Home

Archivio

Links

Contacts

La Recensione - Redazione

L’ospite inatteso

Posted: 30 gennaio 2009

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Thomas McCarthy – USA 2007 – durata 103’

Stampa questo articolo

L'ospite inatteso

Una musica forte, dal ritmo vitale, così suona l’ospite inatteso. E’ la stessa melodia della vita, quando si risveglia dopo un lungo silenzio. Si impara nuovamente ad amare, ad abbandonarsi alla propria anima, non più logica cerebrale, non più solo ragionare. Eccolo il film di McCarthy, lo si legge con i sentimenti non certo con la mente. Tanto la storia si snoda tra non “sensi logici”, episodi che si potrebbero pensare impossibili nella realtà, quanto più lo spettatore si apre al sogno di libertà.
Il sogno che vive il professor Walter Vale, docente universitario di Economia, da quando tornato a New York per un impegno di lavoro, si imbatte a casa propria in una coppia di immigrati clandestini. D’ora in poi la sua vita inizierà a prendere strade sempre più inaspettate, abbandonando solitudine e il “non senso” vissuto in passato.
Non è un film politicizzato, né sull’America. Parla una lingua universale, quella della musica, che unisce o divide chi non vuole ascoltare.
Le percussioni di Fela Kuti e dei musicisti di strada di Nyc sono forti, potenti, tanto da raggiungere il punto più profondo dell’anima. Si trasformano in grida disperate contro i soprusi e l’indifferenza quotidiana, volano libere nei luoghi più remoti a incoraggiare la speranza di un mondo “democratico”.
McCarthy, alla sua opera seconda, utilizza la sincerità, osserva attentamente la realtà per tentare di capire l’esperienza umana. “La mia prima preoccupazione è raccontare una buona storia. Se lungo la strada posso gettare un po’ di luce su qualche argomento di cui forse il grande pubblico è poco a conoscenza, tanto meglio. Credo che nello specifico cercavo di mettere volti umani sul problema dell’immigrazione. Il meglio che a volte possiamo fare è ricordare a noi stessi la nostra umanità, così che quando abbiamo a che fare con questi problemi, che si tratti di grandi argomenti tipo come affrontare le questioni del Medio Oriente, oppure come trattare problemi quali l’immigrazione, noi partiamo sempre dal tenere a mente che non stiamo trattando solo di un tema, ma parliamo di esseri umani… Ogni volta che ho portato qualcuno in una struttura di detenzione, restavo inorridito da questo nostro modo di trattare gente arrivata per la prima volta nel paese e che era lì per motivi differenti. Molti detenuti non avevano assistenza legale e molti non avevano commesso un crimine vero e proprio. È un problema complesso, l’immigrazione. Nel trattarlo dobbiamo però conservare il nostro senso di compassione.”
Scrittura e regia eccellenti portano al centro un ottimo attore, Richard Jenkins. Con un’ interpretazione magnifica, un prodigio di semplicità e di sfumature, svolge il ruolo di docente, fin troppo famigliare anche nelle nostre scuole. Eccezionale, si annulla completamente nel ruolo, passa inosservato tra la folla, così come fa un uomo stanco della vita.
Non si dimentichi la bellissima Hiam Abbass (Mouna) protagonista straordinaria de Il giardino dei limoni, a dimostrare che il fascino femminile non dipende certo dall’età e dalla perfezione fisica.
Certo è un cast tutto internazionale e originale, Haaz Sleiman è il bravo Tarek Khalil, non siriano ma libanese, con una storia personale del tutto simile al suo personaggio. Danai Gurira è Zainab, attrice pressoché sconosciuta, proveniente dallo Zimbabwe, forse un po’ troppo impostata.
In conclusione, L'ospite inatteso, ha ricevuto il Patrocinio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Tanti premi: dal Sundance a San Sebastian, dai Bafta agli Indipendent Spirits Awards. E dire che è stato prodotto con una cifra minima, uscito in poche copie, ha fatto il giro del mondo e il pieno di consensi grazie al “passaparola”, molto più valido di mille locandine.
E’ un film “civile” che offre un bel suggerimento: accettiamo l’ospite, anche quando è inatteso, ci fa bene.

