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La Recensione - Redazione

William Peter Blatty – L’Esorcista

Posted: 31 luglio 2009

Recensione di Mirko Zilahi De’Gyurgyokai

Fazi, 2009 – euro 19 – pp 413

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L'esorcista

Torna in libreria un classico dell’horror anni Settanta, il chiacchieratissimo ed a lungo criticato “L’Esorcista”.
In un sito archeologico della città di Ninive, in Medio Oriente, viene disseppellita una statuetta: è il volto del demone Pazuzu. Lankaster Merrin, anziano archeologo oltre che prete cattolico malato di cuore, resta terribilmente turbato dall’orrido ritrovamento.
Alcuni eventi sconvolgono la quotidiana normalità di Chris MacNeil attrice che, con la figlia adolescente Regan, si trova sul set dell’ultimo suo film: nei giorni a seguire Damien Karras, un giovane sacerdote lì presente perde la madre ed è distrutto dal senso di colpa per averla abbandonata a causa degli impegni che la tonaca comporta.
Il giorno del suo compleanno, Regan sorprende la madre che telefona al padre, suo ex marito, da un pezzo in Europa, per rinfacciargli di non aver fatto gli auguri alla figlia. Poi, quella notte, la ragazza si rifugia in camera della madre: a suo dire il letto tremerebbe, impedendole di dormire.
Sere appresso Chris fa una festa a casa. Vi prendono parte Padre Dyer e il regista Burke Dennings, ma la serata è rovinata dagli improvvisi segni d’instabilità mentale di Regan, per la qual cosa Chris inizia a portarla per studi medici. Regan però non trae beneficio dalle visite e dalle cure ma anzi, pare peggiorare: in realtà nessuno dei medici comprende la causa e la natura del male che affligge la ragazza.
Poi, una sera, Chris rinacasa e ritrovando l’appartamento vuoto viene a sapere dalla segretaria Sharon che la piccola era col regista. Pochi minuti e giunge notizia dell’orribile sorte dell’uomo, precipitato dalla scalinata proprio vicino casa…
Intanto il tenente Kinderman, chiamato a dirigere le indagini, sospetta di omicidio e parte con Chris, la quale in qualche modo intuisce che dietro alla morte di Dennings ci possa essere, in qualche modo, sua figlia.
I medici intanto devono arrendersi di fronte ai problemi di Regan e, proprio in ultima analisi, consigliano alla madre di rivolgersi a un esorcista: Padre Karras, il quale va a trovare la ragazza alcune volte per poi domandare ai propri superiori l’autorizzazione ad esorcizzarla. Ma il rettore preferisce interpellare proprio l’anziano Padre Merrin, il quale giunge a casa MacNeil con Karras nottetempo. L’esorcismo però presenta grosse difficoltà: Regan pronuncia frasi con la voce della madre da poco morta di Padre Karras: sconfitto dal demonio rinuncia e lascia solo l’anziano sacerdote. Al ritorno, Damien trova Merrin morto a causa di un attacco di cuore e in un momento di furore si scaglia contro Regan ordinando al demonio di lasciare il corpo della ragazza per passare nel suo. Il demone entra in quello di Damien che si getta dalla finestra e, morendo, porta con sé l’essere maligno salvando Regan.
Pubblicato in primis nel 1971 e accolto freddamente dalla critica che ne colse unicamente l’aspetto scandalistico, il romanzo ebbe però un’enorme successo di pubblico: nei quasi quattro decenni a seguire, è stato inserito fra i migliori horror di sempre raggiungendo vette di vendita notevolissime in diciotto paesi.
Un libro che, ancora oggi, scava nel profondo della coscienza individuale sfiorando o sinanche scuotendo le recondite e taciute paure collettive: la sconfitta del corpo che perde il controllo di se stesso cui fa da immediato contrappunto interiore l’aberrazione morale e psicologica. Vi si somma la contraddizione dualistica della coppia oppositoria in gioco nella figura di Regan che, ancora non adolescente, vede il proprio corpo vergine violentato nella disputa senza freni che ne fanno Dio e Maligno.
L’Esorcista è un libro colmo di sorprese per chi ne abbia avuto una frequentazione esclusivamente cinematografica e riserva, in tal senso, molti colpi di scena al lettore di primo grado. Nell’agile traduzione di Cristiano Peddis, emendata dai difetti tonali dell’edizione italiana precedente, si riesce a gustare oggi la componente persino letteraria di codesto long seller riproposto da Fazi con una interessante prefazione di Edoardo Nesi.

