - Redazione

Christian Frascella – Mia Sorella è una Foca Monaca

Posted: 28 febbraio 2009

Recensione di Mirko Zilahy De’Gyurgyokai

 

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Mia sorella è una foca monaca

Ambientata in un imprecisato paesino del torinese alla fine degli anni Ottanta (sullo sfondo la caduta del Muro di Berlino), la vicenda gira attorno alla prima persona d’un adolescente (di cui non è detto il nome) che dopo una rissa a scuola, per una ragazza, viene sospeso e lascia gli studi. A casa, edificio vecchio e cadente, lo aspettano la sorella Francesca, patetica e timorata di Dio e il padre disoccupato e “quasi alcolista”. Sono queste le conseguenze della rocambolesca fuga della madre, due anni prima, con un giovane benzinaio con cui, nell’immaginario caustico della voce narrante, ella “passa le giornate a farsi fare il pieno”… Da codesto quadro familiare, assieme sconfortante e spiritoso, muove la narrazione che segue le vicende domestiche e personali del protagonista - la ricerca del lavoro, l’insopportabile nuova matrigna, lo spasimante imbranato della sorella, la gastronoma del supermarket di cui s’innamora e per cui torna ad azzuffarsi con risultati improbabili, l’improvvisa malattia del padre. Ma il punto di forza della storia sta nella peculiarità del narrato, nello sguardo cinico e pungente nei confronti del mondo e delle situazioni.
La rapidità della prosa risulta da subito gradevole tanto al lettore comune - fatta com’è d’una bella mescolanza di gerghi e tonalità - quanto a chi s’aspetta una scrittura più “letteraria”. È infatti la fantasia verbale la prima qualità di Christian Frascella, tanto a livello lessicale - neologismi e corruzioni - quanto per il ritmo che imprime alla pagina: l’autore ha orecchio e s’intuisce un certo mestiere nel cercare l’effetto modulato: il “ché” in luogo del “perché” a sveltire e alleggerire il periodo, assieme all’uso abbastanza disinvolto, ma mai affaticante, del gerundio e qualche inserzione volgare o dialettale. In generale è una scrittura allusiva, metaforica, umoristica: la realtà è dura - la famiglia, la vita affettiva, il lavoro di fabbrica - e l’unica mediazione possibile tra questa e l’io del protagonista è quella del linguaggio, capace di ridicolizzare la realtà stessa, di iperbolizzarla, di corromperla, per allontanarsene. Così il padre sin da subito è presentato come il “Capo”, la sorella devota e riservata la “Foca Monaca”, e gli altri personaggi del libro hanno sempre soprannomi o sono caricaturati dallo sguardo del protagonista. Ed in codesta direzione antireale sta anche l’interpretazione delle situazioni attraverso similitudini televisivo-cinematografiche: dalla forza del pugile Oscar Moya ai film di James Bond, dalle pose di Bogart a quelle di Orson Welles o di John Travolta, di James Dean sino ai più prosaici film Rocky, Lo Squalo, Via col Vento, ecc…).
Particolarmente riuscito risulta l’intimo dialogare che ha con se stesso, laddove il protagonista dà fiato alla sbruffonaggine, alla cialtroneria un po’ gaglioffa che occorre a volgere le situazioni, stravolgendole, a suo favore. Come nel caso della zuffa da cui esce, per sua stessa ammissione, palesemente sconfitto e malridotto ma che poi, saputo che l’altro è finito all’ospedale, rivisita intimamente con gustosa fanfaronaggine: “Be’ come avevo potuto dubitarne? A pensarci bene l’avevo proprio massacrato Quel mio ripetuto gancio destro era stato fenomenale. Roba da cineteca. Bam! Bam! Ba-bam! Ero stato magnifico. duro sul tronco, forse, ma spietato in attacco. Un braccio poderoso, che si era abbattuto su quella testa di cazzo come una mazza da baseball. Decine di volte, forse centinaia…”
Un evidente procedimento difensivo dalla tristezza della vita che s’accompagna alla voglia di mentire del protagonista, indipendentemente da ogni “utilità” specifica della bugia: la menzogna per la menzogna (divertente la scena coi molisani conosciuti al prelievo del sangue pre-assunzione, cui racconta di esser lì per una visita medico-sportiva, come calciatore del Toro), o il gioco verbale spesso fine a se stesso, gratuito e aggressivo come la battuta con cui risponde alla trita, e grammaticalmente scorretta, domanda dell’uomo che gli fa il colloquio “Allora, giovanotto! Quanti anni abbiamo?” con un “Io e lei insieme?”…
Convince il fatto che non ci sia spazio per l’autocommiserazione: non ci sono concessioni alla lacrima facile neppure nei momenti “drammatici” che necessariamente attraversano il libro. È un antieroe che non si piange addosso ma che utilizza ironia e cinismo, d’azione e di parola, per rispondere alla vita. Schietto, veloce e pungente come quando dinnanzi alla nuova, e odiata, compagna del Capo – manager d’un ipermercato subito ribattezzata “la Thatcher dei codici a barre” - che si prende i meriti nell’aver cambiato le abitudini viziose dell’uomo, risponde caustico: “Be’ non ti vantare. Peggio del merdaio in cui l’hai raccolto non potevi sistemarlo”.
Frascella si può inserire, con i dovuti distinguo, nel “filone” di narrativa italiana umoristica, ma non solo, che annovera Amurri (lessico familiare umoristico), ma soprattutto lo Stefano Benni di Saltatempo, benché questo esordiente sia meno allusivo, inventivo, mirabolante e iperbolico. In Mia sorella è una foca monaca manca infatti l’esplicito riferimento al discorso sociale e politico che c’è in Benni e che qui compare in secondo piano, implicitamente al discorso sulla fabbrica e con una leggerezza – ma mai superficialità - che può essere un punto di forza: il protagonista è cinico, spietato, egoista e strafottente e la vicenda, sebbene abbia risvolti toccanti, non scade nel pietismo o nel moralismo. In tal senso è certamente assai ben misurata, efficace e suggestiva, la tormentata storia d’amore del protagonista con Chiara, la quale s’interseca con la triste vicenda ospedaliera del padre e con le difficoltà della maturazione personale.
È un romanzo che si fa leggere piacevolmente ed in grado di soddisfare palati differenti, assieme duro e spassoso com’è. Una voce nuova e diversa, accattivante e, considerata l’età dell’autore, di prospettiva.

Il curioso caso di Benjamin Button

Posted: 24 febbraio 2009

Recensione di Andrea Comincini

Regia di David Fincher, USA 2008– durata 159 min.

