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La Recensione - Redazione

Persepolis

Posted: 03 Aprile 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi - Francia 2007 - durata 95'

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Persepolis

Raccontare la rivoluzione di un popolo, la violenza della guerra senza mostrarne l'orrore, così come vuole l'arte della tragedia "far immaginare attraverso l'induzione intuitiva". Sono gli occhi di una bambina, i ricordi di una donna a condurci per mano in Persepolis, racconto autobiografico animato della fumettista iraniana Marjane Satrapi. Tutto ha inizio quando è ancora piccola, fine anni 70, in una famiglia agiata e colta, di sentimenti e lunga pratica di opposizione al regime dello scià, ormai al termine.
Di lì a poco con l'instaurazione della Repubblica islamica inizia il periodo dei "pasdaran" che controllano i comportamenti e i costumi dei cittadini. Marjane, mal sopportando le restrizioni, diventa rivoluzionaria. La guerra contro l'Iraq provoca bombardamenti, privazioni e morte. La repressione interna diventa ogni giorno più dura e i genitori decidono di mandarla a studiare in Austria per proteggerla. Esperienza troppo difficile per un'adolescente di 14 anni che si ritrova sola, in esilio, straniera in una terra straniera, ad affrontare la vita e la diversità. La ragazza chiede di tornare a casa, ma è anche questa una parentesi dopo la quale, ormai ventiquattrenne, lascia nuovamente il paese per Parigi. Pur lanciando un messaggio politico e sociale molto forte, sono la poesia e la sensibilità dei dialoghi della protagonista - autrice a restare impressi nella mente dello spettatore. Opera per un pubblico di tutte le età, assolutamente non pedante e forzosa. E' la crescita e la maturazione di un popolo e di una bambina che non vogliono tradire le proprie origini, la propria cultura. Così ne risulta un Iran come poche volte abbiamo visto in televisione: nazione densa e ricca di problemi, ma in fondo non troppo differente da un qualsiasi altro stato europeo. Di contro, un'Europa impreparata ad accogliere "il diverso" arroccata nel suo credo, permeata da sterili pregiudizi e luoghi comuni.
Persepolis, nato come fumetto, rispetta pienamente il disegno e l'umorismo dei personaggi nel libro. Non effetti speciali, niente pixar a 3D, ma disegni semplici e minimalisti dalla grande forza espressiva. La regista ha lavorato sulle luci e ombre, in un gioco di bianchi e neri che rimanda all'espressionismo cinematografico tedesco. Le tante sequenze, montate con una straordinaria sensibilità, si lasciano osservare a volte con ironia, a volte con grande amarezza, ed alla fine unite tra loro, rendono il senso intero di una vita.
Tuttavia molte le sfumature sottolineate dall'autrice "La mia vera vita non é ordinata in sequenze e non é tutta nelle - scene - e pagine di Persepolis. Ho taciuto molto, ho preso degli elementi e ci ho costruito attorno la struttura coerente di una storia. Lo spazio della creazione non é lo stesso della vita reale, nemmeno quando si tratta di autobiografia. Invece le persone identificano l'immaginario col reale e credono di conoscerti - rincara Satrapi - E' stato detto che la scelta autobiografica é impudica... quando io rifuggivo dal ritrarmi ad abbracciare o baciare il mio ragazzo, l'ho sempre evitato come ho evitato particolari familiari, ho tenuto segrete cose profondamente mie. Quindi ho riferito il mio punto di vista, l'ho assunto pienamente, raccontando i grandi avvenimenti attraverso delle vicende che anche i non iraniani possono comprendere e nelle quali possono identificarsi".
Condannata come opera "anti-iraniana" dal governo del presidente Mahmud Ahmadinejad, è stata mostrata per due giorni, censurata dalle scene giudicate anti-islamiche, e solo ad un pubblico di poche decine di persone in un cineclub di Teheran. Le proiezioni sono state seguite da dibattiti in cui la pellicola è stata criticata per avere presentato, secondo gli intervenuti, una visione parziale della realtà iraniana dell'epoca raccontata. La regista non ha commentato le polemiche limitandosi a dichiarare "Non voglio farlo diventare un affare di stato perché non lo è, quindi evito che le mie parole vengano travisate e si getti ulteriore benzina sul fuoco. Non torno mai in Iran e mi sento molto fortunata a vivere in un posto, Parigi, dove posso fare il lavoro che preferisco e stare con le persone che amo. Se tornassi nella mia patria, che pure mi manca molto, dovrei rinunciare a tutto e rischierei molto. Ma non mi lamento. Lo trovo irrispettoso nei confronti di tutti quelli che continuano a vivere lì, hanno le mie stesse idee ma non possono manifestarle apertamente".
Il film ha vinto il premio ex-aequo della giuria all'ultimo festival di Cannes. Doppiato nella versione originale da un duo artistico e familiare particolare composto da Catherine Deneuve (che interpreta anche la versione inglese) e Chiara Mastroianni: madre e figlia sia nella vita che in questo progetto, dove prestano la voce rispettivamente alla signora Satrapi e alla figlia Marjane. A dare la voce ai personaggi nella versione italiana invece sono Sergio Castellitto nei panni del papà, Licia Maglietta in quelli della mamma, e una vivacissima Paola Cortellesi in quelli di Marjane.

