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La Recensione - Redazione

Cavarretta e Revelli - Pirati

Posted: 30 giugno 2009

Recensione di Mirko Zilahi De’Gyurgyokai

Nutrimenti, 2009 - pp. 191 - euro 15

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Pirati

Sulla scia delle recenti vicende di cronaca esce per la collana ‘Transiti Blu’ di Nutrimenti “Pirati”.
Il messaggio di fondo che anima i due autori è l’auspicio di un superamento della figura letteraria e filmografica che il pirata, il corsaro, il filibustiere e il bucaniere hanno da sempre nell'immaginario collettivo d’ogni latitudine. In realtà, apprendiamo, quella che potremmo definire come tradizione immaginifica non rappresenta che una realtà parziale, periferica: dal Mediterraneo al mar dei Caraibi o della Malesia generalmente s’ignora che la pirateria ha giocato un ruolo storicoeconomico importante in tutti i sette mari.
Storicamente l’errore più grossolano che il lettore o il cultore cinematografico fa, è collocare le ultime imprese dei pirati nel Settecento, dimenticando i tre secoli di orribili devastazioni e scorribande che arrivano sino alla mera cronaca dei nostri giorni.
“Pirati”, in tal senso, vuole restituire una dimensione reale al fenomeno, con una ricognizione a volo d’uccello che comprende i Caraibi, ma a cui non sfugge la storia della navigazione a partire dai fenici, la guerra di corsa nel Mediterraneo, la pirateria nell’Estremo Oriente, nonché le “navi ausiliarie” dela prima e soprattutto seconda guerra mondiale. Il discorso tocca la stretta attualità quando, in chiusura di volume, si spiegano retroscena politici delle aggressioni in gommone degli odierni pirati delle coste somale, i cui misfatti trovano spazio nei tg nazionali.
Attraverso un approccio poliedrico - etimologico, storico e geografico, tecnico navale e strategico - il libro ripercorre esaustivamente le tappe fondamentali della storia della pirateria mondiale: “I luoghi comuni della pirateria”, “La geografia dei pirati”, “Le navi dei pirati”, “La pirateria antica: fenici, greci ed etruschi”, “I pirati del Mediterraneo”, “I pirati d’acqua dolce”, “I Fratelli della Costa”, “I pirati delle guerre mondiali”, “I pirati di oggi”.
Il libro è un bell'esempio di pubblicazione poliprospettica - viste anche le due diverse voci narranti - e il suo meglio lo dà nei particolari storici e specialistici di una ricerca meticolosa, ma dove eccelle davvero è nel capitolo involontariamente più letterario, “I Fratelli della Costa” fondatori di vere e proprie repubbliche.
Qui tutto, ma proprio tutto, concorre a confermare, per quanto il fil rouge sia di palese carattere saggistico, la natura letteraria dell’universo piratesco. Tra Antille e Giamaica – con la capitale Port Royal e il terribile Morgan -, l’isola di New Providence con la celebre Nassau (già Charles Towne) e Monbarns il torturatore; e tra filibustieri che a bordo dei loro velieri arrembavano i galeoni spagnoli con le bizzarre varianti del Jolly Roger, la cronaca si confonde con le storie di Salgari, Barrie, ma anche di Poe e Byron. E par proprio scena da “Isola del tesoro” stevensoniana quella raccontata sui celebri processi ai danni dei pirati, poi ispirazione teatrale parodica da parte degli stessi. È il “mock trial”, in cui un bucaniere, con delle cime in testa e una coperta sulle spalle a raffigurare un giudice della corte inglese, giudica dal ramo di un albero un inquisito che, il più delle volte, è accusato di aver troppo poco bevuto o di non esser uomo di compagnia. La sentenza, in questo goliardico gioco antitetico suonava più o meno così: “Allora, tu briccone alla sbarra, sentimi bene. Morirai per tre motivi: prima di tutto perché non va beneche io faccia un processo senza impiccare nessuno; in secondo luogo, tu devi essere impiccato perché hai una maledetta faccia da forca; infine sarai impiccato perché io ho fame e, quando il giudice ha fame e la cena è pronta, anche se il processo non è ancora finito, il prigioniero deve essere impiccato. Questa è la legge!”.
Un rovesciamento che trasforma la cronaca d’allora – molto meno quella attuale e prosaica della tv - automaticamente, in letteratura. È un ribaltamento dei canoni, sociali e morali, di questi uomini che solcavano il mare per predare ed uccidere i ladroni ufficiali, quegli spagnoli investiti dalla benedizione di papa Alessandro VI, che facevano stragi d’infedeli e selvaggi e ne saccheggiavano le terre.
Un capovolgimento che diviene condotta normale e normata da codici propri, altri da quelli reali: quelli della pirateria. In tale contesto il “mock trial” si può inquadrare, oltre che in quanto aspetto folkloristico, come inversione simbolica, fors’anche rituale: un rito che diviene segno ripetuto, come anche i canti d’abbordaggio, di una voluta distanziazione dal mondo civile e “onesto” della realtà. Una cerimonia profana affatto analoga a quella letteraria.

