Archivio Giugno 2008
direttore responsabile: Dr Chiara Lucarelli,
Trinity College Rome Campus
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Posted: 28 luglio 2008
Feltrinelli, – euro 7,50 – pp. 206
Dal nutrito catalogo della “Universale Economica Feltrinelli” peschiamo, quale ultima lettura di luglio, Margherita Dolcevita. Il lavoro, edito in prima battuta tra “I Narratori/Feltrinelli” nel 2005, prosegue il caratteristico discorso anticonformista benniano, i cui capitoli più riusciti risultano Saltatempo (2001) e Achille pié veloce (2004). Qui, come in tutte le prove dello scrittore bolognese, è messa in scena la battaglia tra la semplicità di un Italia che va svanendo – soprattutto paesana e contadina, ma anche culturalmente disposta - e la complessità di un mondo in cui capitale, industria e potere generano ingiustizia sociale, brutture e scostano dall’uomo l’elemento irrazionale o irregolare in favore di una, mediaticamente imposta, mezza specie di normalità.
D’altronde, la vena creativa di Benni, sempre veicolata da un umorismo dalla ritmica mirabolante (così già dalle pagine de «Il Manifesto» e «Repubblica»), ha investito argomenti di stretta attualità - i mordaci riferimenti alla classe dirigente e al sistema politico italiano in Baol (1990) - o di rilevanza politicoculturale europea – il Maggio francese in Saltatempo. Attorno all’iperbolica, fino a un certo punto, analisi sociologica del Belpaese, Benni ha costruito una progressione di testi la cui inclinazione è di stampo indubbiamente oppositivo. Codesti libri indicano, nella peculiarità dei mondi descritti (contadino, paesano, suburbano) e attraverso una prospettiva sempre ironica, le coordinate dell’obiezione ai sistemi socioeconomico e politico del nostro paese. La sostanza letteraria, fantastica, straordinaria, singolare che Benni cuce addosso ai propri personaggi – dalle “magie” antiregime di Baol a Saltatempo, che riesce a spostarsi con la vista interiore nel tempo e vedere cose successe o che succederanno, sino ad Achille, un ragazzo malato costretto su una sedia - fa sì che essi, e con i mondi cui appartengono, riproducano i contrassegni oppositivi alla realtà, tacitamente condivisa, il cui parametro partecipato è la “normalità”. L’eccentricità degli “altrove” così descritti e l’alterità dei personaggi raffigurati è parte dominante del cosmo letterario dello scrittore bolognese anche in ambiti affini a quello strettamente romanzesco: la scorsa primavera Stefano Benni è stato ospite del Palladium di Roma con una serie di letture/musica/teatro i cui i testi sono stati scelti fra autori di primo piano ma tutti alquanto singolari: Dino Buzzati, Aldo Palazzeschi, Tommaso Landolfi, Carlo Emilio Gadda, Giorgio Manganelli, Istvan Orkeny.
Veniamo a Margherita Dolcevita. Come già in Saltatempo, Bar Sport, e in alcuni passaggi de Il bar sotto il mare una parte consistente della protesta benniana è qui veicolata dalla natura ironico-iperbolica delle descrizioni degli ambienti, delle situazioni, dei personaggi. Così la protagonista dà voce al mondo marginale, quasi autonomo della propria famiglia attraverso una miscela di anticonformismo e umorismo che costituiscono la direzione e la tonalità di tutta la vicenda: Margherita vive in un mondo stravagante, lontano dalle deformità della realtà (ideologia economica in primis) e vive di sogni; la descrizione della vita bucolica al limitare della città e quella del bizzarro universo familiare si fanno notare come momenti paradigmatici; la casa è immediatamente identificata come “il nostro piccolo mondo di fiaba” e descritta col piglio scanzonato e sognante di molti personaggi benniani: “L’altalena dove i miei fratelli mi lanciavano a volte in cielo a volte in terra. La nostra automobile, piena di bozzi come la faccia di un vecchio pugile. Il giardino un po’ incolto con una magnolia, un rosmarino e un’aiuola di rose, pitale preferite di Pisolo. Un’autentica anfora romana finta, ultimo ricordo del periodo neotarocco di mio padre. L’anno scorso al suo posto c’erano sette strepitosi nanetti di gesso, ma poi mamma ha letto su una rivista che erano volgari e ha costretto mio padre a toglierli. Sul retro del giardino, potete vedere il galeone dei sogni della nostra infanzia: ovvero il garage-capannone di papà, che ha davanti due teschi di auto arrugginite, pozzanghere di benzina, lattoni, molle e altre viscere meccaniche”.