Lev. N. Tolstoj - La morte di Ivan Il'Ič

Posted: 03 Aprile 2008

Recensione di Andrea Comincini

BUR 2008 - Euro 5,00 - pp. 97

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La morte di Ivan Ilic

La casa in ordine, gli sguardi bassi e spenti accompagnano il via vai di persone raccolte per l'estremo saluto ad Ivan Il'Ič. Il silenzio degli oggetti, l'ordinarietà dei gesti e dei riti definiscono l'inizio di questo racconto drammatico scritto tra il 1884 e il 1886 dalla formidabile penna di Tolstoj.
Parenti e amici, o meglio, le persone intorno a lui, si incontrano in una dimora perfettamente arredata, gradevole, così come la vita del giovane fu per molto tempo.
La formalità invadente delle parole di commiato, i segni sul petto di fronte alla bara, si intrecciano con la visione del corpo inerte, molle, ma ben composto. Il volto ormai liberato dalla smorfia del dolore, l'abito buono, tutto rivela qualcosa di più profondo: la morte è accaduta.
Tolstoj narra la vicenda di un uomo qualsiasi, Ivan Il'Ič all'anagrafe, ben pensante, di spirito e amante del gioco delle carte. Una persona a modo, piacevole, assolutamente a suo agio nell'ordinario trascorrere dei giorni da cui nulla si aspetta se non frivolezza, leggerezza, e comodità.
L'ordinarietà della vita è descritta in modo formidabile, tra fascicoli di tribunale e banalissimo mobilio, chiacchiere vuote e piccole gelosie.
Attorno al protagonista, impiegati di vario livello fingono di compiangerlo, ma in realtà pensano a promozioni, spostamenti, poltrone libere. È un mondo privo di amore e compassione, ove domina la solitudine totale.
Eppure da questa solitudine Ivan Il'Ič sembra svincolarsi abilmente. Immerso nei passatempi, o nelle carte del lavoro, si libera dalla noia, e da una moglie sempre più brontolona, invadente, a cui lo lega ormai solo un vago appetito sessuale.
Nel procedere monotono dell'esistenza tuttavia, capita un giorno un evento nuovo: la malattia. Dapprima solo fastidio odioso, la fitta che lo opprime sul fianco diventa vero e proprio spasmo. Il'Ič si trasforma e diviene scorbutico, assente, ma soprattutto si trova in una condizione tragicamente umana: scopre di non aver mai vissuto. Appare il vero, e come sottolinea Ripellino in una bellissima introduzione, la Decenza rivela il volto dietro la maschera: la Menzogna. Falsa fu la carriera, gli affetti, i begli abiti, gli arredamenti ricercati ma goffamente ordinari. Il decoro della sua condizione diviene segno della povertà di una vita futile, in cui ci si trascina secondo ciò che la società definisce conveniente.
Magistrale è la descrizione dell'agonia del protagonista: Tolstoj conduce il lettore nelle stanze del dolore, e gli mostra con i suoi occhi il tragico percorso della caduta.
Ivan Il'Ič infatti si chiude a riflettere dentro di sé, e si domanda perché tale disgrazia sia capitata proprio a lui. Comincia a guardare gli altri per quello che sono, ovvero maschere. Gli amori, il rispetto sociale, le convenzioni: nulla è reale. Ogni persona chiede e chiedeva qualcosa, ed ora, in prossimità della morte, diviene un peso, un fastidioso segno del destino umano, sul quale nessuno vuol pensare, ma il suo corpo è lì a costringere ad una riflessione, ad implorare perdono.
Cinismo e indifferenza approdano alla soglia della sua camera. Il ventre guasto, marcio, lo trasforma in un cadavere vivente, bisognoso di esser lavato e cambiato.
