Nic Kelman, Girls

Fazi, 2008 – euro 9.50 – pp. 200

di Mirko Zilahi De Gyurgyokai

Girls

Nel panorama della narrativa americana recente e di buon successo sta indubbiamente Nic Kelman. Prosatore dalle molte suggestioni, Kelman mescola con discreta maestria e grande freddezza elementi quotidiani ed intimi. A ciò fa spesso da contrappunto un approfondimento “scientifico” che tende alla più capillare minuzia descrittiva, quando non all’elucubrazione pseudo-dotta, degli stati d’animo dei personaggi come nel recente “The Behavior of Light” (“Il Comportamento della Luce”, cfr. recensione del 20 novembre 2008). Qui celebriamo la raggiunta popolarità dell’opera prima di Kelman, “Girls”, da poco nei tascabili di Fazi editore.
In campo, senza soluzione di continuità, una moltitudine di circostanze che affrescano il rapporto uomo/donna. Quasi sempre l’ambientazione, o meglio l’atmosfera, è quella della classe agiata americana in cui le situazioni in scena mescolano potere e sesso. Ma la scontatezza, anche la banalità del mix, è elusa grazie alla complessa modalità descrittiva, interna ai vari “io” maschili che si alternano al resoconto della propria condizione amorosa. Parallelamente all’inserzione di brani omerici sulle battaglie e gli amori degli eroi greci e troiani stanno passi sull’eterno conflitto maschio/femmina. Sul palcoscenico le “peggiori” pulsioni, le più terrificanti rivelazioni nascoste al fondo dell’animo degli uomini, tra i trenta e i cinquanta, che affollano codeste pagine: veri e propri “tipi”, stanchi del lavoro, del matrimonio e delle sue frustrazioni e assieme ricchi e potenti, ebbri di vita e di sesso, ma soprattutto senza freno. Stupisce, e diverte, l’assoluta franchezza dello sguardo di questi signori, i quali dialogano con se stessi senza remore morali o precetti sociali a tenerli a freno. Si legge allora del perché molti ricerchino donne molto più giovani: “Tu lascerai perdere, perché non sai come spiegarle, e preferisci che sia ignorante e felice piuttosto che istruita e triste. In effetti, è proprio per via di questa qualità che sei attratto da lei e da quelle come lei, e che non riesci a restare troppo a lungo con una di loro. Perché dopo diventano come te, quando diventano istruite diventano stanche come te, sature. Ma quando non capiscono ancora come va il mondo, riescono ancora a ricordarti la gioia. Sono dei bei gruzzoletti di gioia, sono. Puoi vivere attraverso di loro, anche se tu sei morto”.
Una distanza fisiologica, psicologica, sociale ma, soprattutto, assolutamente reale tra l’universo maschile e quello femminile. Non c’è paura né cinismo nel raccontare di storie di uomini fatti con procaci teenegers, né autocommiserazione. Che semmai emerge come mera invenzione sociale, fra il moralismo e quel femminismo che in America s’è fortemente scagliato contro il libro di Kelman. Sulla vita matrimoniale seduta ed uguale a tutte le altre uno dei protagonisti senza nome dice: “Mentre guidi, ti sorprendi a chiederti se è per quello che alcuni uomini non vogliono sposarsi mai. Perché sono abbastanza furbi da sapere che non importa quanto si vada d’accordo, non importa quanto bene ci si capisca, appena si comincia a condividere la vita completamente, con tutto il cuore, alla fine si arriva per forza a questo punto. Ti chiedi se non vogliono sposarsi mai perché sono abbastanza furbi da sapere che non ti puoi dimenticare della tua vita solo stando in compagnia di gente che non fa parte della tua vita”.
La ricerca, seria e documentata, che incornicia e glossa taluni passaggi, si scopre nella precisione della storia del concetto di amore di cui qui inseriamo un breve frammento: “I greci antichi non avevano una parola per l’amore romantico. Per loro, l’amore per un oggetto e l’amore per una donna erano proprio lo stesso. Quando parlavano o scrivevano della relazione tra un uomo e una donna usavano parole che significavano ‘possedere’, tenere in gran conto’, ‘avere rapporti sessuali con’. Quando Odisseo tornò a casa, lui e Penelope non si fecero le coccole. Scoparono”.
“Girls” non è un libro misogino, tutt’altro. C’è una voce unica, benché frammentata, che rileva minuziosamente la piatta, e a tratti sofferta, distanza tra due mondi, e lo fa senza giudizi di merito, come quando chiama in causa la sociobiologia per affermare che “gli uomini hanno più geni in comune con i gorilla maschi che con le donne”. Schegge d’empietà e maschilismo, a scorrere le critiche americane. In realtà, con buona pace di benpensanti e veterofemministe, e non senza un pizzico di rammarico, leggendo “Girls” non si scopre niente di nuovo, semmai s’individua qualcosa da sempre taciuto a se stessi. Uomini sposati che restano nel dormitorio femminile di un college, dirigenti di società importanti che fanno sesso con la figlia minorenne di amici, altri uomini d’affari che girano il mondo collezionando la noia delle esperienze sessuali con prostitute qualunque, fino alla meraviglia e all’emozione di un giovane corpo orientale.
Un libro di una superficialità abissale, duro, spigoloso magari crudo, ma assolutamente corretto. Mette a nudo la retorica dell’ipocrisia di valori letteralmente “in-naturali”: la fedeltà a tutti i costi assieme all’imperitendo amore coniugale. Due gli aggettivi in ballo: incoffessabile e necessario.