Giorgio Manganelli, Mammifero italiano
(Adelphi, 2007 - euro 10 - pp. 150)

di Mirko Zilahy de' Gyurgyokai

Mammifero italiano

Preceduta da La favola pitagorica (2005) e da L'isola pianeta (2006), entrambi a cura di Andrea Cortellessa, la Piccola Biblioteca Adelphi si arricchisce dell'ennesima silloge di interventi manganelliani post mortem, con Mammifero italiano, a cura di Marco Belpoliti. Se i primi due fanno parte della serie di reportage di viaggio - rispettivamente - sulle città d'arte d'Italia (Firenze, Roma, Parma, Piacenza, Modena, i centri abitati abruzzesi, ecc.) e sul vasto settentrione europeo (Svezia, Norvegia, Islanda, Finlandia, Danimarca, Færøer, Scozia, Inghilterra e Germania) e vengono appresso ai più datati Esperimento con l'India (1992) a cura di Ebe Flamini, Cina e altri Orienti (già Bompiani, 1974 ora Adelphi, 2000), L'infinita trama di Allah, viaggi nell'Islam 1973-1987 (Quiritta, 2002) a cura di un'altra notevole studiosa manganelliana come Graziella Pulce - l'ultimo arrivato in casa Adelphi s'inscrive tra le collection di corsivi dello scrittore milanese.
La tonalità tipica della scrittura "geocritica" di Manganelli, la divagazione umorale, pertiene altresì alla prospera carriera di corsivista in volume dell'autore milanese, avviata col celeberrimo Lunario dell'orfano sannita (Einaudi 1973; poi Adelphi 1991), proseguita con Improvvisi per Macchina da scrivere (Leonardo 1989; poi Adelphi, 2003) e conclusasi, per ora, con l'ennesimo postumo, un abile montaggio di pezzi apparsi sul <<Corriere della Sera>>, <<L'Espresso>>, <<Il Messaggero>>, <<L'Europeo>>, <<Il Mondo>>, e <<La Stampa>> tra il 1972 e il 1989.
Se i contrassegni inderogabili delle brevi note polemiche manganelliane sono da sempre l'ironia e il paradosso, ciò si ripete, con esiti sempre gustosissimi, nelle funamboliche annotazioni sulla realtà italiana qui raccolte sotto il titolo Mammifero italiano (scelta legata all'oggetto e al carattere beffardo di un celebre Improvviso, fortemente sarcastico, a proposito dei cervelli da mammifero dei politici nostrani).
È forte la coerenza tra i corsivi qui proposti; tanto strutturale - la brevità, la velocità e la causticità del commento - quanto argomentativi, l'invettiva di Manganelli si orienta contro gli istituti fondamentali della società italiana con interventi mordaci sulla famiglia, sulla patria, sull'ingerenza della Chiesa, sulle istituzioni, sulla politica, sull'università, sulle tasse e su temi di interesse generale quali il divorzio e l'aborto (a riguardo restano celebri le filippiche contro Pasolini).
Ciò che funziona straordinariamente, intrigando e spiazzando al contempo il lettore, è l'interpretazione manganelliana dello spaccato italiano, degli ordinamenti e della morale comune, che si serve appunto in ugual misura delle tonalità del sarcasmo e del paradosso. Il ribaltamento del punto di vista "normale", e a livello più complesso del pensiero forte, è ottenuto grazie all'impiego sistematico del controsenso e del nonsenso a mostrarne le intrinseche debolezze. Il corsivista fa sul serio e, per una volta, pare deciso a dire la verità, camuffata però dal raccontare paradossale e giocoso del più classico dei fool.
È il caso di un gustosissimo pezzo sulla domenica nel belpaese. Manganelli ne dà un quadro tanto lucido e tangibile quanto, avanzando nella lettura, sardonicamente sferzante: la domenica è "un giorno finito, in cui la vita s'arresta, impigrisce come un fiume che s'impaluda, un giorno in cui non si può spendere denaro se non in modo collettivo ed inutile, in cui è obbligatorio divertirsi e quindi non ci si diverte. Giorno lento e neghittoso; giorno nevrotico. Gli psichiatri hanno coniato il termine "nevrosi domenicale", e la curano nei giorni feriali. Io oserei dire ai riluttanti: il vostro lavoro domenicale, se lo fate, non è perdita, non è inutile fatica; fa parte della battaglia difficile per la distruzione della domenica, per l'eliminazione della nevrosi domenicale, l'abolizione del divertimento obbligatorio. [...] Detesto questo giorno luttuoso, taciturno, le saracinesche abbassate, un raro fantasmatico sferragliare di tram".
Il paradossale gioco manganellano, nonostante il taglio disimpegnato, tende comunque a ricercare, e criticare aspramente, il "fondo archetipico della società italiana" nel tentativo di scardinarne le ostentate supposte verità globali. Manganelli si fa così paradossale sociologo "interessato a capire le dinamiche collettive" - secondo quanto rileva Marco Belpoliti - e a proporne una prospettiva, per usare un concetto a lui caro, anamorfica: non frontale né lineare ma contraddittoria e inconsueta.
Il massimo dell'eversione in tal senso Manganelli lo tocca in un pezzo sulla famiglia italiana il cui incipit "Non ho alcun motivo per amare, venerare, rispettare la famiglia italiana" non lascia spazio a dubbi sulla prosecuzione del gradevole quadretto che ne segue. Un tono finto coscienzioso si mescola a una ironia a tratti erosiva, a partire dall'istituzione matrimoniale: "Quando si trova un coniuge ammazzato, la prima persona inquisita è l'altro coniuge: questo la dice lunga su quel che la gente pensa del matrimonio". Proseguendo con una descrizione più ampia dei contorni familiari e delle dinamiche latenti che la governano, il cui effetto è assieme grave e dilettevole: "La convivenza indefinita, misurata a decenni, di poche persone in breve spazio è innaturale. Si aggiunga che qualcuno sa che qualcun altro lo seppellirà, e lo sa anche l'altro". Il discorso verte infine sulla necessità, e sul diritto, alla solitudine personale sostanzialmente neutralizzata dall'istituto familiare; le sfumature dell'umorismo manganelliano denotano ancora una razionalità ai limiti del cinismo cui si mescola un divertimento assai lucido per sé e per il lettore di ieri e di oggi:
"Io posso vivere la solitudine in una città, in una folla; ma non la posso vivere in una famiglia, dove tre o quattro persone si toccano, si scorgono, si guardano, si indagano, si giudicano. Qualcuno aggiungerà <<si amano>>. Talora è vero, ma dal punto di vista della solitudine la minuta, collezionistica insistenza dell'amore continuo può essere inquietante. Inoltre, chi ama difficilmente rinuncia a <<capire>>, e questo può essere intollerabile [...] Nella famiglia italiana, oggi la solitudine è sostituita dall'isolamento. Una anomala concentrazione fa sì che sia necessario difendersi, schermarsi, e nasce nel fondo del nostro cervello una sorta di mormorio continuato [...] Si diventa astuti e reticenti; nascono i compatti silenzi, le conversazioni tese e vane; ad un certo momento, si prende un gatto. Famiglie sull'orlo della cronaca nera sono state redente da un gatto...".