Jan Watson – Asta in the Wings

Posted: 24 luglio 2009

Recensione di Mirko Zilahi De’Gyurgyokai

Tin House, 2009 - pp. 320 - $ 14

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Asta in the wings

Diviso in due parti, il romanzo è la storia di Asta (sette anni e voce narrante), Orion (nove) e la loro mamma, Loretta Hewitt. Insieme vivono in una grande casa a Bond Brook nel Maine. Le giornate dei due ragazzi sono scandite dai ritmi dei programmi TV, delle letture della Bibbia, di un manuale scolastico e del Big Movie Book. Attorno a questi tre “testi sacri” si articola il loro mondo: dalla mattina, quando la donna esce per andare a lavoro, sino al rientro a casa di sera, i due passano il tempo giocando, preparandosi pasti inscatolati o leggendo. Senza averne il minimo sospetto, abbandonati all’universo delle cose che li circonda, sono prigionieri delle fissazioni maniacali della madre, che per loro ha inventato e perfezionato un sistema di distrazione dal mondo reale, esterno. Asta e Orion vivono, da sempre, dentro quella casa. Ma la scansione perfetta e monotona del tempo all’interno dell’abitazione contribuisce all’edificazione della cortina di menzogne della madre: le finestre sono tutte oscurate perché fuori c’è “la peste”, la gente è quasi tutta morta, i corpi sono accatastati qua e là sono preda di orribili bestie. In tal senso ella costruisce per i figli l’immagine di un mondo di fuori che sa di incubo infantile, terribile e desolato e la cui unica salvezza sta nell’escluderlo, espellerlo dalla propria dimora. Così ogni mattina la madre li chiude dentro casa, a chiave. Di ciò Asta la ringrazia intimamente: si sente salva all’interno delle mura che li proteggono “dall’imperscrutabile mondo esterno”. E nell’edificio hanno luogo i rituali quotidiani che Loretta ha messo in piedi per rendere vivibile l’esistenza dei ragazzi e al contempo dare loro un’educazione: i tre libri e la tv, che si può guardare solo in certi orari (quando non si trasmettono notiziari), sono la loro realtà. A volte, di sera, i tre recitano le parti di attori nei vecchi film muti - la nonna era un’attrice, morta precocemente, da cui Loretta ha tratto la fissazione per le pose, per il linguaggio, per le citazioni cinematografiche che si fanno vere e proprie regole di vita in forma di aforismi: su tutte quella per cui “ci si può comportare come se si stesse guardando un film o come se ci si stesse recitando”. La routine, fosca ma familiare, è sconvolta da un imprevisto che interviene ad inceppare il meccanismo. La madre una sera non fa ritorno. I bambini la aspettano per due giorni. Sono affamati. Si spingono fino alla stanza di lei nella speranza di scorgerla che riposa. La camera è in subbuglio e spostando degli scatoloni trovano una lettera del padre (morto suicida), un diario della madre su cui vi sono folli confessioni sui figli e scoprono un passaggio per l’esterno che attraversano per ritrovarla. Un mondo che però si rivela immediatamente diverso da quello dei libri e della TV, nelle dimensioni delle cose, negli odori, nel significato dei segni. Così Asta viene insultata e picchiata alla fermata del bus da una ragazza e assieme al fratello è costretta a salire sul mezzo. Rimasti a bordo fino a fine corsa sono scoperti dall’autista. Orion scappa ma Asta viene presa e portata in ufficio.
Asta in the Wings – Jan Watson
Tin House, 2009 - pp. 320 - $ 14
di Mirko Zilahy De’Gyurgyokai