Joe Lansdale – In un Tempo Freddo e Oscuro

Posted: 30 gennaio 2009

Recensione di Mirko Zilahy De’Gyurgyokai

Einaudi, 2006 – euro 13,80 – pp. 231

Stampa questo articolo

In un tempo freddo e oscuro

“Il coniglio bianco”, “La notte di San Valentino”, “Il cane dei pompieri”, “È amore, ve lo dico io”, “Un lavoro come tanti”, “Bob il dinosauro va a Disneyland”, “In un tempo freddo e oscuro”, “Da mani bizzarre”, “La donna del telefono”, “Fatti relativi al ritrovamento di un paginone nudo in un romanzo Harmony”, “La bella e le bestie”, “Il grassone e l’elefante”, “Il tornado”. Basterebbe codesto nudo elenco - tredici titoli prima inediti - a dar ragione della collaudata scrittura immaginifica di Lansdale.
Del romanziere che in Italia si conosce soprattutto grazie a Fanucci (“Il valzer dell’orrore”, “Il lato oscuro dell’anima”, “Freddo nell’anima”, e molti altri) e, appunto, Einaudi (“La sottile linea scura”, Mucho Mojo, “Tramonto e polvere”, ecc) c’è qui moltissimo: una vera e propria antologia, una silloge divertente e spiazzante che copre la distanza di ventidue anni, dal 1981 al 2003, raccogliendo il meglio dei suoi racconti.
Il centro dell’universo immaginario sognato da Lansdale è incongruente, asimmetrico ma in qualche modo contiguo a quello reale. La qualità più evidente, che è forse anche il limite maggiore del libro, è l’eclettismo dello scrittore texano che però muove sempre fra bizzarro, fantastico ed oscuro. Tornano, rispetto ai romanzi alcuni topoi: tempeste e tornado, predicatori religiosi, vendette efferate e violente, ma soprattutto una perfetta mescolanza di generi.
Nell’insieme, soprattutto per l’appassionato lettore di Lansdale, è una buona pubblicazione, un libro comunque da avere. Con occhio più obiettivo va detto che spiccano solo tre-quattro racconti sui tredici.
“Fatti relativi al ritrovamento di un paginone di nudo in un romanzo Harmony”, in cui l’autore torna a pronunciarsi sul lato oscuro della provincia statunitense. Particolarmente straniante la perdita dell’innocenza cui si assiste in “Bob il dinosauro va a Disneyland”: il regalo di compleanno di Karen a Fred, un Tyrannosaurus Rex di plastica gonfiabile, si anima quando gli vengono infilate per gioco delle orecchie alla Topolino e “all’istante a Bob venne una voglia matta di andare a Disneyland”. Esperienza da cui torna traumatizzato: “Non c’è nessun topo del cazzo. È solo un tale dentro un costume. E il papero è uguale”.
In “Il grassone e l’elefante”, un uomo obeso ha un rapporto magico con l’elefante morente di una specie di circo per carpirne i segreti e comprendere la propria vita. “Il coniglio bianco” è ambientato al Cairo: un coniglio gigantesco si rivela alter ego malvagio del bianconiglio di carrolliana memoria e fa scempio dell’umano protagonista: “Il coniglio abbassò la mano. I suoi occhi rosa si fecero di colpo scuri e gelidi come la morte, simili a due stelle che da un momento all’altro si trasformano in nova. Lentamente, l’animale si avvicinò a Carpenter. Da un punto indefinito, nell’oscurità che circondava il cerchio di pietra, giunsero un suono flautato di pifferi e una lenta e ritmata cadenza di tamburi […] Il coniglio, adesso, gli era molto vicino, e il suo aspetto non era per niente grazioso, con quegli occhi simili alle cavità di un teschio, con quegli orribili denti. Carpenter ne avvertiva il fetido respiro, pari a quello di carne in decomposizione” E il celebre orologio che il bianconiglio di “Alice” seguitava a interrogare, scoprendosi perennemente in ritardo, restituisce qui unicamente l’ora dello scempio dell’umano protagonista.

Ti amerò sempre

Posted: 20 gennaio 2009

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Philippe Claudel – Francia/Germania 2008 – durata 155’

Stampa questo articolo

Ti amerò sempre

Sono passati quindici anni da quella orribile sera e per Juliette tutto è cambiato.
Rilasciata dal carcere viene accolta in casa dalla sorella minore Léa, che vive a Nancy con il marito Luc e le due figlie.
In tutti questi anni Juliette è stata cancellata dalla vita dei suoi cari. Padre e madre l’hanno completamente isolata dagli affetti, dai ricordi, obbligando la sorella minore a non pensarla più.
Léa, invece, ogni giorno ha appuntato di nascosto sul suo diario quelli scontati in carcere da Juliette, e sarà sempre lei, l’unica a farle visita in prigione.
Dunque, le due sorelle in questi anni non hanno mantenuto i contatti e vista anche la differenza di età sono più o meno estranee l'una all'altra.
Non si riconoscono più, ogni tanto il ricordo della loro infanzia riaffiora nei brevi discorsi, ma tutto sembra cristallizzato in un passato ormai troppo lontano. Il mondo è andato avanti in quindici anni senza Juliette.
Certo non facile il percorso di ricostruzione, pieno di diffidenza e paure. Ma con il passare del tempo, però, e grazie all'affetto delle nipoti Juliette riuscirà ad abbattere il muro di solitudine che si è costruita in prigione, mentre Léa scoprirà quanto le sia mancata la sorella.
“Una storia semplice e sincera, ottimista nonostante lo spunto tragico, che racconta della vita e di come alcune persone riscoprono la luce, l’amore e la comprensione reciproca…” (Philippe Claudel)

(In sala dal 30 gennaio 2009)

Una prigione di dolore per la bravissima Kristin Scott-Thomas

(regia di Philippe Claudel – Francia/Germania 2008 – durata 155’)

