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La Recensione - Redazione

Lower City

Posted: 28 Giugno 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Sérgio Machado, Brasile 2005 – durata 100’

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Lower City

Storia difficile da raccontare, questa scelta da Sérgio Machado per la sua opera prima, protagonisti i sentimenti universali, che si intrecciano tra loro liberando il comune senso del pudore.
Così, l’amore sensuale, la passione della vita entrano nell’esistenza di Deco, Naldinho, Karinna ed è subito “delirio”. Filo rosso, ad unire la trama e la realtà dei tre personaggi, è la voglia di sentirsi amati, desiderati. Uscire dalla solitudine della propria esistenza e cercarne un senso nell’amore, nella passione, che tutto e tutti travolge.
Deco (Lázaro Ramos) e Naldinho (Wagner Moura), amici d’infanzia legati da un rapporto di stima e affetto sincero, non temono niente e nessuno, nemmeno una notte di passione trascorsa “dividendosi” una giovane e bella prostituta di nome Karinna (Alice Braga). I due continuano a vivere alla “giornata” sul loro battello, ma quando rincontrano per caso la ragazza, l’equilibrio si rompe e la gelosia prende il sopravvento. Lentamente la sua presenza si insinua nella vita dei due uomini, all’inizio col sesso, in seguito con una sorta di “amore-dipendenza”. Nessuno dei tre potrà fare a meno dell’altro, in un menage che arresta più volte lo spettatore e lo paralizza nella storia e nella passione della vita.
Impreziosita dall’ottima impresa attoriale dei protagonisti, l’opera prima di Sérgio Machado, Lower City, è un racconto introspettivo sulle declinazioni dell’amore che offre una visuale notturna, precaria e reale del bassofondo brasiliano, lontano dalle spiagge e dalla felicità dei turisti.
Narrato con passione, coinvolge senza risultare mai volgare. Il rapporto tra i tre personaggi è descritto in modo convincente ed emozionante. Film-documentario, vero, così come la vita a tinte scure, rimarcata dal degrado morale e sociale delle zone più difficili di Salvador.
Il regista costruisce alcune sequenze di grande impatto. Si muove in modo misurato, trai i corpi dei protagonisti, tra i particolari, che si snodano nella trama mai fuori luogo, mai fuori tempo. C’è tutto il ritmo dei loro collettivi battiti cardiaci, il preciso uso della grammatica di montaggio, la musica, ogni elemento è al servizio di tutti. La storia e la logica dei personaggi guida ogni decisione.
Nella lettera scritta da Machado per gli attori confida “le persone devono credere ad ogni secondo nel nostro film, se per un istante la gente dovesse dubitare che è verità, in quel caso avremmo sbagliato da qualche parte. Sono interessato a film che parlano delle persone, non di grandi eventi – questa storia non è un’espressione delle condizioni di vita, dal punto di vista delle prostitute e dei loro protettori, è una storia che racconta di gente come noi, che desidera, sente, ama, soffre, piange, si eccita, si arrabbia, prova orgasmi, è buona e cattiva, è violenta e tranquilla, credo dovremmo cercare le contraddizioni nei nostri personaggi, renderli umani e dargli vita”.
La sceneggiatura è la strada che gli attori ripercorrono per portarci lontano dagli stereotipi, verso percorsi alternativi, per giungere al cuore umano evitando banali giudizi.
Così, le immagini, i silenzi si sovrappongono, catalizzando l’attenzione spesso verso Alice Braga. Dannata dalla sua stessa carica emotiva, coinvolge per quanto è intensa. Non protagonista nel film d’apertura a Cannes, il meno applaudito Blindness, splendida in City of God, qui ancora più vivida e spietata.
Ugualmente perfetto Làzaro Ramos, tenebroso e schivo, ben racconta, col solo sguardo, la parte più sporca e viva del Brasile. Di Wagner Moura, promettente astro brasiliano, sentiremo ancora parlare, dopo l’ottima interpretazione in Tropa de elite, (Orso d’Oro a Berlino 2008) ecco un’altra prova forte, viscerale magistralmente interpretata.
La musica di Carlinho Brown ci accompagna tra i vicoli ingarbugliati dell’estrema complessità dell’anima, esplodendo all’improvviso nei respiri affannati dei corpi che continuamente si cercano. Questo è il film di Machado, realista, a volte anche troppo “latinoamericano”, consigliato pur solo per l’ambientazione ben ricostruita del suburbano del Sud del Brasile e per le tante sensazioni particolarmente coinvolgenti.
Piccola grande opera Lower City, si è aggiudicato il premio Giuria Giovani al 58° Festival di Cannes, amato, così spontaneamente, da chi è pronto sempre alle forti emozioni, sarà nelle sale il 20 giugno.

Paul Auster - Esperimento di verità

Posted: 28 Giugno 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Einaudi, 1990 – euro 7.80 – pp. 93

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Esperimento di verità

Proseguiamo sulle highway americane col discorso che investe l’opera di Paul Auster. Quest’oggi chiamando in causa un libricino quanto mai casuale, occasionale, quasi involontario: Esperimento di verità.
Ventiquattro rapidi aneddoti s’inscrivono in cinque capitoli - “Il taccuino rosso”, “Perché scrivere?”, “Denuncia di sinistro”, “Vuol dire niente”, “Il racconto di Natale di Auggie Wren” - e tutti insieme incoronano il fato a personaggio, figura principale, voce narrante.
I protagonisti della frammentata narrazione sono infatti minimi, ridotti all’osso, simboli semoventi, segni; i loro nomi fantasmi, pure allusioni foniche che riecheggiano il Calvino de “Le Cosmicomiche” e “Ti con Zero” e il Manganelli di “A e B” e “Centuria”. A. B. C. O., iniziali che sfiorano la personificazione: “C. è un uomo dalle molte contraddizioni. Disponibile al mondo e al tempo stesso impenetrabile, una figura carismatica con schiere di amici dappertutto leggendario per la sua gentilezza, il suo humour, la sua conversazione brillante, eppure un uomo ferito dalla vita, costretto a sforzi disperati per fare quelle piccole cose che la maggior parte della gente dà per scontate. Poeta e teorico della poesia straordinariamente dotato, C. è nondimeno preda di frequenti blocchi che gli impediscono di scrivere”.
Il nome, come dire l’essenza dei personaggi è ridotta al suo grado zero, restano solo gli elementi costitutivi: lineamenti caratteriali, abitudini, idee portanti e appunto una minima sigla. Tutti contrassegni strutturali che assieme privano l’attore dell’anima, facendone e un mero exemplum. Ed exempla sono i segni grafici a rilievo nel disegno del caso, punti uniti in traiettorie arbitrarie e letti, interpretati quali puri indizi.
Stupisce il carattere oggettivo, quasi cronachistico del libro - i racconti sono le foto di reali esperienze autobiografiche - che però non riesce a sottrarsi ai vincoli indissolubili della casuale combinazione di cose e fatti che è l’esistenza. Una “catena di aneddoti”, un’opera fatta di equivoci, occasioni mancate, anche per poco, e sempre rimpiante: “Per più di dieci anni, fino al momento in cui ne aveva parlato con l’amico, B. non aveva più pensato a quella donna, ma ora che era riaffiorata nella sua memoria, non poteva pensare a nient’altro. Nei tre o quattro giorni che seguirono, non faceva che pensare a lei, non riusciva a scacciare il pensiero che la sua unica occasione di felicità fosse andata perduta molti anni prima”. La sensazione dominante è quella dell’inesattezza e della casualità, anche laddove i fili del discorso, riintrecciandosi ad anni di distanza, paiono suggerire una figurazione più alta, forse provvidenziale: “Poi, quasi l’intensità di simili pensieri avesse diffuso un segnale per il mondo, una notte il telefono squillò e all’altro capo del filo c’era E.”.
Di più: alla fatalità degli accadimenti che si legano l’uno all’altro in un disegno incredibilmente coerente, si sovrappone l’esatta e costante presenza dell’errore. Lo sbaglio che produce lo scarto, la rotazione che sposta la prospettiva ed offre un’immagine inconsueta, o stravolta. A volte il fato si diverte a giocare con i protagonisti, a confonderli, perderli e infine riincrociarne i destini in guise assai varie. Così una storia d’amore finita per caso e confusasi nella variazione di un nome, o in rocambolesche situazioni a cavallo fra due continenti, trova il proprio assurdo, rapido epilogo nella coincidenza; il cui effetto non sfiora mai il drammatico, semmai volge al nonsense e all’assurdo: “Quando l’amica della mia amica domandò quale era stato il nome dell’uomo in Cecoslovacchia, capì che si trattava di suo padre. Dato che quello stesso uomo era anche suo suocero, ciò significava naturalmente, che l’uomo che aveva sposato era anche suo fratello”.
Altri gradi della contraddizione insistono a sottolineare l’irragionevolezza che domina l’universo e l’insensatezza di ogni interpretazione che se ne cerca, a dispetto di qualunque rappresentazione, infine, se ne possa trovare. L’ombra di un significato, di una direzione nella quale interpretare un’esistenza, è esclusa a priori: la combinazione degli eventi dà sempre un risultato incidentale, e l’unico verso, l’unica lettura permessa è quello del molteplice, del possibile, dell’ambiguo. Il disordine non trova mai assestamento, semmai se ne moltiplica la forza centrifuga nella direzione dell’incongruo: “C. si era duplicata. C’era una versione A e una versione B, e tanto l’una quanto l’altra rappresentavano la sua storia. Le aveva vissute entrambe in eguale misure, due verità che si elidevano a vicenda, e sempre, senza neppure saperlo, era rimasto incagliato a metà tra le due”.
Alcuni passaggi esplicitamente autobiografici, ove il protagonista è l’io a nome Paul Auster, non collaborano a suggerire neanche lontanamente un effetto di realtà; ciò malgrado l’estrema aderenza alla schietta cronistoria, la conseguente scarnezza della prosa e la minima struttura sulla quale ricama un fato ingigantito e privo di pudore nei confronti delle speranze e dei vaghi disegni mentali dell’uomo. Un destino senza freno, senza percorsi, totale e senza senso.