L’ambiente mesto suburbano ha il sopravvento sul ricordo di quello già campestre, in una mescolanza di immagini tra il giocoso e il melanconico: “Davanti alla casa corre la strada chiamata Circonvallazione Ovest, orlata di lampioni balbuzienti. Oltre la strada, cartelloni pubblicitari e una barricata di palazzi tutti uguali: la grigia e necessaria periferia. Dietro la casa il Grande Prato, ricordo di una antica campagna dove vivevano stalle con buosauri e aie di polli senza spiedo infilato. Il prato in questa stagione si riempie di margherite bianche e gialle, papaveri e soffioni, tarassaco e radicchio, la gramigna e le ortiche crescono a dismisura in scomposti cespugli, e oltre i cespugli si può vedere un filare di pioppi guardiani, e il rigagnolo che una volta era un fiume, mentre al di là del canneto l’autostrada sussurra il suo lamento di traffico e fretta”. Preminente la riflessione “ambientale” benniana – seguito di un discorso centrale della sua poetica – che decentra il tono umoristico per fermarsi su l’aperta polemica ecologista. Il punto di vista genuino di Margherita resta però nella creazione delle personificazioni – la maiuscola ne è il segno - della coppia oppositiva industrializzazione/natura: Circonvallazione Ovest e il Grande Prato.
Tutta la narrazione è attraversata da questo continuo confronto di due mondi antitetici. Che si riverbera anche nel confronto tra il microcosmo familiare di Margherita, genuino, semplice e stravagante - il quale produce evidenti effetti di comicità – e quello reale, esterno a quel mondo. Così nel secondo capitolo “la mia famiglia” è Margherita stessa ad esibire il canzonatorio inventario delle strambe personalità familiari. Il padre, i fratelli, la madre, il nonno, perfino il cane sono iperbolizzati nelle loro stravaganti singolarità. Codeste bizzarrie famigliari si collocano nella sfera dell’alterità dal normale, la cui “norma” è riassumibile negli aggettivi capitalistica, antiambientalista, moralista, e che a livello narrativo trova sfogo nella presentazione dei nuovi vicini, ricchi, senza cuore e ironicamente, i Del Bene..
Mentre a livello della narrazione la “verità” è scardinata grazie al rovesciamento del punto di vista “normale”, è nell’ambito delle scelte linguistiche che Benni costituisce quella che si può identificare come una vera e propria catastrofe del reale. Sul versante linguistico vanno segnalate, ancora in enorme consonanza con la stratificata poetica benniana, le chiavi di volta dell’universo oppositivo/letterario costruito dall’autore: i markers dell’alterità del mondo rispetto all’idea condivisa dello stesso: neologismi, invenzioni e combinazioni di parole.
Così, sin dall’overture, l’equazione linguaggio=universo suggerisce lo sviluppo per cui un linguaggio inventato, frammentato è il solo in grado di dar ragione della molteplicità e soprattutto dell’irrealtà della realtà che viviamo, della sua frammentazione appunto, e della finzione che la sottende: “Sono andata a letto e le stelle non c’erano più. Ho pulito per bene il vetro della finestra, ma niente da fare. erano sparite. Era sparita Sirio e Venere e Carmilla e Altazor. E anche Mab e Zelda e Bacbuc e Dandelion e la costellazione del Tacchino e la Croce di Lennon. […] Non ditemi che alcune di queste stelle non esistono. Sono i nomi che gli ho dato io. Infatti rivendico il diritto di ognuno, specialmente delle fanciulle fantasiose come me, a chiamare le cose non soltanto con il nome del vocabolario, ma anche quello del vocabolaltro, cioè un nome inventato e scelto. In fondo lo fanno tutti”.
Posted: 28 luglio 2008
regia di Gregory Hoblit – USA 2007 – durata 100’
Nel terzo millennio, Era dominata da internet e informatica in tutte le salse, anche il cinema si adegua. Ecco arrivare d’oltreoceano nelle sale italiane (1 agosto 2008) Nella rete del serial Killer.
All’interno dell’FBI esiste una divisione incaricata di investigare e perseguire i crimini su internet. Benvenuti sulla linea del fronte di guerra al crimine online, dove l’agente speciale Jennifer Marsh (Diane Lane) incappa, quasi casualmente, nel sito “Killwithme.com”. Owen (Joseph Cross), il predatore, esperto di computer mostra i suoi omicidi sul sito web e il destino dei suoi prigionieri è nelle mani e perversioni del pubblico: più contatti ci saranno sul sito, più rapidamente moriranno le vittime.
Nulla di nuovo, a dire il vero, tema già visto in Paura.com di William Malone, e se vogliamo risalire ancora più indietro nel tempo, l’idea appartiene anche ad 8mm di Schumacher.
Thriller-horror confezionato alla maniera di Saw o Hostel che trovano il loro punto di forza nell’esibizione di torture efferate e sofisticatissime. La base filosofica del coinvolgimento attivo dello spettatore nel massacro della vittima è, tutto sommato, piuttosto risaputa. Ora il voyeurismo maniacale si trasforma in un click, poco importa, visto che il meccanismo perverso è sempre lo stesso. Se aggiungiamo poi la paternale del downolad selvaggio e della masterizzazione, altro tema toccato solo in superficie, “l’ovvio” è servito.