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Il curioso caso di Benjamin Button

Tratto dall’omonimo romanzo di Fitzgerald, The curious case of Beniamin Button - l’ultimo lavoro di David Fincher è riuscito in poco tempo ad attirare l’interesse del grande pubblico americano. Sarà l’irresistibile fascino di ogni enigma, oppure del protagonista stesso - un Brad Pitt finalmente attore esperto e bravo, non solo modello pubblicitario – il film ha attirato anche nelle sale italiane moltissimi spettatori, con giudizi alquanto positivi.
Il segreto del successo, probabilmente, sta semplicemente nella trama: un bambino è partorito la notte della fine della prima Guerra Mondiale, una conflagrazione di stragi e milioni di morti: il piccolo, a differenza degli altri neonati, viene alla luce con cataratte, sordità, calcificazioni delle ossa e pelle rugosa. Il bimbo nasce vecchio.
Forse il ‘curioso caso’ è dovuto alla costruzione di un imponente orologio in una stazione ferroviaria, alla cui presentazione arrivò perfino il Presidente, e le cui lancette si muovono in senso opposto. L’orologiaio, un uomo fiero e purtroppo non vedente, lo costruì in tal modo sognando di riportare indietro il figlio ed i tanti ragazzi morti in guerra. Parentesi triste e toccante in una pellicola delicata e mai pessimista, è questo l’incipit che informa le vicende e le esistenze del giovane Benjamin.
Il ragazzino viene abbandonato sulle scale di una casa per anziani dal padre – la madre morirà di parto – e da lì cresce, anzi, ringiovanisce, fino a vivere una vita opposta alla nostra.
Idea affascinante e davvero capace di creare curiosità nello spettatore, il quale vede il bimbo vecchio divenire un giovane anziano, ed attraversa con lui la storia dell’America del Novecento, le sue contraddizioni, la voglia di rinascere ed infine quella di ritrovarsi.
La forza del film tuttavia non risiede soltanto nell’artificio, o meglio, non solo: la bellezza della storia credo sia la malinconica leggerezza con cui la vita attraversa la vita. L’inversione di rotta non rende semplicemente divertente vedere l’attempatissimo Pitt diventare pian piano il giovanotto rampante e seduttore della sua reale età biologica, ma sottolinea come il destino di ognuno di noi non possa mai aggrapparsi a nessuna sponda, e debba rassegnarsi a vedere tutto fluire: gli amici, la giovinezza, i parenti, gli amori. Non c’è tuttavia dolore o rabbia nel comprenderlo, ma piuttosto una dolce naturalezza, quasi un sollievo nel comprendere la caducità del Tutto. Il film infatti è sereno e pacato, non cede mai al vittimismo ma al contrario celebra ogni singola esistenza, anche quella agli occhi sciocchi più insignificante, per onorarla. Uno dei personaggi più simpatici del film è il giovane capitano di vascello su cui Pitt-Benjamin si imbarca sulla soglia della sua adolescenza, intorno ai …70 anni, il quale lo inzia all’amore nei bordelli, e dimostra un grande animo d’artista. In un momento di profonda ubriacatura, confessa all’amico: “uno può imprecare, arrabbiarsi, bestemmiare ma alla fine, davanti alla morte, uno non può far altro che mollare”, e quest’abbandono è pieno di saggezza, mai rassegnazione, ed è anche umanissimo.
Durante i lunghi viaggi intorno al mondo, il beone irlandese si mette a parlare con dei russi, e narra della maestosa bellezza dei colibrì. L’uccellino ha un battito del cuore incredibile, non cessa mai di volare e se si vede al rallentatore il movimento delle ali, si nota che disegnano un otto, ovvero il simbolo dell’infinito. Dentro questa interminabile sarabanda di anime, emerge l’unicità dell’eterno fluire, a cui siamo tutti sottomessi. Il film è ispirato, mai noioso nonostante la lunghezza ed è sempre armonico nella forma e nei dialoghi.
L’unica frattura nell’idillio fra opera e spettatore avviene quando il battello dove Benjamin è imbarcato conosce la guerra: i corpi fracassati dei giovani in mare non solo ammutoliscono persino gli animi più eroici, ma evidenziano quanto sia realmente contro natura uccidere delle vite, spezzare quella infinita catena di nascita e morte alla quale dovremmo portare massimo rispetto.
Fra i protagonisti emerge nettamente una divina Cate Blanchett, donna di un fascino estremo, perfino quando comincia a scorgere fili bianchi fra i capelli.
Conosce Benjamin fin da bambina, ma sono a metà delle loro vite possono incontrarsi ed amarsi, dare alla luce una bimba, che leggerà alla madre morente il diario del padre sul letto di morte. Vivono insieme ma poi si separano: anche qui la vita va rispettata, inutile ribellarsi. Benjamin abbandona il tetto perché sa che crescendo, ovvero tornando bambino, sarà un peso per la sua famiglia. Viaggia per il mondo, torna infine nella casa che l’ospitò da neonato, a novantanni suonati.
La conclusione della trama è estremamente toccante, delicata e armoniosa: mi auguro che lo spettatore possa apprezzarla visitando un cinema per poterne cogliere la suggestività. Durante la premiazione degli Oscar, avvenuta proprio ieri 22 febbraio, il film ha raccolto solamente 3 statuette, fra cui trucco e scenografia. Risultato inferiore alle attese ad ai meriti della pellicola, decisamente una delle più ispirate negli ultimi mesi.
Il curioso caso di Benjamin Button racconta la vita, l’amore, la morte, ed è un intreccio di storie e passione, esattamente come la nostra realtà di tutti i giorni, ma con un sapore diverso: è il gusto di accorgersi ogni giorno dello scorrere della sabbia nella clessidra, a prescindere se ci faccia ringiovanire od invecchiare, e della importanza di vivere e non sprecare il tempo. Quando Benjamin riprende i suoi viaggi, nelle ultime pagine del suo diario scrive che ogni qual volta la vita non ci dà quello che volgiamo dobbiamo di nuovo ripartire, senza paura, senza esitare, perché nel momento supremo, davanti al Nulla, potremo implorare, bestemmiare o qualsivoglia cosa, ma alla fine non potremo far altro che mollare.

Bride Wars - La mia miglior nemica

Posted: 24 febbraio 2009

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Gary Winich – USA 2009 – durata 89’