Claudio Magris - L’infinito viaggiare

Posted: 28 Giugno 2008

Recensione di Andrea Comincini

Oscar Mondadori 2006 – Euro 8,80 – pp. 243

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L'infinito viaggiare

Delicato nel descrivere l’impalpabile condizione umana, gentile nella prosa e nelle immagini colorate, questo bel libro di Claudio Magris, L’infinito viaggiare, racconta le storie degli uomini e delle donne viste e vissute durante una vita in pellegrinaggio.
Microcosmi che si incrociano e confondono, soggetti plurimi e indefinibili, i racconti proposti richiamano i paesaggi più disparati, dalla Spagna di Don Chisciotte alla Germania di Ludwig, dalla Slovenia fino ai Sorbi, l’Australia, il Vietnam o la Cina.
Lo scrittore triestino è il protagonista principale delle vicende: tra conferenze, incontri, spostamenti egli disegna la mappa della sua vita, e ne interpreta il significato. La prima lettura è una semplice trascrizione di capoluoghi e costumi locali, ma naturalmente questa è soltanto la lettura più semplice, quasi banale, che dell’opera si può fare.
Il libro infatti è vivace e multiforme, e disvela vari livelli interpretativi, epifanie sull’Oltre che l’umanità tutta accomuna.
Viaggiare infatti non è un atto del singolo, ma dell’uomo in generale: attraverso i mondi intorno, se stesso, gli altri. Ecco emergere il senso più intimo del testo, la scoperta dell’Io di ognuno di noi.
Quando si viaggia crollano antiche certezze, i confini sfumano, le differenze si sciolgono od infittiscono, a seconda di quanto siamo capaci e volenterosi di comprendere la vita.
Tale processo è infinito, così come infinito è il vagabondare nei nostri pensieri, le ansie, le paure. Il viaggio è simbolo perfetto di questo pellegrinaggio immanente dell’essere umano e ne raccoglie quindi i frutti, maturi ed acerbi. In questo continuo preambolo – così l’autore – si intravede ‘qualcosa che deve sempre ancora venire e sta sempre ancora dietro l’angolo; partire, fermarsi, tornare indietro, fare e disfare le valigie, annotare sul taccuino il paesaggio che, mentre lo si attraversa, fugge, si sfalda e si ricompone come una sequenza cinematografica, con le sue dissolvenze e riassestamenti, o come un volto che muta nel tempo’. Il tragitto non è semplice timbratura di biglietti aerei o coincidenze di treni in orario: metafora preziosa della vita che sfuma, cambia, si dissolve in altre forme e scova nuovi sguardi, parole, descrizioni, esso è l’esistenza stessa nella sua totalità e nella sua frazione. Come dice un grande teologo, Karl Ranher, ‘con la morte cessa lo status viatoris dell’uomo, la sua condizione esistenziale di viaggiatore’. Viaggiare quindi è vivere: dalla partenza all’arrivo, ciò che conta è godersi il tragitto, senza pensare troppo alla destinazione. Nell’atto presente, nel possesso della propria vita – qui Magris ricorda l’amato filosofo Michelstaedter – giace l’uomo persuaso, padrone di sé e finalmente libero.
Viaggiare infatti è libertà: dalla quotidiana monotonia e le sue regole, dal lavoro ripetitivo e ottuso, anche dalle persone amate per sentire la solitudine, a volte fonte necessaria per dissetarsi attraverso le sorgenti della creatività. Attraversare la vita ci emancipa dalle banalità della società moderna, i suoi ritmi insulsi, le offese giornaliere. È attraversare il confine con un bagaglio leggero, quello della voglia di capire, vivere, essere autenticamente in cammino.
Il confine è un altro elemento sempre presente nell’opera di Magris. Attraversare un Paese vuole anche dire emanciparsi dai propri pregiudizi e dalle facili generalizzazioni. Quante volte accomuniamo persone e popoli sotto i vessilli dei luoghi comuni? Ebbene, la lettura di questo libro ci fa provare un inconfessabile senso di vergogna, perché la vita vera, quando viene descritta e si ha il coraggio di guardarla in faccia, racconta mille storie di uomini e donne differenti, audaci e deboli, colti ed ignoranti. Etnie sconosciute dalla grandissima umanità, come i Sorbi o i Bisiaci, e grandi genti quali gli ebrei – incommensurabilmente inclassificabili in stereotipi tanto quanto gli stereotipi stessi che subiscono in ogni epoca – ed ancora Vietnamiti, Caucasici, Cinesi che adorano l’italiano e lo studiano con passione maggiore di un Fiorentino o di un Romano, tutti questi volti si trasformano nel bagaglio che il viaggiatore porta con sé a casa. Ma quale dimora?
“Chi viaggia è sempre un randagio, uno straniero, un ospite; dorme in stanze che prima o dopo di lui albergano sconosciuti […] e così comprende che non si può mai veramente possedere una casa, uno spazio ritagliato nell’infinito dell’universo, ma solo sostarvi, per una notte o per tutta la vita, con rispetto e gratitudine”.
Viaggiare è prima di tutto conoscere socraticamente se stessi, comprendere la labilità dell’Io, essere un ‘anarchico conservatore’ che in questi microcosmi esistenziali raccoglie le esperienze del mondo e ne fa tesoro. Lo scrigno delle avventure è prezioso, e chi lo custodisce è la scrittura. Anche scrivere è viaggiare: tracce, segni, confini, ritorni. La penna dell’artista, raccoglie e nasconde, disvela e sancisce. In questa archeologia delle anime e dei corpi, nella decifrazione dell’esistente, lo scrittore salva il vissuto attraverso la sua opera, e la offre a quanti, in elettiva affiliazione, riconoscono nelle parole e nelle descrizioni dei paesaggi le orme della propria vita.
L’infinito viaggiare è metafora di una vita trascorsa nel mondo geografico, e quello parallelo della letteratura: entrambi restano luoghi deserti ed aridi se non si affrontano con l’animo giusto, che altro non è se non l’animo del viaggiatore: un uomo nel mondo, esule e in patria ovunque vada, perché, come l’ebreo, “non ha patria ma ha una patria nel cuore, che porta sempre con sé e che niente può annientare; l’ebreo inserito nella tradizione, nella Legge, nel Libro, il quale, secondo la vecchia storia, quando lo vedono partire e gli chiedono se vada lontano, risponde talmudicamente con una domanda ossia chiede a sua volta: “Lontano da dove?”, perché da una parte egli è sempre e dovunque lontano, ma dall’altra non è mai lontano dal suo centro di valori”.
Claudio Magris regala un libro affascinante ad un lettore che resterà doppiamente soddisfatto da quest’opera così vivace e leggera non soltanto per i viaggi attraverso anime e mondi dall’autore descritti, ma soprattutto per la coraggiosa sincerità con cui egli ha voluto coinvolgerci nella sua vita, tra incontri ed abbandoni, gioie e dolori, valigie perse ed amici ritrovati, perché viaggiare insieme – veramente – è condividere oltre le parole il significato più profondo che ad esse si dà. Questo è l’infinito viaggiare.