Anche la regia risulta piatta e senza particolari sussulti. Peccato perchè avrebbero potuto elevare il film dalla media del “già visto” e diventare stimolante anche per i non appassionati. Tanto attento e meticoloso ai dettagli tecnici, il regista Gregory Hoblit dimentica però di capire e dare spessore ai personaggi. Nella sceneggiatura di Burnett Jennifer, Marsh, l’agente speciale protagonista del film, è un’eroina contraddittoria, con punte di durezza e vulnerabilità, fin troppo semplice come costruzione. Fortuna che a dare verve alla parte c’è la bravissima Diane Lane, perfetta nel mettere in campo la sua esperienza professionale. Infondo tutto il film gira intorno all’attrice, che da subito lo ha letto come un’ opera differente, dichiarando “mi piacciono i film intelligenti, con una donna che prende decisioni, non il prototipo della damigella in difficoltà. E sono stata affascinata dall’unità del cyber-crimine.”
Sicuro, nella parte del giovane killer, Joseph Cross, predatore spietato, con un lutto da riscattare. Sembianze da bravo ragazzo liceale, ma sguardo inquietante, tanto da inchiodare nella mente le peggiori suggestioni.
Griffin Dowd è interpretato dal figlio di Tom Hanks, Colin Hanks. Non male, col suo humour e vent’anni appena rientra bene nelle nuove leve di agenti degli FBI.
Sembrerebbe che Hoblit abbia voluto invece rappresentare se stesso in un ruolo da moralista, pronto ad ammonire e far riflettere sul perverso voyeurismo da internet generation. Sfortuna però che l’esecuzione generale, ci lasci pensare ad un film perfettamente confezionato ad essere incluso tra i thriller del sabato sera su piccolo schermo o tra i telefilm alla CSI.
Untraceable – Non tracciabile, titolo originale - ha debuttato in USA a gennaio di quest’anno, raccogliendo critiche spesso negative dalla stampa e dal web, ma rivalutandosi molto grazie al parere degli spettatori. Ad oggi ha incassato oltre 51 milioni di dollari a fronte di 35 spesi per realizzarlo.
In finale, dopo aver visto il film, resta da chiederci: se venisse commesso un crimine violento, lo guarderemmo? Lo guarderemmo se nessuno lo venisse a sapere? Il sito ideato nel film esiste davvero, ed è attivo: http://www.killwithme.com basta cliccare.
Posted: 28 luglio 2008
Feltrinelli, 2008 – €14,50 – pag. 190

Paolo Villaggio, genovese classe ’32, viene e verrà immancabilmente ricordato per i tragici Fantozzi o per il vile ragionier Giandomenico Fracchia e le commedie degli anni ’80.
Il personaggio è immancabilmente marchiato dalla goffaggine, la stupidità, la vigliaccheria, così ben riassunta sugli schermi dalle sue maschere. Eppure, se non ci si accontenta di uno sguardo furtivo forgiato dai prodotti più popolari, subito risalta la qualità di questo nostro attore, apprezzato da grandi registi per cui ha interpretato perfettamente ruoli davvero notevoli.
Autore di numerosissimi libri, tra cui Fantozzi (BUR 1971), Sette grammi in 70 anni. Odissea di un povero obeso (Mondadori 2003), Gli fantasmi (Rizzoli 2006), Villaggio è certamente un intellettuale di profonda lungimiranza e di grandi capacità introspettive. Sottovalutato a priori in quanto comico, egli ha saputo come pochi descrivere le manie degli italiani, la loro pochezza intellettuale, ed il cinismo soffuso.
In questo ultimo libro, Storia della libertà di pensiero, edito da Feltrinelli, ritroviamo libera e feconda la sua vena umoristica condita con la solita lucidità che rende il nostro un uomo veramente sui generis.
Tale acume intellettuale produce una grandiosa dose di cinismo, un cinismo agghiacciante. L’aggettivo è tra quelli più adoperati dall’attore, ne è profondamente e segretamente innamorato perché – a mio avviso – rivela più di altri il senso del mondo intero. Villaggio descrive l’umanità come una macchina infernale rivolta al proprio bieco godimento. A volte la sua prosa sembra perfino cattiva, ma il lettore non condanna mai le figure disegnate, perché l’autore sa tracciare magistralmente il profilo del mostro anche dentro di noi. Siamo tutti vittime e carnefici, e l’unico sollievo nasce dall’ironia. Una ironia perfettamente calibrata e mai abusata, diffusa in ogni pagina, rende l’opera piacevole e allegra, mai noiosa.
Il testo poteva riprendere – come titolo – quello della autobiografia pubblicata nel 2002: “Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda”, declinato al plurale, perché il nucleo centrale del libro, il filo che attraversa le vite di Socrate, Gesù, Colombo, Giordano Bruno ecc, è la mancanza totale di buon costume, regole e senno dei suoi protagonisti.
Il mondo rappresentato da Villaggio è un palcoscenico sgangherato, privo di leggi, dove dominano soltanto i vezzi dei potenti, mentre i poveri si ritrovano ad essere vittime da sodomizzare con cetrioloni, carote bollite, murene! Oppure cadono stremati sui pavimenti gelidi di carceri buie e tenebrose.