Perché la Morte? Perché? I pensieri si fanno cupi, ed un dubbio orribile sembra assalirlo. Forse è un castigo per non aver vissuto veramente, ma quando tali pensieri invadono la mente ecco di nuovo la certezza di una vita irreprensibile, "come doveva essere", a difenderlo per un po'. Ma il tempo, e i continui dolori, sbriciolano le fragili mura delle scuse, e si ritrova a guardare indietro. A ben pensarci, solo l'infanzia è stata felice, poi le miserie quotidiane, sempre maggiori. Ogni risvolto psicologico è esplorato, con un acume sconcertante ed addirittura, oserei dire, inquietante, perché il lettore subisce nudo l'angoscia del protagonista, e la fa sua.
La vita è "una serie di sofferenze in progressivo aumento, volava sempre più veloce verso la fine, verso la sofferenza più terribile".
La morte svela l'assurdità di una vita spesa a rincorrere piaceri futili, carriere inutili, compagnie di facciata. Essa è la Fine, nulla più dopo. Ed allora? Ivan Il'Ič si perde in elucubrazioni angosciose, ed è assillato da una domanda orribile: e se avesse sprecato la vita? Se tutto quello che ha ottenuto è polvere, ora che fare? Il tempo è scaduto, ineluttabilmente.
Il tema dell'irrimediabilità è centrale nelle pagine finali del dramma, e Tolstoj raggiunge l'apice descrittivo negli ultimi tre giorni rimasti al 'condannato', tra luce e tenebra. Questo binomio accompagna anche i pensieri del protagonista, e si intreccia con la trama stessa: la morte cancella l'esistenza, ma se essa mai fu, allora forse la fine non sarà tale. Eppure rimane un fastidio, un dubbio persistente e logorante. Cosa ne è stato, cosa ne sarà? "Il suo vestito, la sua figura, l'espressione del suo viso, il suono della sua voce, tutto quanto gli diceva una cosa sola: 'E' sbagliato. Tutto ciò di cui hai vissuto e vivi è menzogna, inganno che ti nasconde la vita e la morte'", ed ancora: "Il matrimonio...come per caso, e la delusione, il profumo della bocca della moglie, la sensualità, l'inganno! E quel lavoro morto, le preoccupazioni finanziarie, un anno, due, dieci, venti, sempre uguali. E più si andava avanti, più tutto era morto. Come se fosse disceso lentamente da una montagna, immaginandosi di salirla. Così era stato. Nell'opinione generale saliva, mentre la vita, di pari passo, se ne andava via da lui...E ora era finita, doveva morire!"
Vita e morte si fondono e confondono. Restano gli odori del decadimento, l'invidia sottile per i sani, il rammarico inconsolabile. L'uomo brucia in un inferno di paure nel quale la morte diviene unico conforto, Lei, causa e soluzione, assassina e madre.
Tolstoj descrive con consapevole lucidità la sorte dell'intera umanità. L'amarezza dei gesti e delle parole strozza le gole. La vita appare una continua agonia, sollevata occasionalmente per ricadere in un patologico percorso clinico. La scalata sociale coincide con la caduta esistenziale, il conformismo delle scelte allontana dalla salvezza. Alcuni critici hanno scorto nel commiato finale i segni di una possibile redenzione, di una illuminazione: credo invece più appropriate le considerazioni di Angelo Maria Ripellino: "noi non vediamo un granello di albedine in quel nero sacco di tenebre, e ogni illuminazione è posticcia [...] Come dice Ròzanov in Foglie cadute: "Io morirò" non è affatto lo stesso di "lui morirà". In pochi scritti tu senti con tanta impostura e con tanta carenza di scampo la terribile, vitrea, avvolgente solitudine del morire".

