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La Recensione - Redazione

Filip Florian – Dita mignole

Posted: o1 Aprile 2010

Recensione di Mirko Zilahi De Gyurgyokai

Fazi Editore – pp. 260 ca – euro 18,00

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Dita Mignole

In libreria da fine aprile, esce per Fazi “Dita mignole”, romanzo d’esordio dell’autore romeno Filip Florian – vincitore del Premio per il miglior primo romanzo da parte dell'Unione degli Scrittori Romeni, già pubblicato in Germania, Stati Uniti, Austria, Polonia e Ungheria e qui recensito nella sua versione americana (Febbraio 2009/Little Fingers).
Romania anni Novanta. In una tranquilla cittadina di montagna, all'interno di un sito archeologico viene scoperta una fossa comune. Chi sono questi morti le cui ossa affiorano dal terreno? Sono le vittime di una pestilenza risalente a secoli prima o piuttosto di un'esecuzione di massa perpetrata durante il regime di Ceausescu? E perché le falangi delle loro dita mignole sono sparite? Poliziotti, giornalisti, ex detenuti politici, comuni cittadini si riuniscono intorno al grande sacrario sfidandosi a colpi di ipotesi bizzarre, finché dall'Argentina una squadra di antropologi criminali, specialisti in "los desaparecidos", sarà chiamata a esprimere il verdetto finale. Sullo sfondo di queste indagini, una ridda di personaggi strampalati è protagonista di storie che oscillano tra il fiabesco e il surreale. C'è Petrus un giovane archeologo afflitto dall'ulcera, costretto a trascorrere le giornate di pioggia ad ascoltare Paulina, la sua proprietaria di casa, che gli racconta i propri sogni; Eugenia Embury, l'eccentrica vedova di un petroliere inglese, che vive circondata dai gatti e legge il futuro nelle carte; sua nipote Josephina con la quale Petrus intreccia una storia d'amore segreta; Dumitru M., che, avendo perso tutti i suoi beni durante la dittatura, vive cacciando colombi; Onufrie, un monaco eremita e umile servo della Madonna, che nasconde sotto il cappello un imbarazzante segreto; il fotografo Sasa e il suo stravagante dromedario Aladin; e poi l'ex detenuto politico Titu Maeriu, il procuratore militare Spiru e tanti, tanti altri ancora.
Filip Florian ha lavorato come giornalista e reporter per Radio Free Europe. “Dita mignole”, suo romanzo di debutto, ha ricevuto numerosi premi, tra i quali quello per il miglior primo romanzo dell’Unione degli Scrittori Romeni, ed è stato tradotto in oltre dieci paesi. Ha scritto altri due romanzi, Baiuteii (I ragazzi di viale Baiut, 2006), a quattro mani con il fratello Matei, e Zilele regelui (I giorni del re, 2008). Vive a Bucarest.
Il libro è un ironico e doloroso affresco dell’Europa postcomunista, in un racconto che assume le sfumature del giallo, dove realtà e finzione si intrecciano dando vita a un puzzle pieno di humour, mistero e tragedia. Accolto col favore della critica europea – «Una sorprendente storia di guerra, morte, alienazione, politica e singolari miracoli raccontata con una prosa brillante» (Publishers Weekly); «Questo esordio si lascia decisamente alle spalle le regioni del realismo piatto e popola la travagliata stazione balneare dei Carpazi di figure simili a quelle di Bohumil Hrabal che imperversano nella Praga socialista» (Süddeutsche Zeitung); «Uno strano fascino percorre questo romanzo di debutto, reso più intenso dalla sensibilità per gli effetti ritardati dell'oppressione totalitaria» (Der Spiegel) – il libro di Florian è un capolavoro di precisione e fantasia letteraria, si colloca tra il picaresco e l’assurdo, con le venature del tragico e la compiaciuta indolenza narrativa propria della grande letteratura dell’est.