Lo scrittore è affascinato dalla forza della cattiveria, senza condividerla, questo è chiaro: i vezzi di re, imperatori – tutti dediti a ubriacarsi, passare le serate fra orge con donne, bambini, animali – narrano di un mondo sopraffatto dal ridicolo, ove giustizia viene immancabilmente sconfitta.
Storia della libertà di pensiero denuncia proprio la disfatta: non c’è onestà in siffatto mondo, né mai ci sarà. A volte appaiono dei barlumi, uomini eccezionali, ma in fondo perfino pazzi e fuori di senno.
Il libro sarebbe inquietante se tutto ciò non venisse trattato con la leggerezza e l’allegria di un comico provetto. Ecco che ogni cosa viene travolta da una poderosa risata, anche i cattivi vengono assolti e diventano simpatici, mentre i buoni sembrano solo degli idealisti mattacchioni.
Esilarante a tratti, il libro mantiene viva l’attenzione del lettore, soprattutto per certe descrizioni davvero spassose: i capitomboli di Socrate, i sofisti che filosofano pure sul deretano, Diogene frustrato e puzzolente, Cesare che parla il linguaggio dei butteri, Giordano Bruno sbattuto in carcere nel buio più totale, fino ad avere gli occhi bianco lattiginosi come un pipistrello.
Alcune figure minori sono perfino melanconiche. Villaggio conosce bene le arti della retorica, e sa alternare la risata alla mestizia. È il caso di Fabio, un portalettere che predicava le stesse speranze di Cristo, e crocifisso l’identico giorno. Sotto la croce, un centurione imbarazzato consola la madre: “Signora, mi creda, mi dispiace moltissimo. Conoscevo suo figlio, so cosa pensava e le cose che diceva in giro. È stato un uomo straordinario e non è morto invano. Vedrà, non sarà dimenticato. Mai! Di lui si parlerà anche fra 2000 anni!”
Diversa sorte invece per Gesù: “Longino si avvicinò a Maria e l’abbracciò: “erano troppo pericolose le cose che predicava, e io i giudei li conosco bene, sono animali feroci. So che ha la fortuna di avere due figli. Consideri questa tragedia solo un evento molto doloroso della sua vita e cerchi di dimenticare. In ogni caso, fra due settimane o tre al massimo, di suo figlio non si ricorderà più nessuno…”
Così è la vita…e sorte simile capita a chiunque percorra una strada differente. ‘Il libro è dedicato a tutti quelli che non sono stati creduti e che sono stati perseguitati, torturati e uccisi’: ancora una volta il serio si mischia al faceto, ed il risultato è pienamente soddisfacente. Storia della libertà di pensiero coinvolge e fa ridere, e certamente sdrammatizza ogni vicenda senza tuttavia abbandonare il lettore ad una lettura estiva in cui sembra necessario lasciarsi andare alla banalità, al vuoto pneumatico. Senza risultare eccessivamente complicato, Villaggio ci regala un libro simpatico e scorrevole, mai insipido.
Il titolo, curiosamente, non sembra il più adatto a descrivere delle biografie in cui la lotta per la libertà di espressione spesso cade in secondo piano, ma è solo l’impressione iniziale: l’emancipazione, la fuga dall’autorità, a mio giudizio, è centrale perché è la posizione auspicata da Paolo Villaggio per ognuno di noi: ciascun uomo dovrebbe avere la libertà di raccontare la sua interpretazione della storia, oltre la trama ufficiale. Questa elaborata dall’attore genovese è senza dubbi di sorta molto più verosimile di alcune versioni riconosciute e decantate...
L’aspirazione seria viene naturalmente coinvolta dall’immancabile vena del nostro, il quale ci confida che probabilmente resterà irrisolta perché ‘purtroppo è facile prevedere che una nuova, terribile, invisibile e subdola forma di dittatura ci riporterà in pochi anni a quella comoda condizione della assoluta mancanza della libertà di pensiero. Forse saremo più felici, ma vivremo incatenati in lunghe file a costruire nuove piramidi’. Auguri…
Posted: 22 luglio 2008
Rizzoli, 2008 – euro 21,50 – pp. 233
Apparentemente di difficile collocazione fra le nostre rubriche questo prodotto editoriale che si offre quale combinazione di libro e pellicola. Richiamando però esplicitamente l’esistenza sottile ma soprattutto la vigorosa arte musicale e linguistica di De André, questa “biografia musicale critica e scientifica”, va perciò inserita a buon titolo nel novero delle recensioni letterarie.