Giorgio Manganelli - Intervista a Dio

Posted: 03 Aprile 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Sedizioni 2007 - euro 11 - pp. 52

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Manganelli

Da oltre trent'anni la libreria Utopia costituisce, incuneata nella centrale via Moscova, un punto di richiamoper lacultura "libertaria e antiautoritaria" milanese. Un polo intellettuale alternativo - col dichiarato "rifiuto del potere ovunque esso si annidi" - e di primo piano in quanto al rapporto col pubblico, alla vigorosa operosità nell'organizzar simposi e ai prodotti che offre: "libri sul pensiero anarchico, libertario, antagonista, filosofia, sociologia, psicologia, antropologia, comunicazione, cinema, teatro e letterature da tutto il mondo".
Grazie alla casa editrice Sedizioni, alla donazione del manoscritto da parte di Lietta Manganelli e in collaborazione con Mariarosa Bricchi che ne cura prefazione e note al testo, è stato realizzato questo singolare libricino dall'altisonante intestazione. E in realtà la scelta del titolo, si apprende dalla nota della figlia dell'autore e dalla prefazione, è in certa misura delizioso abuso, uno di quei sapidi arbitrii che lo scrittore ha sempre posto al centro della propria attività, critica e letteraria. Insomma, per quanto "scientificamente" discutibile, un azzardo tanto vistoso gli sarebbe senz'altro garbato.
Struttura e ambiente - la conversazione a due voci e il sito ultramondano - di questo scritto laconico somigliano da vicino a quelle delle 12 interviste impossibili - Fedro, Dickens, Tutankhamon, Casanova, Marco Polo, Harun as-Rashid, Eusapia Paladino, Re Desiderio, Nostradamus, De Amicis, Fregoli, Gaudì raccolte prima in A e B (Rizzoli, 1975) poi in Interviste impossibili (Adelphi, 1997) - che Manganelli approntò per il Terzo Programma Radiofonico a partire dal 1974. Tali concomitanze non risultano purtroppo utili per tentare una datazione precisa dell'opera, la quale si suppone ascrivibile ad un periodo piuttosto ampio considerato che l'autore proseguì ben oltre il limite di quell'esperienza col genere dell'intervista (E lei che ne pensa?, «Tuttolibri», 9 aprile 1977; Torrone o balocchi? Ma mi faccia il piacere, «Il Messaggero», 24 dicembre 1986; Fare l'attore così per gioco, «Corriere della Sera», 23 luglio 1981), e che la varia presenza del divino attraversa, più o meno chiassosamente, molta parte dell'opera di Manganelli: per contiguità costitutiva coi pezzi radiofonici, e per analogia col "setting infernale" il pezzo in esame trova riscontro in prove come Hilarotragoedia (1964) a Agli dèi ulteriori (1972) sino a Dall'Inferno (1985).
Nelle Interviste impossibili, grazie all'inventiva capacità d'immedesimazione, Manganelli erige sulle macerie degli aneddoti, della vita e dell'opera di personaggi storici (Marco Polo, Fregoli) e scrittori come Dickens o De Amicis, costruzioni improbabili e affatto arbitrarie. Tali mirabili pezzi di bravura paiono condividere la caratteristica natura del Pinocchio, un libro parallelo e del Cassio governa a Cipro (entrambi 1977, Einaudi e Rizzoli). Essi legano infatti gli elementi della cifra critica manganelliana e ne fanno letteratura di secondo grado: né critica, né saggio, né prosa d'arte, né racconto, ma una congerie di forme letterarie. Ciò che resta è l'idea dell'arbitrio, dell'impressione soggettiva: è un approccio che tende a proporre una cronaca delle impressioni, come lo stesso Manganelli suggerisce in un articolo del 1987 uscito su «Epoca», Ma Kafka non esiste, (oggi ne Il rumore sottile della prosa, Adelphi, 1994): "la critica non ha un compito vicario rispetto alla letteratura così detta creativa [...] è essa stessa creativa". Ma se ne La letteratura come menzogna, in Angosce di stile, Laboriose inezie tale approccio è rivelato anche dal formato del saggio critico, nelle Interviste impossibili resta occultato dalla struttura dialogata dei pezzi. La ricerca dell'"intervistatore Manganelli" tende perciò a scavare nelle tipicità latenti d'una scrittura e d'un'anima. Cuore si trasforma così in un libro impuro e De Amicis in "una specie di predicatore per plebaglie incolte", un uomo combattuto fra pulsioni sopite e buone intenzioni pedagogiche, capace di trasformare l'Italia nella patria dell'autocommiserazione: "La mia idea era che l'Italia avesse tutto da guadagnare a essere persuasa alla compassione di sé" e, per sua stessa ammissione, un modesto "badilante della prosa", un "miserabile gazzettiere", privo di stile e d'idee.