Nel secondo libro la storia giunge alla svolta preannunciata da Asta nell’incipit del romanzo “On the last day, the day before everything changed…”. La polizia infatti conduce le indagini e scopre presto la terribile verità. I ragazzi sono portati in ospedale: entrambi malnutriti e disidratati, Orion con problemi ai polmoni ma nessun segno della malattia che Loretta aveva fatto credere loro di avere. Poi i bambini rivedono la madre che racconta loro di aver avuto un incidente in macchina ed esser stata trattenuta al pronto soccorso, di aver trovato la casa vuota… Di qui innanzi un’escalation di avvenimenti che portano i due fratelli a conoscere il mondo “normale”: affidati a famiglie diverse, iniziano a frequentare la scuola dove manifestano problemi differenti ma enormi (Orion perde la parola), conoscono persone, amici, compagni che un poco per volta gli rivelano le cose del mondo. I due però non possono vedersi.
Il loro diviene una sorta di caso nazionale, che passa da giornali a TV e, malgrado il buonsenso che iniziano a manifestare nella conduzione della nuova esistenza, non riescono a interiorizzarlo. Fino alla fine, con una conclusione degna di un romanzo tanto intenso, l’“inside”, il mondo interiore, magari irreale ma certamente riparato, resta l’unica realtà desiderata dai bambini.
La suddivisione in due libri non solo funziona da scansione narrativa di moduli differenti, ma porta con sé una differente sfumatura lirica. Se il primo reca quasi in toto un senso d’oppressione, un’innaturale ossessione costruita sulla descrizione degli ambienti, delle atmosfere cupe e della sensazione della realtà asfittica che Orion e Asta vivono inconsapevolmente, nel secondo, complice la fuga dalla casa-prigione, la nebbia si dirada. Toccati dal candido bagliore simbolico della neve, i due ragazzini sono investiti dalla luce della verità, della realtà esterna. La prima parte ha un non so che di opprimente mentre la seconda “s’apre al mondo” acquistando nello sviluppo della narrazione ma perdendo in intensità. Nell’ambito del puro letterario la prima parte funziona certamente meglio. Stupisce nell’altra il rapporto fra i tre che rimane sostanzialmente inalterato, nonostante l’accesso alla realtà: i pensieri a distanza che Asta rivolge quotidianamente al fratello e alla madre si formulano sempre in riferimento al proprio mondo familiare, una realtà altra, appunto “inside”, personale e affettiva che resta sempre punto di riferimento psicologico della bambina.
È, in definitiva, la storia di una casa, un mondo, un sistema che vive di regole interne. Ha una sua fisica, una chimica recondita in contrapposizione a ciò che la piccola Asta individua come “the outside world”. Nell’“inside world” Asta ricorda di esser stata felice, in un modo sconosciuto alla gente “di fuori”.
Un libro di un’intensità straordinaria e irregolare. Man mano che la lettura procede si tende a perdere il senso del reale. Chi è nel giusto? Chi ha salvato le due creature dall’instabilità psichica di Loretta o la madre che ha tenuto a riparo i figli da un mondo senza senso? Certo ambe le cose. Due sono infatti le emozioni dominanti: l’orrore sottile e senza voce per la condizione coatta dei ragazzi e per la madre anormale domina la prima parte; l’infinita pietà per la donna e per i figli la seconda. Ma è una compassione che non vive degli effetti dello sbriciolamento familiare, delle rispettive difficoltà per la separazione forzata. È più il sentimento di paura che si ha nei confronti della macchina mostruosa della realtà. Un congegno che penetra l’universo affettivo e, quasi ammiccando all’idea di una cattività-scudo dalle brutture del “mondo di fuori”, rovescia completamente la sfera emotiva del lettore.
Asta in the Wings, nel 2010 in Italia per Fazi, è un romanzo d’un’intensità disarmante. Capace di suscitare un insieme di sentimenti contemporanei e fortemente contrastanti: di forte impatto per la tematica “sociale” che reca con sé e per l’inconsueta prospettiva da cui si lascia, nell’ombra, osservare.

Emiliano Ventura – Giordano Bruno - La divina eresia

Posted: 24 luglio 2009

Recensione di Andrea Comincini

Bardi Editore, 2009 - € 20,00 – pp. 220

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La divina eresia

“Il 2009 è l’anno dell’astronomia, ricorre infatti il quarto centenario (1609) della scoperta delle lune di Giove fatta dall’osservazione di Galilei. Quei satelliti vennero battezzati medicei in onore dei signori di Firenze. La scienza nascente stava, con grande lentezza e difficoltà, sostituendo il sistema tolemaico-aristotelico con il sistema eliocentrico, gli alfieri di questa rivoluzione si chiamano Copernico, Galilei e Keplero.” Questa osservazione racchiude lo spirito con il quale il nostro autore ha deciso di investigare il pensiero di un altra grande figura, non citato precedentemente, della storia umana: Giordano Bruno. La ‘divina eresia’, infatti, oltre ad essere chiaramente rinviabile all’operato bruniano, evoca un atteggiamento, una volontà di andare oltre le comuni conoscenze, per spingersi nel mondo del dubbio e dell’infinita ricerca.
L’obiettivo fondamentale di Ventura e del suo lavoro non è quindi soffermarsi “solamente” sul mondo del Nolano, ma mostrare al lettore il coraggio che attraversò – con le dovute differenze, limiti e particolarità – la storia.
Lo studioso insiste sulla comunanza di ideali che accomuna i pensatori suddetti, ovvero l’amore per una sapienza che non si ferma davanti a nulla, nella maggioranza dei casi, ma sa ribellarsi alle verità costituite, ai dogmi e alla pedanteria scolastica.
Quella di Ventura è una dichiarazione appassionata a favore della libertà, della ricerca, e dell’audacia: la scienza di cui sopra, che lentamente si stava affermando, trovò un suo campione proprio in Giordano Bruno, scienziato e martire del libero pensiero, bruciato in Campo dè Fiori nel 1600.
Il libro affronta sistematicamente lo sviluppo della filosofia bruniana, cominciando la disamina con una accurata focalizzazione delle tematiche principali: cinque capitoli dediti ad enucleare i concetti fondamentali sviluppati da Bruno, attraverso le opere e i commentatori. Va decisamente sottolineata la profonda comprensione di Ventura non soltanto dei termini temporali entro i quali si sviluppa la critica bruniana, ma anche e specialmente l’inerenza delle interpretazioni a riguardo, soprattutto nei loro obiettivi.
Intelligenti e acute le valutazioni proposte dal nostro a proposito di Yates ad esempio, fra le massime esperte di Girodano Bruno, e della tradizione magica, approfondendo l’immagine di ‘mago rinascimentale’, per superarla e offrire una visione più complessa e soddisfacente del nolano, dove la forza dello scienziato e del filosofo morale è maggiormente sottolineata.