Glister

Posted: 10 Febbraio 2010

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Guy Ritchie – UK/USA/Australia 2009 – durata 130’

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Sherlock Holmes

Tratto dal libro a fumetti di Lionel Wigram (ispirato ai personaggi creati da Sir Arthur Conan Doyle) Sherlock Holmes è diretto da Guy Ritchie e con interpreti Robert Downey Jr. nel ruolo del leggendario investigatore Sherlock Holmes, e Jude Law nella parte del Dottor Watson.
Tutto ha inizio con Holmes che interrompe in un rito satanico durante il quale sta per essere sacrificata una ragazza. Il cattivo di turno, con tanto di cappuccio nero, è Lord Blackwood. Subito imprigionato, viene condannato a morte per impiccagione. Ma si direbbe:“dopo tre giorni risorse” ed ecco la città nuovamente nel panico per morti inspiegabili.
Così, entra in scena la femme fatale, Irene, una bellissima e seducente ladra, con la quale Holmes aveva già intrattenuto una relazione sentimentale. E’ lei a spingere il prode eroe ad investigare sulla scomparsa di un uomo, che, neanche a dirlo, lo porterà dritto dal risorto Blackwood.
Si susseguono misteriosi omicidi, apparentemente avvenuti per cause magiche e Holmes riesce ad impossessarsi di un libro di magia nera e di alcuni elementi per praticarla. Ma, uomo dalla fede “illuminista”, rifiuta qualsiasi spiegazione magica e alla fine dei suoi lunghi ragionamenti comprende come siano avvenute realmente le morti e l’imminente pericolo per Londra. Certo lo scioglimento dei misteri non sarà articolato né seguito nei diversi passaggi intellettuali e materiali, avviene d'improvviso senza perché. Il film è infedele, leggero ma non irrispettoso della personalità e della antica fama dei suoi protagonisti. Approvato e sostenuto dai Baker Street Irregulars (Baker Street è l'indirizzo di Sherlock Holmes), conoscitori del personaggio che ogni anno arrivano a New York da varie parti del mondo, si riuniscono per scambiarsi scoperte e appunti, per discutere del loro eroe.

 

Sherlock Holmes

(regia di Guy Ritchie – UK/USA/Australia 2009 – durata 130’)

di Sonia Scorziello

 

