John Burnside-Glister

Jonathan Cape, 2008 - £ 15.99 - pp. 272

di Mirko Zilahi De’ Gyurgyokai

Glister

Libro insolito, Glister è un romanzo complesso: trama da mistery novel, atmosfere thriller e componente psicologico-filosofica marcata. Organizzato in capitoli intitolati, il libro esordisce con una sorta di mini sezione introduttiva, “Life is Bigger”, ove una voce narrante descrive i rumori del mare, lo sciabordio e lo stridio dei gabbiani che percepisce e che una volta, nella vita che ricorda precedente al passaggio attraverso il Glister, avrebbe a mala pena notato. Nessu’altra sensazione se non quella di una vasta luce in cui, volontariamente, si era immerso. Da tale posizione favorevole, ciò che alcuni chiamano Paradiso, Inferno, Tir Na Nog o Dreamtime, ci avverte che il prima e il dopo non esistono, che non v’è tempo, che ogni cosa muta in qualcos’altro.
Il nome della voce è Leonard e inizia a narrare la storia partendo da Morrison, il solo poliziotto di Innertown, centro postindustriale, desolato, avvolto da una vegetazione fitta e malata, luogo oscuro e tossico. La città è cresciuta attorno all’impianto chimico e ora che l’azienda di George Lister ha chiuso i battenti, Innertown s’è trasformata nell’ombra di se stessa. Laddove s’aggiravano operai e gente comune ora stanno strane forme di vita. L’avvelenamento che è seguito alla dismissione degli impianti ha toccato l’intera area della vecchia città. La terra attorno all’impianto, l’aria e l’acqua, tutto è malato. Anche le case, gli edifici sembrano esserne infettati. La gente s’ammala: “it is a living hell, strange illnesses, aggressive cancers and rumours of mutant animals are just the beginning for those unfortunate enough to be close to the plant”, e chi scampa alla malattia vera e propria resta comunque mentalmente segnato. L’intera Innertown ha perso qualunque disposizione alla vita attiva. Una sorta di paralisi avvolge l’intera popolazione. L’ex complesso chimico è soggetto e oggetto della vicenda narrata, vero protagonista della storia. Tutti ne parlano, e i “kids” vi si aggirano furtivamente nottetempo. Tra di loro Leonard, la suddetta voce narrante, è un ragazzo diverso, problematico, sui generis. Legge moltissimo Proust, Conrad, Dickens, ma anche Hemingway, Fitzgerald, Grossmith e anche perciò ha sensibilità e coscienza particolarmente acute. Con la banda di amici sembra vivere uno stato di disperata confusione: tutti insieme sono liberi dagli adulti, ormai fisicamente e mentalmente paralizzati. Fra questi il papà di Leonard di cui s’ignora ma s’indovina il male (cancro) certamente contratto in fabbrica: non parla, è totalmente isolato dalla realtà esterna, passa le proprie giornate davanti alla tv o alla radio, senza prestare realmente attenzione né all’una né all’altra. In un certo senso pare già morto. La moglie, Laura, ancora giovane e bella se ne è andata di casa, abbandonandolo assieme a Leonard.
A sconvolgere la cittadina, di per sé già tormentata, accade qualcosa di orribile. Una volta l’anno un ragazzo sparisce senza lasciar traccia. Il poliziotto della città, John Morrison, sa qualcosa, ma la linea ufficiale vuole che i ragazzi siano semplicemente scappati da Innertown. D’altronde lui è coscientemente uomo da poco, senza qualità, tanto che la stessa moglie, Alice, anche lei è malata - alcolizzata e pasticcomane – lo disprezza. Il romanzo si apre dunque su codesto mistero, su Morrison che lavora al suo giardino, una sorta di luogo sacro che da sette anni cura e mantiene gelosamente segreto: da quando ha ritrovato il cadavere di un ragazzo, Mark Wilkinson, appeso a testa in giù a un albero, lucido e pulito, avvolto in fili di lamé e tessuti come gli addobbi d’un albero di Natale. La faccia del ragazzo con un’espressione stranamente calma, le mani legate con una corda bianca setosa, il corpo quasi totalmente nudo, pieno di escoriazioni e lividi, ma senza segni di tortura. Su tutto spicca lo sguardo che il cadavere mantiene: come se avesse riconosciuto qualcuno o qualcosa. Una morte che appare immediatamente come qualcosa di sacrificale e Morrison, ricordando alcune simili forme di sacrificio azteche, comprende che si tratta in effetti di un’uccisione rituale, con un significato preciso per il killer. Ma, spaventato dalle possibili conseguenze di quella scoperta, nel panico, si rivolge