Dentro l’eresia – Giordano Bruno. La divina eresia
(Bardi Editore, 2009 - € 20,00 – pp. 220)

Ventura ha scritto un libro piacevole e certamente facile alla lettura, qualità che non sono da sottovalutare quando ci si impegna nella filosofia rinascimentale, sempre complessa e spesso cavillosa; lo stile formale non cede alla accademicità ma acquisisce un ritmo spensierato, grazie anche ai simpatici intermezzi che, come confessa l’autore, “hanno la funzione di alleggerire lo scritto e di presentare un profilo del filosofo più agile e discorsivo, di indagare su autori e temi che siano “intonati” al filosofo di Nola.”
Suggestiva e forte la chiosa finale: “Affiora dallo scritto, come un fiume carsico, la lotta e lo scontro di un uomo contro le varie forme di potere del suo tempo”. L’espressione contiene tutto il senso della ricerca bruniana, ma custodisce anche gli intenti di Ventura, al quale bisogna esser riconoscenti per aver prodotto un lavoro che può essere giudicato ottimo per avvicinarsi al nolano in maniera seria e puntuale.
All’opera dello studioso si accompagna, a guisa di appendice, L’elogio dell’asino, per offrire al lettore una diretta conoscenza della filosofia di Bruno. Irriverente, sarcastico ma anche profondo e suggestivo, questo testo si fonde bene nello stile con il lavoro di Ventura, che in tal modo diviene una sorta di introduzione generale, sintetica e di non molte pagine, ma non per questo troppo generalizzante o scadente.
Il nostro si muove con stile fra i grandi pensatori della cultura rinascimentale, fino a raggiungere altri illustri nomi della sapienza umana: Baudelaire, Valèry, Nietzsche, e giungendo ad una analisi del teatro elisabettiano con sapienza e confidenza.
Giordano Bruno ripeteva spesso: “ La vita dell’uomo sopra questa terra non è altro che una milizia”.
Frase bellissima, purtroppo pronunciata da poche persone, che riassume non soltanto quanto precedentemente affermato, ma può essere anche applicata all’opera stessa di Ventura, che in ogni capitolo dedicato al nolano fa affiorare – consciamente o inconsciamente – l’amore per la ricerca libera, la volontà di investigare l’ignoto e combattere l’asinità imperante.
Quella di Ventura è una vera e propria dichiarazione d’amore per il nolano, e si evince dalla struggente dedica finale, che si riporta per intero, per apprezzare ancora una volta il lavoro di questo giovane studioso, così vivo e sentito: “[…] Ti ho visto chiudere gli occhi di fronte al cristo che ti mostrano, ho sentito un urlo sordo, un grido taciuto che rotola nel mio stomaco, ho sentito le contrazioni degli sfinteri quando la fiamma si è accesa. Ti ho visto lì nudo pisciare sulle cascine di legno, ho visto il corpo eliminare merda liquida tra le gambe nell’incedere delle fiamme. La gente non parla più, c’è silenzio intorno, gli spasimi del tuo corpo che non riesce a respirare hanno ammutolito anche i preti. Strano destino quello dei filosofi criminalizzati per la loro opera, per la condotta, per aver cercato la verità. Duemila anni prima Socrate è stato condannato a morte, la sua città lo ha punito. Alcuni anni dopo Aristotele lasciò la stessa città per impedirle due volte lo stesso errore […].
La speranza che tutti ci accomuna, dopo queste parole, è che la libera ricerca trovi nel nostro secolo il suo definitivo trionfo, nonostante i segnali intorno lascino pensare esattamente il contrario, ed annuncino una nuova ondata di ignoranza, crudeltà e pusillanimità. Ancora una volta, sottolinea Ventura, la conoscenza ed il sapere unite alla condotta morale potranno testimoniare la verità, così come fecero grandi pensatori in ogni tempo, così come agì Bruno, a cui questo libro concede non solo una analisi dettagliata, ma un vero e proprio tributo.

