Claudio Magris, L’infinito viaggiare

Oscar Mondadori 2006 – Euro 8,80 – pp. 243

di Andrea Comincini

L'infinito viaggiare

Delicato nel descrivere l’impalpabile condizione umana, gentile nella prosa e nelle immagini colorate, questo bel libro di Claudio Magris, L’infinito viaggiare, racconta le storie degli uomini e delle donne viste e vissute durante una vita in pellegrinaggio.
Microcosmi che si incrociano e confondono, soggetti plurimi e indefinibili, i racconti proposti richiamano i paesaggi più disparati, dalla Spagna di Don Chisciotte alla Germania di Ludwig, dalla Slovenia fino ai Sorbi, l’Australia, il Vietnam o la Cina.
Lo scrittore triestino è il protagonista principale delle vicende: tra conferenze, incontri, spostamenti egli disegna la mappa della sua vita, e ne interpreta il significato. La prima lettura è una semplice trascrizione di capoluoghi e costumi locali, ma naturalmente questa è soltanto la lettura più semplice, quasi banale, che dell’opera si può fare.
Il libro infatti è vivace e multiforme, e disvela vari livelli interpretativi, epifanie sull’Oltre che l’umanità tutta accomuna.
Viaggiare infatti non è un atto del singolo, ma dell’uomo in generale: attraverso i mondi intorno, se stesso, gli altri. Ecco emergere il senso più intimo del testo, la scoperta dell’Io di ognuno di noi.
Quando si viaggia crollano antiche certezze, i confini sfumano, le differenze si sciolgono od infittiscono, a seconda di quanto siamo capaci e volenterosi di comprendere la vita.
Tale processo è infinito, così come infinito è il vagabondare nei nostri pensieri, le ansie, le paure. Il viaggio è simbolo perfetto di questo pellegrinaggio immanente dell’essere umano e ne raccoglie quindi i frutti, maturi ed acerbi. In questo continuo preambolo – così l’autore – si intravede ‘qualcosa che deve sempre ancora venire e sta sempre ancora dietro l’angolo; partire, fermarsi, tornare indietro, fare e disfare le valigie, annotare sul taccuino il paesaggio che, mentre lo si attraversa, fugge, si sfalda e si ricompone come una sequenza cinematografica, con le sue dissolvenze e riassestamenti, o come un volto che muta nel tempo’. Il tragitto non è semplice timbratura di biglietti aerei o coincidenze di treni in orario: metafora preziosa della vita che sfuma, cambia, si dissolve in altre forme e scova nuovi sguardi, parole, descrizioni, esso è l’esistenza stessa nella sua totalità e nella sua frazione. Come dice un grande teologo, Karl Ranher, ‘con la morte cessa lo status viatoris dell’uomo, la sua condizione esistenziale di viaggiatore’. Viaggiare quindi è vivere: dalla partenza all’arrivo, ciò che conta è godersi il tragitto, senza pensare troppo alla destinazione. Nell’atto presente, nel possesso della propria vita – qui Magris ricorda l’amato filosofo Michelstaedter – giace l’uomo persuaso, padrone di sé e finalmente libero.
Viaggiare infatti è libertà: dalla quotidiana monotonia e le sue regole, dal lavoro ripetitivo e ottuso, anche dalle persone amate per sentire la solitudine, a volte fonte necessaria per dissetarsi attraverso le sorgenti della creatività. Attraversare la vita ci emancipa dalle banalità della società moderna, i suoi ritmi insulsi, le offese giornaliere. È attraversare il confine con un bagaglio leggero, quello della voglia di capire, vivere, essere autenticamente in cammino.
Il confine è un altro elemento sempre presente nell’opera di Magris. Attraversare un Paese vuole anche dire emanciparsi dai propri pregiudizi e dalle facili generalizzazioni. Quante volte accomuniamo persone e popoli sotto i vessilli dei luoghi comuni? Ebbene, la lettura di questo libro ci fa provare un inconfessabile senso di vergogna, perché la vita vera, quando viene descritta e si ha il coraggio di guardarla in faccia, racconta mille storie di uomini e donne differenti, audaci e deboli, colti ed ignoranti. Etnie sconosciute dalla grandissima umanità, come i Sorbi o i Bisiaci, e grandi genti quali gli ebrei – incommensurabilmente inclassificabili in stereotipi tanto quanto gli stereotipi stessi che subiscono in ogni epoca – ed ancora Vietnamiti, Caucasici, Cinesi che adorano l’italiano e lo studiano con passione maggiore di un Fiorentino o di un Romano, tutti questi volti si trasformano nel bagaglio che il viaggiatore porta con sé a casa. Ma quale dimora?
“Chi viaggia è sempre un randagio, uno straniero, un ospite; dorme in stanze che prima o dopo di lui albergano sconosciuti […] e così comprende che non si può mai veramente possedere una casa, uno spazio ritagliato nell’infinito dell’universo, ma solo sostarvi, per una notte o per tutta la vita, con rispetto e gratitudine”.
Viaggiare è prima di tutto conoscere socraticamente se stessi, comprendere la labilità dell’Io, essere un ‘anarchico conservatore’ che in questi microcosmi esistenziali raccoglie le esperienze del mondo e ne fa tesoro. Lo scrigno delle avventure è prezioso, e chi lo custodisce è la scrittura. Anche scrivere è viaggiare: tracce, segni, confini, ritorni. La penna dell’artista, raccoglie e nasconde, disvela e sancisce. In questa archeologia delle anime e dei corpi, nella decifrazione dell’esistente, lo scrittore salva il vissuto attraverso la sua opera, e la offre a quanti, in elettiva affiliazione, riconoscono nelle parole e nelle descrizioni dei paesaggi le orme della propria vita.
L’infinito viaggiare è metafora di una vita trascorsa nel mondo geografico, e quello parallelo della letteratura: entrambi restano luoghi deserti ed aridi se non si affrontano con l’animo giusto, che altro non è se non l’animo del viaggiatore: un uomo nel mondo, esule e in patria ovunque vada, perché, come l’ebreo, “non ha patria ma ha una patria nel cuore, che porta sempre con sé e che niente può annientare; l’ebreo inserito nella tradizione, nella Legge, nel Libro, il quale, secondo la vecchia storia, quando lo vedono partire e gli chiedono se vada lontano, risponde talmudicamente con una domanda ossia chiede a sua volta: “Lontano da dove?”, perché da una parte egli è sempre e dovunque lontano, ma dall’altra non è mai lontano dal suo centro di valori”.
Claudio Magris regala un libro affascinante ad un lettore che resterà doppiamente soddisfatto da quest’opera così vivace e leggera non soltanto per i viaggi attraverso anime e mondi dall’autore descritti, ma soprattutto per la coraggiosa sincerità con cui egli ha voluto coinvolgerci nella sua vita, tra incontri ed abbandoni, gioie e dolori, valigie perse ed amici ritrovati, perché viaggiare insieme – veramente – è condividere oltre le parole il significato più profondo che ad esse si dà. Questo è l’infinito viaggiare.