Sonia Scorziello

In concorso al Festival di Berlino, l’esordio alla regia di Philippe Claudel, uno dei più celebri e apprezzati scrittori francesi contemporanei, è una musica lenta tra le increspature dell’anima.
Un romanzo sullo schermo, bello da leggere nelle immagini delicate e fuggevoli così come la storia. Dopo quindici anni di carcere, Juliette (Kristin Scott-Thomas) viene rilasciata. Accolta in casa dalla sorella minore, Léa (Elsa Zylberstein), sposata con due figlie adottive, si ritroverà, con il passare del tempo e l’affetto delle nipoti, a ricostruire lentamente la sua vita.
Una vita andata in pezzi, un segreto inconfessato e un silenzio assordante legano infatti la donna ad una non esistenza, un’assenza perenne dal resto del mondo. Tanti i temi toccati dal regista/scrittore: solitudine, malattia, rapporto genitori-figli. Un film complesso e cerebrale, dalle mille letture. Alcuni vi vedranno la storia di due sorelle, le tematiche carcerarie, altri la storia di una donna e i tanti segreti di esistenze che si intrecciano. In realtà Ti amerò sempre è un elogio alla forza dello spirito femminile, sempre pronto a risorgere, a varcare il vuoto creato dal dolore. Così passano sullo schermo lentamente le immagini, i primi piani straordinari di Léa e Juliette. Rughe marcate per l’una, occhi intensi da adolescente per l’altra. Si mescolano i sentimenti delle due sorelle in un rapporto difficile con i genitori e ci si interroga sulla famiglia, i suoi tabù, genitrici di complessi e traumi. Là dove si dovrebbe avere sostegno e comprensione, si vive invece nel completo isolamento una vita invisibile. Proprio là, in famiglia, si diventa agli occhi dei propri cari ciò che non si è, si viene giudicati e annullati. Ma la strada, tutta in salita, per ripartire è aperta dal dialogo, dalla forza di Léa, dalla voglia di non perdere per sempre la sorella ritrovata. E così, una parola, un gesto, uno sguardo aprono una breccia nel muro creato a difesa da Juliette, e la vita riprende colore. Partecipe del piccolo miracolo, Michel (Laurent Grevill), professore intimo e discreto. Non un seduttore, ma un uomo da un fascino velato, non bello, ma capace di toccare le corde più segrete di una persona ferita così come lo è egli stesso. Personaggio che trova alcuni punti in comune col regista. Entrambi hanno insegnato in un carcere, hanno amato una donna perduta, e, soprattutto, Claudel racconta l’insegnante con i suoi occhi, il suo sentire. Ma la grande protagonista del film resta sempre Kristin Scott Thomas. Finalmente la vediamo in un film tutto per lei. Dalla suocera intransigente in Un matrimonio all’inglese ad un ruolo difficile e complicato, dove l’immedesimazione nel personaggio non è certo dettata dall’istinto. Sempre algida e perfetta, Kristin è un’attrice dal talento incredibile, le basta uno sguardo, una tirata di sigaretta per avere la scena per sé. E infatti tutto le converge attorno. L’inquadratura, i movimenti della cinepresa, cambiano in funzione dell’evoluzione del suo personaggio. Dapprima, lunghe scene bloccate in quadri stretti su primi piani implacabili. Cinepresa fissa, insistente sulle rughe volutamente marcate, sulle espressioni intense ma assenti alla vita. Poi le inquadrature si allargano, tornano alla libertà del movimento, all’azione. Tutto, in Ti amerò per sempre è vivo, vero, naturale. Essenziale il montaggio, relativamente semplice ma in realtà studiato in ogni minima scena. “ I cambiamenti lenti non potevo riprenderli accelerando i tempi – dichiara il regista – a volte la vita è lenta e si prende i suoi tempi. In questi casi il cinema deve adeguarsi a questa metamorfosi. Ho voluto rimanere fermo sui volti e dare agli attori il tempo di rivelare le sfumature più intime del proprio personaggio. La scelta delle inquadrature e il ritmo del montaggio sono stati altrettanto fondamentali: sono stufo del cinema odierno “sincopato”, che ci bombarda con i montaggi ultrarapidi, con le sue immagini e i movimenti di camera in ogni direzione. Penso che sia importante tornare ad imparare l’arte di aspettare, di avere pazienza e persino di guardare.” E qui c’è davvero tanto da guardare, osservare con pazienza e riflettere. Anche sul ticchettio della pioggia sui vetri, bella metafora delle lacrime.
Premiato dalla giuria ecumenica al 58mo Festival di Berlino (2008), all’European Film Awards 2008 per la miglior attrice (Kristin Scott Thomas), non sarà certo un film dal trionfale incasso, non farà mercato, ma sicuramente aprirà ben altre strade per chi vorrà vederlo.

