Dialogo dei massimi sistemi – Tommaso Landolfi

Edizioni Adelphi, 1996– euro 10,00 – pp. 208

di Andrea Comincini

Dialogo dei massimi sistemi

Opera prima, Dialogo dei massimi sistemi viene dato alle stampe nell’anno 1937, nel numero di 200 copie, e rivela al pubblico la grandezza artistica di uno dei più intensi scrittori del Novecento.
Tommaso Landolfi, di cui ricorre il centenario dalla nascita, traccia in quest’opera una sorta di testamento stilistico: quanto verrà scritto successivamente è già insito in questo incipit magistrale. Raramente l’esordio di un autore si colloca fra i lavori più interessanti del medesimo. Esente dai difetti di qualsiasi esordio, il Dialogo riferisce di un universo surreale e fantastico, in cui prevale il culto entusiasta della parola.
Caratteristica del testo infatti è l’ossessiva ricerca di una perfezione stilistico-formale, a scapito della trama. Sia chiaro: non trattasi di difetto, bensì di impresa meravigliosa e perfetta, attenta e completa. Landolfi scolpisce la parola forgiandola di suoni e forme inusuali, rendendo la prosa meticolosamente unica. L’effetto principale è un realismo tutto particolare, si potrebbe dire magico o visionario. Sebbene infatti l’onirico e l’esistente possano sembrare termini in contrapposizione – e forse lo sono – lo scrittore riesce tuttavia a fonderli in un unico ritmo, e la narrazione trasforma l’argomento più comune nel tempio del bizzarro, del fantastico. Lo stile a volte arabesco infonde al racconto lo spirito poetico di cui Landolfi è cacciatore. Emerge chiaro infatti l’amore del nostro per una narrativa essenziale ma allo stesso tempo bizantineggiante, ovvero traspare il desiderio di scrivere di letteratura per la letteratura.
Nel Dialogo dei massimi sistemi questa vocazione prende corpo attraverso vari racconti, spesso brevi o dai titoli stravaganti. Piccola Apocalisse, Maria Giuseppa, La morte del Re di Francia, sviluppano una trama in realtà inconsistente; non si vuole affermare che non vi siano personaggi o che il racconto proceda alla deriva, bensì evidenziare un altro elemento fondamentale per la comprensione della scrittura landolfiana: le vicende umane si intrecciano e si frappongono senza arrivare ad un finale concreto. L’esperienza della realtà appare essere un flusso di eventi in cui la linea temporale è fuori dall’ordinario ed appartiene a quel mondo visionario di cui si discorreva sopra. Piccolo capolavoro, per esempio, il funerale del topo. In poche pagine Landolfi sfiora le vette immacolate della poesia pura, e nel far ciò riesce anche a commuovere il lettore spaventandolo parimenti.
Un giovane dà la caccia ad un topo fra i mobili di casa sua, e si fa aiutare dal fido cane. Armato di ramazza, dopo che il quadrupede si è trastullato con l’animaletto fra le fauci semiaperte, dona la pace al piccolo mammifero agonizzante. In quest’attimo l’attenzione del ragazzo ricade sulle zampette del topolino, e la scena cambia totalmente. Quelle manine bianche, gli occhietti rossi, i palmi tesi in avanti e tristemente aperti, indifesi. Qualcosa cambia nella percezione del giovane, e la notte incubi stravaganti accompagnano il suo sonno agitato. Miriadi di topi in fila accompagnano in corteo l’amico scomparso, tutti uniti da uno strano cordone, che poi si scoprirà essere un filo di budello del ratto fuoriuscito a causa dell’azzannamento del cane.
Il ragazzo sta male, e trova conforto nell’abbracciare il corpo esanime della creatura. Lo coccola, lo seppellisce dignitosamente, e chiede scusa all’universo ed al creato per quanto ha fatto.
Il giovanotto diviene uomo: un rispettabile avvocato, tutto serio e d’un pezzo, il quale tuttavia, a volte, sale su per la cantina e danza e parla con gli amici topi, nascosto al mondo degli umani e diversamente altro in quello dei topi.
Landolfi - si diceva – riesce a strappare le lacrime al lettore davanti al dolore del ragazzo, ed a quelle zampette inermi. La fragilità e la dolcezza fanno da contraltare al cinismo della mattanza, alla sua crudeltà. L’universale dolore si libera dai palmi vuoti di un topo, sempre più simile all’uomo immerso nella propria agonia. La maestria dello scrittore riesce ad unire il piccolo e l’effimero, l’inezia del quotidiano al gesto estremo, al grandiosamente Altro, e così facendo trasforma il reale in surreale, l’ovvio in magnifico.
Il racconto riserva tuttavia anche un aspetto inquietante: l’ambientazione notturna, gli incubi rivelatori di una realtà inconfessabile, la miriade di ratti, richiamano la prosa di E. A. Poe, l’inquietudine del messaggio attraverso il verso – ed in simil modo una sorta di terrore inconfessabile, sebbene in Landolfi più lieve, avvolgono il mondo qui narrato, e rivelano di una esistenza parallela alla nostra, di mondi impossibili, in questo caso di mondi di topi che ci osservano.
Come l’assiuolo, il volatile protagonista dell’ultimo racconto, Landolfi deve continuare a inghiottire le notti o almeno prendersi l'impegno di parlare per loro. Di lui dice bene C. Bo quando afferma che: "amava sfidare se stesso e lo faceva oltre che con gli equilibrismi irreali della sua immaginazione con il suo stile, meglio con la sua forza poetica". Interessante è anche il commento di M. Perniola, in Tempo Presente (1965): “A Landolfi non resta che baloccarsi a far lo scrittore: l'unica nobiltà che gli è concessa è quella di stare col massimo rigore alla parte, di impegnarsi in un lavoro che vuol essere solo letterario, cioè artigianale. Le retoriche sono una garanzia contro il nulla dell'esistenza e l'inattingibilità dell'essere. «À l’eloquence ne tords pas son cou» ammonisce l'epigrafe di una prosa del 1942 (La spada). Infatti, l'eloquenza' di Landolfi non deriva dalla spontaneità, ma dalla inibizione; è l'eloquenza sentita come complesso di regole sintattiche e stilistiche da applicarsi: è esercizio accademico, non espressione immediata.”
La poeticità dell’autore traspare anche da piccole considerazioni a margine, ad esempio nella Pietra lunare, ove si interroga su come sia possibile dormire nelle proprie case quando nel cielo c’è la luna, mentre l’astro attraversa le stelle. Landolfi raccoglie la sfida dei dettagli insignificanti, e li veste di bellezza, nonostante la nostra esistenza renda questo esercizio ogni giorno più difficile: “La vita non ci presenta che situazioni e condizioni aperte, non pure senza soluzione, ma altresì senza conclusione formale. E a noi questo, per qualche dannato motivo, non va a genio”.
La mancanza di conclusione formale, l’assenza di significato, non lasciano spazio alla disperazione, ma nell’opera di Landolfi sono l’occasione di trasformare magicamente le parole che compongono il mondo, e disegnare una nova trama: surreale, fantastica, inquietante, ma piena di una incredibile dolcezza per la condizione umana.