a Brian Smith: cinico padrone della città, fondatore della Homeland Peninsula Company attività quantomeno losca che gli consente enormi guadagni e potere: ha in mano tutto il paese e può vantare “collaboratori” anche tra politici. È lui, infatti, che fa ottenere a Morrison il posto da poliziotto in cambio del quale riceve una fedeltà che comporta il silenzio. Ed è sempre lui che, attraverso Jenner, losco “factotum” provvede a ripulire la scena di questo primo delitto. L’universo contorto e malato di Innertown annovera personaggi minimi e tragici come Andrew, un tipo molto timido, che per lungo tempo ha accudito il padre malato e sta sempre da solo. È un uomo solitario che sbircia dalle finestre la gente, i ragazzi che vagano nel sottobosco dell’impianto chimico. Andrew è una creatura semplice che ha speso gli ultimi anni leggendo le riviste al padre ormai terminale. A causa dell’ossessiva cura per il genitore egli ha gradualmente perso ogni contatto con il mondo esterno e non è più in grado di discernere la realtà dall’irrealtà. E per colpa di tali stranezze diviene involontariamente capro espiatorio della vicenda delle scomparse e dà il via all’aggressione della banda dei ragazzi che si conclude nella maniera peggiore.
Leonard ha poi due amici: il bibliotecario della città, John, e il Moth man. Quest’ultimo è una figura misteriosa, ufficialmente è un ecologista in loco per studiare gli effetti dell’inquinamento post dismissione dell’impianto chimico sugli insetti del luogo. In realtà è figlio di un ingegnere che ha progettato tutto l’impianto (e non solo) assieme alle compagnie di Brian Smith e George Lister. Leonard si trova perfettamente a suo agio con lui durante le passeggiate e le conversazioni nelle foreste dell’impianto.
Intanto durante una crisi particolarmente forte Alice, la moglie di Morrison, si ritrova improvvisamente colpita da uno sconosciuto e svenendo, sente la voce del marito allontanarsi urlando. John Morrison si sveglia nudo in un’ampia stanza dell’ex impianto chimico. È legato a una sedia, senza che i piedi possano toccare per terra. Fa freddo. C’è una luce fortissima dall’alto. Ha delle ferite sulle braccia e sui polsi, sui gomiti, sulle gambe, sulle caviglie. È bloccato come un insetto. Pensa che sia stato Jenner (il factotum di Brian Smith) per qualche ritorsione, ma non è così. Ha paura perché comprende che l’artefice è qualcuno che ama la meticolosità di ciò che ha fatto, non un semplice esecutore. E all’improvviso gli si presenta un uomo che non conosce e che il lettore sa essere il Moth Man. Morrison tenta di mettere le mani avanti negando di esser responsabile degli assassinii, ma il Moth man inizia a bendarlo con garze bagnate nel gesso come, dice, si usava fare ai malati di tubercolosi per prevenirne deformità ossee. Viene in tal guisa avvolto assieme alla sedia, una sorta di mummia vivente, lasciando occhi e bocca scoperti. Il Moth man, l’”angelo necessario”, l’”angelo della morte”, gli offre così, nel mezzo di una serie di citazioni bibliche sul peccato, il tempo per pentirsi. Morrison viene abbandonato lì ad impazzire prima dell’orribile morte che lo aspetta. E l’ultima cosa che vede è il Moth man, con un ragazzo fino a quel momento nascosto (Leonard), camminare in una luce brillante, in un fuoco, e scomparire in quella luminosità, nel Glister: una specie di portale progettato dal padre di Moth man ai tempi in cui la fabbrica funzionava, e da lui finito. Non si sa realmente cosa sia, si capisce che è un passaggio, che forse si affaccia su un altro mondo, su un altro tempo. Ma non lo sa veramente neanche Leonard.
Un’intelligente metafora della paralisi del mondo neo-capitalista, industrializzato, dell’umanità distante dalle cose vere, dell’insensibilità alle vicende terribili ma lontane da noi. Ma soprattutto un romanzo dai forti contenuti, costruito e scritto con cura. Un’abilità linguistica che consente a Burnside di giocare con l’ambiguità dell’inglese sia a livello puramente nominale (Glister, G.Lister, to glister), sia di creare atmosfere in cui alla paralisi ambientale (piante e animali deformi) e fisica, effetto dell’avvelenamento chimico, corrisponde una mostruosa stasi interiore, conseguenza dell’inerzia condannata dal Moth man. E in tal senso la città d’ombre che ospita codesta vicenda non poteva che chiamarsi Innertown.