Pietro Citati - La malattia dell’infinito

Posted: 20 gennaio 2009

Recensione di Andrea Comincini

Mondadori, 2008– euro 22,00 – pp. 540

Stampa questo articolo

La malattia dell'infinito

La nuova opera di Pietro Citati insegue l’ambizioso obiettivo di percorrere la vita e le attività dei più importanti scrittori del secolo scorso: la letteratura del Novecento è il sottotitolo del libro, e riassume l’ambito di ricerca in cui questa analisi si svolge. Va subito sottolineato che il lavoro non ha alcun intento didattico, e sebbene i propositi enunciati sembrino alludere ad una trattazione sistematica, il protagonista è l’autore stesso e le sue impressioni.
Citati infatti non sembra interessato – giustamente – ad un elenco amorfo che includa tutto e tutti, ma piuttosto ad un viaggio attraverso le letterature a lui care, agli amici parte della propria esperienza umana e professionale, alle pagine che più l’hanno entusiasmato.
Egli propone al lettore la sua letteratura, ed evita volutamente una noiosa carrellata onnicomprensiva. Gli autori ricordati sono vari, e di diverse nazionalità. Da Calvino a Gadda, Fruttero e Lucentini, Attilio Bertolucci, Hoffmansthal, Flannery O’Connor, Kundera, Munro ecc. ecc. fino a comprendere personaggi vicini più alla filosofia o alla psicoanalisi quali Jung o Cioran, o al cinema come Fellini. L’interesse predominante quindi è per la scrittura, qualunque ambito essa sfiori, benedica o accarezzi.
È la parola, dovunque vada a significare, a trasformarsi in letteratura, non è la letteratura un recinto tracciato dagli accademici e dalle loro classificazioni. È chiaro quindi il titolo del libro, La malattia dell’infinito: l’affezione non espande solamente la percezione del singolo nelle trame dell’universo, fino a renderlo ‘malato’ – di una patologia magnifica – ma percorre trasversalmente la produzione intellettuale nelle sue forme più distanti, accomunando le personalità di scrittori, cineasti, psicologi. Se resta difficile scovare le cause del malessere, gli effetti sono oltremodo chiari ed il referto limpido: la vittima dell’infinito, attraverso la propria opera, riproduce l’infinito stesso. Dal segno limitato l’artista riesce a esprimere la grandiosa bellezza del mistero universale.
Citati decide di investigare, di raccontarlo, affidandosi alla esclusività soggettiva del gusto personale, stimolato da altre soggettive disposizioni d’animo, visioni della vita, da cui questo infinito successivamente emerge libero.
L’apparente contraddizione rivela in realtà il fulcro stesso su cui poggia la grande arte, la particolare origine, i limiti e la forza. Scegliere di leggere il libro di Citati quindi vuol dire assumersi la responsabilità di sapere che quanto scritto è oggettivamente vero, poiché assolutamente soggettivo.
Il lettore tuttavia non si troverà disorientato, perché l’autore con notevole acume disegna un quadro di ricordi e aneddoti, nonché di analisi testuali e stilistiche certamente personale ma mai invadente o costrittivo. Anche gli scrittori a lui più cari, come Calvino, Gadda o Manganelli, vengono ricordati non soltanto per la intensità della loro opera, ma pure per le nevrosi ed i gusti: il Pasticciaccio per esempio non fu apprezzato quasi da nessuno appena pubblicato, e ci volle del tempo per ricredersi, per esempio per Calvino. Ciò sta ad indicare quanto sopra accennato: la letteratura, questa malattia dell’infinito che all’infinito riconduce, dopo esserci da lui separati, riesce a trasformare la singolarità di ognuno nel centro dell’universalità eterna, e la malattia risulta anche esser l’unica medicina.

Attraverso “La malattia dell’infinito” – Pietro Citati
(Mondadori, 2008– euro 22,00 – pp. 540.)
di Andrea Comincini

Il viaggio attraverso la letteratura tracciato da Citati racchiude tanti piccoli ritratti di autori e delle loro iniziative: un mosaico di storie ed impressioni soggettive, come si è detto, ma per tal motivo assolutamente originale e limpido. Il lettore sa fin da principio che le immagini evocate nascono dal profondo di un animo totalmente votato alla bellezza: lo scrittore infatti insegue l’arte ma sa anche farla emergere fra le righe della sua opera. La malattia dell’infinito ha un ritmo piacevole e costante, leggero, mai noioso. La scrittura procede serena e riesce a condizionare i sentimenti del lettore con descrizioni lievi ma d’effetto, mostrando la volontà dell’autore di arrivare a segnare il campo delle emozioni, oltre a quello del puro piacere intellettuale.
Come ho precedentemente accennato, la soggettività dell’opera coinvolge anche le vite ed i gusti di quanti vengono raccontati. Fra le biografie più intense, vorrei ricordare quella di tre personaggi: Dylan Thomas, Giorgio Manganelli e Pirandello.
Il poeta di Swansea viene descritto come un ragazzo tenero e segaligno, debole e semplice. Col tempo l’alcool lo trasformerà in un uomo grasso e tozzo, ma la sua anima resterà sempre quella dell’innocente. Thomas visse nella povertà più assoluta, eppure non chiedeva altro alla moglie che “sedere nella mia capanna a scrivere, voglio mangiare il tuo stufato e toccare i tuoi seni e voglio ogni notte star coricato in amore e pace vicino vicino vicino vicino a te, più vicino del midollo della tua anima”.
Manganelli emerge per la sua estrema cortesia, l’abilità nel parlare uno squisito italiano, e la coscienza nevrotica. I fantasmi, gli spettri, i mostri di alcuni racconti altro non sono che l’esteriorizzazione delle proprie paure, dalla letteratura domate, poi invece sempre più ossessive e schiaccianti.
Dallo scrittore siciliano affiora invece il ritratto di un uomo consunto dall’amore. Le numerosissime lettere a Marta Abba raccontano la vita di un’anima devota ad una donna soltanto perché simbolo di ciò che credeva fosse indispensabile alla vita, ovvero la passione.
Altre figure, nuove opere richiederebbero l’attenzione dovuta: il libro di Citati è inesauribile, un susseguirsi di esperienze ed emozioni. L’ultima parte, non casualmente, è intitolata ‘Ricordo di amici’, quasi ad indicare il contenuto del libro intero, perché ogni qual volta si viene rapiti dalle parole di uno scrittore, seppur lontano o di altra epoca, si crea inevitabilmente un rapporto di profonda intimità. In questo commiato Citati parla di Gadda, Bertolucci, Gallo, Croce, Crommelinck ed altri, e la conversazione rimanda alle pagine di un diario, per il tono malinconico, per il dolore che l’assenza provoca. Egli afferma che non teme la morte, ma quella degli amici resta sempre inaccettabile, perché sottrae conversazioni, volti, affetti insostituibili.
Forse la soluzione suggerita da Citati sta proprio nell’ammalarsi di infinito: attraverso la letteratura ciò che la vita disperde viene in qualche modo sottratto al tempo e l’eterno gioco di vita/morte trova un senso: “se gli altri uomini si affrettano a togliere dalla vista ogni ricordo della nostra follia, della nostra debolezza, della nostra mortalità, chi racconta indaga appunto la follia, la debolezza, la morte”.