Giuliano Gasparri – Le Grand Paradoxe de M. Descartes

Posted: 30 giugno 2009

Recensione di Andrea Comincini

Leo S. Olschki 2007 – euro 35,00 – pp. 315

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Il sottotitolo del presente volume, ‘la teoria cartesiana delle verità eterne nell’Europa del XVII secolo’, rivela al lettore il contenuto di questo libro raffinato ed impeccabile, frutto del lavoro di Giuliano Gasparri, giovane ricercatore alla Sapienza di Roma. Il testo fa parte di una collana intitolata “Le corrispondenze letterarie, scientifiche ed erudite dal Rinascimento all’età moderna” ed aiuta il lettore a focalizzare più facilmente l’ambito di ricerca del nostro studioso.
Nonostante l’opera si rivolga ad un pubblico di specialisti, e richieda una conoscenza filosofica robusta e approfondita, può essere certamente segnalata anche al grande pubblico per differenti motivi: primo fra tutti, Gasparri dimostra una ampia capacità sintetica ed espositiva. La divisione degli argomenti avviene attraverso capitoli ben definiti, sia per il contenuto, sia per uno stile conciso e mai severo. Il secondo motivo è intrinseco alla materia in questione. Da troppo tempo il mondo editoriale è schiacciato dalle richieste di una cultura di massa capace solamente di pubblicizzare le idee ottuse e banalizzare quelle più intelligenti. Priva di spazio e rinchiusa in una riserva indiana, lo studio serio e meticoloso della filosofia appare sempre più un esercizio di stile per accademici, lontano dalla realtà e incapace di parlare al pubblico. Se non bastasse, molti libri che riescono ad essere recensiti e notati nonostante questa profonda indifferenza del sistema, spesso lasciano alla lettura interdetti, evidenziando superficialità e profonde lacune. Il servizio che rendono è doppiamente infelice, perché oltre a fornire al lettore una ricerca mediocre, sprecano l’opportunità di denunciare la mancata visibilità nel grande panorama editoriale – anche a livello pubblicitario – ma addirittura giustificano tale assenza per il contenuto insignificante.
Il libro di Gasparri invece è un ottimo esempio di come la ricerca affidabile e approfondita, benché di settore, possa e debba essere pubblicizzata e avvalorata. Sebbene infatti appartenga di diritto ad una branca specialistica, ha il grande pregio di offrire quel servizio di cui si parlava sopra, ovvero dimostrare quanto sia viva e vitale la conoscenza della filosofia e della sua visibilità, oltre il mero ambito universitario.
Le Grand Paradoxe de M. Descartes mostra al lettore non solo l’importanza di certe riflessioni nel campo della filosofia e della storia delle idee, ma evidenzia anche la profonda influenza in ambito storico e politico.
Per accennare solo a due nodi teoretici cruciali che Cartesio e la storiografia successiva cercarono di sciogliere, si rifletta sul problema dell’Eucarestia o – come dice il titolo – delle Verità Eterne. Gli argomenti in questione appartengono certamente all’ambito metafisico o teologico, ma si intrecciano con le vicende politiche, e persino umane, dei protagonisti di quell’epoca. “Indipendentemente dal problema dell’origine della teoria in Descartes, e dal problema dell’interpretazione del senso ultimo della metafisica cartesiana, è certo che nel dibattito sulle verità eterne la principale posta in gioco è di ordine teologico: ogni altra discussione sul fondamento della conoscenza, sui principi della logica, della matematica o della morale, sull’ateismo o sullo scetticismo, mira in ultima analisi sempre a problematiche di livello teologico”.
Come si può leggere, la ricerca cartesiana andava e va a sfiorare la sensibilità delicata degli spiriti ortodossi: la possibile imputazione di eresia, o di fornire argomenti alla causa protestante, era un elemento non trascurabile affatto, perché poteva segnare la vita o la morte delle persone.
Per questo ed altri motivi il libro è interessante e coinvolgente. Lo studio delle verità eterne, e lo sviluppo della critica in Francia o nei Paesi Bassi, tratta argomenti che vanno oltre il tempo in cui sono stati elaborati, e diventano terreno di discussione per chiunque si cimenti a comprendere la realtà fra Ragione e Dio, e a coglierne il legame – se vi sia – tra Uomo e eternità.
Giuliano Gasparri ha prodotto un lavoro serio ed intelligente impreziosito da una tabella in cui il termine “verità eterne” viene analizzato secondo l’utilizzo fattone da Descartes ma anche dagli altri commentatori, fornendo quindi uno strumento filologico importante ed utile a quanti vogliano non solo affrontare l’argomento ma anche proseguire in questa affascinante, intrigante ricerca.

Una notte da leoni

Posted: 30 giugno 2009

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Todd Phillips – USA 2009 – durata 98 ’