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La mia migliore nemica

Come rendere insopportabile una donna? Tentando di rovinarle il giorno delle nozze. Così recita Bride Wars – La mia miglior nemica dove la lunga amicizia tra Live (Kate Hudson) ed Emma (Anne Hathaway) offre il peggio, per tentare, poi, di rinascere, ma le sorprese sono sempre in agguato.
Dunque se non siete pratici di organizzazioni e matrimonio andate a vedere il film di produzione Hudson e scoprirete il business del giorno perfetto. Che sia una macchina mangia soldi lo sappiamo, a dire il vero, anche in Italia, ma come al solito, oltre oceano tutto è sempre ingigantito. E allora il matrimonio perfetto è al Plaza Hotel, in giugno, seguito dalla migliore organizzatrice che c’è sulla piazza. E il resto del film? Scavando, non molto, perché tutto è fin troppo superficiale, emerge l’Amicizia, quella con la A maiuscola. Un tratto psicologico, appena accennato, per le due protagoniste e il gioco è fatto. Se non fosse per la bravura della Hudson e l’abilità della Hathaway il flop sarebbe assicurato. Già, perché anche la sceneggiatura spesso gira a vuoto, eccetto poche battute riuscite, ci si perde spesso nella noia tra scene prevedibili e azioni poco felici. Ironizzare sullo stereotipo “nozze da favola” va bene, se così fosse, ma in realtà più che deridere il modello “sposa perfetta” il film mostra compiacenza a tratti evidente per raffinati abiti, fiori, torte e quant’altro, inneggiando in fondo al sogno dorato.
Peccato, poi, che manchi completamente quella sottile arguzia, originalità nel montaggio, un copione da battute accattivanti e resti solo e comunque un’idea poco sviluppata.
E che dire dei rispettivi futuri mariti, se non che sono delle semplici comparse, un accessorio nelle vite di Emma e Liv. Tant’è vero che alla crisi quasi imprevedibile della coppia più sfortunata ci si chiede se l’autore non abbia dimenticato di trattare quelle tematiche introspettive solo scarsamente accennate.
Insomma, siamo lontani anni luce da quelle commedie semplici, ma convincenti, che hanno sbancato al box office negli anni passati. Film con forte solidità di sceneggiatura, pensate al Il matrimonio del mio migliore amico, al quale Bride Wars tenta di fare le veci, tutt’altro pianeta.
Di sicuro le aspettative di chi cerca un prodotto nuovo e frizzante resteranno deluse, a meno che non ci si cristallizzi nella commedia americana, dove tutto si crea e si distrugge in un attimo, clichè perfetto della forma senza sostanza.
Nella guerra ancestrale tra la bionda e la bruna entrambe le attrici escono tuttavia vittoriose e soddisfatte. Per la Hudson grande soddisfazione per aver prodotto il film: “Nel ruolo di produttrice ho dovuto essere come Liv – sottolinea – mi sono occupata della produzione, mettendo insieme una squadra affiatata in cui ognuno potesse dare il meglio di sé” – pronta poi a precisare che nel ruolo di attrice ha dovuto studiare non poco per l’agguerrita Liv “il personaggio che interpreto nel film è esattamente il contrario di quello che sono. Mi arrendo, cerco di trovare un equilibrio nella mia vita tra il lavoro, la famiglia e tutte le persone care”. Mentre, la Hathaway fa il pieno di plausi. Quinta essenza di dolcezza ed innocenza, perfetta sia nei panni della maestrina remissiva che in quelli della sposa grintosa. Non facile vita per il regista Gary Winick, trovatosi in un team creativo tutto rosa, alle prese con matrimoni e prime donne. Cineasta da commedia, 30 anni in 1 secondo, La tela di Carlotta, (per citare i più recenti) sarà questa prova a rendergli maggiore visibilità, nel bene o nel male. E allora aspettiamo il 20 febbraio per dare il benvenuto anche in Italia, sul grande schermo, alle due agguerrite spose americane.

Muriel Barbery – Estasi Culinarie

Posted: 24 febbraio 2009

Recensione di Mirko Zilahy De’Gyurgyokai

Edizioni e/o, 2008 – euro 15,00 – pp. 142

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Estasi culinarie

Nel 2001 Garzanti pubblica “Una Golosità”. Allora la Barbery non godeva dell’ottima fama conquistatasi con “L’eleganza del riccio”. Così E/O ripropone questa sorta di primo capitolo, ancora ambientato nell’ormai conosciuto palazzo di rue de Grenelle e frequentato dalle consuete sue figure, a partire da Renée, la portinaia, per arrivare al quarto piano, dove abita la famiglia Arthens.
Monsier Arthens, indiscusso e riconosciuto re della gastronomia nazionale e non, sa di essere ormai alla fine dei propri giorni mortali, ma non se ne dispera. Semmai lo consuma un pensiero continuo: il ricordo sbiadito e irrintracciabile d’un sapore indefinito, un gusto, un’impressione del palato che ancora gli abita il cuore. Una sapidità infantile che, nelle ultime ore di vita, diviene una fissazione, il desiderio irrinunciabile di reperire quell’ineffabile godimento gastronomico. Monsieur Arthens fruga la memoria sinestetica in cerca di “quella” sensazione: rievoca i gustosi vapori di una anamnesi infantile, dell’allora recente vocazione, dei ricordi di viaggi e sapori d’ogni latitudine.
Si alternano le voci degli astanti, veicolate dai forti sentimenti che nutrono nei confronti del morituro: l’odio dei figli, il rimpianto della moglie - oggetto di bellezza, fra gli altri, di una vita da collezionista di cose belle, e d’emozioni - l’invidia dei colleghi e l’amore unico del nipote, Paul.
Difatti Arthens è stato distruttore di carriere di cuochi blasonati ma detestati, elevatore di professioni gastronomo-culinarie, uomo assieme sommamente cinico e superbo: molti lo disprezzano, riodiati, ma senza violenza: le amanti, la moglie, gli stessi figli, addirittura il gatto. Ma accanto al tiranno sta il genio: ad un palato sopraffino ed educatissimo ha saputo combinare un estro linguistico fuori dal comune. Una penna brillante per un linguaggio in grado di catturare l’essenza d’un cibo nelle sue minime parti costituenti, di fornire commenti al limite della prosa d’arte. Dal semplice pane, al cioccolato, dalle aringhe al sashimi e agli erbaggi aromatici delle campagne, tutti i piatti preferiti assumono, nell’idioma assieme preciso e iperbolico di monsieur Arthens, un proprio decoro estetico. La mescolanza di ingredienti e condimenti diviene, raccontata, un gesto quasi alchemico, forse magico, e nel palato si mescolano parole e sapori.
Per un uomo del genere è dunque inaccettabile aver perso memoria del sapore d’infanzia. Ha smarrito quel gusto, non è in grado di ricordare il tipo di desiderio che gli provoca. Un sapore andato e confuso nel tempo, negli anni d’infanzia, forse. O magari in uno dei suoi viaggi culinari chissà in quale angolo del globo. O ancora, si domanda, un gusto abbandonato, volutamente nascosto in qualche meandro cerebrale. È l’addio non solo, o non tanto di un ricordo. È di più. È la scomparsa della struttura stessa del gusto e, assieme, quella linguistica: non ricorda gli ingredienti e assieme non trova gli aggettivi, non può addizionare i componenti alimentari a quelli verbali per farne, un ultima volta, una mirabile pietanza linguistica.
2estasi Culinarie” è un romanzo filosofico di una delicatezza perfetta che lascia basiti. Estetica, filosofia del linguaggio e del palato. Una filosofia della lingua, si potrebbe dire, nella sua doppia accezione: concettuale e culinaria.
Attraversano codesto libro squisito alcune piccole perle. Divertenti anche alcuni passaggi. Laddove ad esempio il nostro critico s’interroga su: “Come l’orrenda madeleine di Proust, quella stramberia pasticciera di un lugubre pomeriggio scialbo, sbriciolata in pezzi spugnosi dentro un cucchiaio di tisana - somma offesa -, magari anche il mio ricordo si associa a una pietanza mediocre, che di prezioso ha solo l’emozione che rievoca: un’emozione che potrebbe svelarmi un dono di vivere finora incompreso”.
Perle filosofico-culinarie sulle qualità dei cibi di base, come questo “sapore dell’altrove”: “La carne è virile, vigorosa, il pesce è strano e crudele. Viene da un altro mondo, da un mare misterioso che non si svelerà mai; dimostra l’assoluta relatività della nostra esistenza, eppure si concede a noi nell’effimera rivelazione di territori sconosciuti”. Ma c’è anche quella che potremmo chiamare antropologia culinaria: “La cucina è diventata arte grazie a una continua elaborazione, alla mescolanza di passato e futuro, qui e altrove, crudo e cotto, salato e dolce, e può continuare a vivere solo liberandosi dall’ossessione di chi non vuole morire”.
Scritto e tradotto con grande attenzione per l’orecchio del lettore, codesto libro si presta a soddisfare in primis il gusto della parola, poi quello del palato. Il risultato è sempre eccezionalmente invogliante. Imperdibile.