Sergio Moravia - Adorno

Posted: 28 Giugno 2008

Recensione di Andrea Comincini

Mimesis Editore, 2004 – €16,00 – pag. 158

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Adorno

Sergio Moravia, filosofo e storico della filosofia famoso per i suoi studi intorno l’illuminismo, presenta la prima antologia italiana sul pensiero di T. W. Adorno.
A differenza di molti lavori di tal genere, spesso vittime di generalizzazioni e semplificazioni eccessive o di punti di vista fortemente soggettivi e fuorvianti, Adorno. Filosofia dialettico-negativa e teoria critica della società, ha il merito di non confondere l’analisi dell’italiano dal pensiero del francofortese, grazie ad una precisione contenutistica consolidata da scelte espositive di primo livello. Il modo migliore per comprendere le dinamiche intellettuali di un pensatore è certamente la lettura diretta dell’opera sebbene possa essere complessa e difficoltosa; per tale motivo il manuale qui recensito non verrebbe segnalato se fosse semplicemente una summa di articoli o riassunti: il libro offre una esposizione completa ed esaustiva del pensiero adorniano, dalla Metacritica alla Dialettica negativa, fino alla Sociologia della musica o ai Minima Moralia. Fondamentale nella scelta è rendere il lettore responsabile della propria interpretazione, costringerlo a confrontarsi con uno dei massimi intellettuali del Novecento.
Il compito – arduo e certamente impegnativo – è facilitato dall’estrema padronanza linguistica di Moravia, a cui deve aggiungersi la limpidezza stilistica e l’efficacia terminologica. I risultati vengono conseguiti non solo grazie ad una esposizione felice e attenta, ma anche per una disposizione didatticamente ineccepibile.
Il libro si apre infatti con una introduzione molto dettagliata del nostro, in cui i punti principali del pensiero di Adorno vengo adeguatamente esposti e curati. Emerge dalla lettura un quadro fortemente sistematico, fondato su alcune linee guida e concetti chiave quali l’idea di dialettica, della irriducibilità della filosofia, della teoria critica. L’intento principale del pensatore di origine ebraica infatti è riformulare criticamente la filosofia, ma con una accezione terminologica evidentemente diversa da quella kantiana. Critico, in questo caso, è l’atteggiamento che ogni intellettuale deve avere nei confronti del reale e delle sue istanze, nonché della storia della filosofia medesima, costretta in categorie interpretative sovente fuorvianti: è il caso dell’intenzionalismo, del positivismo, del vitalismo. Ogni tentativo di riassumere la vita in un sistema è fallace, perché la vita stessa – nella sua quotidiana frammentarietà – è impossibile da esser desunta. La verità, lungi da rivelarsi una sconfitta, libera invece la proceduralità filosofica da falsi miti e concezioni fallaci, ad esempio la distinzione rigida di soggetto-oggetto o la confusione fra storia e ontologia. “[…] La storia non sarebbe più il luogo a partire dal quale le idee si elevano, si pongono in risalto da sole e scompaiono di nuovo, ma le immagini storiche sarebbero esse stesse idee e sarebbe la loro connessione ad accertare la verità priva di intenzione, invece che la verità a venire nella storia come intenzione”. A queste considerazioni se ne aggiungono altre fondamentali riguardanti l’illuminismo e la sua forza strumentale, la necessità di affidarsi a ‘micrologie’ per cogliere il movimento del reale, o le sue dinamiche.
Adorno infatti sostiene primariamente che la filosofia è essenzialmente dialettica. Tale assunto fonda tutta la sua analisi concettuale, e diviene anche l’elemento di confronto con altri intellettuali a lui distanti. Oltre alle posizione su citate, il paragone con Hegel resta il più evidente, e di certo l’imprescindibile. Egli infatti imputa al filosofo della Fenomenologia dello Spirito la tendenza a illudersi di poter afferrare, in forza del pensiero, la totalità del reale: un atteggiamento profondamente sbagliato perché rende l’individuale solo parte di un sistema più complesso e lo trasforma quindi in un che di accessorio. L’anti-hegelismo – osserva Moravia – appare tuttavia al suo massimo grado in Dialettica negativa, forse l’opera più complessa di Adorno. In essa è denunciato il falso movimento all’interno dello Spirito, in realtà solo apparente. Sembra ‘quello della società capitalistica, la quale si conserva espandendosi, ma nel mutarsi resta sempre uguale a se stessa’.
Il procedimento dialettico deve invece assumersi la responsabilità del particolare, ovvero riferirsi alla dinamicità concreta della storia, e non alla sua supposta appartenenza a categorie astratte. Qui emerge il marxismo di Adorno, la sua attenzione alla attualità dell’esistente ed al compito che la filosofia ha da percorrere nel suo farsi. ‘Compito della filosofia non è quello di scrutare le intenzioni nascoste e palesi della realtà, ma quello di interpretare la realtà priva di intenzioni […]’, nota Moravia, ricordando al lettore un altro grande pensatore dedito anch’egli a leggere la realtà attraverso micro narrazioni, aforismi, brevi delucidazioni, ovvero Walter Benjamin.
Da tali premesse il lettore non può far altro che affrontare i testi selezionati con un bagaglio robusto e la mente libera da false concezioni. Emergono quindi non solo i brani maggiormente filosofici, ma anche gli aspetti più “intriganti” della filosofia adorniana, e certo i più famosi, ovvero le riflessioni legate alla società di massa ed alla industria culturale, di cui vale la pensa citare per intero un passaggio: “L’amusement è possibile solo in quanto si isola e si ottunde dalla totalità del processo sociale, e rinuncia assurdamente – fin dall’inizio, alla ripresa ineluttabile di ogni opera, anche della più insignificante: quella di riflettere, nella sua limitazione, il tutto. Divertirsi significa ogni volta: non doverci pensare, dimenticare il dolore anche là dove viene mostrato. Alla sua base è l’impotenza – effettivamente fuga, ma non, come pretende, fuga dalla cattiva realtà, bensì dall’ultimo pensiero di resistenza che la realtà può avere lasciato”.
Come si può notare, Moravia coglie l’essenza del pensiero adorniano nei suoi punti focali, ma invece di banalizzarlo o semplificarlo, alla maniera di tanti testi che hanno la presunzione di ‘spiegare’ un filosofo, egli preferisce liberare la parola stessa perché studiare la filosofia non vuol dire soltanto – a differenza dei luoghi comuni – coglierne i contenuti, ma anche apprezzare il modo, lo stile, il ritmo in cui quei contenuti prendono forma. Questa antologia, con la sua introduzione prima e con le postfazioni successivamente, ha il merito indiscusso di rimandare al testo senza lasciare il lettore disorientato ma contemporaneamente senza pregiudicare il suo confronto diretto.
L’opera espone impeccabilmente il pensiero di Adorno, ovvero la ricerca nella realtà della differenza che fonda la vita del particolare. Tale è il compito del filosofo, una missione invero così definita: “La filosofia, quale sola potrebbe giustificarsi al cospetto della disperazione, è il tentativo di considerare tutte le cose come si presenterebbero dal punto di vista della redenzione.”