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Una notte da leoni

State per sposarvi e pensate di organizzare un addio al celibato da sballo? Allora andate al cinema e prendete nota se volete una Notte da leoni. Già, perché il nuovo film di Todd Phillips si riallaccia alle tematiche a lui care, dunque, l'amicizia virile, a volte fonte di sfrenati divertimenti, ma anche di problemi quasi surreali.
E così un semplice addio al celibato a Las Vegas si trasforma in una sorta di thriller non appena i quattro amici si svegliano dopo una nottata di baldorie senza il futuro sposo, ma soprattutto senza ricordare nulla dell’accaduto. E’ il momento di ricostruire la nottata brava per ricercare Doug, l’amico scomparso, e tante saranno le sorprese.
Classica commedia, già caso cinematografico di quest’estate americana. Costato poco più di 30 milioni di dollari, ha superato i 100 milioni in 10 giorni al box office Usa, toccando quota 105. E come da copione la Warner Bros, pensa già al sequel previsto nel 2010 e ovviamente al comando di regia Todd Phillips.
Con una struttura da fast forward all’indietro la trama si riavvolge per essere raccontata alla ricerca di indizi, finché non si capirà l’arcano segreto della misteriosa scomparsa. Tra puntate al casinò, matrimonio lampo, una tigre arrabbiata e l’apparizione del sempre grandioso Mike Tyson si snodano i fatti della notte, ma, a dire il vero senza lasciare più di tanto sorpresi. Va detto, infatti, che la commedia si basa soprattutto sulla scelta del casting. Attori discreti per dare ritmo ad una storia esile e abbastanza scontata. Il più bravo fra tutti è Alan (Zach Galifianakis) artista dal talento parodistico non comune, vero motore del film. Nelle vesti del futuro cognato un po’ “svitato” crea situazioni e parodie portate all’assurdo trascinando con sé l’allegra brigata. Irresistibile nelle battute recitate con la giusta intraprendenza, così come nelle apparizioni non proprio decorose del suo lato B.
Poco spazio per la brava Heather Graham, un piccolo ruolo di contorno, ma capace ugualmente di catturare l’attenzione. Vita e carriera difficile per la bella attrice, ripudiata dalla sua famiglia per le scelte professionali, sembra però finalmente giunto il momento della stabilità professionale.
Per la felicità del pubblico femminile presente all’appello anche Bradley Cooper. Chi non lo ricorda in E.R. – Medici in prima linea, improvvisare uno striptease per tamponare la ferita di un moribondo? Pupillo di Ellen Burstyn (regina dell'Actors Studio), già visto quest’anno in La verità è che non gli piaci abbastanza, conserva intatto anche qui il suo sex-appeal, peccato in verità abbia solo questo come vera dote innata.
Dal canto suo il regista ha cercato di delineare le caratteristiche psicofisiche dei quattro protagonisti tentando di pilotare la commedia su trovate e scenette improvvisate. Riuscito a metà nell’intento. Infatti là dove la trama, gli eventi sembrano contorti e poco plausibili ecco intervenire la comicità spassosa e il ritmo scandito dagli interpreti.
Nulla da dire sulla scelta del set. Non poteva essere che Las Vegas la città della commedia. Già, qui tutto può accadere “è il luogo dove la gente va per prendere delle decisioni terribili. La città è stata creata ad arte proprio per questo film e il nostro film ne è la massima espressione”. Così afferma Todd Phillips, divertito dagli eccessi e dalle infinite esagerazioni con cui ha condito il suo stesso film. Si ride, non troppo, là dove era necessario spiegare i vari avvenimenti per capire qualcosa della storia. Ma poco importa, tanto lo spettatore è pronto a improvvisarsi Sherlock Holmes e scovare indizi seguendo i tre amici in piena amnesia.
Bravi gli sceneggiatori Jon Lucas e Scott Moore, creano battute ed eventi intricati e complessi, infilando personaggi mai visti prima, senza introdurli e proiettandoci dentro un’avventura che è già cominciata prima dell’inizio del film. Morale della favola: dalla deviazione della retta via segue il ritorno a casa, con un matrimonio rassicurante e promesse da mantenere. “Volevamo creare estremi opposti. Las Vegas rappresenta un incubo dal punto di vista visivo: colori forti e accesi, rumori stridenti, nulla di soft. Dall’altro lato, a Los Angeles, dove Tracy è assorta nei preparativi per la cerimonia, troviamo bellezza, serenità, musica dolce, gente elegante e un giardino di rose e ortensie.”
Sulle note finali scorrono, insieme ai titoli di coda, gli istanti più belli di tutta la commedia, una vera sorpresa che finalmente ci lascia sognare un po’.

Giovanni Ricciardi – Ci saranno altre voci

Posted: 22 giugno 2009

Recensione di Mirko Zilahi De’Gyurgyokai

Fazi, 2009 – euro 16 – pp. 220

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Ci saranno altre voci

Il romanzo vive sulla figura del commissario Ottavio Ponzetti, protagonista anche de “I gatti lo sapranno”, e che ci parla ancora delle proprie vicende interiori e familiari e assieme dà una fotografia del mondo romano in cui si muove.
Il pretesto è, ovviamente, un nuovo caso. L’universo è però cambiato perchè Ponzetti nel frattempo è stato trasferito dall’Esquilino ai Parioli: “Questo quartiere non sta fermo su Roma. Sembra una zattera ancorata al centro, con una corda lenta, flessuosa, che gli lascia un po’ di gioco e lo fa ondeggiare sull’acqua tranquilla di un molo silenzioso. La corda ogni tanto lascia che la zattera si allunghi lentamente verso una campagna sciatta, annunciata da stradoni vuoti e assolati, incerti se inseguire l’orizzonte della valle del Tevere o i nastri sospesi delle autostrade e dei raccordi dell’Olimpica”. Si sente afflitto dal sentimento nostalgico per l’antico rione e la novità di un ambiente nuovo, qui descritto con tocco sottile ed ironico: “I negozi si fanno rari, s’ingentiliscono le insegne, quasi scompaiono, nel timore di essere notate; le vetrine sono piccole, ordinate, mentre i portoni lasciano il posto a cancelli di ferro, i condomini a villette con torretta, i semafori ti aspettano lontani e qualche volta ti regalano il verde proprio mentre stai per frenare”.
In questo secondo episodio (ce ne saranno altri?) il commissario si trova alle prese con l’inspiegabile scomparsa di un professore di liceo, Giorgio Coen. Nel clima delle elezioni amministrative di Roma del 2008, la scomparsa di un uomo mansueto ed abitudinario, forse un poco all’antica, finisce su Chi l’ha Visto? scatenando preoccupazione fra i genitori dei ragazzi del Mameli. È questo il palcoscenico del caso, il liceo bene della romanità pariolina. La vicepreside, una studentessa malata e sua madre sono alcuni dei personaggi chiave che si muovono sulla scena dell’intrigato mistero di Coen. Di fianco stanno amici, colleghi e parenti noti al lettore di Ricciardi: moglie, figlie – una con fidanzato catalano annesso – e l’ex collega, accento e calata romanesca, Iannotta.
Fra le strade, i luoghi storici e quotidiani della capitale si svolgono le indagini di Ponzetti e Iannotta, il quale collabora in gran segreto, dal vecchio commissariato all’Esquilino. Lentamente si svela la storia umana del professor Coen, e subito si mescola con quella professionale in una combinazione intrigante ed ispirata fra letteratura e vita. Un accostamento da cui, in fine, uscirà l’inattesa soluzione.
Diversi gli elementi che ne fanno un libro da leggere. L’atmosfera assieme romana ma universale, a suo modo gaddiana, con i suoi luoghi di culto e i linguaggi della gente. Manca la violenza e non v’è traccia di cinismo negli atteggiamenti del commissario Ponzetti. Semmai una bella umanità, sorniona e accattivante. C’è poi la vocazione alla tipizzazione dei personaggi con la capacità d’inventare casi partendo dagli spunti della cronaca cittadina. Stupisce, su tutto, l’abilità narrativa e la levità linguistica di Giovanni Ricciardi che, forse per caso, insegna latino e greco in un liceo romano.