EX

Posted: 24 febbraio 2009

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Fausto Brizzi – Italia 2008 – durata 120’

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Ex

Matrimonio? Inizio della fine. Luogo comune, vita reale, come lo si voglia pensare Fausto Brizzi lo mette al centro dei suoi ex. Già perché di ex ce ne sono tanti in questa commedia tutta all’italiana. Sei coppie, sedici personaggi ed ecco un film corale, divertente, pronto a ricordarci che gli ex sono lì, hanno fatto parte della nostra vita, a volte vorremmo che tornassero, altre anche volendo è troppo tardi. Dunque amori passati da odiare, ricordare, storie finite per scelta, per errore o per un cinico gioco del destino. Tuttavia, ognuno è stato importante nella vita dell’altro e il risultato di quello che è oggi è anche colpa o merito del proprio 'ex'.
Non c’è che dire, Brizzi ha finalmente cambiato genere. Dalle pellicole per Teen-Agers alla commedia sentimentale con un pizzico di british. Più maturo nel genere, si conferma scrittore comico e i duetti tra il prete Insinna e la sua ex Gerini sono assai sciolti e a tratti ironici. Sempre brava e nel suo personaggio “un po’” romano, l’attrice offre la spalla ad un discreto Insinna e il triangolo si conclude con un superbo Gianmarco Tognazzi. Omaggio a Moretti con Fabio Traversa e di nuovo Vincenzo Salemme (al fianco dell’attore/regista per ben tre volte) che a proposito dei suoi pargoli pedanti dice: “Questi non sono figli a me! Questi sono figli di Nanni Moretti”. Insomma gli omaggi e le citazioni proprio non mancano dal Signore degli anelli 2 al Bianco, Rosso e Verdone tutto si intreccia per non dimenticare.
Ma non dimentichiamo Bisio, Salemme, Elena S. Ricci, il televisivo De Luigi che è sempre più vario; Alessandro Gassman, e soprattutto Silvio Orlando. Attore che proviene da tutt’altro pianeta, capace di lavorare in film e generi diversi senza mai rinnegare. Cast d’eccezione, costato 9 milioni di euro, il regista ha così realizzato un vecchio sogno“ ho consultato l’elenco telefonico del cinema italiano! Per usare un paragone calcistico, io che, coi miei film, ho fatto sempre la squadra del Chievo rivelazione del campionato, ho finalmente realizzato il mio sogno: avere i migliori in squadra come la Juve!” E allora si vola da Roma, dalla Nuova Zelanda, da Parigi, con bellissime inquadrature sul Moulin Rouge, per finire, con non troppa sorpresa, sulle scale di Trinità dei Monti.
Ritmo sostenuto, a volte un po’ lento, battute che evitano la volgarità, un pizzico di umorismo, non riescono però a nascondere alcune pecche del film. In primis la presunzione di voler rendere tristi, di essere seri a tutti i costi, a volte, con storie, inquadrature, ricordi del tutto fuori luogo. Un po’ scontato e da copione la sceneggiatura spesso gira a vuoto.
Piccoli terremoti, però, li ha creati questa innocente pellicola. Che dire della decisione di non ritenere valido il film, anzi, sconsigliabile, non utilizzabile e superficiale da parte della Commissione Nazionale di valutazione Film, curata dall’Acec per conto della Cei. Forse un giudizio anacronistico? La chiesa rincara e ricorda che il matrimonio è un sacramento, non va banalizzato né la commedia potrà essere proiettata nelle circa 1000 sale appartenenti all’Associazione Cattolica Esercenti Cinema.
E chissà se Paola Cortellesi si mangerà le mani per aver rifiutato di essere ex “Sono convinto che quando vedrà sullo schermo l’episodio che ho scritto per lei, la Cortellesi si pentirà di non aver voluto recitare in Ex accanto al suo ex fidanzato Valerio Mastandrea. Le storie di ex fidanzati e amanti – racconta Brizzi – sono state scritte pensando proprio agli attori che poi li avrebbero interpretati. Unica eccezione riguarda Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea. La storia scritta su di loro, abbiamo dovuto affidarla a Claudia Gerini e Flavio Insinna”.
Terremoti, incidenti diplomatici, in conclusione, se volete trascorrere una serata leggera buona visione con Ex , commedia gradevole, senza troppe pretese.