Dimenticate, Signori, il vecchio e caro Sherlock Holmes! Addio all’investigatore con un senso quasi “socratico” per la ricerca del vero; diamo il benvenuto alla nostra proiezione nel passato, più un James Bond che un lord inglese. Ebbene si: corre nel fuoco, precipita dai palazzi, combatte come un vero super eroe, se non fosse per il titolo del film, il nostro personaggio si confonderebbe con un ibrido strano, una sorta di Suparmen alla 007. Trasformato il mito, invariato il canovaccio. Il bene e il male al confronto, la femme fatale, unica a far tentennare il prode eroe, l’amico fidato. La struttura è chiara, a dir poco banale, in questo miserevole scheletro si inseriscono i tessuti del narrato, ancor più ordinari. Lui, il malvagio per eccellenza, “figlio del diavolo” con doti di magia e capo della setta nera, pronto a conquistare Londra e poi l’Europa, ma come per tutti i maghi, i trucchi si scoprono, il fumo si dirada e resta il ciarlatano.
Ritchie, il regista, nonché ex marito di Madonna, punta dritto sullo spettatore giovane, fans del pop, appassionato del mistero, di un po’ di satanismo, e perché no, possibilmente devoto alla figura dell'eroe positivo, ma mai perfetto, anzi con tutti i suoi difetti e le sue debolezze messi bene in vista. Difficile, per questo, trovare approvazione tra coloro che, anche debitamente, tentano di riconoscere il loro beniamino letterario tra una scazzottata e l'altra, a mani nude.
Il film, montato con agilità, riserva a ogni nuova scena cento sorprese, sparpagliando qua e là una divertente ricchezza, pronti ad incastrarsi nella spiegazione logica e nell'analisi scientifica di Sherlock.
Irritanti e fin troppo didattiche le sequenze al rallentatore dove Holmes prima di combattere spiega allo spettatore le sue strategie. Non c’è che dire, Guy Ritchie con la suspence ha poco a che vedere, quindi ci mette tutto. Con risultati alterni: battute divertenti, forzate, scene d'azione fantastiche sul Tower Bridge in costruzione, tempi morti. La sua misura è la dismisura, il suo scopo è la meraviglia. A tratti potrebbe essere anche un film godibile, però dobbiamo dimenticare quel personaggio creato da sir Arthur Conan Doyle nel 1887, e del suo coinquilino di Baker Street, al civico 221 B. Anche il dottor John Watson, appunto, è fuori misura rispetto al medico che affiancava l'investigatore già nel primo romanzo.
Tuttavia il film incassa qualche nota degna di lode. Primo fra tutto il deciso carisma dell'attore Robert Downey jr. È lui che fa rivivere il fascino stravagante ed eccentrico del genio deduttivo concepito da Arthur Conan Doyle, dell'investigatore capriccioso e infallibile e incredibilmente erudito di Baker Street. All’avventura inventata per il film aggiunge molto di suo: taciti silenzi, sguardo acuto, fascino e naturalmente dandy all’ennesima potenza.
Ma ancor più bella è la ricostruzione di Londra. Aleggia nell’aria la povertà, sudicia miseria ottocentesca e prima rivoluzione industriale; paesaggio di architetture contrastanti, macchine edili, docks, cantieri navali. Paesaggio pulsante di una forza primitiva, energia e violenza con sullo sfondo i grandi nobili palazzi delle istituzioni e dei ricchi; fiume di imbarcazioni in movimento incessante. E che dire poi della ricostruzione interna del Parlamento, sembra di rivedere le carceri di Piranesi, le scale si rincorrono tra gli archi ci si perde come nelle acqueforti dell’architetto-pittore.
Dunque, tiriamo le somme, per un incasso di oltre 20milioni di euro è stato sicuramente il trionfatore delle feste natalizie, che per la prima volta non hanno digerito bene il cine panettone. Una variazione, a volte interessante, dello stile adrenalinico-bondiano corretto con I'humour e il processo di induzione deduzione.
Certo, è uno di quei film - e, dato il genere, la faccenda non è proprio indifferente - di fronte ai quali alla fine hai l'impressione e anzi ti accorgi decisamente che non tutto l'intreccio scorre fluido e plausibile. Ma, ad esser buoni, concediamo onore alla capacità di suggestione che ti fa dimenticare le incongruenze e ti avvolge nell' atmosfera londinese.