La ragazza del mio migliore amico

Posted: 24 luglio 2009

Recensione di Sonia Scorziello

regia d Howard Deutch – USA 2008 – durata 103’

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La ragazza del mio migliore amico

Siamo in estate e sappiamo quanto le uscite al cinema non siano delle più stimolanti, imperversano estati ai caraibi, commedie e commediole di ogni genere. E così nel folto gruppo abbiamo scelto La ragazza del mio migliore amico, per non farci mancare nulla. Un classico hollywoodiano condito di tutto punto: battute demenziali, volgarità di ogni genere, stereotipi prevedibili, insomma a vederne solo le prime scene anche un bambino ne intuirebbe il finale.
Costruito tutto punto su Kate Hudson il film è solo una commemorazione ai luoghi comuni e tattiche su come conquistare l’amore. Peccato per l’attrice/produttrice che finisce col proseguire la scia del successo solo con commedie dal solito target: da Come farsi lasciare in dieci giorni a Tutti pazzi per l'oro. Sembra essersi fermata e incastrata in ruoli prevedibili, a volte romantici con tentativi di brio. Purtroppo per lei la nomination all'Oscar per Almost famous è dimenticata per sempre. Anche qui non si smentisce, anzi dà il peggio. Si perde nel personaggio, non offre nulla di più alle battute tutt’altro che divertenti, non costruisce la sua Alexis che resta appesa ad una specie di parodia inverosimile. Diciamola tutta, e ricordiamo che le è valso la nomination come peggior attrice ai Golden Raspberry Awards 2009.
E che dire poi degli altri personaggi tutti uguali a quelli già visti e rivisti del mondo hollywoodiano? Iniziamo con Dustin. Imbranato e possessivo fino all’inverosimile tanto da allontanare (e non poteva che essere così) definitivamente la donna della sua vita. E’ Jason Biggs lo sfigato di turno e quasi si rimpiange il vecchio Jim Levenstein nel blockbuster American Pie – Il primo assaggio non si scorda mai.
Poi c’è Tank, il migliore amico di Dustin alias Dane Cook. Il belloccio di turno, con una dote davvero singolare. Ebbene, corre in aiuto degli amici mollati dalle ragazze facendo innamorare di sé le stesse e comportandosi così male che preferiscono tornare dall’ex fidanzato.
Si direbbe che sia nato un nuovo talento comico, l’amato Cook, almeno in America, spicca come uno dei comici più in voga del momento. In Italia invece è un emerito sconosciuto e non sarà certo quest’ultima fatica il suo trampolino di lancio.
Certo il regista Howard Deutch è davvero specializzato in questo tipo di produzioni – basti pensare all’esordio nel lontano 1986 con il cult generazionale Bella in rosa – tuttavia non riesce a dare vivacità, né a padroneggiare con disinvoltura una sceneggiatura così altalenante. Si ha l’impressione infatti che i personaggi il più delle volte parlino e agiscano senza alcuna conseguenza logica, ma solo per strappare qualche risata con gag perlopiù da televisione.
Totalmente da evitare poi la pillola di saggezza: momento d’incontro tra padre scapestrato – Alec Baldwin – e figlio in cerca della retta via. Giusto una comparsata per l’attore un po’ fuori forma. Ma va comunque riconosciuta la sua capacità nel saper sfruttare il passare degli anni. Riciclatosi in tv in 30 Rock e ricoprendo in questo film il ruolo di un padre satiro ha dimostrato di non mancare certo di coraggio.
La ragazza del mio migliore amico risulta così un’operazione troppo confusa per poter convincere; soffre di una evidente accozzaglia di temi e soprattutto di toni. Commedia romantica e volgarità in esagerazione finisce per irritare e far ridere poco.
In finale non è altro che un prodotto commerciale con l’evidente scopo di arrivare ad una porzione di pubblico il più vasta possibile e di età sempre più giovane, ma è il caso di dire forse qualcosa è cambiato.
A giudicare dai soli 18 milioni di dollari incassati in America, la miscela pare non abbia funzionato a dovere, in Italia invece ha resisto tra i primi dieci film più visti nel weekend di prima programmazione.