Gardener of Eden - Il giustiziere senza legge

Posted: 28 Giugno 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Kevin Connolly – USA 2007 – durata 88’

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Gardener of Eden

Quando essere fuori dal giro significa essere fuori dalla società, dagli amici, da tutto e da tutti eccetto che da se stessi: questo è Gardener of Eden. Storia suburbana, di quotidiana violenza, in cui la legge è elastica e il mantenimento dello status quo è l’unico vero obiettivo collettivo.
Adam (Haas), giovane venticinquenne, ferma accidentalmente uno stupratore, da lungo tempo ricercato, rimane, poi, talmente impressionato dal gesto da convincersi che la sua vocazione è quella di diventare un “eroe metropolitano”. Respinto però dal “Sistema”, che non gli permette di diventare poliziotto, Adam cerca di uscirne, facendosi vendicatore solitario. Così, l’eroe vero, quello senza costume e senza poteri, è guardato con sospetto, quando non con aperta ostilità o derisione.
Sul filo della comicità e del dramma, la pellicola parla coraggiosamente di valori e di etica. Il protagonista ha una sua personale visione del mondo, forse un po’ eccentrica, ma decisamente onesta. E lì, il pubblico si ritrova e si riconosce, in quella prospettiva straniata, quasi da fumetto, ma giusta, profondamente leale. Certo, è facile chiedersi quale sia il confine oltre il quale cercare di fare del bene possa divenire ossessione e danno. Ma, è altrettanto facile abbandonarsi all’idea di quanto sarebbe bello assumere con forza le convinzioni del piccolo eroe. Quanto coraggio per sbarazzarsi dei luoghi comuni, che a volte ci integrano in un sistema dove chi paga è sempre il più debole.
Il film sembra scritto “tutto d’un fiato”; la velocità di battitura dello sceneggiatore, il montaggio va di pari passo con una trama ricca colpi di scena. Segue i fotogrammi della mente del protagonista tra fantasia da supereroi e una realtà deludente e scialba.
La commedia “nera” segna l'esordio alla regia di Kevin Connolly. Regista “discontinuo” dall’innegabile talento e immaginazione, capace di dare voce e corpo alle nostre più recondite voglie di giustizia. Mantiene freschezza e vivacità con l’ironia. Comicità e leggerezza danno vita a personaggi che non sempre si prendono sul serio fino in fondo, ma sempre illuminati, incastrati nella loro logica. Anche Vic (Giovanni Ribisi), perfetto e nevrotico, il male da estirpare di Bickleton, ha la sua coerenza: in un mondo dove non ha ricevuto altro che male, è giusto seminare vizi e corruzione.
Infondo l’idea che il regista ci vuole mostrare non è una presa di posizione, quanto piuttosto la vita di una cittadina tranquilla, con i suoi mostri e la sua normalità. La stessa idea che viene dall’opera dello sceneggiatore, Adam “Tex” Davis. Entrambi infatti hanno vissuto in quell’atmosfera tranquilla e provinciale che caratterizza la scena di Bickelton. Ma quello che troviamo soprattutto in questo film è il misto di ironia della sorte, tragedia, comicità, tristezza, relazioni anche insolite tra le cose che è la realtà.
E così il percorso narrativo, con finale parzialmente a sorpresa, non denuncia tanto l’assenza di eroi, quando piuttosto l’impossibilità della loro esistenza reale, malgrado gli sforzi e i buoni propositi.
Ottima la performance di Lukas Haas, miscela ribellismo e ingenuità con un talento formidabile. Complici anche le sue fattezze, e un viso molto particolare, che può essere contemporaneamente goffo e determinato. Tra i migliori giovani attori del cinema underground americano, ha ottenuto riscontri anche dalla critica, che ha scomodato paragoni con il Travis Bickle di De Niro in Taxi Driver.
Presentato con successo all’ultimo Tribeca Film Festival, Gardener of Eden resta un “assolo” originale che merita di essere visto.

Eric-Emmanuel Schmitt - La Sognatrice di Ostenda

Posted: 28 Giugno 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Edizioni e/o, 2008 – euro 16,50 – pp. 209

