Lars Gustafsson, Il Decano

Iperborea, 2007 - euro 14,00 - pp. 211

di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Il decano

Spencer, esule all'estremit del deserto texano, "nel grande vuoto" fuori Sturdy Batte, vive in una stanza in affitto d'una pensione modesta, fingendosi ricercatore di geologia l per lo sviluppo di un "integrale dei movimenti sinclinali che hanno creato i monti Chisos". La realt un'altra: il dottor Spencer giunto ai margini del mondo civilizzato per sfuggire a quello accademico. Non sono doveri e noie della posizione di docente di filosofia moderna - "da Cartesio in poi, in altre parole la mia tesi di dottorato era su Condillac" - e decano associato presso l'Universit del Texas di Austin ad averlo costretto alla fuga. Le carte che raccoglie quotidianamente, e che giungono lacunose al lettore, si aprono su una vicenda quantomeno torbida. Paul Chapman, Decano della facolt di Lettere e Filosofia del suddetto ateneo - gi presente in Storia di cane e Windy racconta che completano col romanzo in questione il ciclo americano - il vero nucleo centrale, e sfuggente, del libro: da subito personaggio ambiguo, ma non losco, a tratti sinistro ma mai apertamente maligno. Costretto in sedia a rotelle dall'urto con una mina antiuomo in Vietnam, sulle ginocchia tiene sempre una coperta verde scuro a nascondere interamente le gambe; un completo grigio con la cravatta a righe bianche e nere del King's College di Cambridge addosso, il Decano - ricorda in apertura Spencer - "era totalmente calvo, con una barbetta grigia ben curata dove ancora restava qualche traccia di nero, mentre gli occhi erano di un azzurro glaciale. Il tipo di occhi che hanno visto il peggio e l'hanno superato" e che "potrebbero assistere a qualunque nuovo orrore e lo guarderebbero con la stessa curiosit tranquilla e un po' divertita". Giorno per giorno, con la lentezza del suo discorrere avvolgente il Decano trama una sottile tela per ghermire il suo vice: un recinto logico, una rete dialettica eretta, una riunione privata dopo l'altra, per via di confidenze, chieste e svelate, complesse discussioni epistemologiche, nichiliste, o ancora sui concetti di vuoto e di nulla.
Romanzo d'ambiente accademico, si sviluppa in un singhiozzante resoconto che rende la lettura attraente e veloce grazie all'ingegno e alla fantasia strutturale di Gustafsson. Lo attraversa un'anima letteraria intensa, quella del giallo intellettuale-esistenziale che da noi divenuto celebre con Paul Auster, con cui condivide l'ambientazione americana e talune atmosfere rarefatte. Ambientazione che non inficia un tipo di scrittura gravemente artica la quale descrive le figure in scena nel loro incedere psicologico. Alla bianca desolazione delle lande nordiche si sostituisce qui l'inconsistenza effettiva e metaforica dell'ambiente desertico e di quello asettico dell'universit.
L'io narrante quello di Spencer, in un resoconto che principia dal ritrovamento del suo manoscritto, discontinuo per aspetto - fogli di diario e pezzi di carta qualunque, macchie di muffa e umidit - e per forma interna: l'altalena delle varie considerazioni personali, filosofiche o aneddotiche, gli appunti, i ricordi, finanche i proverbi riportati ne minano la linearit del riportato proponendo una ondeggiante e imperfetta storia che si svolge per diradamenti e per rapide compressioni argomentative.
Le specifiche con cui Lars Gustafsson riempie le proprie prove letterarie, e Il Decano rientra pienamente nella categoria, afferiscono ai campi filosofico e teologico, alla saggista, alla drammaturgia, alla matematica e alle scienze: annichilimento, frantumazione e molteplicit dell'io, l'enigma della personalit e delle sue alterazioni: "Io credo che lo stesso corpo sia in grado di sostenere parecchi io diversi, se davvero lo vuole, nel corso di una vita. O anche contemporaneamente".
D'incontro in incontro, l'argomentare di marca psicologica fra due docenti investe dunque l'impossibilit di rappresentare il mondo da parte dell'io per incanalarsi poi nella direzione di un dubbio di natura pi prettamente filosofica sulla natura e sulla imperscrutabilit della realt delle cose: "il mondo materiale in realt non sia che un'illusione. un'illusione che esiste solo per tenerci prigionieri". Ad essere messa in dubbio con l'identit dell'essere umano la stessa credibilit della realt i cui attributi Gustafsson esamina, sottoponendoli sempre al beneficio del dubbio e ponendo cos la questione - filosofica, psicologica e scientifica - della consistenza del reale e dell'assurda incoerenza che talvolta lo muove: "Devo dire che pi il tempo passa pi sono incline a pensare che la spiegazione pi incredibile, pi folle, di qualsiasi cosa deve essere quella giusta".
S'intuisce sempre, da parte del Decano, un preciso tornare sull'idea instabile e misteriosa dell'io, del mondo, della percezione delle cose, della realt stessa. Ma questa bizzarra ostinazione si combina coi contorni della torva figura del vecchio e spinge Spencer ad un ossessivo, sgomento sragionare: "La natura nel suo insieme non in fondo estremamente innaturale? Un'eccezione di quell'unica cosa naturale, quell'unica cosa autenticamente verosimile, che ovviamente il vuoto. orribile: ho in testa il suo modo di pensare. Cerco in tutti i modi di ritrovare me stesso, ma la voce del Decano che sento [...] Quella voce, che sembra perseguitarmi fin qui nel deserto, d come l'impressione di venire dal grande vuoto. una voce che dice che non c' nessun senso. O forse che il senso te lo devi trovare da te".
