La civiltà come milizia – Ludovico Geymonat

(La Città del Sole, 2008– euro 12,00 – pp. 139.)

di Andrea Comincini

La civiltà come milizia

La figura umana e professionale di Ludovico Geymonat può esser riassunta da un famoso aneddoto che circolava negli anni dopo la Liberazione: si parlava in quel periodo di due fratelli, uno partigiano e combattente, l’altro filosofo della scienza. Tale era la differenza dei propositi e delle intenzioni davanti agli occhi della gente da motivare una scissione ironica in due parti, l’una speculativa, l’altra pratica.
In realtà, e ciò era ben chiaro a Geymonat, impegno civile e culturale si fondono in un tutt’uno, e sebbene restino separati per metodologia e vocazione, soltanto viaggiando paralleli trovano effettiva realizzazione.
La civiltà come milizia riassume bene siffatto intento: ogni manifestazione dell’uomo si estende al suo corpo sociale, diviene in primis atto politico. Persino la cosiddetta astratta attività teoretica nasconde in sé la scelta di non confrontarsi con la realtà e si trasforma quindi in un gesto asociale, quindi spesso pericoloso.
Geymonat insiste continuamente sulla necessità di comprendere che qualsiasi posizione intellettuale, seppur sembri distante dalle questioni della vita quotidiana, implica una assunzione o meno di responsabilità. Il titolo del libro si rifà al pensiero di Cattaneo del 1852, ed evidenzia un momento fondamentale della riflessione del filosofo-partigiano, ovvero la lotta.
Per citare Camillo Prampolini, da uno scritto del 1899: “Così è degli arbitrii: essi nascono per colpa di chi li commette, ma anche per colpa di chi li subisce e li lascia passare senza resistenza. E però chi non resiste all’arbitrio non ha coscienza di cittadino, fa il male proprio e l’altrui: è indegno della libertà e prepara la tirannide” .
L’esperienza filosofica e civile di Geymonat coincide con questo proposito: lottare sempre, soprattutto quando si è sconfitto il nemico – nel suo caso il nazifascismo – perché i pericoli sono sempre in agguato, la democrazia è un processo da realizzarsi continuamente.
La raccolta di scritti, a cura del lucido Fabio Finazzi, vuole rappresentare il lascito morale e civile di un uomo che non scese mai a compromessi con il potere, assumendosi sempre l’onere di dire no davanti al facile opportunismo, l’attesismo, le ciniche scelte di partito. Il curatore introduce sapientemente la figura umana del partigiano Geymonat, sia manifestando le sue continue dichiarazioni a proposito della ‘Resistenza tradita’, sia per quanto riguarda il proprio impeto umanitario.
Comunista intransigente, il filosofo ha saputo affrontare battaglie enormi con la semplice fiducia nel dovere, nella libertà e nella autodeterminazione. “Sostenere una filosofia è compiere un atto pratico, porsi con una parte, è un militare. Tanto peggio per quei filosofi che non se ne rendono conto”. Come si può immaginare, questa intransigenza fu anche causa di ostruzionismi e isolamento all’interno del marxismo ortodosso, ma non venne mai rimossa o soffocata, perché rappresentava l’essenza più intima della persona. Tale forte eredità deriva da un altro pensatore, fondamentale per la formazione etica del nostro, ovvero P. Martinetti. Egli confessa: “Pensavo a lui [a Martinetti] quando le SS mi sottoposero a un duro interrogatorio: il mio comportamento, mi domandavo, sarebbe approvato da Martinetti?” Martinetti, leggiamo nel testo, soleva dire che ‘è un uomo chi, a un certo punto della propria vita, sa dire di no, e tale no è irremovibile’. Questa fermezza ebbe sempre un forte fascino sul nostro, e indubitabilmente segnò l’intera vita del partigiano.
La civiltà come milizia impone al lettore di fuggire al qualunquismo imperante, e di parteggiare. Proprio come dice Gramsci, bisogna essere di parte, e odiare l’indifferenza. Ludovico Geymonat, in tutto l’arco della sua esistenza, ebbe come mèta questo proposito, ed ogni volta che lo raggiunse, si propose di andare avanti, verso un traguardo ancora più difficile, perché ‘militare’ vuol dire non solo impegnarsi continuamente, ma comprendere che il senso stesso della vita è nella lotta.
Il libro racconta vivide esperienze, da una conferenza tenuta nelle scuole intorno al valore della Resistenza, fino al proclama “perché sono comunista”. Una ottima introduzione ed una chiara postfazione definiscono l’ambito della ricerca del filosofo, individuata non dal punto di vista filosofico, ma esclusivamente morale.
È l’etica, per il filosofo della scienza, il metro comune per ogni atto dell’uomo. Una giustizia mai compromissoria deve indicare la direzione del pensiero, dell’agire, della politica: difficilmente oggi si riesce ad immaginare una testimonianza così limpida, una trasparenza che si estende anche alla illuminante analisi della storia italiana, della Costituzione, dei limiti di un Paese incapace di liberarsi dei suoi scheletri e dei propri aguzzini.
Incredibilmente attuale, per esempio, le parole intorno al fascismo: “Liquidare il fascismo per salvare il fascismo dalle sue stesse rovine […] Le manifestazioni più esteriori del fascismo furono modificate e combattute proprio perché tale battaglia (e il suo apparente clamore) era funzionale all’intima essenza del fascismo, quello che aveva formato la struttura dello stato, e aveva creato un esercito di funzionari e burocrati fondamentalmente conformisti[…]”
La lucidità disarmante di quest’uomo si accompagna alla incredibile attualità delle sue critiche, al dono profetico di prevedere la crisi politico culturale dell’Italia di oggi. La testimonianza umana di Geymonat è un dono a cui le nuove generazioni, a mio avviso, non dovrebbero rinunciare, e questo libro ne raccoglie la forza e la bellezza.