Domenico Losurdo, Il revisionismo
storico
(Laterza, 2002 - euro 20,00 - pp. 293)
di Andrea Comincini
Domenico Losurdo, filosofo di formazione marxista, considera
essenziale riportare la filosofia e i suoi protagonisti sul terreno
dei contenuti storici. Antimetafisico per eccellenza, lo studioso
è convinto sostenitore di un pensiero dinamico, inserito nel
contesto culturale da cui sorge, e quindi comprensibile solo
indagando lo stesso con gli strumenti appropriati
dell'analisi comparata.Grazie ad essa infatti sarebbe
possibile raggiungere l'obiettivo preposto, ovvero
smascherare pregiudizi, responsabilità oggettive e
soggettive di un evento storico o filosofico.L'analisi dei
fatti, pertanto, è il tratto principale del suo filosofare,
ed alla storia si rivolge per comprendere la filosofia. I libri di
Losurdo svolgono dunque una duplice funzione: da un lato si
rivolgono al lettore di argomenti filosofici, dall'altro sono
testi storiografici veri e propri.
Il revisionismo storico è una delle opere
più ispirate e certamente esemplari, poiché analizza
termini concettuali e paradigmi metafisici. Come suggerisce il
titolo però, e coerentemente ai propositi suddetti, il
trattato non demolisce solo le meta-strutture che interpretano la
storia - non rilegge semplicemente la storiografia - ma
è anche riferito alla storia stessa, in particolare
alla seconda metà del Novecento. Un metodo d'analisi
degli eventi presenti e passati denominato
"revisionista" si è infatti imposto negli anni
del dopoguerra. Secondo Losurdo, storici del calibro di Furet o
Nolte rileggono punti chiave della tradizione occidentale
attraverso un paradigma esegetico condizionato da scelte
interpretative faziose. Dopo la Seconda Guerra mondiale, e con la
caduta del muro di Berlino molti decenni più in là,
molti critici di varia estrazione si sono tenacemente impegnati a
cambiare le loro convinzioni socialdemocratiche verso posizioni
più o meno conservatrici. Tale tendenza a rivedere la storia
con un'ottica diversa ha spesso prodotto analisi decisamente
reazionarie, e prive di uno sguardo obiettivo.
Il ciclo rivoluzionario che parte dal 1789 fino al 1917 viene
considerato alla stregua di un cancro, prodotto deviato di una
evoluzione storica "naturale" verso il progresso, nel
rispetto delle gerarchie precostituite. In Il revisionismo
storico Losurdo si impegna a smantellare le accuse rivolte
alla tradizione socialista usando gli stessi strumenti
dell'accusa. Ma quali sono queste imputazioni? Basterà
qui citarne due, ovvero l'insinuazione rivolta alla Unione
Sovietica di essere stata ispiratrice dei lager, anticipandoli con
i gulag, e la de-specificazione dell'avversario, ossia
l'atto di attribuire al nemico caratteristiche naturali o
culturali tali da renderlo inferiore e da giustificare la sua
soppressione.
Domenico Losurdo riporta una lunga serie di citazioni prese da
intellettuali, politici e funzionari di Paesi come la Francia, la
Germania, o l'Inghilterra, rivolte contro la tradizione
socialista. Ai comunisti vengono addebitati ogni tipo di crimine, e
vengono portate ad esempio le uccisioni di ebrei ed omosessuali nei
lager. Secondo loro, Hitler si sarebbe ispirato a questi
comportamenti, quindi la tradizione nazista e comunista godrebbero
di una continuità di vedute e comportamenti. Attribuire al
nemico caratteristiche fisiche o culturali tali da renderlo
eliminabile per una presunta oggettiva inferiorità
costituirebbe un altro fattore nato in seno alla tradizione
rivoluzionaria.
Sotto il regime nazista, neri, slavi, asiatici venivano
considerati incapaci di assurgere al livello intellettuale
dell'uomo bianco: la storia revisionista, ancora una volta,
imputa alla tradizione rivoluzionaria la causa di tutto ciò.
