Josè Saramago, Andrea Mantegna
(Il Melangolo editore, 2002 – € 10,00 – pag. 54)
di Andrea Comincini
"La natura petrigna, con cui si staglia nell'arte del Quattrocento il personaggio di Mantegna, coinvolge tanto le opere figurative quanto la leggenda biografica. E proprio il fatto che essa si caratterizzi per ampie lacune consente all'interpretazione di Saramago di cercar di colmare gli intervalli della cronaca con l'immaginazione propria del romanziere."
Queste parole fanno parte della illuminata postfazione della studiosa Luciana Stegagno Picchio, attenta a cogliere il legame fra lo scrittore portoghese, la sua fantasia, e la vita dell’artista padovano.
L’esistenza del Mantegna infatti è avvolta per larghi tratti dall’oscurità, e la ricostruzione biografica consente a Saramago di accendere una luce in quelle zone d’ombra, e trovarsi lì accanto al padovano, ai suoi sogni, al destino in comune.
Se infatti il tempo traccia un solco enorme fra i due uomini – l’uno vivo nel mondo della materia e dello spirito, l’altro soltanto nel secondo – emerge tuttavia una sorte comune capace di imporsi.
Il Fato in questione non cade dal cielo, né è progetto divino, ma appartiene alla natura intrinseca di colui che sa estrarre dalla materia inerte – si tratti di pietra, colori, immagini o lettere – la terribile intensità dello sguardo del poeta.
Saramago percorre con l’immaginazione le zone oscure del percorso terreno del Mantegna, e tutto appare in ordine, naturale: la fantasia crea quanto la vita negava, ed il risultato non è mistificazione, bensì certezza degli eventi. Nulla di inventato, così ha vissuto l’artista padovano: l’obiezione dei biografi ufficiali può far appello ma è inutile perché solo un grande artista come il portoghese può svelare tramite la propria arte i pensieri negati ai diari, alle cronache, alla storiografia.
L’oscurità biografica è illuminata dalla prosa dello scrittore, la quale traccia in poche pagine il percorso esistenziale e umano del pittore. È auspicabile infatti che umanità ed esistenza si intreccino come ghirlanda di fiori, e trovino destino comune, ma non sempre è così: nel Mantegna di Saramago invece vita e arte si sposano magnificamente e si illuminano a vicenda.
Partendo dall’origine contadina, fino a narrare lo spostamento a Padova sotto la guida del maestro Squarcione, attraverso l’esperienza veneziana e l’approdo bresciano, Saramago fonde l’uomo con la sua opera. Non è vezzo, bensì necessità – e qui si scorge la forza della scrittura del portoghese, dove persino l’elemento più fantastico e inusuale diviene necessario e logico – una necessità imposta non dalla biografia, ma dall’opera.
Mentre osserva e studia i dipinti di Mantegna, egli riflette sulla natura della sua estetica. Il sottotitolo del libretto, “un’etica, un’estetica”, guida il lettore diritto al fulcro del lavoro. L’interesse del portoghese non è quindi principalmente la ricostruzione di una vita frammentata, ma mostrare quanto l’estetica dell’opera si fondi con l’etica dell’uomo e la includa. I tratti della pittura segnano non solo la peculiarità dell’arte del Mantegna, ma ne rivelano la dimensione umana.
Se consideriamo una delle opere più famose, “Lamento sul Cristo morto” (1475-1478, Milano, Pinacoteca di Brera), emerge netta la dimensione petrigna – come suggerito all’inizio della recensione dalla studiosa – ma non solo. La presenza del corpo esanime, i colori tristi e immobili, i volti in odor di morte restituiscono all’osservatore l’anima dell’artista: “Elie Faure disse un giorno che i pittori primitivi ponevano nelle loro opere tutto ciò di cui erano a conoscenza. Mantegna, nella sua pittura, non ha posto solo tutto quanto sapeva, ma anche ciò che più profondamente era: un uomo intero nella sua durezza e nella sua sensibilità, come una pietra che fosse capace di piangere”.
In questa definizione Saramago compie l’operazione di cui scrivevo sopra, ovvero la definizione della vita attraverso l’arte. Il risultato è perfettamente riuscito per diversi motivi: Mantegna fu certamente uomo testardo e scontroso, spesso invischiato in risse e colluttazioni. Il carattere di cui la biografia non è in grado di offrire notizie in abbondanza viene raccontato dal pennello dell’artista.
La forza del tratto, la luce netta del dipinto, rivelano la natura di un uomo duro, ma allo stesso tempo sensibile e delicato: “una pietra capace di piangere”, bellissima immagine capace di sintetizzare pienamente la figura di Andrea Mantegna, ma anche del suo commentatore.
Come raccomanda la Stegagno Picchio, anche il portoghese è riconducibile a tal figura, e forse proprio questa affinità lo ha spinto a occuparsi del pittore padovano.
La bibliografia di Saramago suggerisce un legame non casuale con Andrea Mantegna. Titoli quali “La zattera di pietra”, o “Manuale di pittura e calligrafia”, od ancora “Viaggio in Portogallo” esprimono il legame intenso e forte tra amore della pittura e desiderio di scriverne. Nel primo testo citato, il ricordo del Portogallo, visto come una roccia galleggiante, rimanda a quell’aggettivo petrigno di cui sopra. È lo stesso scrittore a confessare una direzione dell’animo: nel 1999, a Torino, viene pubblicato ‘A estátua e a pedra’, dove si stabilisce il passaggio ad una nuova fase della propria letteratura. “La fase iniziale, egli diceva, era stata quella costruttiva, di erezione della statua: ad esse appartenevano le sue grandi opere del passato, dal Memoriale del convento fino al Vangelo. La seconda fase, di penetrazione, si era aperta con cecità. Ed era una fase di scavo entro la materia, entro quella pietra con cui fino ad allora aveva costruito le sue opere-statue”.
Nella lettura di Saramago della vita di Andrea Mantegna emerge quindi lo stesso autore, la sua passione, l’incredibile capacità di partire dalla storia e creare metafore di vita universale. L’estetica mantegnana, con la sua immobilità, durezza, non cede mai ad un sentimento ostile, ma offre all’occhio un tratto sereno e morbido, esatto e imparziale. In questa volontà di precisione puntuale, vive un’etica personale, quella dell’uomo capace di piangere: fra Saramago e Mantegna si instaura un legame, una affinità elettiva profonda e adamantina, vittoriosa sul tempo degli umani, basata “sulla capacità di immergere le proprie scene di vita in un fluido continuo al di là della linea di fondo: di immergerle nella vita”.