Amori e disastri

Posted: 22 giugno 2009

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Sara Wat – Australia 2005 – durata 100’

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Amori e disastri

E’ un film speciale Look both ways, di quelli che non se ne vedono da tanto, difficile da ripetere. Capace di catturare il tempo, i drammi e le emozioni più intense dell’anima. Già, perché non manca proprio niente a questa pellicola, tra amori e grandi disastri scorrono e si intrecciano le vite dei protagonisti oltrepassando lo “spazio-tempo” mentale. Di colpo lo spettatore è immerso nei bellissimi disegni di Merly (Justine Clarke), paure, fobie prendono vita ma nello stesso tempo, vengono esorcizzate e portate lontano.
Intimista, spettatore di se stesso, Amori e disastri racconta differenti personalità umane, tutte confinate nello spazio limitato di una cittadina australiana indefinita.
La morte, protagonista della pellicola, vive nei pensieri, nelle ansie, nel destino di ogni singolo personaggio presentato, sino a diventare vera e propria ossessione per ciascuno di loro. Per primo Nick (William McInnes), fotografo reporter, scopre casualmente di avere il cancro e così la sua vita gli passa davanti, lasciando la sensazione che non ci sia un granché da perdere. Poi Merly, un’artista trentacinquenne, mentre torna in treno dal funerale di suo padre immagina i disastri che le potrebbero capitare e all’improvviso è testimone di un incidente.
La morte è ovunque, si manifesta in modo intimo e personale, attraverso continue visioni di tragedie stemperate da animazioni che rimandano allo stile della giovane artista – regista. I disegni prendono vita e irrompono nel narrato, sono suggestivi dalle mille tonalità e a guardarli bene nascondono sempre una nota positiva. Come il film del resto, che dopo tanti disastri e dolori si apre al sereno, inaspettato, finale a sorpresa. A volte ci si chiede se il nostro destino sia meritato o meno, “perché proprio a me doveva accadere? Merito una punizione per qualcosa che non so, non ho diritto ad essere felice?” Insomma, anche questi interrogativi escono dalle immagini del film ed entrano in noi ma il messaggio c’è: vivere sempre e comunque, senza fermarsi e piangere su se stessi, metabolizzare e andare avanti. Alla fine arriverà per tutti una pioggia purificatrice e scoprirà il senso e i colori della vita. A tinte e gradazioni argute la regista Sara Watt dipinge il suo primo lungometraggio mescolando sulla tela vita quotidiana, legami affettivi e il tempo fatale delle stagioni. E’ inesorabile, con pennellate emozionanti, mescola un melodramma originale dotato di una fantasiosa creatività. Infondo tante volte abbiamo visto film con tema dominante la morte o varie ansie e paure, ma qui è diverso. Si parta dal montaggio capace di sfoggiare un’audacia visuale e un ritmo intervallato dalla riflessione e velocità degli avvenimenti. La fotografia poi è sempre in contrasto tra interni, esterni, mentali e visivi. Forte e piena di luce, crea sequenze multiformi, sovrapposte in stili differenti. Animazioni curate nei minimi dettagli convogliano nella presenza luminosa della brava Justine Clarke.
C’è da dire a proposito del cast che gli attori sono praticamente sconosciuti. Tutti bravissimi però, pieni di forza espressiva, credibili anche quando passano dalla commedia con battute stentate, alla tragedia più nera con lunghi silenzi.
Se vogliamo cercare un difetto a Look Both Ways (se proprio dobbiamo) allora è nella sceneggiatura. Le battute a volte danno noia, si avverte “il fuori luogo” che sottolinea la durata troppo lunga del film rendendolo a tratti lento e pesante. Ma questo è solo un dettaglio. Nel complesso merita una nota di lode, visto l’inspiegabile ritardo con cui arriva in Italia. Uscito nel 2005, ha fatto prima il giro di mezzo mondo portando a casa premi e consensi,(Toronto Film Festival – Discovery Award; Rotterdam International Film Festival – KNF Award; solo per citarne alcuni) e poi è approdato nelle nostre sale. Pioniere dell’evento la Fandango Distribuzione, nota casa made in Italy che a volte ancora tenta il prodotto di nicchia. Certo non sarà un film da botteghino, ma sicuro lascerà una pennellata di speranza in chi avrà l’ardire di vederlo.