Tom Perrotta – Intrigo Scolastico

Posted: 13 luglio 2009

Recensione di Mirko Zilahi De’Gyurgyokai

E/O, 2009 – pp 173 – euro 16.50

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Intrigo scolastico

Dopo il buon esito de “L’insegnante di astinenza sessuale” E/O torna a pubblicare Tom Perrotta. L’ambiente di “Intrigo scolastico"è molto simile a quello della prima uscita, ma è qui più interno alle faccende scolastiche.
La tranquilla cittadina di Winwood – ancora il mondo della provincia della east coast americana che, merito della grande letteratura statunitense, abita nella memoria letteraria e filmica d’ogni lettore – è descritta da Perrotta con attenzione e leggera ironia. Siamo nel liceo di Winwood ed è tempo delle elezioni per il rappresentante di istituto: “L’organizzazione delle elezioni in un liceo non è cosa da ridere. Si tratta di insegnare la democrazia ai tuoi studenti e, nello stesso tempo, salvaguardare questo processo da eventuali brogli. È triste ma vero: se solo ne hanno l’occasione, quasi tutti i ragazzi sono pronti a imbrogliare pur di vincere. Da questo punto di vista sono molto simili agli adulti”.
Si fronteggiano Paul Warren e Tracy Flick: il primo è studente sportivo e con ottimi voti, ben voluto un po’ da tutti; la seconda un’ambiziosa arrivista dal fisico mozzafiato. Tra i due, con grande sorpresa di studenti e corpo docente si inserisce Tammy Warren, sorella minore e apparentemente insipida di Paul. La storia è riportata, in prima persona e in una rapida altalena di voci, dai 3 candidati, dal Prof, da Lisa Flanagan fidanzata di Paul ed ex proprio di Tammy dal Joe Delvecchio, bidello della scuola.
Il libro, da poco uscito in Italia, si colloca idealmente, sebbene negli States sia datato, con le vcende delle politiche statunitensi da poco concluse: “Erano le elezioni più interessanti che avevo visto nei miei nove anni a Winwood. C’era un ronzio nei corridoi, un’emozione che non si poteva ricondurre solo alla novità di una sfida tra fratelli. C’era questa sensazione in tutta la scuola che per una volta ci sarebbe stata una votazione con reali possibilità di scelta”.
La voce preponderante, almeno per la prima parte della narrazione, è quella del Prof, primo a presentare situazione e interpreti in scena: “Paul basava la sua candidatura su un’immagine visiva – lo Studente Eroe. Idealizzato in colori pastello, presidiava i corridoi come una sorta di benevolo spirito ultraterreno […] Tracy aveva scelto la via opposta. Lei non si era candidata come una studentessa, ma come una politicante professionista. […]. I manifesti di Tammy non erano neppure dei veri manifesti, solo messaggi criptici scarabocchiati su fogli di taccuino, attaccati in posti improbabili – uno schedario, il sedile di una sedia, in un gabbiotto dei bagni”.
Ambizione, malignità, crude faccende familiari s’intrecciano con pulsioni omossessuali, infedeltà per noia ed ambizione in un sistema narrativo multiprospettico che è uno degli elementi forti del romanzo di Perrotta: l’autore produce e mantiene alta l’aspettativa con un forte effetto dinamico nel passaggio del focus, sulla stessa vicenda, dall’uno all’altro personaggio.
Il libro è assolutamente godibile e di svelta lettura per l’intrinseca capacità di prendere per mano e tirarsi dietro il lettore, pagina per pagina, sino alla fine. A far da padroni della scena sono i piccoli e grandi scandali elettorali, le storie dei giovani e sin troppo maturi adolescenti, e gli intrighi fra insegnanti e studenti, anche di carattere sessuale, che sconvolgono, con effetto domino, la vita sociale perbenista dei nuclei familiari di Winwood.
La prosa di Perrotta è a suo modo un unicum di abilità assieme narrativa e dialogica in grado di toccare, con altissima frequenza, i ritmi serrati tipici della sceneggiatura.