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La sognatrice di Ostenda

Subito un’annotazione tecnica: un libro ben scritto abbisogna d’una traduzione perfetta che sia il giusto mezzo fra rigore ed arbitrio: il rigore della sintassi col suo precipuo ritmo da riprodurre e l’arbitrio che concede al traduttore una certa libertà nell’accostamento fonico delle parole da rendere in un differente sistema di segni linguistici. Se La sognatrice di Ostenda arriva al lettore italiano con la forza della sua prosa attraente pressoché intatta, ciò lo si deve all’ottimo lavoro d’orecchio e di vocabolario di Alberto Bracci Testasecca.
Cinque racconti di varia misura ma della medesima densità cromatica compongono l’indice di codesta nuova uscita di Schmitt. Nella prima storia, da cui il titolo all’intero volume, uno scrittore - figura ricorrente e autobiografica - giunge sul mare del Nord nelle Fiandre, a Ostenda, alla ricerca d’un’atmosfera discosta ed equorea che spazzi via gli ultimi frammenti d’un dolore amoroso. Ad affittargli un intero piano della propria villa ottocentesca è l’anziana Emma Van A. il cui “lungo e pallidissimo viso poggiava su un collo sottile; la pelle, più che rugosa, appariva logorata dagli anni; i capelli, un po’ bianchi e un po’ neri, non formavano un insieme grigio ma bicolore, a ciocche contrastanti. Per posa, o forse per l’età, teneva la testa inclinata da un lato, con l’orecchio vicino alla spalla sinistra e il mento sollevato verso la spalla destra: un modo di osservare obliquo che le conferiva un’aria attenta, in ascolto”. La donna, costretta su una sedia a rotelle, passa le giornate dinnanzi una finestra, lo sguardo all’opaco continuum cielo-mare, in compagnia di un libro della sua smisurata biblioteca di classici: una collezione di capolavori continuamente riletti. Benché lontani per generazioni e gusti letterari, poiché Emma non legge novità editoriali per non restarne delusa e nella sua libreria vive come in un museo ove si sente protetta, i due si trovano da subito in forte empatia. A dispetto della condizione di salute e dell’età avanzata, la personalità e il fascino della signorina Van A. divengono il centro dell’attenzione e della curiosità del protagonista completamente stregato dalla misteriosa donna, vetusta ma ancora sognante. Ma accanto al sogno sta appunto il mistero, quello d’un’esistenza che, a dire della cinica nipote di Emma si sarebbe consumata nel completo isolamento affettivo, senza un uomo, senza un amore che non fosse letterario, o inventato. Chi è allora la sognatrice di Ostenda? Una volta la bimba cresciuta col padre nell’Africa nera. Oggi una donna che coltiva con paziente meticolosità la propria solitudine: “Straripante di vita interiore, divideva se stessa tra le pagine di un romanzo aperto sulle ginocchia e l’afflusso di sogni che la sommergeva ogni volta che sollevava la testa verso la baia. […] Leggeva per non andare alla deriva da sola, leggeva non tanto per riempire un vuoto spirituale quanto per accompagnare una creatività troppo potente. Usava la letteratura come un salasso: per evitare la febbre…”. O forse no? E magari nasconde un segreto tanto intimo quanto tremendo nella memoria o solamente nell’immaginazione di un “amore totale”.
Se Emma Van A. pare abbandonare la realtà per rifugiarsi in un universo personale e chimerico, i personaggi dei quattro racconti restanti sono vittime della sottile linea che corre fra reale e realtà psichica, in un continuo ribaltamento di prospettive che, in ultima analisi, non concede il bene di una visione ultima o definitiva. Così il professor Plisson, docente di storia in “Cattive letture”, è famoso fra colleghi e studenti per il proprio rifiuto di leggere romanzi, considerati una perdita di tempo, un’attività inutile e dannosa. Nella letteratura, molto manganellianamente ma qui in senso dispregiativo, Plisson riconosce “il reame dell’arbitrario e del tutto è possibile” luogo ideale non adatto per le persone serie come lui che ha scelto il reale, il razionale, la tranquilla linearità degli studi storici. Ma in vacanza in una villa sperduta di campagna, in una notte di rumori inconsueti, una crisi di panico fa scattare l’interruttore: incuriosito dal romanzo della cugina riscopre il mondo degli infiniti possibili della letteratura, dell’irrealtà. Riconosce nel proprio percorso infantile gli spaventi orribili della solitudine, e rammenta la scelta che fece allora: seguire i sentieri della realtà, farne un elemento difensivo abbandonando conseguentemente la via del fantastico, dell’immaginario. Grazie a questa autocomprensione e all’accettazione del non reale, dell’irrealtà immaginata e fantastica del thriller, Maurice Plisson scopre, o meglio letteralmente svela, la realtà della condizione umana.
In “Delitto perfetto” è ancora la soggettività del percepire, la parzialità dell’angolatura al centro della scena: Gabrielle uccide l’adorato marito Gabriel gettandolo in un crepaccio. Con algida sicurezza affronta due anni di processo che la vedono come principale accusata. Ne esce vincitrice ma minata da orribili dubbi. Le ragioni che l’hanno spinta a quel gesto estremo le si rivelano infine come una concatenazione di allucinanti casualità e il presunto vile segreto del marito - una misteriosa scatola in soffitta, che rivela un tocco alla Poe - un dolce luogo della memoria di coppia. E la realtà diviene immagine deformata dalla psicologia d’una donna insicura.
Ne “La guarigione” la prospettiva stavolta è quella “a-visiva” di Karl, fascinoso fotografo di modelle divenuto cieco dopo un incidente d’auto. Grazie alla quotidiana galanteria e alle attenzioni che presta a Stéphanie, infermiera insicura e segretamente innamorata di lui, riesce, sebbene involontariamente, a maturare in lei un’autostima attraverso la quale le si svela che “il filtro sminuente con cui guardava se stessa la derivava da quella madre troppo narcisistica che si era autoproclamata canone di bellezza”. Ciò in un paradossale meccanismo di rovesciamento per cui il non vedente “mette a fuoco” le qualità, anche fisiche, che Stéphanie non riesce a individuare, a causa del velo autoprospettico impressole dalla madre.
Il testo si chiude con la signora Steinmets protagonista silenziosa e diafana di “La donna con il bouquet”, una vecchina che da quindici anni aspetta qualcuno al binario 3 dell’incolore stazione di Zurigo con un mazzo di fiori in mano. Un altro romanziere di successo se ne avvede e inizia a indagarne i motivi. Senza successo però. Fino al giorno dell’inspiegabile scomparsa della signora dalla banchina. La figura aspettata a lungo, raccontano i testimoni in stazione, era finalmente arrivata, un uomo alto, senza valigia e con un lungo cappotto scuro l’aveva riconosciuta e finalmente riabbracciata. Poi l’aveva portata via sotto braccio. Per sempre.
Finalmente una pubblicazione in cui sotto le molteplici fogge dei personaggi in campo la vera protagonista è la letteratura. E il discorso metaletterario di Schmitt attraversa più o meno i pensieri di tutti i protagonisti. Una letteratura che, wildianamente, sfida la vita: “La vita ci frantuma a colpi d’accetta, ci disperde, ci vaporizza, ci rifiuta la purezza del tratto. Nella storia della dama con il bouquet, la cosa singolare era che la vita riacquistava la sua forma, la vicenda di quella donna aveva la purezza della letteratura, la sobrietà dell’opera d’arte”. E ancora, come per le considerazioni del prof. Plisson, anche nelle battute finali de La sognatrice di Ostenda v’è una dichiarazione che potremmo dire di poetica: laddove lo scrittore dice a Emma di sentirsi legato a lei in modo particolare come un “fratello nella menzogna, un uomo che ha scelto, come lei, di favoleggiare. Oggi, in letteratura, si dà valore alla sincerità. Che scempiaggine! La sincerità è una qualità solo nei verbali di polizia o nelle testimonianze giurate, e anche in questo caso è un dovere più che una qualità. La costruzione, l’arte di interessare, il dono di raccontare, la facilità di rendere vicino ciò che è lontano, la capacità di evocare senza descrivere, l’attitudine a dare l’illusione del vero, tutto ciò non ha niente a che vedere con la sincerità e non le deve niente”.
Un opera fatta di particolari ove, l’una dopo l’altra, cose e persone si mescolano nella prosa di Schmitt confondendovi oggettualità e umanità. Un libro d’aggettivi, precisi e assieme suadenti, adescanti. Una scrittura sospirata, leggera, subitamente toccante. Un testo che rapisce il fiato dalle primissime pagine, emoziona e nel procedere conferma e moltiplica tali suggestioni, vincolato ad una scrittura densa sebbene mai indolente o appesantita. Un libro bellissimo.