Ludovico Geymonat - La civiltà come milizia

Posted: 24 febbraio 2009

Recensione di Andrea Comincini

La Città del Sole, 2008– euro 12,00 – pp. 139

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La civiltà come milizia

La figura umana e professionale di Ludovico Geymonat può esser riassunta da un famoso aneddoto che circolava negli anni dopo la Liberazione: si parlava in quel periodo di due fratelli, uno partigiano e combattente, l’altro filosofo della scienza. Tale era la differenza dei propositi e delle intenzioni davanti agli occhi della gente da motivare una scissione ironica in due parti, l’una speculativa, l’altra pratica.
In realtà, e ciò era ben chiaro a Geymonat, impegno civile e culturale si fondono in un tutt’uno, e sebbene restino separati per metodologia e vocazione, soltanto viaggiando paralleli trovano effettiva realizzazione.
La civiltà come milizia riassume bene siffatto intento: ogni manifestazione dell’uomo si estende al suo corpo sociale, diviene in primis atto politico. Persino la cosiddetta astratta attività teoretica nasconde in sé la scelta di non confrontarsi con la realtà e si trasforma quindi in un gesto asociale, quindi spesso pericoloso.
Geymonat insiste continuamente sulla necessità di comprendere che qualsiasi posizione intellettuale, seppur sembri distante dalle questioni della vita quotidiana, implica una assunzione o meno di responsabilità. Il titolo del libro si rifà al pensiero di Cattaneo del 1852, ed evidenzia un momento fondamentale della riflessione del filosofo-partigiano, ovvero la lotta.
Per citare Camillo Prampolini, da uno scritto del 1899: “Così è degli arbitrii: essi nascono per colpa di chi li commette, ma anche per colpa di chi li subisce e li lascia passare senza resistenza. E però chi non resiste all’arbitrio non ha coscienza di cittadino, fa il male proprio e l’altrui: è indegno della libertà e prepara la tirannide” .
L’esperienza filosofica e civile di Geymonat coincide con questo proposito: lottare sempre, soprattutto quando si è sconfitto il nemico – nel suo caso il nazifascismo – perché i pericoli sono sempre in agguato, la democrazia è un processo da realizzarsi continuamente.
La raccolta di scritti, a cura del lucido Fabio Finazzi, vuole rappresentare il lascito morale e civile di un uomo che non scese mai a compromessi con il potere, assumendosi sempre l’onere di dire no davanti al facile opportunismo, l’attesismo, le ciniche scelte di partito. Il curatore introduce sapientemente la figura umana del partigiano Geymonat, sia manifestando le sue continue dichiarazioni a proposito della ‘Resistenza tradita’, sia per quanto riguarda il proprio impeto umanitario.
Comunista intransigente, il filosofo ha saputo affrontare battaglie enormi con la semplice fiducia nel dovere, nella libertà e nella autodeterminazione. “Sostenere una filosofia è compiere un atto pratico, porsi con una parte, è un militare. Tanto peggio per quei filosofi che non se ne rendono conto”. Come si può immaginare, questa intransigenza fu anche causa di ostruzionismi e isolamento all’interno del marxismo ortodosso, ma non venne mai rimossa o soffocata, perché rappresentava l’essenza più intima della persona. Tale forte eredità deriva da un altro pensatore, fondamentale per la formazione etica del nostro, ovvero P. Martinetti. Egli confessa: “Pensavo a lui [a Martinetti] quando le SS mi sottoposero a un duro interrogatorio: il mio comportamento, mi domandavo, sarebbe approvato da Martinetti?” Martinetti, leggiamo nel testo, soleva dire che ‘è un uomo chi, a un certo punto della propria vita, sa dire di no, e tale no è irremovibile’. Questa fermezza ebbe sempre un forte fascino sul nostro, e indubitabilmente segnò l’intera vita del partigiano.
La civiltà come milizia impone al lettore di fuggire al qualunquismo imperante, e di parteggiare. Proprio come dice Gramsci, bisogna essere di parte, e odiare l’indifferenza. Ludovico Geymonat, in tutto l’arco della sua esistenza, ebbe come mèta questo proposito, ed ogni volta che lo raggiunse, si propose di andare avanti, verso un traguardo ancora più difficile, perché ‘militare’ vuol dire non solo impegnarsi continuamente, ma comprendere che il senso stesso della vita è nella lotta.
Il libro racconta vivide esperienze, da una conferenza tenuta nelle scuole intorno al valore della Resistenza, fino al proclama “perché sono comunista”. Una ottima introduzione ed una chiara postfazione definiscono l’ambito della ricerca del filosofo, individuata non dal punto di vista filosofico, ma esclusivamente morale.
È l’etica, per il filosofo della scienza, il metro comune per ogni atto dell’uomo. Una giustizia mai compromissoria deve indicare la direzione del pensiero, dell’agire, della politica: difficilmente oggi si riesce ad immaginare una testimonianza così limpida, una trasparenza che si estende anche alla illuminante analisi della storia italiana, della Costituzione, dei limiti di un Paese incapace di liberarsi dei suoi scheletri e dei propri aguzzini.
Incredibilmente attuale, per esempio, le parole intorno al fascismo: “Liquidare il fascismo per salvare il fascismo dalle sue stesse rovine […] Le manifestazioni più esteriori del fascismo furono modificate e combattute proprio perché tale battaglia (e il suo apparente clamore) era funzionale all’intima essenza del fascismo, quello che aveva formato la struttura dello stato, e aveva creato un esercito di funzionari e burocrati fondamentalmente conformisti[…]”
La lucidità disarmante di quest’uomo si accompagna alla incredibile attualità delle sue critiche, al dono profetico di prevedere la crisi politico culturale dell’Italia di oggi. La testimonianza umana di Geymonat è un dono a cui le nuove generazioni, a mio avviso, non dovrebbero rinunciare, e questo libro ne raccoglie la forza e la bellezza.

Inkheart – La leggenda di Cuore d’Inchiostro

Posted: 10 febbraio 2009

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Iain Softley – USA, Germania, Gran Bretagna 2008 – durata 106’

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Inkheart

Tra strane creature, abitanti di mondi fantastici e una linea sottile che separa la realtà dalla fantasia, s’intrecciano le avventure del mondo di Inkheart.
Protagonisti Mortimer “Mo” Folchart (Brendan Fraser), sua figlia di dodici anni, Meggie (Eliza Hope Bennett), e i libri. Già, perché senza i libri non esisterebbe quel dono fantastico di Mo e Meggie: dar vita ai personaggi leggendo ad alta voce. Purtroppo il loro incredibile dono è anche fonte di guai. Infatti, ogni volta che animano una fantasia, una persona reale scompare nelle pagine.
Durante una delle loro tante visite in un negozio di libri antichi, Mo sente delle voci che non aveva più sentito da molti anni. Cerca tra gli scaffali polverosi e finalmente trova il libro da cui provengono i mormorii. All’improvviso, ecco un brivido percorrergli la schiena. Si tratta di Inkheart, un libro che contiene numerose illustrazioni di castelli medievali e di strane creature. Principio e fonte di tutti i suoi guai. Letto per l’ultima volta nove anni fa, causa della scomparsa della moglie, Resa (Sienna Guillory), la mamma di sua figlia e della venuta di personaggi fantastici, non proprio rassicuranti.
Mo ha un piano: leggere il libro per ritrovare la moglie e rispedire quelle creature da dove sono venute. Ma tanti sono gli ostacoli e gli imprevisti da superare. Primo fra tutti il malvagio Capricorn (Andy Serkis), deciso a restare nel mondo reale e con un piano diabolico in atto. Così, Mo riesce a mettere insieme un gruppo di alleati, fantastici e reali, per avventurarsi in un intrepido viaggio colmo di pericoli. Mentre tra una lettura e l’altra tutto cambia e si trasforma la storia si snoda con una piccola sorpresa.

Quando il Cuore è d’Inchiostro la lettura diventa magia

(regia di Iain Softley – USA, Germania, Gran Bretagna 2008 – durata 106’)