Coraline e la porta magica

Posted:13 luglio 2009

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Henry Selick – USA 2009 – durata 100 ’

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Coraline e la porta magica

Per noi “adulti” ancora legati al mondo fiabesco e magico delle animazioni ecco una piccola gioia da vedere, Coraline. Dal geniale Henry Selick è nata una bimba arguta e vivace di 11 anni. Ha la voce di Dakota Fanning (versione originale) e fa rivivere un po’ la nostra infanzia, ai ragazzi che si sentono trascurati da mamma e papà, invece, offre qualche riflessione in più.
Film d'animazione realizzato con la tecnica della stop-motion è basato sul libro scritto da Neil Gaiman ed illustrato da Dave McKean.
Certo il regista ha lavorato a stretto contatto con lo scrittore riuscendo a creare un’opera personale ma anche differente dal libro. “Ho cercato di allontanarmi un po' da quello che ha fatto Neil in modo di riuscire a trasformare il libro in un film, perché è un grande e meraviglioso libro – dichiara il regista – l'ho seguito passo passo ed è stato difficile adattarlo per unirlo a tutto quello che ho fatto con Neil. Voglio dire, lui è incredibilmente pieno di talento tanto da intimidire. E' un fine scrittore.
Ho cambiato delle cose e introdotto nuovi personaggi. Ho ampliato e ridotto parti, ma sempre quando ho potuto, ho tenuto le cose del libro rispettandone i toni. Gaiman è stato contento. Ci siamo trovati d'accorto che questo è un film e non un libro. Dopo gli ho mostrato come sarebbero apparsi i personaggi. Non è stata propriamente un'interazione continua, più che altro regolarmente gli mandavo un po' di cose. Aveva sempre uno o due commenti e andavano sempre bene tranne in un caso: la voce del gatto non gli è piaciuta... perché avrebbe voluto doppiarlo lui stesso. A parte questo, ogni sua annotazione è stata giusta e fattibile. E' grande. E' favoloso collaborare con lui."
Così è nato il piccolo capolavoro in 3D, dove la tridimensionalità è solo un pretesto al servizio della storia, nessuna ostentazione di oggetti in rilievo o angolature forzate. In fondo riprende la natura stessa del racconto, costruita su un mondo doppio e dalle mille sfaccettature. Coraline, sorella minore di Jack Skeletron – Nightmare before Christmas, è alle prese con una casa nuova, genitori impegnati dal lavoro, un ragazzotto un pò strano e una porta segreta.
Spinta dalla delusione di ciò che la circonda, varca la porticina misteriosa e come per incanto i suoi sogni diventano realtà. Ma la perfezione dei desideri nasconde il suo lato oscuro che certo andrà capito e affrontato.
C’è un pizzico di Pinocchio, un pochino di Alice nel paese delle meraviglie, ma il risultato è tutta un’altra storia.
La costruzione degli ambienti è completamente diversa, così come il personaggio è più maturo, indipendente, del tutto originale, per dire “anche le favole vanno al passo con i tempi”.
Coraline ci parla della differenza tra fantasia e realtà, dei desideri impossibili e dell’illusione in cui siamo pronti a vivere ogni giorno pur di non vedere le cose come stanno.
Il film è complesso ma molto affascinante ci porta nel turbolento mondo dell’infanzia, ma ci fa meditare anche sull’amore ossessivo malato “dell’altra madre”. Certo non rassicurano certe scene, né tantomeno è adatto per un pubblico di età inferiore ai 12 anni. Ma a noi piace lo stesso. Piace la riflessione che porta in sé, la realtà parallela dai mille colori e forme, il riferimento al “gran teatro del mondo” con analisi dell’essere umano. Va letto e capito questo piccolo gioiello, cosicché il paese delle meraviglie non resti solo un desiderio di perfezione.
Insomma, non fatevi ingannare! Sembra un film per bimbi, realizzato con i pupazzi animati, ma non lo è. Incredibilmente adulto, ribalta la struttura della fiaba per affrontare temi e problemi decisamente “da grandi”.
E questa volta pare che Selick abbia fatto centro. Se infatti negli anni ‘90 ha diretto James e la pesca gigante, con poco successo, oggi è l’ora del riscatto.
Già nella prima settimana Coraline e la porta magica si è piazzato in testa al box office Italia, scalzando dal primo posto il cineombrellone Un’estate ai Caraibi. Agli spettatori lasciamo le conclusioni.