Karl Marx – Antologia

Posted: 22 giugno 2009

Recensione di Andrea Comincini

Marsilio, 2007 – euro 21,50 – pp. 676

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Antologia

La crisi finanziaria degli ultimi mesi ha stravolto l’Occidente e le sue sicurezze in materia finanziaria. La triste fine di molte banche d’affari, il crollo del PIL in altrettanti Paesi, la produzione industriale in caduta libera hanno ridimensionato le sicurezze di tanti economisti in fatto di liberismo sfrenato, privatizzazioni, lotta allo statalismo.
Privi di orientamento, alcuni politologi hanno sommessamente ammesso che le intuizioni di Marx in materia economica non erano del tutto infondate. Questi intellettuali hanno subitamente corretto il tiro, affermando velocemente che il marxismo salvabile è quello riguardante una necessaria regolazione del mercato, ed una maggiore attenzione al suo istinto autodistruttivo, respingendo con decisione le soluzioni proposte dal filosofo tedesco.
A livello mondiale il dibattito su Marx ha ripreso nuova forza. Da destra a sinistra il renano è stato oggetto di intense discussioni, nelle quali anche i detrattori più ostinati hanno riconosciuto al nostro una intelligenza perspicace e delle intuizioni veritiere.
Poiché il suo nome è stato spesso usato per avallare interpretazioni anche liberali – si è tentato di affermare che Marx in fondo non era comunista – credo sia opportuno in questa sede proporre una antologia di testi la cui lettura potrà offrire risposte concrete agli scettici, sia riguardo il contenuto del pensiero di Marx, sia della effettiva lungimiranza della attività speculativa, ormai riconosciuta anche dai neoliberisti.
“Capitalismo, istruzioni per l’uso” è il provocatorio sottotitolo di questa antologia edita da Feltrinelli, ottima per completezza e scelta dei brani. I curatori dell’opera riferiscono di non aver l’intenzione di restituire ogni aspetto dell’elaborazione di Marx, “bensì proporne un attraversamento vivo e parziale come un viaggio […] Lo scopo di questa raccolta è infatti quello di fare luce su un sentimento oggi diffuso: la percezione che il capitalismo rappresenti la percezione insuperabile del nostro tempo, il destino inevitabile, agognato o temuto che sia, dell’intero genere umano”.
Il risultato complessivo è pienamente soddisfacente: non solo il lettore attraversa l’intero corpus del pensiero marxista, ma percepisce l’incredibile attualità dei suoi ragionamenti, l’acutezza delle riflessioni, l’intelligenza nel cogliere i dettagli chiarificatori dalle situazioni più complesse. L’opera propone una breve biografia del renano attraverso lettere e testimonianze anche molto toccanti, come quella della figlia Eleonore, e si sviluppa attraverso nuclei tematici intitolati ad esempio: “ La testa. Illusioni di libertà”, “Il mondo. A sua immagine e somiglianza”, “Il comunismo. Visioni e sconfitte”. I passi sono stati scelti attraverso due criteri: il primo è la loro fama, il secondo l’importanza nell’offrire un quadro coerente e complessivo allo studioso o al semplice lettore.
Chi si avventurerà fra queste pagine per la prima volta vedrà sgretolarsi davanti ai propri occhi non solo le innumerevoli fandonie attribuite al pensatore ebreo, ma avrà la sensazione di leggere riflessioni attualissime, e non del secolo scorso.

Karl Marx – Antologia
(Feltrinelli 2007 – Euro 10,00 – pp. 266)
di Andrea Comincini

Una analisi sistematica del pensiero di Marx non è immaginabile se non distribuita attraverso una ventina di grossi volumi enciclopedici. La sterminata produzione saggistica, le pagine scritte sulla Gazzetta renana, le considerazioni più svariate a proposito dell’economia politica, della società, della storia e dell’antropologia sociale, non possono essere riassunte in poche pagine. Proprio per questi motivi, e non a discapito di essi, la presente Antologia qui proposta va segnalata e apprezzata. L’organizzazione dei capitoli e la scelta degli argomenti rende piacevole anche una lettura così intensa e impegnativa. La prosa marxista infatti necessita di profonda attenzione perché il carattere scientifico, dimostrativo, reclama una partecipazione attiva ed una riflessione continua: ciò dipende dalla profondità dei ragionamenti, e non da una pesantezza stilistica la cui traccia invece è presente in quanti esprimono giudizi superficiali su un pensatore che fu anche un abile scrittore. Prendiamo ad esempio di quanto scritto questo lungo brano: “Se ora nel considerare il corso della storia si svincolano le idee della classe dominante dalla classe dominante e le si rendono autonome, se ci si limita a dire che in un’epoca hanno dominato queste o quelle idee, senza preoccuparsi delle condizioni della produzione e dei produttori di queste idee, e se quindi si ignorano gli individui e le situazioni del mondo che stanno alla base di queste idee, allora si potrà dire per esempio che al tempo in cui dominava l’aristocrazia dominavano i concetti di libertà, di eguaglianza ecc. Queste sono, in complesso, le immaginazioni della stessa classe dominante. Questa concezione della storia che è comune a tutti gli storici, particolarmente a partire dal XVIII secolo, deve urtare necessariamente contro il fenomeno che dominano idee sempre più astratte, cioè idee che assumono sempre più la forma dell’universalità”.
Come possiamo evincere dalla lettura, le considerazioni suddette trovano ampia conferma. Non solo Marx fu abile scrittore, capace di suggestionare la platea attraverso una penna graffiante, ma l’attenzione necessaria dipende certo dalla qualità delle riflessioni, non da una loro presunta monotonia. In poche righe il filosofo riesce a sviluppare una serie di considerazioni la cui portata investe tutta la sua produzione: dal rapporto fra struttura e sovrastruttura fino alla relazione fra idea e realtà – od ancora fra classe dominante e classe dominata, servo e padrone, storia e storiografia – le pagine marxiste dimostrano di avere una potenza devastante non soltanto nel tempo in cui sono state scritte, ma soprattutto in quest’epoca contemporanea laddove il capitalismo ha evidenziato tutto il proprio potere “ideologico”.
Antologia di Karl Marx, a cura di E. Donaggio e P. Kammerer è quindi un ottimo strumento per comprendere il mondo in cui viviamo, perché, osserva il filosofo, “come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione”.

