Xavier Hanotte, La doppia vita degli orsi
Edizioni Piemme, 2006 - euro 14.90 - pp. 219
di Mirko Zilahy De Gyurgyokai
È la storia di un gruppo di orsi del parco dei Grandi Orsi Bruni e della loro lotta quotidiana, quantomeno sui generis, per la sopravvivenza della specie. Durante la settimana branchi di turisti armati di macchina fotografica si affollano tra i cespugli del parco, e di lì rubano attimi della selvaggia esistenza degli orsi. L'ostentata naturalezza dello spettacolo, però, non è altro che una colossale messinscena. Accade così che, periodicamente, gli ospiti della riserva siano obbligati a fornire esibizioni in qualche modo "naturali". La spontaneità della visione bucolica proposta ai visitatori nasconde l'articolata menzogna plantigrade. Anatole, voce narrante, Onésime, Adalbert, e Olaf girano svestiti per il parco, assecondando alla meglio l'idea umana della specie urside. Nel giorno di chiusura, il lunedì, i miti animali passeggiano beatamente, e la sera si ritrovano a fumare e trangugiare alcolici al ristorante Bambù farcito il cui taverniere, anch'egli attrazione del tour settimanale, è un immenso panda cinese. Gli umani non sospettano nulla e l'unico a conoscenza dell'assurda realtà, l'anziano sorvegliante Charles, s'adopera ad organizzare tour a tema: dalla raccolta del miele al cerimoniale del corteggiamento. La poltroneria congenita, mista alla sbadataggine degli orsi stanchi della vita da fenomeni da baraccone, rischia però di rivelare il trucco; e così c'è chi fuma o si fa beccare con l'orologio al polso o addirittura chi preferisce urinare in piedi addosso a una quercia.
La doppia vita degli orsi è un romanzo umoristico la cui narrazione si regge sull'assunto, condiviso sin da principio col lettore, che questi animali in realtà conducano un'esistenza quasi umana anzi, più che umana, considerati usi e costumi - scarpe ai piedi per passeggiare sempre in posizione eretta, comode ciabatte in casa, una vita assai confortevole quando non viziosa - e spessore intellettuale di molti di loro. E infatti all'interno del parco esiste addirittura un'Associazione per la Difesa dell'Immagine della specie Ursina, la quale vigila sulle opere d'arte, libri compresi, che diffondono un'idea erronea del temperamento degli orsi. In questa direzione l'autore nei confronti del quale si muove l'invettiva ursina nella parte centrale del libro non può che essere Jean de La Fontaine. Una lettera di Arnulphe, orso delle Ardenne, avverte della esistenza di una copia del libro delle Favole di La Fontane in una biblioteca francese. Nello specifico il torto da lavare risulta l'illustrazione "Un Orso polacco fermato da cani di razza" contenuta in quel libro e giudicata offensiva per l'immagine della specie. I membri dell'ADIEU, progettano la penetrazione notturna nella biblioteca per asportare la pagina sotto accusa.
La comicità di base, costruita sul ribaltamento della percezione quasi pastorale del mondo "naturale", trova vigore grazie alla narrazione in prima persona di Anatole che conferisce grande schiettezza al punto di vista ferino.
Numerosi gli spunti divertenti: il testo è riccamente disseminato di deliziosi giochi di parola, qui decontestualizzati, ma sempre efficaci, come "piantina alla zampa, schioccando gli artigli, gli sforzi sovraursini, il freno a zampa della macchina, one bear show, barbear, dare zampa forte, un gioco da orsetti, prendendo il coraggio a due zampe, il veloce gioco di zampe"; o ancora repliche di proverbi, massime e adagi di saggezza popolare come "gettare l'orsetto con l'acqua sporca", o addirittura in latino, sempre reinterpretati in chiave ursina: "ursi linguae latinae periti non sunt"o "ad majorem ursorum gloriam".
Gli effetti umoristici raggiungono discrete altezze soprattutto, come si accennava, laddove trova spazio l'artificio della fine, e paradossale, intellettualità urside che investe tanto citazioni e riferimenti dotti, quanto facoltà filosofico-esistenziali le cui tonalità risultano singolarmente, vista appunto la natura animale dell'ego narrante, ricercate ed intimiste. Il gap esistente tra la componente stililistico-argomentativa alta e, appunto, la supposta grettezza della fiera che la concepisce, produce esiti squisitamente ilari, a partire dalla descrizione di un solingo paesaggio notturno dalle sfumature al limite del leopardiano: "A quell'ora della notte la valle spiegava sotto il cielo infinito un paesaggio monocromo dove solo il filo d'argento del fiume scavava rilievi levigati dall'oscurità. Visto dal nostro lontano osservatorio, il paesino di V. assomigliava più all'opera di un cartografo che a quella di un macchiettista. Quanto al firmamento, sembrava raddoppiarsi in una radianza cristallina e scolpire una a una, come gocce di un lampadario di baccarat, le stelle, in apparenza così vicine che veniva voglia di allungare una zampa per toccarle. Al centro del congegno la luna era l'asse di una ruota invisibile, gigantesca, attorno la quale girava l'universo intero". Per concludersi con la più piena delle confessioni, giocata sempre sulle stesse tinte intime ma razionali: "Eravamo parte di quel paesaggio fuori dal tempo. Accompagnavamo con tutto il nostro essere quel moto rotatorio impercettibile e vertiginoso. Il mondo così come lo conoscevamo, composto e meschino, si nascondeva di fronte all'irruenza di una realtà superiore, fuori dalla norma".
Molti sono i passaggi spassosi ove viene fuori l'indole più che umana degli orsi, come nel caso dell'ansia per l'imponderabile; compiuto il raid notturno anti La Fontane, il gruppo d'orsi sale in macchina per la fuga e Anatole, alla guida del veicolo, fra sé e sé si interroga sospettoso: "Ci sono frasi che non bisognerebbe mai pensare, ancor meno dire, tanto sfidano il subdolo opporsi delle cose, quella forza oscura sempre in agguato, i cui innumerevoli effetti si traducono, tra l'altro, nella condotta improvvisamente perversa di alcuni oggetti banali e quotidiani. Su una macchina la cosa rasenta decisamente l'incoscienza. Era di questo che mi preoccupavo infilando la chiave di accensione del motorino di avviamento?".
Certamente un'opera di breve respiro, riesce però attraente laddove i piani reale/umano irreale/ferino s'intersecano e si confondono; meno leggibile in alcune parti dialogate che risentono di un'eccessiva macchinosità sintattica e lessicale, resa comunque in maniera inappuntabile dalla felice traduzione di Cecilia Bagnoli.