Il libro “Fabrizio De André, Accordi eretici” - vera silloge di studi sull’autore - dopo una veloce prefazione all’opera, s’apre difatti con una lettera di Mario Luzi ove il grande poeta si rivolge al genovese con evidente curiosità, e ammirazione. Una considerazione tardiva, ammette Luzi, che però tenta di scusare con quella che letterariamente potremmo inquadrare come la descrizione di una poetica: quella di De André appunto. Alcuni passaggi su tutti segnano la missiva. Laddove Luzi riconosce la qualità poetica di quell’arte particolare: “Lei è davvero uno chansonnier, vale a dire un artista della chanson. La sua poesia, , perché la sua poesia c’è, si manifesta nei modi del canto e non in altro; la sua musica, poiché la sa musica c’è, si accende e si espande nei ritmi della sua canzone e non altrimenti”. Riconosce dunque un’”unità tra testo e musica” ed individua tempo e ritmo fra le componenti del linguaggio di De André.
Il tentativo dei curatori e degli autori è svelarne la complessità del ruolo, “nel cantautore c’è qualcosa del compositore, del letterato e del pensatore; ma allo stesso tempo il cantautore non può davvero chiamarsi intellettuale, poeta o musicista”, e il libro è, in definitiva, a metà fra un documento e una riflessione, raccoglie inediti e notizie sul cantante e sull’autore da tre prospettive: l’intellettuale, il poeta e il musicista. Tre parti dedicate agli aspetti più profondi, essenziali e nascosti della intricata vicenda umana e artistica di Fabrizio De André, i cui rispettivi saggi ne tentano un’indagarne sulle componenti culturali, musicali e testuali.
Nella prima sezione, “l’intellettuale”, Romano Giuffrida e Bruno Bigoni aprono con un saggio di carattere socio-politico che investe in pieno il discorso sulla modificazione delle classi sociali negli anni di De André e i suoi risvolti attuali. Fulvio De Giorgi invece ne recupera la prospettiva etico-civile ne “La storia del branco e la storia contraria”.
Al secondo capitolo della raccolta, “Il poeta”, appartengono “Frammenti di una canzone” di Ezio Alberione che individua nell’opera del cantautore genovese il filo rosso delle rerum volgarium fragmenta tale da suggerire un insieme coerente che ne fa un quasi canzoniere. Liana Nissim tenta la difficile strada dell’interpretazione del multiforme universo femminile di De André: dalla donna di strada alla Vergine, sino alla morte.
L’ultima sezione, “Il musicista” raccoglie saggi di taglio tecnico: Umberto Fiori tenta una disamina in parallelo della canzone popolare e d’autore dal punto di vista storico e, soprattutto, linguistico, alla ricerca di concomitanze e distinzioni. Franco Fabbri entra ancor più nel dettaglio musicale e linguistico frutto della perizia tecnico-combinatoria di De Andrè, mentre il musicologo Luigi Pestalozza ne “La canzone dell’altro mondo” moltiplica le interpretazioni della poetica dell’autore attraverso una lettura a tutto tondo che investe liriche musica e intimità del genio ligure.
Di rilievo l’apparato paratestuale: un’appendice con manoscritti di De André, la discografia e gli indici di tutti gli album e le canzoni. Davvero notevole.
Il dvd offre un corollario di immagini e ricordi complementari alla disamina teorica che il libro affronta: amici più o meno intimi nella vita e nella carriera del cantautore genovese ne narrano la persona, rivivono le vicissitudini del rapimento in terra sarda, ne rammemorano le qualità umane e il raro talento d’artista senza scivolare mai nella memorialistica o nell’incensazione post mortem. La voce acre e dolcissima di Fabrizio De André segna alcuni passaggi centrali del film e, in conclusione, con enfasi e rabbia, ma senza retorica, termina con quello che il pubblico non potrà fare a meno di percepire come un riferimento a se stesso, benché così non sia, da parte del grande chansonnier: “Gli artisti sono gli anticorpi che la società ha contro il potere. L’artista non deve integrarsi”.
La descrizione più bella e forse più piena della sua arte viene invece, tornando alle parole di carta, dall’altro poeta, Luzi: “Il senso dei suoi canti è anche un senso generale della vita e della società, disingannato eppure pronto a incantarsi a motivi verbali e musicali che hanno una preistoria popolare intensa e significativa”.
Posted: 18 luglio 2008
regia di David Ayer – USA 2007 – durata 109’
Ecco un altro film targato USA sbarcare nelle nostre sale. Presenti all’appello gli ingredienti della peggiore cinematografia americana: violenza, corruzione, potere, e per finire il classico giustiziere solitario. Ripetitivo anche nel repertorio di genere: gang rap, sbirri che masticano continuamente chewing-gum, scontri face to face. Tutto offerto con un certo compiacimento dell’eccesso, ma senza una vera e propria densità di scrittura. Sul banco degli imputati la “gloriosa polizia”, con annesso il Sistema, ovviamente corrotto. La notte non aspetta è un poliziesco convulso, calato nello scenario autentico della periferia di Los Angeles dove tutto è marcio e disperato, senza compromessi.