Stieg Larsson - Uomini che odiano le donne

Posted: 11 giugno 2009

Recensione di Mirko Zilahi De’Gyurgyokai

Marsilio, 2007 – euro 21,50 – pp. 676

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Uomini che odiano le donne

Sulla scia del successo, mondiale e nostrano, della resa cinematografica di “Uomini che odiano le donne”, siamo andati a ripescare codesto ingombrante tomo da spiaggia.
Mikael Blomkvist, giornalista quarantenne fascinosissimo, perde la causa che lo vede accusato di diffamazione nei confronti del finanziere Wennerström e perciò si dimettersi da direttore responsabile della rivista Millennium - giornale di denuncia sulla corruzione del mondo imprenditoriale-. Libero da impegni, gli viene proposto di occuparsi da solo e a tempo pieno di un caso datato trent’anni: la scomparsa di Harriet Vanger, nipote dell’ottantenne Henrik Vanger, già magnate dell’industria svedese. Da allora, ogni anno il vecchio riceve un “dono” anonimo che impedisce il cicatrizzarsi della ferita. Un macabro rito che si ripete senza sosta e riaccende puntualmente un mistero mai risolto. È così che, ormai stanco e disperato, Henrik Vanger decide di far nuovamente cercare la cara nipote e assolda proprio Blomkvist.
Mikael, sicuro di non trovare nulla più di quanto già emerso dalle precedenti indagini, accetta il compito e si trasferisce nel Gavleborg, nella cittadina di Hedestad dove incontra Lisbeth Salander. La donna fa la ricercatrice cui somma un certo talento da hacker. Nello specifico, si occupa di recuperare informazioni “particolari” su aziende o persone. Il suo passato è un punto interrogativo. Per qualche ragione Lisbeth non può disporre dei propri averi mobili e immobili: sono sotto tutela. E il tutore, un anziano avvocato, viene colto da un ictus: alla ragazza ne è assegnato uno nuovo, a dir poco inquietante…
Mikael e Lisbeth indagano assieme alla scomparsa di Harriet Vanger e sugli sconvolgenti segreti della famiglia Vanger, svelando, step by step, una storia torbida e al limite dell’immaginabile.
Il setting nordeuropeo, nel baltico freddo e silente, contribuisce assieme alla prosa asciutta al disegno essenziale dell’intrigo a catturare il lettore. Il tutto assieme a un incipit che lo mena subito in media res e lo investe in pieno con alcuni, ben calibrati, colpi di scena.
Il protagonista, Mikael è forse un po’ troppo impersonale, se non debole. Più forte, in contrappunto Lisbeth, protagonista inquieta e ribelle.
Un romanzo da ombrellone, da leggersi tutto d’un fiato. Per lettori con una buona capacità polmonare.

Una notte al museo 2 – La Fuga

Posted: 11 giugno 2009

Recensione di Sonia Scorziello

(regia di Shawn Levy – USA 2009 – durata 107’)

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Notte al museo

Lasciatosi alle spalle il poco remunerativo lavoro di guardiano al museo, Larry è diventato un inventore di prodotti commerciali della Daley Devices. Sembra proprio che abbia tutto, ma non è così e qualcosa lo spinge a tornare nel vecchio Museo di Storia Naturale. Ed ecco la sorpresa: i suoi “antichi” migliori amici, ormai considerati superati, sono pronti ad essere spediti nei depositi dello Smithsonian. La loro fine è vicina, sennonché Larry sente il richiamo del cowboy Jedediah e accorre in loro aiuto. Nuovi personaggi prendono vita e animano il più grande museo americano.
Primo fra tutti, il molto arrabbiato sovrano egizio Kahmunrah, interpretato da Hank Azaria – Mystery men. Il faraone si risveglia dopo tremila anni di sonno deciso ad assumere prima il controllo del museo, poi quello del mondo intero. Aiutato da Ivan il terribile, Napoleone Bonaparte e un giovane Al Capone, rispettivamente interpretati da Christopher Guest, Alain Chabat - Asterix & Obelix: Missione Cleopatra – e Jon Bernthal.
Nuovi nemici che Larry affronta, difeso dai vecchi compagni in miniatura Jedediah e Ottavio, interpretato da Owen Wilson - Io & Marley e Steve Coogan - Il giro del mondo in 80 giorni. Ma è aiutato anche dalla grande aviatrice Amelia Earhart, con le fattezze della bella Amy Adams. Tra le creature animate del museo, troviamo anche i graziosi amorini che intonano More than a woman (Bee Gees) e My heart will go on (Celine Dion). E’ il caso di dire che le musiche sono curate anche questa volta da Alan Silvestri.
Ma la carrellata di personaggi è lunga, per concludere citiamo solo i piccoli e molleggiati Albert Einstein, il Darth Vader di Guerre stellari e la statua vivente di Abraham Lincoln. Il resto lo lasciamo come sorpresa al giovane pubblico che vorrà passare una nuova notte al museo.