Woody Allen - Pura Anarchia

Posted: 10 Giugno 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Bompiani, 2007 – euro 16,00 – pp. 171

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Pura anarchia

Effetti Collaterali, Citarsi addosso e Saperla lunga sono stati una scoperta per i fan italiani del primo Allen. Un po’ per la carriera cinematografica che da allora non ha avuto pausa, un po’ per una vena che probabilmente ha ormai dato il meglio di sé, oggi Woody Allen non diverte e non stupisce più, né su pellicola né su carta, come negli anni Settanta e Ottanta.
Questo Mere Anarchy non sfiora nemmeno lontanamente le vette di quell’intellettualismo comico. I diciotto racconti non brillano e anzi, spesso si ha la sensazione di trovarsi dinnanzi ad un’operazione meramente commerciale. La misura non è quella della narrazione breve e ficcante. Si trascina arrancando fra nugoli di doppi sensi a sfondo sessuale o riferimenti alla religione ebraica a questo punto scontati agli amanti del cinema del newyorkese.
Molti dei pezzi prendono spunto da episodi bizzarri, al limite del reale, documentati dalla stampa americana. In “Glory Glory Hallelujah, venduta!” in apertura Allen ripropone un pezzo dal Guardian che in ultima analisi è la cosa più divertente dell’intero racconto: “Il sito d’aste eBay ha acquistato una nuova dimensione spirituale grazie a un venditore di preghiere. Il sedicente Recitapreghiere, domiciliato nella contea di Kildare in Irlanda, offre cinque preghiere diverse, ciascuna a partire da una base d’asta di una sterlina. Chi avesse bisogni interiori impellenti può acquistarne subito una al prezzo di cinque sterline. In cambio del denaro, il Recitapreghiere assicura un “servizio sentito” e la conferma per e-mail dell’avvenuta invocazione”.
Lo stesso si dica per “Papille fatali”: la notizia del New York Times sul prezzo astronomico raggiunto all’asta per un rarissimo tartufo bianco dà la stura alla modesta parodia di una detective story. E se di norma l’infallibile investigatore privato vien messo sulle tracce di una gemma rubata, recuperata infine scomparsa da una donna avida e seducente, qui la lettura umoristica trasforma il gioiello in un tartufo da dodici milioni di dollari, l’investigatore sguscia nei panni canaglieschi e impacciati di Allen e la bionda, sebbene realmente provocante, si rivela insaziabile solo di pietanze d’alta culinaria.
La prosa invece di replicare la battuta fulminante e sagace degli esordi, si perde in un rincorrersi di periodi lenti e impacciati, tenta insomma un periodare più ampio e lì si arena. Funzionano sempre, benché con minor efficacia, i rovesciamenti in cui un oggetto prende il posto e la funzione dell’altro. Il resoconto che la seduttrice fa al detective del furto del “prezioso” tartufo bianco ne propone uno dei più gustosi: “Fummo Vanescu e io a trafugare il tartufo di Mandalay dal British Museum, appesi a testa in giù a due funi, dopo aver inciso la teca con un diamante”.
Va segnalato che buona parte dell’umoristico è relegato da Allen nei doppi sensi che dà ai nomi composti dei personaggi - Mealworm “larva della farina” - o ad allusioni a fatti della cronaca o a note personalità statunitensi: in entrambi i casi la traduzione o le delucidazioni in nota rallentano ulteriormente una lettura già faticosa e non riescono a riprodurre l’esito che hanno in inglese.
Di discreto impatto invece l’ormai classico dialogo a due voci che dopo il processo a Socrate - terrorizzato dall’idea di bere cicuta - investe qui un più prosaico Topolino interrogato in aula come testimone d’una truffa alla Disney. In “Colpo di scena al processo Disney” si ritrovano nello stesso calderone personaggi della W.Bros e della Disney assieme a star hollywoodiane di prima grandezza in un voluto riferimento alla comune sostanza che li costituisce. L’avvocato incalza chiedendo cosa successe quella notte alla festa vip, Topolino risponde: “Paperino si ubriacò e ci provò con Nicole Kidman, fu estremamente imbarazzante perché all’epoca lei e Tom Cruise erano ancora sposati. Ricordo che Paperino detestava tremendamente Tom: aveva la sensazione che gli offrissero tutti i ruoli che avrebbero dovuto essere suoi”.
Un altro tipico pezzo alleniano, certamente la cosa meglio riuscita e divertente del libro, è quello in cui fa il verso alla filosofia ricalcandone storie e linguaggi. Sulla falsariga del nonsense sta “Così mangiò Zarathustra”, in cui la voce narrante scopre l’esistenza del “Libro delle diete di Friedrich Nietzsche” e svela i segreti di diete “tradizionali”: “A parte le frittelle Al di là del Bene e del Male e il condimento per insalate Volontà di Potenza, tra le grandi ricette che hanno cambiato il pensiero dell’Occidente il Tortino di Pollo di Hegel fu la prima a utilizzare gli avanzi con significative implicazioni politiche. I Gamberetti Saltati con Verdure di Spinosa possono essere apprezzati tanto dagli atei quanto dagli agnostici, mentre una misconosciuta ricetta di Hobbes per le Costolette di Agnellino alla Griglia rimane a tutt’oggi un enigma intellettuale. il grande vantaggio della dieta di Nietzsche è che, una volta persi, i chili non ritornano - a differenza del Tractatus sugli Amidi di Kant”. A volte scende nel particolare, indagando la natura filosofica di questo o quell’ingrediente: “Il succo d’arancia è l’essenza stessa dell’arancia resa manifesta - e con questo intendo la sua vera natura, ciò che dà all’arancia la sua vera “arancità” e le impedisce, per esempio, di sapere di farina d’avena o di salmone in crosta”. Non mancano rari colpi di genio: “Nell’osservante, l’idea di fare colazione con qualcosa di diverso dai cereali produce ansie e timori, ma con la morte di Dio tutto è permesso: si possono consumare a volontà sia le cozze che il profiterole, e persino le alette di pollo piccanti”.
È addirittura scontato che non si sia fatta la recensione ad uno scrittore puro, né tantomeno d’una vera opera letteraria, ma è altrettanto assodato che dal genio di Allen ci si aspettava qualcosa di più originale e meno commerciale.
Peccato, occasione sprecata.

Il Divo

Posted: 10 Giugno 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Paolo Sorrentino – Italia 2007 – durata 110’

