Filip Florian, Little Fingers
Houghton Mifflin Harcourt, 2009 – £ 15.33 – pp. 256
di Mirko Zilahy De’Gyurgyokai
Libro divertente e inconsueto, scritto con grande fantasia letteraria; sta tra il picaresco e il surreale ma anche quando tende al simbolico o al metaforico non sfiora mai atmosfere noiose o sentenziose. Godibilissimo l’estro disinvolto col quale Florian accomoda la folla degli strambi personaggi attraverso improbabili avventure.
Il nucleo centrale della narrazione muove dalla vicenda ambientata in un piccolo paese romeno di montagna. Lì nelle vicinanze di un forte romano vengono riesumate diverse ossa umane. Le numerose spoglie appartengono ad una specie di fossa comune e se in un primo momento vengono attribuite ai legittimi frequentatori del suddetto forte, ad una perizia più approfondita tutte rivelano invece segni di botte e fori circolari che suggeriscono l’idea di una vera e propria esecuzione sommaria. Pubblici ministeri, militari, giornalisti (che spingono per la versione di un’esecuzione comunista), ex detenuti del regime e professori universitari giungono sul posto facendo della circostanza una notizia da prima pagina, fonte di serrati dibattiti politici. Attorno alle varie perizie, alle ricerche, alle chiacchiere della gente e agli strani movimenti di copertura militare che animano l’antico castrum romano si moltiplicano diverse micro-storie che a loro modo tangono il nucleo tematico principale. Un’ipotesi ventilata è quella delle uccisioni comuniste degli anni Cinquanta, ma Petrus l’archeologo (a tratti voce narrante e malato d’ulcera), inizia ad indagare negli archivi della biblioteca della città (l’incipit del romanzo) in cerca di documenti e storie di cittadini (un insegnante, un avvocato, due monaci, un veterinario e un capostazione) che gettino luce sullo strano ritrovamento e ne svelino la verità. Fra le sei monografie e le vicende che sconvolgono la piccola cittadina s’inseriscono numerosi avvenimenti personali che toccano Petrus e coloro che gli si muovono attorno.
È il caso di un improbabile corteo funebre che anima le strade della città o della bizzarra storia di Mr Sasha, fotografo del paese, e del suo fedele dromedario Aladdin, evirato perché al primo calore s’era abbandonato ad effusioni con una povera mucca. Codesto divagare fra realismo e umorismo da una parte definisce i contorni concreti, anche storici, delle vicende umane, dall’altra fornisce carsicamente notizie sul tema centrale della narrazione.
Il caso della fossa comune è ormai faccenda internazionale e un gruppo di antropologi argentini (fissati con calcio e alcol serale) raggiunge il paese per indagare. E ancora: pubblici ministeri militari, archeologi e il medico legale imputano la strage della fossa ad un’epidemia di peste bubbonica dell’inizio del diciannovesimo secolo.
Si interseca con la narrazione la stravagante storia di Gherghe un prete con l’indice della mano sinistra piena di cicatrici e che indossa sempre un cappello di paglia...
In codesto marasma d’ipotesi in una conferenza stampa conclusiva gli archeologi argentini confutano l’idea della fossa comune comunista, sostenendo una datazione precedente alla proclamazione della repubblica popolare, all’incirca due secoli prima, nell’epoca della peste bubbonica, ma lasciano il verdetto finale alle attività competenti. Il libro parrebbe chiudersi così, nel dubbio delle diverse suggestioni, ma nelle righe conclusive si palesa un’ombra notturna che…
La costruzione del romanzo, come sin troppo evidente, non è lineare ma, appunto, procede a spirale, nella visione multiprospettica che i numerosi bizzarri personaggi hanno dello stesso evento. Un romanzo che vive d’un’aria a suo modo mittleeuropea (fra il nostalgico e lo humour più fine). Più in generale vi si combinano elementi variamente attribuibili all’est europeo: elementi magico-folckloristici e crudo realismo, fantasia, religione, superstizione e dimensione politico-sociale sullo sfondo di paesaggi e atmosfere decisamente improbabili.