 

Una notte al museo 2 – La Fuga

(regia di Shawn Levy – USA 2009 – durata 107’)

Sonia Scorziello

Vi ricordate Una notte al museo, con Larry felice e contento del suo lavoro come guardiano notturno al Museo di Storia Naturale? Si o no è lo stesso, perché la storia non cambia. Certo ora è un uomo che ha ottenuto celebrità, ma scoraggiato e pronto a farsi salvare dai cari e “antichi” amici. Una trama inconsistente dà il via ad un film che poteva essere originale ma risulta solo una serie di immagini montate tra loro. Peggio non si poteva fare per le sequenze iniziali, funzionali solo all’aggancio del motore della storia.
Tuttavia, partiamo dal presupposto che Una notte al museo2 – La fuga sia un innocuo film per famiglie e bimbi al seguito, senza pretese, se non di effetti speciali. Dunque, dato il suo target, risulta mediocre nel rispetto della tradizione di genere americana.
Se non altro tenta un messaggio educativo: contro la digitalizzazione a tutti i costi, (anche se ne fa largo uso), in difesa della storia fatta di reperti con un fascino sempre “vivo”.
Certo vedere il Pensatore di Rodin, la Venere italica del Canova prendere vita fa un certo effetto, peccato sia solo un momento subito sopraffatto dalla frenesia della storia. Già perché il film è tutta una corsa (in fondo c’è solo una notte). Troppo veloci sono i riferimenti alla storia, si cambia in continuazione mescolando ere, personaggi, grandi avvenimenti e il risultato è un minestrone senza senso. Per non parlare poi della sceneggiatura, dialoghi fin troppo esplicativi a tal punto da dover spiegare uno dei temi musicali più popolari della storia del cinema. Ma il peggio arriva col doppiaggio nostrano. Si parta dalla guardia notturna con un dialetto stentato napoletano, a fare una becera figura da fesso. Stendiamo un velo pietoso sul centurione romano, con inutili e sempliciotti riferimenti al calciatore della capitale, e concludiamo con un ridicolo rimando all’onnipresente Signor Berlusconi, come se non se ne avesse già abbastanza.
La regia di Shawn Levy, dal canto suo, tenta di sfruttare le enormi potenzialità date dallo Smithsonian Museum di Washington. Il film appunto è ambientato nel complesso museale più grande degli Stati Uniti, che da solo ha già un suo fascino. Peccato però che regista e sceneggiatori (Lennon e Garant) si perdano completamente tra le stanze dell’Air and Space e dello Smithsonian Castel.
Detto ciò, resta un sequel che sfrutta i milioni incassati da Una notte al museo per riportare alla vita a tutti i costi Ben Stiller, qui nelle vesti di un arricchito imprenditore, decisamente sotto tono.
Certo rispetto alla riuscita pellicola precedente, in grado anche di far riflettere sul contrasto tra il cinismo degli adulti e la fantasia, è evidente che siamo alle prese col classico film dettato dalla legge del successo. Una piccola trovata per poter tirare in ballo l’infinità di situazioni volte al facile intrattenimento per bambini.
Così, come nelle migliori favole per famiglie, anche qui è l’amicizia a dare la spinta per tornare se stessi e l’amore per riprendere a sognare. Infatti, questa volta abbiamo una vera eroina pronta a salvare Larry Daley: la famosa Amelia Earhart. Personaggio centratissimo, simbolo dello spirito d’avventura, unica donna ad aver cambiato la storia dell’aviazione. Rivive ed è un piacere vederla interpretata da Amy Adams nel suo acume e nella fiera indipendenza. Era al vertice della notorietà, quando scomparve mentre sorvolava il Pacifico nel 1937, ed anche nel film vola via lasciando però una piccola sorpresa.
Sempre più brava, la bella attrice accende ogni attimo la scena celebrando la tenacia delle donne. E’ lei a creare alchimia e a dar forza a Ben Stiller - Larry. “Con la forza e il coraggio che dimostra – afferma la Adams – Amelia Earhart è una vera ispirazione. Ho fatto alcune ricerche interessanti su di lei per riuscire a creare una versione curata e alla moda di ciò che Amelia era, e mettere in evidenza le sue doti più brillanti.” E noi aggiungiamo che ci riesce in pieno.
Ad ogni modo tutti gli attori cercano di fare del proprio meglio. Ritroviamo, in parti al quanto risicate, il grande Robin Williams, il piccolo Jake Cherry, nonché il fedele amico Owen Wilson.
Nuovo è il ruolo perfettamente riuscito di Hank Azaria, (la voce di alcuni personaggi dei Simpson), qui è il faraone egizio Kahmunrah dotato di grandi poteri. Non male anche Al Capone (Jon Bernthal), Ivan il Terribile (Christopher Guest) e il complessato Napoleone (Alain Chabat).
In finale non è proprio una novità quest’ultimo lavoro di Ben Stiller, non coinvolge né entusiasma. Peccato per l’attore che ci auguriamo di ritrovare presto in una commedia alla Polly o circondato da suoceri incalzanti.

