Joe Lansdale – In un Tempo Freddo e Oscuro
Einaudi, 2006 – euro 13,80 – pp. 231
di Mirko Zilahy De’Gyurgyokai
“Il coniglio bianco”, “La notte di San Valentino”, “Il cane dei pompieri”, “È amore, ve lo dico io”, “Un lavoro come tanti”, “Bob il dinosauro va a Disneyland”, “In un tempo freddo e oscuro”, “Da mani bizzarre”, “La donna del telefono”, “Fatti relativi al ritrovamento di un paginone nudo in un romanzo Harmony”, “La bella e le bestie”, “Il grassone e l’elefante”, “Il tornado”. Basterebbe codesto nudo elenco - tredici titoli prima inediti - a dar ragione della collaudata scrittura immaginifica di Lansdale.
Del romanziere che in Italia si conosce soprattutto grazie a Fanucci (“Il valzer dell’orrore”, “Il lato oscuro dell’anima”, “Freddo nell’anima”, e molti altri) e, appunto, Einaudi (“La sottile linea scura”, Mucho Mojo, “Tramonto e polvere”, ecc) c’è qui moltissimo: una vera e propria antologia, una silloge divertente e spiazzante che copre la distanza di ventidue anni, dal 1981 al 2003, raccogliendo il meglio dei suoi racconti.
Il centro dell’universo immaginario sognato da Lansdale è incongruente, asimmetrico ma in qualche modo contiguo a quello reale. La qualità più evidente, che è forse anche il limite maggiore del libro, è l’eclettismo dello scrittore texano che però muove sempre fra bizzarro, fantastico ed oscuro. Tornano, rispetto ai romanzi alcuni topoi: tempeste e tornado, predicatori religiosi, vendette efferate e violente, ma soprattutto una perfetta mescolanza di generi.
Nell’insieme, soprattutto per l’appassionato lettore di Lansdale, è una buona pubblicazione, un libro comunque da avere. Con occhio più obiettivo va detto che spiccano solo tre-quattro racconti sui tredici.
“Fatti relativi al ritrovamento di un paginone di nudo in un romanzo Harmony”, in cui l’autore torna a pronunciarsi sul lato oscuro della provincia statunitense. Particolarmente straniante la perdita dell’innocenza cui si assiste in “Bob il dinosauro va a Disneyland”: il regalo di compleanno di Karen a Fred, un Tyrannosaurus Rex di plastica gonfiabile, si anima quando gli vengono infilate per gioco delle orecchie alla Topolino e “all’istante a Bob venne una voglia matta di andare a Disneyland”. Esperienza da cui torna traumatizzato: “Non c’è nessun topo del cazzo. È solo un tale dentro un costume. E il papero è uguale”.
In “Il grassone e l’elefante”, un uomo obeso ha un rapporto magico con l’elefante morente di una specie di circo per carpirne i segreti e comprendere la propria vita. “Il coniglio bianco” è ambientato al Cairo: un coniglio gigantesco si rivela alter ego malvagio del bianconiglio di carrolliana memoria e fa scempio dell’umano protagonista: “Il coniglio abbassò la mano. I suoi occhi rosa si fecero di colpo scuri e gelidi come la morte, simili a due stelle che da un momento all’altro si trasformano in nova. Lentamente, l’animale si avvicinò a Carpenter. Da un punto indefinito, nell’oscurità che circondava il cerchio di pietra, giunsero un suono flautato di pifferi e una lenta e ritmata cadenza di tamburi […] Il coniglio, adesso, gli era molto vicino, e il suo aspetto non era per niente grazioso, con quegli occhi simili alle cavità di un teschio, con quegli orribili denti. Carpenter ne avvertiva il fetido respiro, pari a quello di carne in decomposizione” E il celebre orologio che il bianconiglio di “Alice” seguitava a interrogare, scoprendosi perennemente in ritardo, restituisce qui unicamente l’ora dello scempio dell’umano protagonista.