Christian Frascella – Mia Sorella è una Foca Monaca

di Mirko Zilahy De’Gyurgyokai

Mia sorella è una foca monaca

Ambientata in un imprecisato paesino del torinese alla fine degli anni Ottanta (sullo sfondo la caduta del Muro di Berlino), la vicenda gira attorno alla prima persona d’un adolescente (di cui non è detto il nome) che dopo una rissa a scuola, per una ragazza, viene sospeso e lascia gli studi. A casa, edificio vecchio e cadente, lo aspettano la sorella Francesca, patetica e timorata di Dio e il padre disoccupato e “quasi alcolista”. Sono queste le conseguenze della rocambolesca fuga della madre, due anni prima, con un giovane benzinaio con cui, nell’immaginario caustico della voce narrante, ella “passa le giornate a farsi fare il pieno”… Da codesto quadro familiare, assieme sconfortante e spiritoso, muove la narrazione che segue le vicende domestiche e personali del protagonista - la ricerca del lavoro, l’insopportabile nuova matrigna, lo spasimante imbranato della sorella, la gastronoma del supermarket di cui s’innamora e per cui torna ad azzuffarsi con risultati improbabili, l’improvvisa malattia del padre. Ma il punto di forza della storia sta nella peculiarità del narrato, nello sguardo cinico e pungente nei confronti del mondo e delle situazioni.
La rapidità della prosa risulta da subito gradevole tanto al lettore comune - fatta com’è d’una bella mescolanza di gerghi e tonalità - quanto a chi s’aspetta una scrittura più “letteraria”. È infatti la fantasia verbale la prima qualità di Christian Frascella, tanto a livello lessicale - neologismi e corruzioni - quanto per il ritmo che imprime alla pagina: l’autore ha orecchio e s’intuisce un certo mestiere nel cercare l’effetto modulato: il “ché” in luogo del “perché” a sveltire e alleggerire il periodo, assieme all’uso abbastanza disinvolto, ma mai affaticante, del gerundio e qualche inserzione volgare o dialettale. In generale è una scrittura allusiva, metaforica, umoristica: la realtà è dura - la famiglia, la vita affettiva, il lavoro di fabbrica - e l’unica mediazione possibile tra questa e l’io del protagonista è quella del linguaggio, capace di ridicolizzare la realtà stessa, di iperbolizzarla, di corromperla, per allontanarsene. Così il padre sin da subito è presentato come il “Capo”, la sorella devota e riservata la “Foca Monaca”, e gli altri personaggi del libro hanno sempre soprannomi o sono caricaturati dallo sguardo del protagonista. Ed in codesta direzione antireale sta anche l’interpretazione delle situazioni attraverso similitudini televisivo-cinematografiche: dalla forza del pugile Oscar Moya ai film di James Bond, dalle pose di Bogart a quelle di Orson Welles o di John Travolta, di James Dean sino ai più prosaici film Rocky, Lo Squalo, Via col Vento, ecc…).
Particolarmente riuscito risulta l’intimo dialogare che ha con se stesso, laddove il protagonista dà fiato alla sbruffonaggine, alla cialtroneria un po’ gaglioffa che occorre a volgere le situazioni, stravolgendole, a suo favore. Come nel caso della zuffa da cui esce, per sua stessa ammissione, palesemente sconfitto e malridotto ma che poi, saputo che l’altro è finito all’ospedale, rivisita intimamente con gustosa fanfaronaggine: “Be’ come avevo potuto dubitarne? A pensarci bene l’avevo proprio massacrato Quel mio ripetuto gancio destro era stato fenomenale. Roba da cineteca. Bam! Bam! Ba-bam! Ero stato magnifico. duro sul tronco, forse, ma spietato in attacco. Un braccio poderoso, che si era abbattuto su quella testa di cazzo come una mazza da baseball. Decine di volte, forse centinaia…”
Un evidente procedimento difensivo dalla tristezza della vita che s’accompagna alla voglia di mentire del protagonista, indipendentemente da ogni “utilità” specifica della bugia: la menzogna per la menzogna (divertente la scena coi molisani conosciuti al prelievo del sangue pre-assunzione, cui racconta di esser lì per una visita medico-sportiva, come calciatore del Toro), o il gioco verbale spesso fine a se stesso, gratuito e aggressivo come la battuta con cui risponde alla trita, e grammaticalmente scorretta, domanda dell’uomo che gli fa il colloquio “Allora, giovanotto! Quanti anni abbiamo?” con un “Io e lei insieme?”…
Convince il fatto che non ci sia spazio per l’autocommiserazione: non ci sono concessioni alla lacrima facile neppure nei momenti “drammatici” che necessariamente attraversano il libro. È un antieroe che non si piange addosso ma che utilizza ironia e cinismo, d’azione e di parola, per rispondere alla vita. Schietto, veloce e pungente come quando dinnanzi alla nuova, e odiata, compagna del Capo – manager d’un ipermercato subito ribattezzata “la Thatcher dei codici a barre” - che si prende i meriti nell’aver cambiato le abitudini viziose dell’uomo, risponde caustico: “Be’ non ti vantare. Peggio del merdaio in cui l’hai raccolto non potevi sistemarlo”.
Frascella si può inserire, con i dovuti distinguo, nel “filone” di narrativa italiana umoristica, ma non solo, che annovera Amurri (lessico familiare umoristico), ma soprattutto lo Stefano Benni di Saltatempo, benché questo esordiente sia meno allusivo, inventivo, mirabolante e iperbolico. In Mia sorella è una foca monaca manca infatti l’esplicito riferimento al discorso sociale e politico che c’è in Benni e che qui compare in secondo piano, implicitamente al discorso sulla fabbrica e con una leggerezza – ma mai superficialità - che può essere un punto di forza: il protagonista è cinico, spietato, egoista e strafottente e la vicenda, sebbene abbia risvolti toccanti, non scade nel pietismo o nel moralismo. In tal senso è certamente assai ben misurata, efficace e suggestiva, la tormentata storia d’amore del protagonista con Chiara, la quale s’interseca con la triste vicenda ospedaliera del padre e con le difficoltà della maturazione personale.
È un romanzo che si fa leggere piacevolmente ed in grado di soddisfare palati differenti, assieme duro e spassoso com’è. Una voce nuova e diversa, accattivante e, considerata l’età dell’autore, di prospettiva.