G. Orlando e S. Vitale, a cura di - Amore Non Ne Avremo

Posted: 13 luglio 2009

Recensione di Andrea Comincini

Navarra Editore, 2008 - € 5,00 – pp. 46

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Amore non ne avremo

Nel lontano 1990 le poche carte sfuggite alla perquisizione compiuta in casa di Peppino Impastato sono state pubblicate da ILA PALMA e da tempo il libro è introvabile e fuori commercio. Il patrimonio salvato sarebbe quindi andato perduto se Guido Orlando e Salvo Vitale non avessero deciso di riproporlo per intero, arricchendolo di una nota introduttiva e di una breve biografia molto importanti. ‘Poesie e immagini di Peppino Impastato’ rappresenta quindi uno dei rari documenti a proposito del giovane siciliano ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978; oltre ad esso, ci informano i curatori, è stata da poco pubblicata un'altra opera che raccoglie tutti gli scritti, ovvero ‘Lunga è la notte’, a cura di Umberto Santino.
La collezione di poesie è databile fra i 20 e i 22 anni del giovane, ed alcuni versi risentono del breve esercizio senza tuttavia perdere di intensità o bellezza. In questi emerge forte una vena artistica certamente felice, e si respirano atmosfere decise e commoventi.
L’arte di Impastato soffre di un dolore lirico intrinseco e devastante: anche le espressioni più briose, quelle leggere e sorridenti, raccontano di un uomo al centro di un abisso. Forte nella sua attività politica, deciso oppositore della mafia e di ogni tipo di clientela, Impastato sembra riversare sul foglio il peso di questa responsabilità, luogo in cui le energie scaricano la tensione e l’amarezza.
“Appartiene al suo sorriso/ l’ansia dell’uomo che muore,/ al suo sguardo confuso/ chiede un po’ di attenzione, /alle sue labbra di rosso corallo/ un ingenuo abbandono,/ vuol sentire sul petto/ il suo respiro affannoso;/ è un uomo che muore.”
In tale malinconica confessione troviamo tutti gli ingredienti che rendono le poesie di Impastato vive e toccanti. La malinconia del viso sorridente sembra trattenere a stento le lacrime per una consapevolezza più profonda, sconosciuta ai più. Un attimo di attenzione viene chiesto, nulla oltre, uno sguardo che riconosca l’umanità sul volto delle persone.
Oltre a chiari elementi personali e intimistici, si intravede anche l’istinto dell’animale politico. La sua vocazione a combattere e a non piegarsi emerge in queste parole: “Il comunismo /non è oggetto/ di libera scelta intellettuale,/ né vocazione artistica: / è una necessità/ materiale e psicologica”.
Poche parole per comprendere quanto vissuto pubblico e privato si intreccino, e trovino in comune proprio quella attenzione di cui sopra. Si tratta, a mio avviso, di un interesse duplice: da un lato lo sguardo verso se stessi, l’interiorità; dall’altro, il mondo esterno, le battaglie sociali e d’emancipazione.
Entrambe richiedono una attenzione all’uomo in quanto tale, trama inestricabile di relazioni psicologiche e sociali, ma soprattutto centro di fragilità e riscatto insieme. Questa energia appare in tutta la vita di Peppino Impastato, dalla sua adesione a Lotta Continua alle battaglie radiofoniche per deridere la mafia e le cosche locali. Il bel film a lui dedicato, I Cento Passi, di M. T. Giordana, offre un pregevole ritratto dell’uomo in conflitto fra dolcezza istintiva e intransigenza morale, perché l’affascinante figura di Impastato comunica esattamente questa malinconica purezza, e quindi commuove e tocca le corde dell’anima nel profondo.
Tutta la sua vita è stata uno scontro fra la rigidità di un padre in odor di mafia e la necessità di esser compreso e protetto, fra paura della solitudine e consapevolezza di dover agire esattamente come lui agì per cambiare le cose.
Nelle poesie si sente una inquietante presenza mortuaria, quasi che descrivere la vita, anche nei momenti più piacevoli, lasciasse sempre degli strascichi tristi, tipici degli uomini capaci di arrivare all’essenza del proprio essere.
Sebbene quindi Peppino Impastato sarà ricordato giustamente per la sua battaglia contro la mafia e le ingiustizie, e per la tragica morte, questo ragazzo ci ha lasciato delle carte in cui non va sottovalutata la presenza del grande poeta, del pensatore, dell’artista: “Seduto se ne stava/ e silenzioso/ stretto a tenaglia/ tra il cielo e la terra/ e gli occhi vuoti/ fissi nell’abisso.” O ancora: “Gli uomini guardano il cielo/ e si stupiscono,/ guardano la terra/ e si muovono a pietà,/ ma, stranamente,/ non si accorgono di loro stessi.”
Bastano poche parole a comunicare la profonda umanità di un siciliano amante della vita e della sia terra, forte e fragile allo stesso tempo. È lui stesso a confessarci il perché: “Ecco cosa succede quando un bambino vuole imitare i grandi: rendere indecifrabile la loro imbecillità”.
Questa collezione di parole e immagini è un regalo che il lettore non deve assolutamente perdersi, per comprendere l’uomo e la sua lotta, e scoprire anche il segreto del titolo di una raccolta che, seppur parla di un amore assente, certamente tale assenza non riguarda né riguarderà mai Peppino Impastato.