Tali evidenti tracce del pensiero scettico rimbalzano in un continuo ping pong psico-filosofico fra i due che pare azzerare, al contempo, il sentimento del mondo e dell'io, in un grande vuoto assoluto: "Non esistono strade che portano fuori dalla natura. E non esiste nulla di innaturale. Gran parte del mondo somiglia al grande deserto di Chihuahua. Ninfee e laghetti azzurri e imponenti boschi di querce circondati di campi ben arati sono eccezioni. L'aspetto del mondo vero questo. Un volto grande, vuoto, senza espressione. Ora lo so".
Un relativismo che ha le sue vette nell'ingresso narrativo dello zio Ingram, congiunto psicotico del Decano - figura incongruente col reale che torner come un'apparizione - e ricorrente nei romanzi di Gustafsson (marinai finlandesi ubriachi, il giocatore di tennis, altri zii pazzoidi) che pare riproporre quella del fool. Lo zio Ingram "aveva un totale disprezzo per i numeri" e spiegava continuamente la teoria dei gruppi con l'esempio dell'orologio come serie finita modulo dodici: "Nel percorso da dodici a uno passavamo quell'elemento della serie che era il pi singolare di tutti, quello zero che rappresentava qualcosa che non era l e che tuttavia in qualche strano modo era assolutamente necessario [...] Di l portava volentieri il discorso sul nulla. Citava un pensatore dell'alto medioevo Fredegarius: Videtur mihi nihil aliquid esse".
E se il nulla qualcosa, l'inquietudine che ne discende si riflette ancora una volta dalla mente di Chapman ai pensieri di Spencer, ove assume forme per cos dire fisiche: la descrizione dell'horror vacui letteralmente consustanziato nella malattia materna, una terribile forma d'emicrania che "spesso cominciava come uno stato che lei descriveva come carico d'un indicibile angoscia [...] dicendo che la realt le stava scivolando fuori attraverso un buco. Cominciava sempre con qualcosa di strano al suo campo visivo. Da un lato. Sempre lo stesso. Non che ci vedesse male. Non ci vedeva per niente. L non c'era niente. [...] parlava cos di quello che chiamava il vuoto e del suo terrore di fronte a questa vacuit".
Il discorrere verte di nuovo, nelle soffocanti giornate estive, sull'esistenza e il senso del male in una visione nichilista che richiama, per coerenza strutturale, Leopardi e Manganelli: "Questo mondo non pu essere un mondo realmente amichevole e benevolo! Quel che vediamo una natura quasi totalmente malvagia. Un'enorme macchina ingegnosa, finalizzata a causare sofferenza e a persistere nel farlo" e molte pagine dopo "Ci che devi capire, Spencer, che questo universo una macchina di morte!".
L'influenza del Decano si tinge cos delle sfumature pi tetre indirizzandosi improvvisamente su rotte discoste al discorso sistematico sino a quel momento elaborato e, con conseguenze emozionali di grande effetto, le conversazioni sterzano su argomenti eccentrici e inquietanti. Cos Chapman raccomanda al dottor Spencer una piccola libreria underground ed un libro che "parla di amanite muscarie. E di sciamanismo. E del viaggio nel regno dei morti. Che fanno gli sciamani". La fosca escalation conduce Spencer, oramai ossessionato, fino alla "proposta" del vecchio in carrozzina; una profferta di cui non si d a sapere nulla, se n'intuisce appena il carattere inquietante. Di cui non si lasciano qua e l che minimi accenni, ma diviene tacito vincolo che lo inchioda una volta per tutte alla grave figura del dottor Chapman, sino al terribile, enigmatico epilogo, che non sveliamo.
Relativit di soggetto e oggetto, io e mondo: sono questi tutti motivi che rientrano a pieno all'interno del dibattito europeo sulla sorte del romanzo e che in Italia ha vissuto l'estrema sua propaggine nelle dispute interne al Gruppo 63. Ci si traduce nella pratica scrittoria in un'impossibilit narrativa strutturata tradizionalmente intorno a un io narrante o centrale della narrazione e in una rappresentazione limpida dello spazio narrativo. Questa impraticabilit del romanzo tradizionale diviene la struttura de Il Decano organizzata per improvvisi spostamenti di prospettiva, perdersi del pensiero in una dispersiva e incongruente narrazione.
Al fondo di una lettura ininterrotta e colma di suggestioni d'alto profilo intellettuale, svelato l'arcano patto pseudofaustiano, resta per il sentimento di un altro vago mistero: quello nascosto nell'incrinatura che corre fra io ed io, fra questi e le vaghe schegge del visibile. L'alveo di questa penetrante fenditura si lascia cogliere quale nero assoluto e, come in Morte di un apicoltore, pare valido l'apoftegma per cui: "in fondo a ogni uomo c' un enigma nero come la notte. Il buio della pupilla non altro che la notte vuota di stelle, la tenebra in fondo all'occhio non altro che la tenebra stessa dell'universo".