Dopo la morte della moglie, Tom Ludlow (Keanu Reeves), un poliziotto del Dipartimento di Polizia di Los Angeles, attraversa dei momenti di difficoltà. Coinvolto ingiustamente nell’omicidio di un suo collega, decide di venirne a capo. Così, costretto ad indagare su tutto ciò in cui aveva creduto in quel momento e su quelli che un tempo riteneva amici oltre che colleghi, scopre alla fine il marcio che si nasconde dietro la facciata pulita del dipartimento.
Fin troppo costruito nell’architettura urbana, da cardiopalma le sequenze d’azione e lotta tra protagonisti, il film corre sul filo della banalità, scontato, non lascia nulla di coinvolgente. Persino la ricerca del proprio “io” da parte di Reeves non ci scalfisce, debole nella sostanza e nell’etica. Sempre eclettico nelle sue interpretazioni, lo si rimpiange, però, ai tempi di Neo nella trilogia Matrix, e ancor più, accanto ad Al Pacino in L’Avvocato del Diavolo.
Il vincitore dell’Academy Award, Forest Whitaker, interpreta il Capitano Jack Wander, eccellente per la sua furia espressiva.
All’interno del cast figurano anche Hugh Laurie troppo realista per non essere cinico, Chris Evans, Jay Mohr, John Corbett, Cedric the Entertainer, Amaury Nolasco, Terry Crews, Naomie Harris, Martha Higareda.
Certo il film piacerà ai lettori del grande romanziere di polizieschi americani: James Ellroy, che, per la prima volta, si cimenta nella sceneggiatura. Tratta da un suo racconto: Street Kings – Potere di uccidere – titolo originale di La notte non aspetta, non delude per “le tinte fosche”, presenti ovunque, anche nel linguaggio troppo spesso sporco. Siamo nel nero più nero e non ci si stupisce che gli esterni assolati di Los Angeles, non abbiano fornito mai luce sufficiente per illuminarne le parti più oscure.
La regia invece è di David Ayer, alla sua seconda prova, prima in Harsh Times, sceneggiatore di Training Day. Come anticipato, usa e abusa nelle immagini forti, che perdono in definizione, sacrificando attendibilità e verosimiglianza. Resta l’impressione di una traduzione imperfetta, che tagliando battute e parole interrompe pure qualche nesso logico. Poco male in fondo si mantiene, anche se parzialmente comprensibile, l’intento del regista “Sono affascinato dalla corruzione dei membri della polizia – dice - e da ciò che può accadere psicologicamente a qualcuno cui viene affidato il compito di applicare un potere potenzialmente mortale in nostro nome. Permettere a una persona di poter eliminare una vita umana significa fornirgli un potere incredibile ed io volevo esplorare il cambiamento che chi esercita la violenza, anche se per nostro conto, deve affrontare a livello psicologico”. Peccato però che il film ruoti solo intorno alla logica perversa di un far west metropolitano: si spara prima di parlare, si viola la legge per coprire le magagne del Dipartimento, e di psicologico resti ben poco. L’introspezione del protagonista sfuma, così come tutta la pellicola che si lascia guardare ma non osservare.
Posted: 18 luglio 2008
Edizioni e/o, 2008 – euro 18.00 – pp. 416
Alla ricerca del libro per l’estate, che fosse abbastanza imponente e assieme altrettanto leggero, s’è deciso per questa nuova uscita della e/o quale romanzo ideale da portare in vacanza.
Ruth è l’insegnante di educazione sessuale presso il liceo nella provinciale Stonewood Heights, è una comune donna americana, una di quelle quarantenni molto in forma e molto confuse – alla desperate housewives per intenderci – che deve fare quotidianamente i conti col fallimento del proprio matrimonio: due figlie intelligenti e particolarmente critiche, Maggie ed Eliza e una vita mondana e sentimentale perlopiù azzerata, se si eccettuano le uscite con Randall e Gregory, spassosa coppia di amici omosessuali. Ad ogni modo una donna conosciuta e rispettata; sino alla fatidica lezione di educazione sessuale che ne consegna il nome alle cronache cittadine, e la condanna agli occhi di una comunità latentemente bigotta: spinta dalle domande dei propri studenti, a proposito del sesso orale, Ruth risponde con un semplice “c’è a chi piace” venendo immediatamente inghiottita in un vortice di biasimi morali, condanne sommarie e accuse perbeniste che le vengono mosse in primis dalla comunità religiosa del posto. Il Tabernacolo della Verità del Vangelo, chiesa evangelica di moralizzatori, grida allo scandalo e preme col preside del liceo chiedendone il licenziamento e la sostituzione con una insegnante di astinenza sessuale. Nel nutrito gruppo dei seguaci del Tabernacolo del pastore Dennis c’è Tim che allena la squadra di calcio femminile in cui gioca la più grande delle figlie di Ruth, Maggie. E così, in un’importante fine gara di campionato il coach Tim chiama a sé le giocatrici, per ringraziare tutti assieme il Signore per la bella partita disputata: alla vista del girotondo di preghiera organizzato in mezzo al campo di gioco, Ruth perde completamente le staffe e allontana la figlia dal gruppo fra male parole e avvertimenti. Inizia di qui innanzi una narrazione a due binari: uno che procede sulla vita interiore, professionale e familiare di Ruth, l’altro che percorre la linea di quella frammentaria e piena di compromessi di Tim. Due linee esistenziali destinate, nella reciproca incongruenza dei propri principi, ad incrociarsi nelle situazioni e nei destini.