Senza titolo e fuor di datazione certa, nell'Intervista a Dio torna, dilatato all'eccesso, il piacere del confronto impossibile, dell'irragionevole domandare e del folle replicare che era già dei personaggi delle prime interviste. Va da sé che l'accrescimento dell'autonomia creativa, propria della distanza cronologica da quelle figure mitiche, permetteva allo scrittore d'inventare chiacchierate gustose e paradossali. La qual cosa torna in massima parte nel testo in oggetto, data la distanza stavolta "assoluta" dal personaggio intervistato: se lì Manganelli fantasticava facendo libero utilizzo delle coordinate biografiche e letterarie - o storico-aneddotiche di figure quali Tutankhamon o Casanova - qui non vi sono, ed egli non si pone, limiti di sorta. E se in Fedro Manganelli doveva domandarsi "...ma in che modo mi rivolgerò ai morti?" inseguendo il modo corretto per rivolgervisi, nell'intervistare Dio il problema è superato di slancio poiché l'intervistato, pur non appartenendo al regno dei vivi, non è morto, ma semplicemente "non-vivo".
La breve misura delle sedici pagine del testo non impedisce a Manganelli di calare sulla scena le sue "ossessioni" letterarie: v'è il confronto con la divinità indifferente, assieme a quello più propriamente retorico. Ma le due componenti ora si sommano: dinnanzi a Dio l'elemento grammaticale non è altro che segno inarticolato.
La preponderanza retorico-musicale della poetica manganelliana trova spazio sin dall'incipit come forse in nessun altra opera. L'attacco è infatti una lunga sequenza di frantumi linguistici - famiglie grammaticali - inseriti nella pagina come fossero già le parti dell'intervista che seguirà, sono le parole inesplicabili di Dio:
- "Pronome, verbo, pronome
- Io; egli ....Verbo
- vedere, morire
- pronome, verbo, pronome
- tu, vedere gli
- io morire ci
- noi amare io
- pronome soggetto
- io...noi....essi...
- pronome... predicato...
- io.... amiamo
- egli... muoio
- tu.... uccido
- voi... scivolano
- io ...."
Così per tre pagine in un germogliare di combinazioni sintattiche che conducono via via a gruppi di parole apparentemente dotati di senso "colui che fosse morto scivolando sarebbe stato visto amare" da cui nasce il vero e proprio dialogo, inizialmente a due voci:
- la prima domanda (consulta la carta) riguarda l'edificazione.
- Da che punto di vista?
- Come storia, araldica, morale e grafica.
- L'edificazione è stata la principale attività ... del cosmo ... Propriamente, l'edilizia, nel suo duplice aspetto morale e plastico, è la summa dell'universo ... Ha scritto ...? La summa...
Evitando di spalancare oltremisura le virgolette di questa recensione che vorrebbe essere breve e informativa, si nota subito l'estrema congruenza del discorso sull'edificazione con l'idea semiologico-cosmologica suddetta. La divinità celeste è segno: "Io sono pieno, gremito di risposte. Le risposte mi coprono, come i parassiti; me le trovo dappertutto, sotto le ascelle, sotto il sedere... sulla pancia". È questo il Dio manganelliano: un tutto, un insieme dei possibili, di tutte le ipotesi, un mix, un caos di segni senza senso prima che una grammatica, una sintassi, non lo fornisca di regole.
E se nella Voce divina che desidera, quasi necessita d'interpellanze - "domandate domandate. L'importante è domandare. Io, nella mia estrema benevolenza, mi dichiaro disposto a rispondere a qualsiasi domanda...qualsiasi" - può intravedersi la sagoma di Dio, è questo un Dio singolare, d'una imperfetta debolezza umana, quando confessa: "Lo sanno tutti, io voglio essere amato; rispettosamente, naturalmente, ma amato. Le dirò (tono volgarmente confidenziale) io amo essere amato".
L'ultimo cenno è al sentimento che ha del mondo l'Ente Supremo. Più che avverso, Manganelli ce lo prospetta blandamente disinteressato, quasi annoiato dalle sorti dell'umana gente: "Non vi amo, ma odiarvi è troppo faticoso. Io direi che mi fate schifo". È un Dio che reca una morte innata e paritaria. "Volete la mia morte?" domanda il giovane entrato in scena per ultimo, "Di tutti, di tutti, nessuno escluso", risponde, senza rancore, quasi rassicurante, Dio.