Sonia Scorziello

Ecco un interessante invito alla lettura, seguiamolo e ci ritroveremo nel meraviglioso mondo della fantasia. Già, leggere fa bene, aiuta a migliorare il lessico, stimola l’immaginazione, ma forse ancora non sapevate che se si ha un dono speciale la fantasia diventa realtà.
Così è per Mortimer ,“Mo” Folchart, e sua figlia Meggie condividono la stessa grande passione per i libri. Entrambi possiedono il pregio unico e magico di dar vita ai personaggi dei libri, semplicemente leggendo ad alta voce. Ma il loro incredibile dono è anche decisamente rischioso.
Inkheart è un libro nel libro, tratto dal noto romanzo fantasy della scrittrice tedesca Cornelia Funke, in vetta alla classifica dei best seller per ragazzi del New York Times.
Certo l’idea alla base del film è bella e originale, la lettura apre mondi meravigliosi, così come la scrittura “la parola scritta ha un enorme potere”(dice Mo a sua figlia), solo chi si concentra nei libri viaggia per mete inimmaginabili.
Peccato però dover assistere ad un’invasione di personaggi, che alla fine stancano noiosamente, ad un mix di effetti speciali presi e rimpastati da La storia infinita , The pagemaster e la stranota saga del Signore degli anelli. Insomma bella la metafora, ma la messa in scena segna le sue pecche.
Vero è che stiamo parlando del genere fantasy, nello specifico rivolto ai ragazzi, e, a suo buon cuore, tenta di lanciare un messaggio alle nuove generazioni “leggete! I libri hanno un fascino nascosto nelle parole. Portano lontano, basta lasciar libera la mente di immaginare”.
Dunque onore al merito del regista Softley “Inkheart - La leggenda di Cuore d’Inchiostro è una realtà magica, un film pieno di personaggi meravigliosi e vivaci – afferma. E’ una storia magica che fonde il mondo reale e il mondo magico in una storia affascinante ed emozionante. Cornelia Funke ci ha fornito del materiale estremamente ricco per il film; dar vita alla storia è stata la parte più semplice di tutto il processo. Le illustrazioni e le descrizioni dell’autrice contenute nel libro ci hanno dato la possibilità di capire ancora meglio questo mondo del tutto nuovo e originale; è proprio questo che stiamo creando: un mondo nuovo, che è descritto in un libro che è contenuto in un altro libro”.
Un cast discreto e fortunato per la brava e bizzarra Helen Mirren, il sensibile e premuroso padre/marito Brendan Fraser, e la giovane Eliza Hope Bennett. Ma non dimentichiamo le tante comparse tutte italiane. Le riprese, infatti, sono iniziate in Liguria, in varie località della provincia di Savona, per continuare in seguito negli Shepperton Studios, in Inghilterra. Una bella pubblicità per il nostro paese viene sia dal regista che dalla nota scrittrice “Pensavo fosse molto importante girare il film nei luoghi in cui è ambientato”, spiega Softley. “Sono tornato sul libro e ho scoperto che era ambientato in Liguria e che Cornelia Funke lo aveva scritto proprio nel periodo in cui viveva lì. Dopo una serie di ricerche svolte in questa zona e volte a individuare le location adatte, ci siamo resi conto della grande varietà paesaggistica di questi luoghi. La combinazione di paesini di montagna e cittadine di mare rappresentava una serie di location perfette per tutti gli esterni del film”.
“Non dimenticherò mai la strana mescolanza tra vita moderna e atmosfere medievali che si trovano in quei luoghi”, racconta Funke, che ha vissuto in Liguria quando sua figlia era piccola. “E’ stato un periodo della mia vita molto speciale e mentre l’idea per Inkheart - La leggenda di Cuore d’Inchiostro cresceva nella mia mente, ero certa che non potesse esistere un posto migliore dove ambientare la storia. Il libro mi ha anche dato l’opportunità di dichiarare il mio amore per questa regione”.
Occasione d’oro per la Film Commission locale Italian Riviera–Alpi del Mare, che ha assistito tecnicamente e per i Comuni coinvolti dalle riprese, lieti per la ricaduta economica dell’attività.
Insomma tra fantasy e mondo reale, speriamo che il Cuore d’Inchiostro rispolveri il fascino dei libri a discapito di sterili intrattenimenti offerti dalla nostra società e incrementi un sano turismo tutto italiano.

Domenico Losurdo - Stalin

Posted: 10 febbraio 2009

Recensione di Andrea Comincini

Carocci Edizioni, 2008– euro 29,50 – pp. 382.

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Stalin

L’ultimo libro di Domenico Losurdo si presenta senz’ombra di dubbio come uno degli studi più complessi e affascinanti nell’ambito della storiografia filosofica. Ciò deriva da una indiscutibile quanto invidiabile conoscenza del filosofo dell’intera storia europea e internazionale, ma anche dall’argomento stavolta affrontato. A differenza dei precedenti lavori, incentrati principalmente su personaggi eminenti della storia del pensiero – e sulle implicazioni politico-filosofiche di tendenza revisionista che implicavano (Nietzsche, il ribelle aristocratico; Controstoria del liberalismo) – Losurdo si concentra su un uomo fra i più discussi e controversi della storia: Josef Stalin. La filosofia lascia spazio alla comparatistica storica dettagliata, sebbene l’autore non abbandoni mai l’analisi delle idee e dei concetti emergenti dagli eventi stessi, e dal loro uso politico.
Il testo si avvale della comparazione delle tesi di svariati autori, spesso di tendenze diametralmente opposte al nostro, per smontare pezzo per pezzo ogni verità conclamata intorno al leader comunista ed alla sua politica di dominio. Un aspetto interessante infatti nello scorrere i libri di Losurdo è senz’altro l’utilizzo massiccio delle fonti revisioniste, liberali e spesso dichiaratamente oscurantiste per demolire le opinioni da quest’ultime sostenute.
Una analisi della personalità di Stalin seppur di poco assolutoria o “di sinistra” risulterebbe agli occhi del grande pubblico partigiana ed indigesta, poiché ormai la storia ha ufficialmente sancito la crudeltà disumana, la sete di sangue, l’odio per l’umanità del bolscevico.
Eppure convincimenti così radicati coincidono con la verità, o fanno parte di una tendenza a riscrivere la storia secondo categorie distanti dalla realtà? Losurdo vuole seguire questa ipotesi, e si dimostra doppiamente originale ed astuto rifacendosi a quanti si collocano in posizioni politiche certamente non assimilabili al comunismo, evitando le accuse di cui sopra.
Egli cita ad esempio De Gasperi, che aveva celebrato “il merito immenso, storico, secolare delle armate organizzate dal genio di Giuseppe Stalin”, oppure di Hannah Arendt, la quale elogia il ‘dittatore’ per: “il modo, completamente nuovo e riuscito, di affrontare e comporre i conflitti di nazionalità, di organizzare popolazioni differenti sulla base dell’uguaglianza nazionale”.
Lo studioso serio ed intellettualmente onesto non può quindi esimersi di affrontare la sfida, e di leggere il libro fino in fondo, perché l’immensa mole di documenti, confronti, comparazioni, dichiarazioni dei più svariati esponenti del mondo politico non può esser liquidata come operazione parziale e disonesta.
Losurdo, fedele al suo metodo comparatistico, evidenzia chiaramente che la figura di Stalin non fu per molto tempo osteggiata, ma addirittura guardata con ammirazione e devozione dai padri del liberalismo, per la lungimiranza politica e la scaltrezza dimostrata in campo di battaglia.
Purtroppo, come spesso succede, le tattiche politiche prendono il posto della verità storica, e chi prima salvò l’Europa dal nazismo – nazismo a cui molti stati ‘democratici’ guardarono con interesse per molto tempo – venne successivamente accostato al Fuhrer.
In particolare, dopo il rapporto Kruscev e l’inizio della guerra fredda, la copertina del 1944 del Time raffigurante il volto di Stalin venne nascosta sotto banco per lasciar spazio all’immagine del sanguinario antisemita, al mostro ossessionato dai complotti e desideroso di morte.
Su “Stalin” – Domenico Losurdo
(Carocci Edizioni, 2008– euro 29,50 – pp. 382.)
di Andrea Comincini