John Burnside - Glister

Posted: 10 Febbraio 2010

Recensione di Mirko Zilahi De’ Gyurgyokai

Fazi – 2010 – euro 18,00 – pp. 350

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Glister

Dopo la felice sorte editoriale anglosassone, (La Recensione, settembre 2008), esce anche in Italia Glister. Assieme all’ottima scelta di mantenere il titolo originale e alla precisa traduzione di Enrico Terrinoni, il testo dispiega le proprie qualità del grottesco, del misterico e dell’ambiguo.
L’Innertown è una città postindustriale, desolata e avvolta da una vegetazione fitta e malata, posto tossico e oscuro. È cresciuta attorno all’impianto chimico e ora che l’azienda di George Lister ha chiuso i battenti, l’Innertown s’è trasformata nell’ombra di se stessa. Dove s’aggirava la gente del luogo, ora camminano strane forme di vita. L’avvelenamento che è seguito alla dismissione degli impianti ha toccato l’intera area della vecchia città. La terra attorno all’impianto è malata. La gente s’ammala, e chi scampa alla malattia vera e propria resta comunque mentalmente segnato. L’intera Innertown ha perso ogni disposizione alla vita attiva. Una sorta di paralisi avvolge l’intera popolazione.
L’ex complesso chimico è soggetto e oggetto della vicenda, vero protagonista della storia. Tutti ne parlano, e i “kids” vi si aggirano furtivamente nottetempo. Tra di loro Leonard, la voce narrante, è un ragazzo diverso, problematico, sui generis. Legge molto i grandi classici e ha sensibilità e coscienza particolarmente acute. Con la sua banda di amici sembra vivere uno stato di disperata confusione: tutti insieme sono liberi dagli adulti, ormai fisicamente e mentalmente paralizzati. Alla paralisi ambientale e fisica, effetto dell’avvelenamento chimico, corrisponde una mostruosa stasi interiore, conseguenza dell’inerzia morale totalizzante.
A sconvolgere la cittadina, di per sé già tormentata, accade qualcosa di orribile: una volta l’anno un ragazzo sparisce senza lasciar traccia… di qui principiano le “particolari” indagini di Morrison.
Il romanzo è perfetta metafora della paralisi del mondo neo-capitalista e industrializzato, allegoria d’un’umanità ormai lontana dalle cose vere. Ed è un libro costruito con una cura e un’abilità linguistica che pongono Burnside, poeta scozzese insignito, come l’ultimo giocoliere dell’ambiguo e creatore d’atmosfere oniriche. Un esordio d’enorme spessore letterario, che vorrà necessariamente una ri-lettura.

Jan Elizabeth Watson - La prigione di neve

Posted: 20 Febbraio 2010

Recensione di Mirko Zilahi De’ Gyurgyokai

Fazi 2010 – euro 18 – pp. 340

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La prigione di neve

In uscita per le Strade di Fazi editore la trasposizione italiana di Asta in the Wings della Watson (La Recensione, luglio 2009), nella bella traduzione di Giuseppina Oneto. È la storia di due bimbi del Maine, Orion e Asta: fratelli inseparabili costretti in una casa dalle finestre coperte, oscurate. Fuori imperversa la peste che lascia cadaveri ammucchiati ai bordi delle strade, e bestie alate e deformi a nutrirsene. Dentro, il deus ex machina di tale articolata menzogna è la Mamma – sì, proprio il maiuscolo – Loretta Hewitt.
Le giornate di Orion e Asta sono scandite dai ritmi della tele e delle letture di tre “testi sacri”: la Bibbia, il Grande libro dei Film e un sussidiario da cui apprendono le poche nozioni della vita reale, e intorno ad essi si articola tutto il loro mondo.
Così la giornata principia sempre con la donna che esce per andare a lavoro e, fino al suo rientro di sera, i due passano il tempo giocando, preparandosi pasti inscatolati o leggendo. Senza averne il minimo sospetto, abbandonati all’universo delle cose che li circonda, sono prigionieri delle fissazioni della madre, che per loro ha inventato un sistema di distrazione dal mondo reale. Asta e Orion vivono, da sempre, dentro quella casa. Ma la scansione perfetta e monotona del tempo all’interno dell’abitazione contribuisce all’edificazione della cortina di menzogne della madre.
Così, talvolta, di sera, i tre recitano le parti di attori nei vecchi film muti - la nonna era un’attrice, morta precocemente, da cui Loretta ha tratto l’ossessione per le pose, il linguaggio, le citazioni cinematografiche, che si fanno vere e proprie regole di vita in forma di aforismi: su tutte quella per cui “ci si può comportare come se si stesse guardando un film o come se ci si stesse recitando”. La routine, fosca ma familiare, è sconvolta da un imprevisto che interviene a inceppare il meccanismo. La madre una sera non fa ritorno, e i due sono costretti ad uscire di casa…
Un debutto sensazionale di un’autrice che si muove con precisione e dolore nell’universo del puro letterario. Senza se o senza ma. Imperdibile.