Imago Mortis

Posted: 20 gennaio 2009

Recensione di Mirko Zilahi De’ Gyurgyokai

regia di Stefano Bessoni– Italia, Spagna 2009 – durata 109’

Stampa questo articolo

Imago Mortis

Seconda metà del XVII secolo. Girolamo Fumagalli, alchimista, scienziato, quasi negromante, si dedica allo studio d’un’invenzione che avrebbe rivoluzionato la scienza e la filosofia a venire: la tanatografia. L’ossessione per la morte e i suoi segreti porta ad una scoperta sconcertante: rimuovendo la retina è possibile imprimere a stampa l’ultima immagine rimastavi prima del decesso.
Così Fumagalli crea un congegno meccanico, stile inquisizione, il tanatoscopio appunto, che infilato sul capo della vittima a mo’ d’elmetto, dà morte immediata e indolore, sfondando di colpo le pareti del cranio e, al contempo, estirpandole i bulbi oculari. Codesta la macabra premessa.
Si passa all’oggidì. Nella scuola di cinema “Murnau” è tempo d’esami di fine corso e il severo professor Olinsk assegna fotografie a tema (morte, destino, verità, ecc..). Fra gli allievi internazionali, stanno Bruno e Arianna, studenti di regia: lui orfano di entrambi i genitori, persi in un recente incidente stradale, è un carattere introverso ma zelante, tanto da lavorare di notte nell’archivio scolastico per pagare le tasse della scuola. Arianna è l’opposto: solare e divertente è in effetti l’unica nell’istituto a cui Bruno riesca a confidare le proprie angosce. Provato proprio dalle nottate in archivio, Bruno sembra perdere ragionevolezza e l’ipersensibilità – che nel film è un po’ tratto caratteristico sin troppo marcato dall’attore Alberto Amarilla – gli fa brutti scherzi: percepisce presenze inquietanti, visioni, e perde veloce il senso della realtà. Improvvisamente, forse proprio a causa dello stress post mortem dei suoi, Bruno inizia a vedere un ragazzo defunto; questi lo perseguita fino a condurlo alla scoperta del segreto della scuola: il ritrovamento, in una grotta nelle vicinanze, del tetro strumento. Dopo averlo portato in camera per studiarne le forme e condurvi delle ricerche in biblioteca, il tanatoscopio scompare e poco dopo anche alcuni studenti e membri della amministrazione scolastica: qualcuno sta tentando di mettere in pratica l’esperimento di Girolamo Fumagalli.
Con l’aiuto di Arianna, l’unica a non giudicarlo pazzo, Bruno ricostruisce la vicenda grazie all’anziano professor Astolfi - segregato da anni nella soffitta dell’edificio dopo la morte del figlio – e alla proprietaria della scuola, Contessa Orsini (Geraldine Chaplin).
La regia di Stefano Bessoni – “Frammenti di scienze inesatte”, corto non distribuito – recupera la lezione di Bava e Freda con un tocco d’artigiano: nella precisione dei particolari scenografici e nella bellissima fotografia (di Arnaldo Catinari) del film che nasce dalla collaborazione con lo sceneggiatore dell’horror spagnolo Luis Berdejo.
Il cast è composito: di livello - Jun Ichikawa, la Signora di http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=34773 "Cantando dietro i paraventi", l’immensa Geraldine Chaplin di http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=55573 "The Orphanage” e l’altra Chaplin, Oona, è Arianna, cui si aggiunge qualche volenteroso novizio (Amarilla e i compagni di scuola).
Nel complesso un film in cui i momenti di tensione elevata sono diversi, ma quasi sempre legati all’apparizione dei defunti o del mortifero tanatoscopio. A quest’ultimo sono delegati i passaggi più suggestivi e angoscianti, con l’esibizione dei crani disoculati delle vittime e la tensione davvero insostenibile che precede l’estirpazione degli globi. Bella la storia, anche intrigante. Il ritmo è altalenante, a volte stentoreo altre indolente. La sceneggiatura soffre di qualche passaggio a vuoto, soprattutto nella poca coerenza del finale con le numerose morti e nessuno a denunciarle.