Se una caratteristica segna la prosa del filosofo di Sannicandro di Bari è certamente la solidità e la chiarezza espositiva di un contenuto mai banale o scontato. ‘Stalin’ distrugge pagina dopo pagina la storiografia dedita a trasformare un grande statista, seppure non esente da scelte terribili e spesso dal costo umano elevatissimo – questo non viene mai taciuto – dimostrando quanto i nemici del dittatore praticassero gli stessi metodi discriminatori imputati all’avversario.
I massacri commessi nei confronti dei pellerossa, il sostegno alla white supremacy, i linciaggi e le politiche colonialiste sono una invenzione dei suddetti stati liberali, e non certo della Russia dei Soviet.
Hitler stesso – è dettagliatamente documentato – si ispira alla politica angloamericana, non certamente a quella dei comunisti. Questi ultimi tuttavia vengono superficialmente accusati dei crimini commessi dal nazismo, ma è proprio sul contenuto specifico delle imputazioni rivolte loro che il castello di carte false viene a crollare.
Se qualcuno insiste ancora sull’antisemitismo di Stalin, basta consultare tutte le carte dimostranti lo sforzo di trattenere gli ebrei in Russia – così come in Ungheria o in altri Paesi – per il loro livello istruttivo e la capacità organizzativa. I quadri sovietici, così come i maggiori collaboratori di Stalin, erano di origine semita! Non solo: la nascita dello stato d’Israele fu sostenuta principalmente dal russo, anche per scalzare le posizioni britanniche in Medio Oriente.
Gli esempi sarebbero numerosi, ed un libro così interessante e intelligente non merita di essere riassunto in poche parole.
È certamente chiaro, in definitiva, il duplice obiettivo di Losurdo: lungi dal beatificare o dal condannare uno Stato od un altro, è chiaro che la tremenda situazione di crisi internazionale di quegli anni ha prodotto anche eventi eccezionali, la cui comprensione richiede serietà e sobrietà. Additare Stalin come il campione del male, mentre l’Occidente sarebbe il Bene incarnato, è ingiusto e sciocco, oltre a falso. Il revisionismo storico cancella la realtà, la modifica ed infine tenta di depennare ciò che ritiene scomodo per lasciare spazio a verità edulcorate.
Se di massacri e torture, cinismo ed odio si vuol discutere, bisogna comprendere tutta la storia, e analizzarla seriamente senza pregiudizi. Al lettore potrebbe tuttavia sorgere un dubbio: le responsabilità sono da dividere equamente? La politica americana equivale a quella sovietica? Tutti pensano al proprio misero interesse di parte?
Anche distribuire meriti e colpe indistintamente appartiene alla cultura revisionista. Ci sono uomini e popoli che – seppur attraverso dolorose opere di apprendimento e sconfitte abissali – hanno teorizzato e lottato per la pace e l’internazionalismo, l’uguaglianza e la democrazia; altri invero hanno stabilito l’inferiorità di una massa nei confronti di una elite, la divisione razziale ecc.
A queste domande Losurdo risponde con fatti accurati, perché soltanto la conoscenza seria e meticolosa potrà emancipare l’uomo dalla storia sanguinaria che produce con le sue azioni.
Per postfazione del testo, un bel saggio di Luciano Canfora. Il filologo-storico guarda alla caduta del muro, alla ascesa di Gorbaciov e con una certa ironia ripensa a Pericle ed Adimanto. Il primo salvò Atene fondando la sua politica sul realismo, il secondo contribuì alla caduta della città per incompetenza e pavidità:” Per una curiosa combinazione storica l’Impero Sovietico è durato settant’anni. L’accostamento di Stalin e Pericle può dare qualche disagio (quantunque sulla grandezza dello statista georgiano insistano ormai studiosi non bigotti, quali Mikhail Heller e Sergio Romano): è forse più agevole, pur nella spericolatezza propria delle analogie, riconoscere a Gorbaciov il ruolo mediocre e vituperato di Adimanto”.
‘Stalin’ di Domenico Losurdo non mancherà di suscitare polemiche, e per questo la lettura è ancor più consigliata.

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Jan Rehmann - I nietzscheani di sinistra

Posted:10 febbraio 2009

Recensione di Andrea Comincini

Odradek Edizioni, 2009 – euro 20,00 – pp. 235.

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I nietzscheani di sinistra

L’autore di questo scritto, Jan Rehmann, insegna Teoria sociale alla Union Theological Seminary di New York e Filosofia alla Libera Università di Berlino, e come la stragrande maggioranza degli studiosi seri è conosciuto in un circolo di specialisti del settore. I Nietzschiani di sinistra tuttavia si presta ad una lettura in grado di coinvolgere anche il grande pubblico, sia per lo stile preciso e sintetico, sia per l’importanza’sociale’ oltre che accademica, del contenuto del suo lavoro.
Il sottotitolo, “Deleuze, Foucault e il postmodernismo: una decostruzione”, sembrerebbe indicare un ambito di ricerca estraneo alle preoccupazioni quotidiane gravanti su ognuno di noi, ma non è così: la tendenza postmoderna a non focalizzare seriamente sui fattori determinanti la nostra esistenza non elimina la loro influenza ma anzi la rende ancora più invadente. Rehmann, partendo da una analisi certamente filosofica, richiama ad una interrogazione che interessa l’intera società nei suoi processi più profondi.
Stefano G. Azzarà, studioso serio e traduttore dell’edizione italiana, presenta il libro in una stimolante introduzione cogliendo in maniera puntuale proprio questo aspetto. L’uso fatto da Nietzsche in Italia, specialmente dopo il ’68, non può essere meramente risolto nelle mura di un dibattito universitario fra eruditi, perché ha creato delle ripercussioni nella società civile di cui a tutt’oggi si pagano gli effetti. Persino chi non ha letto Nietzsche, o l’ha fatto senza approfondire, ne ha subito il fascino indiscusso, trasformandolo in una icona politica del ribellismo di sinistra.
Ma la lettura di Nietzsche consente veramente la sua elevazione a simbolo della sinistra rivoluzionaria? Il fallimento, o per lo meno il forte ridimensionamento dei risultati ottenuti dal movimento sessantottino, spinge a chiedersi se questa debacle fosse già implicita anche e soprattutto nell’uso inappropriato del pensiero del filosofo tedesco.
Ciò che evidenzia Azzarà, e naturalmente Rehmann nell’intero suo studio, è indiscutibilmente l’aspetto reazionario di un pensiero postmoderno disinteressato alla analisi rigorosa e dialettica della società. “E’ possibile ricostruire una teoria filosofica e politica di sinistra a partire da Nietzsche?”
La risposta dell’autore evidenzia due aspetti fondamentali: il ribellismo di sinistra e il tentativo di andare oltre il marxismo per approdare ad una filosofia della differenza non produce nessuna liberazione, ma anzi crea un indistinto magma di forze tutte allo stesso livello, quindi solidali con il potere costituito; il confronto diretto delle opere di Nietzsche e dei migliori strumenti critici offerti dagli studiosi del pensiero nietzschiano (come Losurdo), dimostra che la sconfitta era prevedibile perché l’arbitrarietà dei pensatori francesi, così ambigua e sommaria, esprime una debolezza i cui effetti inevitabilmente vanno a minare le basi su cui fondare una teoria del cambiamento sociale.
Il pensiero di Nietzsche, sottoposto alla seria critica filologica, avvalora indiscutibilmente una volontà aristocratica il cui odio per il socialismo, le masse, la democrazia non trova eguali nella storia del pensiero reazionario.
Come possiamo notare, l’uso politico di Nietzsche, seppure a sinistra e tralasciando per un attimo la legittimità di una scorretta esegesi, conserva inevitabilmente i batteri dell’aristocratismo e veicola qualsiasi rivolta – seppur in buona fede – ad un epilogo dai tristi contorni.
Nel suo bel libro Rehmann offre al lettore la possibilità di interrogarsi su ciò che Nietzsche abbia realmente voluto dire, e sulla operazione di travisamento – voluta e cercata – compiuta da Deleuze e specialmente da Foucault.
Dentro “I nietzscheani di sinistra” – Jan Rehmann
(Odradek Edizioni, 2009 – euro 20,00 – pp. 235.)
di Andrea Comincini