È stato il bolscevismo per primo a portare nel cuore
dell'Europa violenza e massacri. Con la de-specificazione del
nemico ha giustificato ogni sterminio ed eccidio perché
grazie ad essa ha autorizzato il dispiegamento massiccio di
eserciti oppressori, politiche militariste e leggi coercitive; fino
alla "soluzione finale", ovvero l'eliminazione di
etnie intere. Secondo siffatti studiosi, di conseguenza, solo la
tradizione liberal-conservatrice ha realmente sostenuto i principi
di fratellanza, libertà e rispetto degli individui: tutto il
resto è abominio, violazione delle tradizioni, dei meriti
individuali, delle gerarchie naturalmente prodotte.
A seguito di siffatte accuse, Losurdo propone una attenta analisi
comparata capace di mostrare al lettore la verità dei fatti.
Razzismo, ghettizzazione, criminalizzazione del nemico appartengono
pienamente alla tradizione liberale. I primi a parlare
negativamente di intere popolazioni o etnie sono stati i liberali
Stati Uniti d'America nei confronti dei Pellerossa. A riprova
di ciò, durante la Seconda Guerra mondiale, Roosvelt fece
internare migliaia di giapponesi e di non-americani, compresi donne
e bambini.
La cosiddetta "soluzione finale", ovvero
l'eliminazione coatta di un intero popolo, è
un'altra delle accuse che storici come Furet o Nolte imputano
all'Unione Sovietica. In realtà, soluzione finale
significa genocidio: "Pensate, per esempio, alla tragedia
degli ebrei in Germania. Spesso si erano distinti, nel corso della
Prima Guerra Mondiale, come soldati e ufficiali, che avevano
conseguito anche le più alte decorazioni militari. Ma tutto
questo diventa irrilevante agli occhi del Terzo Reich perché
sono ebrei, espressione di questo virus che deve essere comunque
sterminato. Quindi noi dobbiamo vedere le differenze pur
sottolineando l'orrore del gulag sovietico, su questo non
c'è dubbio."
La caratteristica peculiare del libro di Losurdo tuttavia non
è semplicemente la giusta attribuzione delle colpe. Il
filosofo va oltre: mentre gli eccessi nati dalla tradizione
rivoluzionaria non hanno mai fatto parte della dottrina, è
viceversa intrinseco nella teoria liberale sostenere quelle azioni
che nella prassi vengono denunciate come estranee allo spirito del
liberalismo. Losurdo richiama il lettore a riflettere su di un
elemento fondamentale, ovvero la contiguità tra liberalismo
e deriva autoritaria: la vittoria dell'asse anglo-americano
ha prodotto infatti una riscrittura della storia a senso univoco,
cancellando i propri misfatti e la sincera simpatia nei confronti
della Germania nazista da parte dell'Inghilterra, ad esempio,
per il suo ruolo di oppositore al regime comunista.
Il testo presenta anche un'altra caratteristica
interessante. Oltre a dimostrare come la tradizione liberale sia
stata la vera ispiratrice di molti crimini, a differenza di quella
socialista, è proprio grazie a quest'ultima se noi
oggi avvertiamo come orripilanti le accuse di inferiorità
rivolte alle varie etine, come anche i genocidi ed i massacri.
Grazie ad essa, infatti, è nata l'idea di "uomo
universale" e di un diritto inalienabile per tutti. Con la
rivoluzione francese prima, e con la tradizione marxista poi, si
è imposta in occidente l'idea per cui tutti gli uomini
sono uguali.
La conclusione di Losurdo è che il Novecento sia certamente
il secolo in cui campi di concentramento, eccidi, deportazioni e
massacri hanno fatto il loro ingresso in Europa, e non nella
storia. Una storia che ha già tristemente registrato tali
nefandezze: dimenticarlo o cancellarlo sarebbe un crimine peggiore,
perché rischieremmo di ripetere gli errori commessi in
passato. La lettura del libro di Losurdo, qui caldamente
incoraggiata, aiuta a comprendere nel profondo la necessità
di avvicinare la storia da posizioni critiche e giustificate, per
evitare il crescente pericolo di facili e fuorvianti revisionismi,
di moda nei nostri tempi.