Su codesta trama s’aprono due letture: una in qualche misura sociologica, l’altra prettamente letteraria. Da una parte si palesa la denuncia, dura e serissima, delle mille nuove correnti di bigottismo moralista americano, segno dei fanatismi e della chiusura mentale di una nazione spaventata dalle diversità e al contempo aggrovigliata nelle contraddizioni della propria storia recente. In tale quadro di riferimento naturalmente Tom Perrotta non può non lasciare che Ruth venga condannata: sarà sospesa dall’insegnamento e assegnata alle cure degli psicologi.
Un nugolo di comparse si muove nell’universo della provincia americana bigotta e retrograda, “le forze della vergogna e del divieto”. Di contro all’esistenza e alle difficili decisioni di una quarantenne divorziata e sola e a quella di un ex alcolista e tossico che in Dio ha ritrovato speranza ma non risposte definitive sulle incongruenze fra fede e realtà interiore. Percorsi i luoghi comuni della sciocca moralità religiosa Ruth e Tim troveranno una simile collocazione esistenziale.
Un libro che si svolge sul filo sottile dei grandi temi umani, etici e sociali occidentali: sessualità, aborto, diritti degli omosessuali di fronte alle chiusure di fanatismi di varia matrice. E si schiera apertamente contro la chiusura di un certo pensiero conservatore statunitense – repubblicano - e contro il suo “Dio della guerra e dell’astinenza, della vergogna e dell’ignoranza, il Dio che amava tutti tranne gli omosessuali e che mandava a le brave persone all’inferno se non credevano in Lui, mentre lasciava entrare in paradiso assassini e stupratori di bambini se avevano fede, il Dio che aveva creato la donna come per un ripensamento, e poi l’aveva maledetta con il dolore del parto”.
Ma l’altra lettura fornisce un’angolazione da cui l’autore pare suggerire di osservare la vicenda: quella ironica e causticamente satirica. Il romanzo è infatti innanzitutto divertente, a tratti esilarante e assieme leggero. Spassoso benché, a dispetto dell’argomento in campo, mai volgare, si costruisce sulle divagazioni mentali dei due protagonisti e sui flashback che queste portano alla luce. Le cose miglior sono i passaggi ove Tim ripensa al suo vecchio e sconcertante se stesso, se paragonato col nuovo. Al primo matrimonio Tim “si ubriacò pesantemente, spiaccicò una fetta della torta nuziale sul volto della sposa, insultò il padre di lei e fu infine ricacciato a forza nella limousine dai due testimoni dello sposo, appena un po’ mono ubriachi di lui”.
Numerosi i passi brillanti e divertenti alcune bizzarre associazioni. Il pastore Dennis presenta Carrie, giovane cristiana ligia ed osservante, a Tim, nella speranza di metterlo sulla retta via con un secondo matrimonio, stavolta benedetto dal Signore. Dopo le nozze, intuita una certa freddezza sessuale fra i due, il sacerdote presta a Tim un libro dal titolo “Sesso spinto per cristiani: il modo giusto per rendere piccante il vostro matrimonio”. All’interno, per l’incredulità dei due sposi, diversi suggerimenti e l’elenco delle pratiche concesse indicate con un pollice verso o dritto: “Prostituzione, adulterio, triangoli, orge e rapporti con bestie erano proibiti, ma per tutto il resto c’era un notevole spazio di manovra”. Dai giochi di ruolo “purché la coppia rimanesse sposata anche nello scenario immaginato”, alle foto osé ma senza concederle alla vista di alcuno se non del coniuge, alla biancheria sexy di cui i coniugi Finster – gli autori del manualetto – erano dei veri fanatici ma “ammonivano i lettori a fare attenzione quando compravano la lingerie da cataloghi e siti pagani. La vista di fascinose modelle abbigliate in modo succinto e volutamente provocante tendeva a scatenare peccaminosi sentimenti di lussuria negli uomini oltre a isoirare ingiusti confronti tra le mogli e le donne delle foto”.
Un libro in cui le contraddizioni la fanno da padrone. Quelle della collettività puritana della provincia americana, e quelle interne ai due protagonisti, Ruth e Tim, che le vivono comunque sino in fondo, evitando di tacersele e abbandonandovisi in maniera critica. Un romanzo profondo e assai lieve, sempre vivace.