The millionaire

Posted: 12 gennaio 2009

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Danny Boyle – Gran Bretagna, USA 2008 – durata 120’

Stampa questo articolo

The millionaire

Una storia orientale che parla la lingua occidentale: Chi vuol esser milionario? Ecco lo show televisivo più conosciuto a fare da cornice al quadro cinematografico, a tinte “courbetiane”, dai toni fiabeschi. Una galleria di immagini, dai colori vivaci e dal taglio inclemente, rievocate dal vissuto di Jamal, giovane proveniente dagli slum di Mumbai (Bombay), creduto impostore per aver risposto a tutte le domande del quiz. Uno straccione delle baraccopoli non può conoscere tutte le soluzioni del gioco – grida l’ispettore al ragazzo - , là dove professori, ingegneri, uomini di cultura non sono mai arrivati. Allora tanta conoscenza può venire solo dall’esperienza di vita, dalla strada. Così si rincorrono le immagini, i ricordi di Jamal da bambino ad adolescente, dalla povertà alla religione fino alla mafia locale. Ogni risposta esatta un ricordo del suo passato, ferite ancora aperte ma pronte per essere riscattate. La storia è solo un pretesto: una favola d’amore pronta a far commuovere anche i meno romantici, ma non è questo il fulcro del film. Tutto è giocato sull’incastro, i flashback diventano pretesti per la descrizione di Bombay. Le strade, i vicoli sporchi da sentirne l’odore, le donne bellissime, attente ai lavori quotidiani, i bambini, se non spensierati, liberi come il vento corrono tra le macchine e la folla dei quartieri più poveri.
Non c’è dubbio sul fascino particolare di alcune sequenze che il regista Danny Boyle ha sviluppato in modo magistrale rinfrescandone il ricordo nelle parole “Mumbai è un coacervo di contraddizioni. La miseria convive con la ricchezza. Gli slum (le baraccopoli) sono vicinissimi ai grattacieli abitati dalle persone benestanti, ma a tutti va bene così. Se vuoi capire l’India, non devi cercare di risolvere i suoi contrasti, devi abbracciarli. Girare negli slum non è stato facile. Era sconsigliabile, viste le dimensioni limitate delle baracche, introdurre pesanti macchine da presa, di fronte alle quali gli attori non professionisti avrebbero cominciato probabilmente a recitare in modo affettato, innaturale. Così, si è preferito ricorrere a piccole telecamere digitali. Ovviamente non potevamo programmare nulla. Dovevamo solo aspettare e fidarci, perché alla fine Mumbai ci ricompensava sempre, regalandoci qualcosa di inaspettato e sorprendente”.
Rispetto della tradizione indiana anche per il genere cinematografico scelto dal regista, sapientemente miscelato alla realtà mediatica e cosmopolita.
“Il melodramma” – ha detto – “è il genere per eccellenza dei film indiani, ho voluto rispettare la tradizione e ho fatto in modo che Jamal partecipasse a Chi vuol esser milionario? per amore di una donna. Ho pensato che così sarei stato abbastanza romantico e melodrammatico, ma la gente del posto mi ha detto che in realtà avrei potuto calcare la mano molto di più”. In The Millionaire, il presentatore del quiz televisivo è interpretato da una vera leggenda di Bollywood, Anil Kapoor. Boyle ha raccontato che ogni giorno centinaia di persone andavano sul set solo per ammirarlo e chiedergli l’autografo. Quando, a metà riprese, si è ammalato, qualcuno pregava di soffrire o morire al suo posto, affinché continuasse a lavorare. Nel film lo vediamo anche da giovane, mentre il piccolo Jamal gli corre incontro nei pressi di una latrina. “E’ la scena più bella e potente del film” – ci ha spiegato il regista – “perché esprime l’essenza dell’India. La sporcizia e la povertà che incontrano la gloria e il benessere”.
The Millionaire parte da un libro, Dodici Domande di Vikas Swarup. I diritti acquistati prima ancora della pubblicazione, hanno spinto Danny Boyle, che prima delle riprese non aveva mai visitato l’India, a far propria la sceneggiatura scritta da Simon Beaufoy. Intuito e mano sapiente anche nella direzione di tutto il cast, ove è doveroso un atto di lode per gli attori, eccezionali in tutte le età. Dev Patel, proveniente dalla serie tv inglese “Skins”, è straordinariamente sincero nel ruolo di Jamal Malik. Così come tutti gli altri, bravissimi in ogni movimento. Attori che già brillano nel firmamento di Bollywood, ma fino ad ora mai visti nel vecchio continente, peccato. Ben ritmato, appassionante, con un’azione serrata e una fotografia da far invidia ai film cult, The Millionaire convince la critica e conquista i botteghini internazionali. Vincitore ai British Independent Film Awards, premiato a Toronto e candidato al Golden Globe 2009, ammicca al premio hollywoodiano, è il caso di dire in piena globalizzazione cinematografica.

Joe Lansdale - Il carro magico

Posted: 12 gennaio 2009

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Fanucci, 2008 - euro 14,00 - pp. 176