John Kennedy Toole – La bibbia al neon

Posted: 11 giugno 2009

Recensione di Andrea Comincini

Marcos y Marcos 2004 – Euro 13,50 – pp.208

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Bibbia al neon

Provincia americana, sesso e paura, rigore ed ipocrisia: sono gli ingredienti del romanzo d’esordio di J. K. Toole, scrittore morto suicida all’età di trentadue anni e, purtroppo per noi, autore di un unico altro libro, La banda degli idioti, vero e proprio long seller in America.
Questo giovane ragazzo ebbe una vita molto turbolenta, probabilmente anche a causa della forte ed ossessiva presenza materna nelle sue scelte quotidiane; insegnò alla Southwestern Louisiana University e scrisse La bibbia al neon a soli 16 anni.
L’opera narra le vicende di un giovanotto di nome David, il quale si trova seduto sui sedili di un treno diretto non si sa dove, e comincia così a narrare la propria vita, e tutti i fatti che hanno preceduto quel viaggio misterioso.
Il lettore viene in tal modo introdotto nel mondo rurale statunitense, dove il tempo scorre monotono e tediosamente identico ogni istante. La giornata è scandita da gesti semplici, e l’esistenza quotidiana viene regolata dalla figura del pastore, dello sceriffo, della maestra.
Il mondo descritto da Toole, attraverso una prosa adolescenziale non per il livello qualitativo ma perché il giovane è un ragazzino e fu scritto da un ragazzino, è ammantato di un’aura magica, nonostante le crudezze di tutti i giorni. Sebbene infatti la povertà, la sofferenza e l’ignoranza segnino l’anima del nostro protagonista, egli tuttavia appare sempre come un osservatore distaccato. La sua curiosità ricorda quella dell’esploratore, che attraversa silenzioso la giungla senza badar troppo alle difficoltà sul cammino. Nonostante ciò, ovviamente, i momenti lirici e le lacrime si intrecciano e emergono da un’anima silente, incapace – quasi sempre − di rancore.
Il piccolo David osserva la vita con occhi ingenui dapprima, poi, crescendo, comincia a capire quanto la società sia strana, e crudele. Compagna delle sue giornate è la zia Mae, ex cantante dal gusto eccentrico e dall’abbigliamento decisamente poco sobrio. Con lei va a passeggio giù in centro, dove osserva gli sguardi stupiti degli uomini nei confronti della parente. Vive in una casetta con la madre ed il padre, due figure essenziali e particolari per il loro carattere e per la fine che li attenderà.
Il racconto di John Kennedy Toole, insomma, è un fedele ritratto dell’America in cui visse, e risulta chiaro anche nel sottolineare più volte la mentalità bigotta dei concittadini, sempre intenti ad andare in chiesa, ma in fondo cinici e maliziosi.
A tratti il libro sembra ricalcare i classici romanzi di formazione, laddove il bambino affronta la vita e si ritrova adolescente, ma questa sensazione non trova sostegno perché il finale del libro non porta pace, ma segna l’inizio dell’ignoto, di un mondo di angoscia e di domande irrisolte. Certamente, tuttavia, le prove d’ogni giorno aiutano il ragazzo a capire se stesso e gli altri. La partenza del padre, i problemi psicofisici della madre, la zia stralunata e sempre a cantare. Il romanzo di Toole è veramente bello, e descriverne la trama o suggerirne i punti salienti, non rende giustizia ad una prosa delicata e suggestiva. I capitoli spesso si chiudono raggiungendo un climax emotivo da cui è difficile proteggersi. Le lacrime si intrecciano con le risate, ed alcune immagini sono piccoli ritratti d’autore, grazie ai quali il lettore viene trasportato nella casetta sbilenca sulla collina dove David vive, circondato da alti pini e dalla polvere di carbone. L’autore ha saputo ben distribuire ritmo e velocità alle parole, senza perdere il piacere di descrivere il tempo psicologico del suo protagonista, lento nella gioventù, più audace e accorto crescendo.
Il finale del libro apre le porte al grottesco, e lascia confusi. Questo smarrimento tuttavia non è da imputarsi ad un difetto stilistico o a scelte poco convincenti, bensì alla tragica realtà di un mondo – quello del sottoproletariato – abbandonato a sé, e destinato a perdersi. Oltre al protagonista, perfetta è la descrizione psicologica degli altri attori in scena. Ognuno di loro ricalca un ‘tipo’, ma non scade mai nell’ovvio, né nella banalità. Fra tutte risalta l’esuberante zia Mae, così buona e presente, e alla fine lontana e rassegnata a mentire, perfino a se stessa.
Dopo la morte di Toole, la madre riuscì a convincere Walker Percy, uno scrittore, a leggere ‘Una banda di idioti’, il quale riconobbe subito la grandezza del nostro e spinse per una pubblicazione, avvenuta nel 1980. La bibbia al neon invece fu dall’autore non pubblicata perché ritenuta poco valida; arrivò alle stampe nel 1989 ed oggi è disponibile grazie alle edizioni Marcos y Marcos.
La bibbia al neon prende il suo nome dalla luce che accarezza il testo sacro durante una bellissima preghiera notturna fra zia e nipote: momento lirico per eccellenza, conquista il lettore e lo immerge nell’animo buio di una America ancora presente, e spinge a conoscere meglio l’opera di questo sfortunato scrittore tragicamente scomparso nel 1969, ed ancora poco conosciuto in Italia.