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Il Divo

Vittoria a Cannes per l’Italia con Matteo Garrone (il già trattato Gomorra) e Paolo Sorrentino, portano a casa rispettivamente il gran premo speciale della giuria e il premio della giuria. Filo rosso tra i due film, quasi indissolubili, l’uno rimanda all’altro per il potere e la corruzione, la politica e l’illegalità, per ciò che si nasconde dietro una finta democrazia nella civilissima Italia.
Così, omicidi e suicidi eccellenti, dal ‘78 ai primi anni Novanta, aprono Il Divo.
A volte travolto da una colonna sonora intensa, spaziando con ironia e disinvoltura tra pezzi aggressivi a Vivaldi, Sibelius e Renato Zero, l’opera di Paolo Sorrentino racconta la storia dell’uomo che nel nostro Paese ha rappresentato “l’Autorità” per più di quarant’anni, Giulio Andreotti. Dal ‘92 al 2004, dal quarto governo Andreotti alla fine dei processi a suo carico. Autobiografico talvolta grottesco, il film non vuole, però, essere una cronaca di quegli anni.
Unisce e armonizza, con uno stile insolito e sorprendente, pubblico e privato, impressioni e fatti, per rendere l’idea del “Potere” e solo di conseguenza su chi, quel potere, lo rappresentò sommamente.
Il regista ha scritto la sceneggiatura con la consulenza giornalistica di Giuseppe D’Avanzo. Il risultato è un linguaggio tra il reale e lo straordinario, tra fatti e immaginazione, unico mezzo che consente di entrare in certi intrighi del potere e nelle coscienze. La sceneggiatura è lo specchio acuto dell’oggi senatore a vita, Andreotti: battute veloci e argute, spiazzante.
La cronologia mescola gli avvenimenti e lascia all’occhio il dovere di guidare lo spettatore, consegnando spesso alle donne — la moglie Livia (Anna Bonaiuto, eccellente), la segretaria Enea (Piera Degli Esposti, altrettanto grande), una nobildonna (Fanny Ardant) — il compito di fare da contraltare alla politica e agli atti pubblici.
Ma l’umanità, la sensibilità del protagonista non emerge, resta fisso, immobile nel suo ruolo, Andreotti, personaggio di sè stesso. Mai un’alzata di tono, mai l’istinto che prende il sopravvento se non nella lucida autodenuncia, superbamente interpretata da Servillo “La nostra, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. [...]Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo. E noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa. E lo so anch’io”.
Di un lirismo notturno le camminate per via del Corso, le confessioni in chiesa, la serata ad ascoltare Renato Zero con la moglie, sono tutti momenti dove si fa grande l’interpretazione dell’attore. I ritmi sono lenti, cristallizzati nella recitazione, a volte anche “troppo da personaggio”, ma alla fine ci rendono una prova magnifica e un lavoro straordinario sulla voce.
Tutto il cast risponde egregiamente alle esigenze registiche. Con punte quasi volutamente cabarettistiche Carlo Buccirosso in Pomicino, a personaggi “caricatura” Flavio Bucci, il braccio destro Franco Evangelisti, detto Limone, Aldo Ralli è Giuseppe Ciarrapico, alias il Ciarra, Massimo Popolizio è Vittorio Sbardella, Lo Squalo, Giorgio Colangeli è Salvo Lima, Sua Eccellenza.
Il film ha ricevuto pieni consensi dai giornalisti e dal pubblico, ma una voce critica si è levata contro, quella dello stesso senatore Andreotti che ha etichettato l’opera come “Una mascalzonata, è molto cattivo, direi. Cerca di rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai conosciuto. Si può dire che esteticamente è bello, ma a me dell’estetica non frega un bel niente. Capisco che la storia va caricata. Il regista doveva girare così. La mia vita è talmente tranquilla che ne sarebbe venuto fuori un prodotto piatto e senza pepe. Ma la mia corrente, per esempio, beh non era un giardino zoologico come la rappresenta il film. C’erano le invidie, gli scontri, gli scavalchi, la carriera, ma questa è la politica. Il mio potere era un certa autorevolezza, un certo tipo di rapporti internazionali. Ma non ho mai avuto desiderio di arricchimento. Il cinismo non è nel mio carattere, non sono facile alla commozione, questo è vero. Ma non sono insensibile. E ne ho passate tante perché dava fastidio a molti che la Provvidenza non si fosse organizzata per togliermi dai piedi prima. La ferita aperta resta Moro, è vero, ma non è corretto raccontare la sua morte come se ci fosse dietro qualcosa oltre le Br. La politica ci ha diviso. E le correnti, certo. Ma io e Moro ci conoscevamo da una vita, lui non voleva neanche fare politica ma studiare. È stato lui a designarmi come successore della Fuci. I giorni del suo rapimento sono stati durissimi e tornano. Anche per me. Resta comunque un film impegnato, ma se si occupavano di qualcun altro, era meglio”.
Il Divo è tuttavia un grande tributo ad un personaggio stra-ordinario della nostra Storia, certo non racconta niente più di ciò che già sappiamo del potere reale. Ancora indignazione su fatti senza prove, ma d’altronde, parafrasando le parole dello stesso Andreotti “Sappiamo dal Vangelo che quando fu chiesto a Gesù che cosa fosse la verità, Lui non rispose”.

Mozaik – Changing Trains

Posted: 10 Giugno 2008

Recensione di Martin Ryan

(Compass Records 2007)

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Changing Trains

Andy Irvine and Donal Lunny have long been recognised as prime movers in the popularisation of Irish Traditional music. From the early ‘70’s both were hugely influential in taking a tradition that had turned in on itself somewhat and introducing it to outside influences that both re-vitalised the music and made it accessible to an audience that looked outside Ireland for its musical interests. That they accomplished this without betraying the essential spirit of the music is a testament to their skill and vision. Planxty, the group that Andy and Donal along with three others founded, went on to spread the word about Irish music all over the world and it would be fair to say that it would be difficult to imagine where the music would be today without its influence. Planxty made its last album in 1982 and its various members went their separate ways, coming together for one – off gigs and a live album in 2004. Andy and Donal have each played with a number of formulations over the years. Mozaik really is a mosaic of international stars. The two Irishmen are joined by the American Bruce Molsky, a fiddler with attitude who also plays guitar, banjo and holds his own as a singer. Dutchman Rens van der Zalm contributes fiddle, guitar and a number of other instruments, while Nikola Parov, from Hungary, plays a bewildering number of instruments, many of which I’d never heard of before encountering Mozaik. Add to this eclectic mix the uilleann pipe and whistle on three tracks of former Planxty stalwart Liam Og O’Flynn and the ingredients for a multi-mood, multi-cultural experience are in place.

Irvine is obviously the prime mover here; apparently his ideal formation of musicians led to the genesis of the group. He started his musical career in the 60’s and it’s a pub that gained fame as the Mecca for Irish music in that period, which begins the journey here. “O’Donoghues” illustrates one of Andy’s strong points. He has a wonderful way of telling a story and the tale he tells of this celebrated pub would bring tears of recognition to the eye of anybody familiar with that time. Famous names that are mentioned include Ronnie Drew and other members of the Dubliners, Johnny Moynihan, with whom Andy went on to form Sweeney’s Men, the mythical Seamus Ennis and a host of others. The mood of youthful, carefree abandon is captured beautifully, as anybody who’s been to a good Irish pub will know from the line “Have yiz no homes to go to?” the cry of the harassed barman who wants to empty the pub before the Guards arrive. Another of Andy’s autobiographical reminiscences “ The Wind Blows Over The Danube” recounts his travels and loves in Eastern Europe. “Reuben’s Transatlantic Express” is a classic example of what a group of musicians, virtuosos in their own fields, can produce when virtuosity is married to a feel for music outside their own tradition. The song, an American standard from the 1880’s, sung by Bruce Molsky, careens like the train of its title across the Atlantic and takes on an Eastern European feel, with echoes of Ireland seeping into the steaming mix. The mood is calmed, momentarily, with “The Humours Of Parov” which begins with a slow, haunting violin accompanied by guitar before the piece quickens and takes on a Balkan feel, which then slides seamlessly into an Irish slip-jig, co-incidentally, in the same time signature. Yes, I know this sounds technical but the overall effect is of a group of musicians intuitively exploring and creating a wonderfully joyful and exciting piece. The same experimental approach is used on the next track “The Ballad Of Rennardine/Johnny Cuig”. A song traditionally played in 4/4 is instead played in a Bulgarian “horo” 5/8 timing, bringing a new energy to the song, the group colouring Andy’s vocals with innovative strokes at every turn.

Other highlights include a venture to the microphone by Donal Lunny on “Siun Ni Dhuidir”, a gorgeous song in Irish that is interwoven with a piece, “Mary Rogers”, titled after his mother’s maiden-name. Since it’s the first time we’ve heard Donal since the 1973 Planxty album “The Well Below The Valley” we’re being offered a rare treat here. Molsky continues the railway theme on “Train On The Island/ Big Hoedown”, another piece of Americana from the late 19th century. He has the kind of voice that comes straight from the heart of all that’s great about American folk music as he conjures up the feeling of the Appalachian Mountains, before the piece veers off across the Atlantic to take on a more Irish feel, with the band adding texture as the music builds. “The Pigfarm Suite” owes its title to the fact that it was first played in a venue in Italy that was once a pig-farm. Just one of the stand-out tracks on the album, it follows a similar dynamic to others in that begins slowly with a whistle playing a melody that could be Irish or Eastern European with uilleann pipes and other instruments joining. The piece then changes tempo as the mood becomes more definitely Balkan, creating a dynamic which would, I’m sure, be even more effective heard live. The album is rounded off as it began with a song by Andy Irvine. “Nights In Carrowclare”, originally recorded as “Carrowclare” with Patrick Street (another of Andy’s numerous musical alliances), is a beautiful ballad in the classic Irvine style. The arrangement here is slower than the earlier recording and is more effective for that. Andy’s voice has lost none of its character over the years and this track, in particular, recalls the halcyon days of Planxty.