Stampa questo articolo

Il carro magico

“Pochi anni dopo essere morto, Wild Bill Hickok venne a Mud Creek per una bella sparatoria. Io c’ero. Permettetemi di raccontarvi come andò”. Un attacco alla Stevenson, senza mezzi termini, che tira il lettore immediatamente dentro la storia, nel mondo del puro letterario, del racconto, della leggenda, per proseguire subito, dopo un accapo che è pausa ritmica di sospensione, così: “Un’ora prima dell’alba, verso la metà di luglio del 1909, facemmo il nostro ingresso fragoroso a Mud Creek a bordo del Carro Magico - Billy Bob Daniels, il Vecchio Albert, Alluce Marcio (anche detto Scimpanzé da Combattimento) il corpo nella cassa e io”.
Texas, primi del Novecento. Siamo al tramonto del far west dei mandriani, dei pistoleri, della schiavitù, resistono taluni improbabili baracconi ambulanti. È la consueta America dei film western, di Tex, se non fosse reinventata dalla lingua favolosa ed ironica di Lansdale: già autore per Fanucci di romanzi di successo - In Fondo alla Palude (2002), Atto d’Amore (2003) - ha pubblicato in Italia anche per Einaudi, Mucho Mojo (2007). “Il Carro Magico” mette in scena gli inquilini del portentoso carriaggio, sulle cui avventure s’innestano le divagazioni sempre aneddotiche di Buster, diciassettenne voce narrante iperbolica e mordace, sulla natura dei bizzarri compagni di viaggio. A partire da sé, Buster racconta, dando sfogo all’indole più noir di Lansdale, l’orribile sorte toccata ai genitori, letteralmente spazzati via da un tornado: “Anche la nostra casa si stava alzando dal terreno, con tutto il pavimento. Mi mancò di poco mentre prendeva rapidamente quota. Quando mi passò davanti, vidi mia madre. Era alla finestra. I vetri erano esplosi e lei si teneva stretta al davanzale con entrambe le mani […]. La casa fu repentinamente proiettata ancora più in alto e, quando alzai lo sguardo per osservare la scena, vidi soltanto un vortice nero che fagocitava pezzi di legno e ciarpame vario”. Per il padre una sorte altrettanto agghiacciante: “Era seduto sulla sua sedia a dondolo e reggeva la pipa in una mano. Stava ancora fumando. La veranda dove quella sedia era stata fino a poco prima non c’era più, ma lui si stava dondolando placidamente su quello che il vento aveva risparmiato. E il forcone di cui mi ero sbarazzato prima di gettarmi sulla treggia gli spuntava dal petto come un germoglio. Non vidi una goccia di sangue. Aveva gli occhi aperti e sbarrati e, a ogni dondolio della sedia, sembrava che mi guardasse e mi rivolgesse un cenno”.
Orfano, ferito e indebitato Buster abbandona i luoghi dell’infanzia e s’imbatte in un carro cui chiede un passaggio. Condotto da un grosso uomo di colore, Albert, il Carro Magico è un bizarro universo itinerante, un po’ circo, quasi teatro, forse fiera di paese: si sposta di luogo in luogo attirando gli autoctoni con le esibizioni dei propri passeggeri: il boss è un biondo cowboy, Billy Bob Daniels, che si inventa figlio del leggendario killer Wild Bill Hickok. Billy Bob è pistolero da luna park, veloce, preciso e capace d’incredibili numeri con le sue colt. È anche esperto urlatore, l’adescatore delle folle cui presenta, assieme alla propria abilità, le meraviglie del Carro magico: una gabbia-ring ove Alluce Marcio, enorme scimpanzé lottatore, affronta chiunque lo voglia sfidare; o una cassa dietro un telo che si spalanca di colpo mostrando il cadavere imbalsamato di Wild Bill Hickok ancora colle rivoltelle in pugno. Lo spettacolo si conclude con il gran finale: l’enumerazione delle infinite qualità del Rimedio universale: antiemorroidale, digestivo, anti-insonnia e contro i disturbi della vista, in realtà non è altro che acqua, colorante e whisky che favorisce ubriachezza anziché benefici reali. La conseguenza più diretta dei suoi effetti sui clienti si traduce nella sorte itinerante del carro stesso, costretto dalla fallacia di quelle promesse ad allontanarsi velocemente e nottetempo dalle città ospitanti.
“Il Carro Magico” è un lungo racconto che produce puro divertimento, tra locali maleodoranti e zeppi di figure, di tipi letterari: lo Smilzo, il vecchio sceriffo, o ancora Texas Jack, il famigerato pistolero dei romanzetti che legge Billy Bob con cui avrà a che ridire in un classico ma divertente scontro al saloon, prima del finale cruento.
Un esempio di scrittura altamente rappresentativa di un mondo mitico e assieme inventiva. L’atmosfera non è difatti da puro western: lo sono l’ambientazione e i personaggi, alcune situazioni pure, ma il sapore del libro non è mai propriamente quello delle vicende del mitico ovest americano. Lo sguardo divagante e deformante di Buster coi racconti che s’accavallano nella vicenda principale sfiora l’aura di sacralità che il genere porta con sé, ma la contamina in modo tragicomico. È invero forte lo spirito goliardico e deformante nella narrazione di codesto bel romanzetto di Lansdale (riesumato dal 1986 e probabilmente rivisto prima della attuale pubblicazione) che vive di arie favolose e assai dilettevoli al lettore innamorato delle vecchie “storie” palesemente fantastiche.