Posted: 10 Giugno 2008
(Compass Records 2007)
Andy Irvine and Donal Lunny have long been recognised as prime movers in the popularisation of Irish Traditional music. From the early ‘70’s both were hugely influential in taking a tradition that had turned in on itself somewhat and introducing it to outside influences that both re-vitalised the music and made it accessible to an audience that looked outside Ireland for its musical interests. That they accomplished this without betraying the essential spirit of the music is a testament to their skill and vision. Planxty, the group that Andy and Donal along with three others founded, went on to spread the word about Irish music all over the world and it would be fair to say that it would be difficult to imagine where the music would be today without its influence. Planxty made its last album in 1982 and its various members went their separate ways, coming together for one – off gigs and a live album in 2004. Andy and Donal have each played with a number of formulations over the years. Mozaik really is a mosaic of international stars. The two Irishmen are joined by the American Bruce Molsky, a fiddler with attitude who also plays guitar, banjo and holds his own as a singer. Dutchman Rens van der Zalm contributes fiddle, guitar and a number of other instruments, while Nikola Parov, from Hungary, plays a bewildering number of instruments, many of which I’d never heard of before encountering Mozaik. Add to this eclectic mix the uilleann pipe and whistle on three tracks of former Planxty stalwart Liam Og O’Flynn and the ingredients for a multi-mood, multi-cultural experience are in place.
Irvine is obviously the prime mover here; apparently his ideal formation of musicians led to the genesis of the group. He started his musical career in the 60’s and it’s a pub that gained fame as the Mecca for Irish music in that period, which begins the journey here. “O’Donoghues” illustrates one of Andy’s strong points. He has a wonderful way of telling a story and the tale he tells of this celebrated pub would bring tears of recognition to the eye of anybody familiar with that time. Famous names that are mentioned include Ronnie Drew and other members of the Dubliners, Johnny Moynihan, with whom Andy went on to form Sweeney’s Men, the mythical Seamus Ennis and a host of others. The mood of youthful, carefree abandon is captured beautifully, as anybody who’s been to a good Irish pub will know from the line “Have yiz no homes to go to?” the cry of the harassed barman who wants to empty the pub before the Guards arrive. Another of Andy’s autobiographical reminiscences “ The Wind Blows Over The Danube” recounts his travels and loves in Eastern Europe. “Reuben’s Transatlantic Express” is a classic example of what a group of musicians, virtuosos in their own fields, can produce when virtuosity is married to a feel for music outside their own tradition. The song, an American standard from the 1880’s, sung by Bruce Molsky, careens like the train of its title across the Atlantic and takes on an Eastern European feel, with echoes of Ireland seeping into the steaming mix. The mood is calmed, momentarily, with “The Humours Of Parov” which begins with a slow, haunting violin accompanied by guitar before the piece quickens and takes on a Balkan feel, which then slides seamlessly into an Irish slip-jig, co-incidentally, in the same time signature. Yes, I know this sounds technical but the overall effect is of a group of musicians intuitively exploring and creating a wonderfully joyful and exciting piece. The same experimental approach is used on the next track “The Ballad Of Rennardine/Johnny Cuig”. A song traditionally played in 4/4 is instead played in a Bulgarian “horo” 5/8 timing, bringing a new energy to the song, the group colouring Andy’s vocals with innovative strokes at every turn.
Other highlights include a venture to the microphone by Donal Lunny on “Siun Ni Dhuidir”, a gorgeous song in Irish that is interwoven with a piece, “Mary Rogers”, titled after his mother’s maiden-name. Since it’s the first time we’ve heard Donal since the 1973 Planxty album “The Well Below The Valley” we’re being offered a rare treat here. Molsky continues the railway theme on “Train On The Island/ Big Hoedown”, another piece of Americana from the late 19th century. He has the kind of voice that comes straight from the heart of all that’s great about American folk music as he conjures up the feeling of the Appalachian Mountains, before the piece veers off across the Atlantic to take on a more Irish feel, with the band adding texture as the music builds. “The Pigfarm Suite” owes its title to the fact that it was first played in a venue in Italy that was once a pig-farm. Just one of the stand-out tracks on the album, it follows a similar dynamic to others in that begins slowly with a whistle playing a melody that could be Irish or Eastern European with uilleann pipes and other instruments joining. The piece then changes tempo as the mood becomes more definitely Balkan, creating a dynamic which would, I’m sure, be even more effective heard live. The album is rounded off as it began with a song by Andy Irvine. “Nights In Carrowclare”, originally recorded as “Carrowclare” with Patrick Street (another of Andy’s numerous musical alliances), is a beautiful ballad in the classic Irvine style. The arrangement here is slower than the earlier recording and is more effective for that. Andy’s voice has lost none of its character over the years and this track, in particular, recalls the halcyon days of Planxty.
Any musician or group of musicians playing traditional music is involved in a dual dialogue; with the past on which the tradition has been built and the present in which the engagement with an audience takes place. When musicians attempt to meld traditions it’s very easy to for the result to be a welding rather than a blending. Mozaik pass the test on both of these counts, creating a music that respects the various traditions on which on which it’s built, while presenting the audience with sounds that open the ears with their dynamism, texture and sheer joie de vivre. “Changing Trains” is an album to bring pleasure to the converted and unexpected enjoyment to anybody coming for the first time to this genre of music with an open mind.