Il curioso caso di Benjamin Button

(Regia di David Fincher, USA 2008– durata 159 min.)

di Andrea Comincini

Il curioso caso di Benjamin Button

Tratto dall’omonimo romanzo di Fitzgerald, The curious case of Beniamin Button - l’ultimo lavoro di David Fincher è riuscito in poco tempo ad attirare l’interesse del grande pubblico americano. Sarà l’irresistibile fascino di ogni enigma, oppure del protagonista stesso - un Brad Pitt finalmente attore esperto e bravo, non solo modello pubblicitario – il film ha attirato anche nelle sale italiane moltissimi spettatori, con giudizi alquanto positivi.
Il segreto del successo, probabilmente, sta semplicemente nella trama: un bambino è partorito la notte della fine della prima Guerra Mondiale, una conflagrazione di stragi e milioni di morti: il piccolo, a differenza degli altri neonati, viene alla luce con cataratte, sordità, calcificazioni delle ossa e pelle rugosa. Il bimbo nasce vecchio.
Forse il ‘curioso caso’ è dovuto alla costruzione di un imponente orologio in una stazione ferroviaria, alla cui presentazione arrivò perfino il Presidente, e le cui lancette si muovono in senso opposto. L’orologiaio, un uomo fiero e purtroppo non vedente, lo costruì in tal modo sognando di riportare indietro il figlio ed i tanti ragazzi morti in guerra. Parentesi triste e toccante in una pellicola delicata e mai pessimista, è questo l’incipit che informa le vicende e le esistenze del giovane Benjamin.
Il ragazzino viene abbandonato sulle scale di una casa per anziani dal padre – la madre morirà di parto – e da lì cresce, anzi, ringiovanisce, fino a vivere una vita opposta alla nostra.
Idea affascinante e davvero capace di creare curiosità nello spettatore, il quale vede il bimbo vecchio divenire un giovane anziano, ed attraversa con lui la storia dell’America del Novecento, le sue contraddizioni, la voglia di rinascere ed infine quella di ritrovarsi.
La forza del film tuttavia non risiede soltanto nell’artificio, o meglio, non solo: la bellezza della storia credo sia la malinconica leggerezza con cui la vita attraversa la vita. L’inversione di rotta non rende semplicemente divertente vedere l’attempatissimo Pitt diventare pian piano il giovanotto rampante e seduttore della sua reale età biologica, ma sottolinea come il destino di ognuno di noi non possa mai aggrapparsi a nessuna sponda, e debba rassegnarsi a vedere tutto fluire: gli amici, la giovinezza, i parenti, gli amori. Non c’è tuttavia dolore o rabbia nel comprenderlo, ma piuttosto una dolce naturalezza, quasi un sollievo nel comprendere la caducità del Tutto. Il film infatti è sereno e pacato, non cede mai al vittimismo ma al contrario celebra ogni singola esistenza, anche quella agli occhi sciocchi più insignificante, per onorarla. Uno dei personaggi più simpatici del film è il giovane capitano di vascello su cui Pitt-Benjamin si imbarca sulla soglia della sua adolescenza, intorno ai …70 anni, il quale lo inzia all’amore nei bordelli, e dimostra un grande animo d’artista. In un momento di profonda ubriacatura, confessa all’amico: “uno può imprecare, arrabbiarsi, bestemmiare ma alla fine, davanti alla morte, uno non può far altro che mollare”, e quest’abbandono è pieno di saggezza, mai rassegnazione, ed è anche umanissimo.
Durante i lunghi viaggi intorno al mondo, il beone irlandese si mette a parlare con dei russi, e narra della maestosa bellezza dei colibrì. L’uccellino ha un battito del cuore incredibile, non cessa mai di volare e se si vede al rallentatore il movimento delle ali, si nota che disegnano un otto, ovvero il simbolo dell’infinito. Dentro questa interminabile sarabanda di anime, emerge l’unicità dell’eterno fluire, a cui siamo tutti sottomessi. Il film è ispirato, mai noioso nonostante la lunghezza ed è sempre armonico nella forma e nei dialoghi.
L’unica frattura nell’idillio fra opera e spettatore avviene quando il battello dove Benjamin è imbarcato conosce la guerra: i corpi fracassati dei giovani in mare non solo ammutoliscono persino gli animi più eroici, ma evidenziano quanto sia realmente contro natura uccidere delle vite, spezzare quella infinita catena di nascita e morte alla quale dovremmo portare massimo rispetto.
Fra i protagonisti emerge nettamente una divina Cate Blanchett, donna di un fascino estremo, perfino quando comincia a scorgere fili bianchi fra i capelli.
Conosce Benjamin fin da bambina, ma sono a metà delle loro vite possono incontrarsi ed amarsi, dare alla luce una bimba, che leggerà alla madre morente il diario del padre sul letto di morte. Vivono insieme ma poi si separano: anche qui la vita va rispettata, inutile ribellarsi. Benjamin abbandona il tetto perché sa che crescendo, ovvero tornando bambino, sarà un peso per la sua famiglia. Viaggia per il mondo, torna infine nella casa che l’ospitò da neonato, a novantanni suonati.
La conclusione della trama è estremamente toccante, delicata e armoniosa: mi auguro che lo spettatore possa apprezzarla visitando un cinema per poterne cogliere la suggestività. Durante la premiazione degli Oscar, avvenuta proprio ieri 22 febbraio, il film ha raccolto solamente 3 statuette, fra cui trucco e scenografia. Risultato inferiore alle attese ad ai meriti della pellicola, decisamente una delle più ispirate negli ultimi mesi.
Il curioso caso di Benjamin Button racconta la vita, l’amore, la morte, ed è un intreccio di storie e passione, esattamente come la nostra realtà di tutti i giorni, ma con un sapore diverso: è il gusto di accorgersi ogni giorno dello scorrere della sabbia nella clessidra, a prescindere se ci faccia ringiovanire od invecchiare, e della importanza di vivere e non sprecare il tempo. Quando Benjamin riprende i suoi viaggi, nelle ultime pagine del suo diario scrive che ogni qual volta la vita non ci dà quello che volgiamo dobbiamo di nuovo ripartire, senza paura, senza esitare, perché nel momento supremo, davanti al Nulla, potremo implorare, bestemmiare o qualsivoglia cosa, ma alla fine non potremo far altro che mollare.