Roberto Calasso - La Folie Baudelaire Ed. italiana

Posted: 12 gennaio 2009

Recensione di Andrea Comincini

Adelphi Edizioni, 2008– euro 36,00 – pp. 425

Stampa questo articolo

La Folie Baudelaire

Ampiamente pubblicizzato sui giornali, per radio e nei talk show più attenti alle novità letterarie, La Folie Baudelaire è stato certamente uno degli eventi editoriali degli ultimi mesi. Ormai alla terza edizione, l’ultima fatica di Roberto Calasso merita la considerazione dovuta, sia per la monumentalità dell’opera, sia per la fitta rete di rimandi e contenuti di un testo “polifonico”, in cui tante singole parti si ritrovano perfettamente raccolte in un ritmo organico.
L’intellettuale affronta con estrema raffinatezza non soltanto la figura di Baudelaire, ma, come egli afferma, quell’onda che dal poeta attraversa tutto. “Ha origine prima di lui e si propaga di là di ogni ostacolo. Fra i picchi e i cavi di quell’onda si riconoscono Chateaubriand, Stendhal, Ingres, Delacroix, Sainte-Beuve, Nietzsche, Flaubert, Manet, Degas, Rimbaud, Lautréamont, Mallarmé, Proust e altri, come se da quell’onda fossero investiti e per qualche momento sommersi». Il compito di cavalcare quest’onda immensa può esser svolto esclusivamente da uno studioso con profonde doti ed esperienza del settore, e quindi risulta naturale che Calasso sia riuscito nell’impresa.
La scrittura è pressoché perfetta: il ritmo e lo stile si intrecciano in un equilibrio musicale, mentre ogni parola viene ponderata e contestualizzata. Il testo scorre amabilmente, e non cede mai, nemmeno per un attimo, alla volgarità colloquiale. Il flusso poetico non investe soltanto gli autori sopra citati, ma sembra anche informare la prosa del nostro studioso, fino a trasformare il libro in un interessante esercizio di scrittura a sé stante.
Queste incontestabili qualità tuttavia non riescono a coinvolgere il lettore in alcun processo di immedesimazione, né almeno di partecipazione.
La magnificenza stilistica cede purtroppo alla leziosità: sebbene perfettamente scritto, il libro assomiglia ad un cadavere, il quale sarebbe migliore di un corpo vivo perché immobile e ormai giunto al suo capolinea.
Ciò che appare più evidente è la totale mancanza di interesse nei confronti del lettore. Mi spiego: il lettore, nell’opera di Calasso, sembra non esistere. Egli non gli rivolge mai la parola, non perché lo sottintende, ma – a mio avviso – perché non l’ha mai considerato quale interlocutore. La prosa di Calasso infatti non è comunicativa, né si può ipotizzare che si definisca in un monologo o in un soliloquio. Vi è una assenza fisica, non giustificata nemmeno da un narcisistico eventuale giuoco intellettuale. Il discorso di Calasso non è rivolto a nessuno, o forse ad una piccola elite capace di comprendere i troppi sottintesi, i continui riferimenti ad una cultura profondamente specialistica.
L’opera non vuole essere didattica e quindi giustamente non deve obbligarsi a spiegare e notificare ogni rimando, ma l’impressione che si ha è assistere ad una confessione fra sé e sé, dove il lettore è spettatore non richiesto.
Peccato, perché il libro, come già detto, è interessante sia dal punto di vista contenutistico che da quello stilistico. Per quanto riguarda il primo tuttavia, i difetti denunciati arrivano inevitabilmente a deformare anche il messaggio, il riferimento storico, la lezione.
Il risvolto appassionante della lettura non deriva dall’autore, ma dalle parole stesse di Baudelaire. Fin dalle primissime pagine, le riflessioni più sagaci sono le citazioni del francese: Calasso non osa andare oltre, forse non gli interessa, e senza navigare a vista procede sicuro senza meta.
Affascina nonostante queste note negative l’impressionante padronanza di fatti ed eventi a cui l’autore riesce ad infondere una conturbante valenza simbolica. Il titolo del libro si rifà infatti a quelle stanze dell’ozio parigine del Settecento, e non ad una ‘pazzia’ del poeta. Questo luogo ospita tanti autori che a Baudelaire fecero riferimento – perfino involontariamente – e quindi informa i contenuti e le vite di una energia particolare, capace di suggestionare e stimolare l’immaginazione.
Come nota acutamente P. Citati, il volume coinvolge finchè l’ ideatore cerca di osservare la realtà con gli occhi del poeta: “Tutto il libro è, se non scritto, guardato da Baudelaire, perché Calasso cerca sempre di condividere l'occhio con cui Baudelaire osserva i personaggi e le figure mentali del proprio tempo e addirittura del futuro, perché Courbet e Manet sono anche pittori creati da qualche riga di Art romantique e Curiosités esthétiques. Quando l'ombra di Baudelaire si allontana, sostituita in parte da quella di Valéry, forse il libro diventa meno intenso. [...]”.
Il parere espresso è nel suo complesso più che positivo; a mio giudizio resta un vuoto dovuto ad un mancato, sentito interesse a dialogare col lettore, e ad una più serena volontà di riconoscerlo come interlocutore all’altezza.
La Folie Baudelaire resta un libro assolutamente consigliabile, sia perché investiga la storia della Parigi ‘maledetta’, sia per l’interessante esperimento di rivolgersi all’arte poetica ma anche pittorica, cinematografica: alla forza dell’arte in generale.
Questo pregio è paradossalmente anche il limite del lavoro di Roberto Calasso: interrogare continuamente l’arte, proporre innumerevoli ritratti e citazioni usando le parole dei grandi poeti dell’Ottocento e non solo, favorisce certamente la critica più benevola, ma marca profondamente il solco tra parola viva e parola morta.
Il nostro studioso rischia con troppa disinvoltura, o per eccesso di sicurezza – a mio avviso – di costruire un magnifico castello pieno di arazzi e dipinti, ma il cui accesso resta negato ed i corridoi gelidi non vedono alcuno passeggiarvi. A differenza di critici quali Manganelli, lo stesso Citati, o Magris, la cura formale per la propria scrittura è godimento esclusivamente intellettuale, e non arriva a scaldare il sangue delle vene; in questa disposizione emerge la distanza proprio da quelle stanze dell’ozio in cui Baudelaire si perdeva, ma sapeva anche far perdere ogni persona che a lui si rivolgeva.