Any musician or group of musicians playing traditional music is involved in a dual dialogue; with the past on which the tradition has been built and the present in which the engagement with an audience takes place. When musicians attempt to meld traditions it’s very easy to for the result to be a welding rather than a blending. Mozaik pass the test on both of these counts, creating a music that respects the various traditions on which on which it’s built, while presenting the audience with sounds that open the ears with their dynamism, texture and sheer joie de vivre. “Changing Trains” is an album to bring pleasure to the converted and unexpected enjoyment to anybody coming for the first time to this genre of music with an open mind.

Walter Benjamin - Strada a senso unico

Posted: 10 giugno 2008

Recensione di Andrea Comincini

Einaudi 2006 – Euro 15,00 – pp. 131

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Strada a senso unico

Il testo offerto da Benjamin alla lettura ricorda alcuni bazar in cui ci si può perdere e non trovare l’uscita. I titoli dei rispettivi argomenti ricordano le insegne luminose di una grande metropoli, luci suffuse in una notte piovosa e conturbante, dove i sensi si intorbidiscono e la mente vaga preoccupata. Nato nel 1928 per la stretta cerchia degli amici, questo insieme di meditazioni, aforismi, suggerimenti è raccolto paradossalmente sotto un titolo che indica una scelta netta, una risoluzione decisa, un pensiero unico.
Il filosofo tedesco mostra in tal modo una delle caratteristiche fondamentali del suo riflettere, ovvero la capacità di coniugare il bizzarro ed il molteplice sotto il vessillo della ricerca dell’Assoluto. Sagace e complesso come pochi, egli riesce infatti a fondere le considerazioni più disparate, lo stile poliedrico e pirotecnico ad un energico volontarismo, espresso dall’intestazione dell’opera: Strada a senso unico, Einbahnstraße, non induce certamente al monologo intellettuale, né al saggio sistematico, ma descrive dell’autore l’intenzione di non tornare indietro, tanto quanto di osservare le vetrine ai lati del percorso intrapreso, cristalliere dell’assurdo, o mostre del futile, ma soprattutto epifanie di un pensiero filosofico reale e poderoso.
La forma breve caratterizza lo stile, allo stesso modo dei vari titoli esageratamente normali (Stazione di servizio, Ambasciata messicana, Monumento al combattente, Consulenza fiscale ecc.), per stabilire una scelta solo all’apparenza scontata: la filosofia, strumento di ricerca della verità, non può crogiolarsi in costruzioni metafisiche, non deve fondare castelli d’aria, ma invadere l’esistente con cruda passione. Il rapporto tra il pensatore e la vita non va risolto in una formula algebrica, ma scoperto e vissuto attraverso le voci del quotidiano vivere.
L’obiettivo di Benjamin appare già completamente ottenuto, perché l’espressività del ritmo – unito ad una scrittura complessa ma affascinante – traduce la ricerca astratta in una esperienza concreta, fisica, a cui il lettore non può sottrarsi.
Diviene quindi difficile commentare il testo nel suo insieme, proprio perché l’unità non nasce dalla coerenza di un argomento o di una teoria, ma dalla volontà di procedere nel diversamente altro per coniugare conoscenza e formazione. Il senso unico del titolo quindi, non stigmatizza un fine particolare o una scelta selettiva, ma il desiderio di non cedere, non ritrattare o tornare indietro, dopo aver stabilito che solo nell’aforisma, nel racconto per immagini veloci è possibile raccogliere i frutti del sapere, oltre la banalità del pensiero totalizzante.
In questa strada, alcune descrizioni risultano più stimolanti ed efficaci di altre: è il caso di Kaiserpanorama, viaggio attraverso l’inflazione tedesca, spietato ritratto della Repubblica di Weimar e della sua gente, ormai dedita a conoscere il prezzo delle scarpe indossate dall’interlocutore davanti, piuttosto dei pensieri, o quella dedicata a Karl Kraus, ‘combattente’ da elogiare e maestro inimitabile;
Tutta la scrittura benjaminiana riflette il tentativo di sposare il materialismo per cogliere i processi formativi e processuali del mondo esterno, ma il suo autore resta inconfondibilmente inclassificabile in qualsiasi schema dell’ortodossia marxista ufficiale. La sua scrittura ha infatti un’aura ineludibilmente mistica, così come le atmosfere e le ambientazioni: uomo di profonda spiritualità, non ha dimenticato il suo retroterra culturale ebraico, evidente dal messianismo diffuso in ogni remoto angolo del suo procedere attraverso la strada intrapresa.
Benjamin non ha mai abbracciato il materialismo a scapito della sua profonda componente religiosa, vissuta come dono e dovere, ma lo ha accolto in virtù di scelte storiche ben definite, incontri sentimentali importanti, ma soprattutto perché convinto fosse l’unico strumento per servire la sua causa, ovvero la fondazione di una nuova spiritualità, tutta personale.
Un altro grande intellettuale, Gerschom Scholem, amico fraterno del nostro, ha offerto al lettore un documento importantissimo per l’esegesi del pensiero benjaminiano, raccolto sotto il titolo: Walter Benjamin, Storia di un’amicizia, in cui non rivela soltanto la grande impenetrabilità del filosofo, l’assoluta riservatezza unita ad una magica personalità, le condizioni storiche in cui tutti gli intellettuali di quel momento si prestavano a soffrire, ma principalmente ci dona le diatribe fra i due a proposito delle idee riguardo il marxismo ed il materialismo.
Scholem chiede all’amico di abbandonare quella strada, perché soffoca il suo talento e destino, che è quello di un mistico, un profeta dello spirito. L’accusa è annacquare il proprio stile, fino a confondere metodi e pensieri, per approdare ad un funambolico astrattismo, una bizzarria di testi e riflessioni.
La risposta di Benjamin è esemplare: i tempi non consentono altro, deve perseguire a lavorare attraverso i materiali grezzi che lo circondano, a raccogliere i pezzi lasciati per terra dalle bombe e tentare di ricostruirsi e ricostruire un nuovo mondo dello spirito. Per se stesso prima di tutto.
La strada è a senso unico: non ci sono titubanze, non si può proceder all’inverso. La forza spirituale di questo pensatore si evince non solo dai propositi, ma dalla cura con cui si sofferma su particolari per noi insignificanti, sfuggenti: basti pensare alla confidenza rilasciata in Pronto Intervento: “ Non c’è nulla di più misero d’una verità espressa così come la si è pensata”.
Resta un’opera complessa – non si può né si deve negare a tratti tortuosa – imprescindibile per cogliere il pensiero di Benjamin, che proprio in uno degli innumerevoli aforismi riassume il senso intero di una ricerca proseguita fino al tragico epilogo: “Ora Ufficiale – Per i grandi le opere compiute hanno minor peso di quei frammenti la cui composizione si protrae per l’intera loro esistenza. Perché, solo chi è più debole, più incline alla distrazione, prova una gioia impareggiabile a concludere l’opera, e si sente con ciò restituito alla propria vita. Per il genio tutte le cesure, i duri colpi della sorte come il sonno sereno, rientrano essi stessi nella diligente operosità della sua officina. E di questa nel frammento circoscrive il campo d’azione. “Il genio è applicazione”.
Questa genialità si spense purtroppo durante il tentativo di fuggire agli aguzzini fascisti per mano dello stesso filosofo, nel settembre del ’40, e volò via come quell’Angelo, ritratto da Klee, da lui tanto amato e ispiratore dell’opera sua più famosa, l’Angelus Novus.