“Rehmann mostra come questi discorsi [dei filosofi della Gauche] siano ben poco fondati in una lettura rigorosa dei testi nietzschiani e soprattutto, lungi dal costruire il presupposto per un rinnovamento della critica del dominio e della società capitalistica, siano del tutto solidali con l’offensiva ideologica neoliberale e le sue concrete pratiche di sottomissione politica e sociale”.
Siffatte parole esprimono perfettamente l’obiettivo dell’autore, ovvero smascherare l’aspetto conservatore e fondamentalmente disimpegnato della cultura postmoderna di ispirazione nietzschiana. Ma quali sono, secondo Rehmann, i capisaldi di un tale fraintendimento? Dove si annida il ‘misunderstanding’?
I concetti ‘pathos della distanza’ e di ‘differenza’ – ereditati da una rilettura della volontà di potenza e dalla distanza schiavo-padrone in Nietzsche - evidenziano palesemente questa confusione. Lungi da essere strumenti di liberazione ed emancipazione, essi si riducono a metafora di espressioni nietzschiane la cui valenza è contraria a qualsiasi obiettivo democratico.
La differenziazione si riduce ad una inutile presa d’atto dell’esistente, e nega il valore di ogni negazione determinata, dialettica, in un contesto emancipatorio dai connotati storici. Un altro grande torto che si compie infatti nell’ambito delle filosofie sottoposte qui a giudizio è la banalizzazione della storia e delle istanze in essa presenti.
D’altra parte, osserva ironicamente Rehmann, è da questi filosofi esplicitamente dichiarata la volontà di trasformare, manipolare, “usare” Nietzsche a seconda delle esigenze, che sembrano in definitiva rivolte alla distruzione della dialettica ed al superamento del marxismo.
La prima parte del libro è dedicata a Deleuze, ed è notevole non soltanto la padronanza degli argomenti dell’autore ma anche la perfetta disposizione stilistica dei contenuti, mentre la seconda, su Foucault, è più articolata ma ugualmente imponente per l’acutezza dell’analisi e delle prove a sostegno. Tale frammentarietà non è da considerarsi un difetto ma la conseguenza della intera analisi del pensiero foucaultiano, certamente complesso e flessibile.
I nietzschiani di sinistra propone in definitiva una analisi intelligente e pertinente di una tendenza filosofica la cui importanza va oltre il semplice ambito accademico perché, come su descritto, è arrivata a influenzare persino gli striscioni degli studenti universitari in rivolta. Rehmann ed il suo lavoro meritano una attenzione particolare per la vivacità della prosa, la pertinenza delle risposte ed infine va ringraziato per la cura dell’impianto bibliografico da cui si può partire per una ricerca autonoma delle fonti e degli argomenti citati.
La fine delle grandi narrazioni, il superamento della metafisica verso un futuro dalle magnifiche sorti proclamato con enfasi negli anni passati – osserva Rehmann – non ha lasciato altro che macerie: un fallimento dovuto alla mancanza di approfondimento, di attenzione filologica, di narcisismo intellettuale dal quale questo libro ed il suo autore sono indiscutibilmente emendati.

Filip Florian - Little Fingers

Posted:10 febbraio 2009

Recensione di Mirko Zilahy De’Gyurgyokai

Houghton Mifflin Harcourt, 2009 – £ 15.33 – pp. 256

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Little Fingers

Libro divertente e inconsueto, scritto con grande fantasia letteraria; sta tra il picaresco e il surreale ma anche quando tende al simbolico o al metaforico non sfiora mai atmosfere noiose o sentenziose. Godibilissimo l’estro disinvolto col quale Florian accomoda la folla degli strambi personaggi attraverso improbabili avventure.
Il nucleo centrale della narrazione muove dalla vicenda ambientata in un piccolo paese romeno di montagna. Lì nelle vicinanze di un forte romano vengono riesumate diverse ossa umane. Le numerose spoglie appartengono ad una specie di fossa comune e se in un primo momento vengono attribuite ai legittimi frequentatori del suddetto forte, ad una perizia più approfondita tutte rivelano invece segni di botte e fori circolari che suggeriscono l’idea di una vera e propria esecuzione sommaria. Pubblici ministeri, militari, giornalisti (che spingono per la versione di un’esecuzione comunista), ex detenuti del regime e professori universitari giungono sul posto facendo della circostanza una notizia da prima pagina, fonte di serrati dibattiti politici. Attorno alle varie perizie, alle ricerche, alle chiacchiere della gente e agli strani movimenti di copertura militare che animano l’antico castrum romano si moltiplicano diverse micro-storie che a loro modo tangono il nucleo tematico principale. Un’ipotesi ventilata è quella delle uccisioni comuniste degli anni Cinquanta, ma Petrus l’archeologo (a tratti voce narrante e malato d’ulcera), inizia ad indagare negli archivi della biblioteca della città (l’incipit del romanzo) in cerca di documenti e storie di cittadini (un insegnante, un avvocato, due monaci, un veterinario e un capostazione) che gettino luce sullo strano ritrovamento e ne svelino la verità. Fra le sei monografie e le vicende che sconvolgono la piccola cittadina s’inseriscono numerosi avvenimenti personali che toccano Petrus e coloro che gli si muovono attorno.
È il caso di un improbabile corteo funebre che anima le strade della città o della bizzarra storia di Mr Sasha, fotografo del paese, e del suo fedele dromedario Aladdin, evirato perché al primo calore s’era abbandonato ad effusioni con una povera mucca. Codesto divagare fra realismo e umorismo da una parte definisce i contorni concreti, anche storici, delle vicende umane, dall’altra fornisce carsicamente notizie sul tema centrale della narrazione.
Il caso della fossa comune è ormai faccenda internazionale e un gruppo di antropologi argentini (fissati con calcio e alcol serale) raggiunge il paese per indagare. E ancora: pubblici ministeri militari, archeologi e il medico legale imputano la strage della fossa ad un’epidemia di peste bubbonica dell’inizio del diciannovesimo secolo.
Si interseca con la narrazione la stravagante storia di Gherghe un prete con l’indice della mano sinistra piena di cicatrici e che indossa sempre un cappello di paglia...
In codesto marasma d’ipotesi in una conferenza stampa conclusiva gli archeologi argentini confutano l’idea della fossa comune comunista, sostenendo una datazione precedente alla proclamazione della repubblica popolare, all’incirca due secoli prima, nell’epoca della peste bubbonica, ma lasciano il verdetto finale alle attività competenti. Il libro parrebbe chiudersi così, nel dubbio delle diverse suggestioni, ma nelle righe conclusive si palesa un’ombra notturna che…
La costruzione del romanzo, come sin troppo evidente, non è lineare ma, appunto, procede a spirale, nella visione multiprospettica che i numerosi bizzarri personaggi hanno dello stesso evento. Un romanzo che vive d’un’aria a suo modo mittleeuropea (fra il nostalgico e lo humour più fine). Più in generale vi si combinano elementi variamente attribuibili all’est europeo: elementi magico-folckloristici e crudo realismo, fantasia, religione, superstizione e dimensione politico-sociale sullo sfondo di paesaggi e atmosfere decisamente improbabili.