Giorgio Manganelli, Le interviste impossibili
Adelphi, 2006 – Euro 9,00 – pp. 140
di Andrea Comincini
“ Il mio regno fu una grande illusione, un miraggio perfettamente concluso in cui donne e uomini vissero per qualche generazione, come se fosse una imitazione dell’eternità”. Confessione di una vita mai realizzata, sogno di poche anime ormai spente, l’ammissione appartiene al Califfo di Bagdad, ed è riportata insieme ad altri percorsi lirici e misteriosi narrati da Manganelli nelle sue interviste impossibili.
Libro allucinatorio e fatale, perché di destino si tratta, e di visioni mostruose e passeggere riguardanti alcuni personaggi della nostra storia. Fregoli, Nostradamus, Gaudì, Tutankhamon, Harun Al-Rashid, Casanova: l’autore, in uno viaggio oltre tombale, appare a delle apparizioni, fantasma di fronte a fantasmi, flatus vocis, parola verso parola.
Manganelli racconta le vite di questi umani di un tempo, e trascrive le biografie dei trapassati, seppur vivi negli inferi, ma estinti. Sfumano i contorni delle date, dei ricordi, ed emergono verità dimenticate, persino dai protagonisti di un tempo. Ma di che tempo si tratta? Ecco evocare le proprie gesta compiute nel mondo calpestabile, ma senza trasporto o convinzione. Manganelli confessa l’inconfessabile per bocca delle sue vittime, e così comprendiamo che i defunti siamo noi: parole indicibili dalle dichiarazioni della medium Palladino, dalla sua noia a trovarsi nella casa di Ade, perché lì non sente voci, nessuno la va a trovare, e la sua esistenza è soporifera: ben altro da quando era piena di morti che le parlavano, negli anni in cui camminava sul suolo assolato. Giorni invasi dalla morte, quindi…vivi.
Simile ad una antologia di Spoon River, le voci travolgono l’ascoltatore. Quale dei due sia il fantasma, difficile da dire. Anche il sovrano Tutankhamon è scettico: la sua esistenza terrena ha avuto senso solo in quanto rivolta alla morte: doveva morire per vivere. Degenerare per rinascere.
Questa scomposizione, denuclearizzazione delle coscienze cade pesantemente su ognuno di noi, e ci rivela una sorte bastarda e crudele, dove l’assenza di senso trasforma le pareti domestiche in un inferno. Mentre la lettura procede, si avverte la strana sensazione che si vorrebbe evitare, l’impronunciabile coscienza del riconoscimento: l’Ade di Manganelli è la nostra vita, la nostra anima affollata di voci, demoni, piagnistei, identità. Per tal motivo gli intervistati restano spesso sbigottiti dalle domande dell’intervistatore, mentre ascoltano le loro improbabili biografie, perché ciò che degli uomini sappiamo altro non è che un refuso, un errore grossolano della memoria, o una finzione comica.
Il mondo descritto da Manganelli è una valle nera senza speranza, dove la memoria è traditrice, ma soprattutto spazio colmo di illusioni. Nelle interviste emerge risoluto lo spirito demistificatore dell’autore nei confronti delle verità solari, definitive, delle certezze consolidate. L’investigazione si trasforma in un catalogo di nulla: vita, pensieri ed azioni così come ricordate altro non sono se non mistificazioni. Per parlare della vita bisogna andare nel regno dei morti. Lì soltanto l’uomo è consapevole della sua essenza, ma poiché appare sfocato, simile ad un ectoplasma, è evidente la propria coincidenza con il vuoto. Vuoto è il destino, perché una volta privato dei suoi mostri, le paure, le finte benevole intenzioni, resta l’involucro trasparente e perituro della carne.
“Una stalla di carne”: così la medium Eusapia si definisce, in tal modo muore ogni possibile con-versazione. Quando Manganelli domanda a Fregoli il senso del loro colloquio, egli risponde: “ma quale colloquio mio caro? Forse non hai capito niente; eppure è semplice. Non c’è stato nessun colloquio, nessuna intervista. Fregoli ha parlato con Fregoli, il nulla con il nulla […] –Nessun colloquio dunque? – Nessun colloquio mio caro; ora te ne puoi accorgere; silenzio, nient’altro che silenzio.”
Le interviste esplorano tutte questi vuoti biografici, ma il libro non risulta certamente monotono o pesante. La grandezza stilistica di Manganelli riesce al contrario a regalare ironia e risate proprio nei momenti di maggiore drammaticità: dicotomia ovviamente non casuale, ma espressione necessaria dell’arte di un grande scrittore, il quale combina vita e morte non soltanto sovrapponendo le storie dei suoi intervistati, ma persino registri e stili, tonalità discorsive e proposizioni, fino a rendere il testo una trama di spartito, una musica uniforme e soffusa in cui si rivela quel ‘rumore sottile della prosa’ tanto caro al suo ideatore.
Le interviste impossibili non sono tali giacché dovremo rimandare - lo speriamo - il fatidico incontro in un altro momento: esse lo sono perché il contenuto delle stesse – la vita – non è raggiungibile, e viene a mancare. La deficienza tuttavia non produce silenzio: questa sarebbe almeno una certezza. L’assenza provoca un brusio sottile, un affollamento di segni, una foresta di simboli in cui l’uomo deve provare a orientarsi. Manganelli trasforma in opere raffinate le sue convinzioni personali riguardo l’alterità radicale fra realtà e letteratura, e attribuisce agli archetipi ed alle maschere della coscienza il volto di mostri, vampiri, fantasmi, pulsioni inconfessabili e ingovernabili. Tutto ciò è destinato a non cercare, conseguentemente, la verità del reale, ma a sconvolgerne i progetti, a narrare altro dalla vita: Letteratura come menzogna. Questa scelta trasforma la prosa manganelliana in un ‘felice vanverare’, e traccia una strada netta davanti all’intellettuale, ovvero vivere la letteratura a guisa di un gioco, con le proprie regole altre dal mondo. Nell’intervista a Rashid, possiamo leggere ancora la seguente confessione: “come palcoscenico, come illusione io amo il mio regno; come potenza, ormai l’ho dimenticato; ora è sabbia, come doveva essere; potrei ricordarlo come cosa dolce ed effimera; ma perché ricordare quel catalogo di angosce che fu il mio regno? Preferisco rammentare il mio rubino, la rete di perle con cui copersi uno sfregio sul corpo della donna che amavo. Naturalmente, anche quella era una allegoria: la cicatrice amata genera perle. Quelle perle non hanno mai cessato di abbagliarmi”
Fra le parole del sultano, il destino del nostro scrittore e la sua vocazione.