Stefano Benni - La Grammatica di Dio

Posted: 24 Marzo 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Feltrinelli, 2007 - euro 14,00 - pp. 182

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La Grammatica di Dio

Non capita spesso di recensire, su codeste pagine virtuali, un autore "forte" delle prime quattro/cinque grandi case editrici - per numeri e tradizione - d'Italia. Ciò per la scelta di dare spazio alle piccole realtà editoriali; quante cioè fanno della "promessa al lettore" il centro di progetti di ricerca d'alta qualità. Eccezion fatta, sin qui, per autori di livello internazionale e libri, magari non recentissimi, d'indubbio spessore letterario.
Lasciate dunque alle spalle le isteriche classifiche natalizie di vendita - col loro vario corollario di articoli tutti simili e spesso un po' generici - a più di tre mesi dalla pubblicazione dell'ultimo libro di Stefano Benni, vale la pena di dare uno sguardo ravvicinato alle venticinque storie de La Grammatica di Dio.
Ed è francamente malagevole pescare due o tre esemplari in questo bell'assortimento di tarsie da mosaico. Di certo torna l'affilato acume comico cui Benni ha abituato i suoi lettori, il quale gli permette di contemplare l'ampia tonalità delle odierne meschinità dell'uomini, tutti, in un modo o nell'altro, vaghi stereotipi: ivi s'orienta, segno distintivo benniano fra gli altri, la singolare inclinazione a descrivere, per catene d'iperboli in crescendo, i "campioni" della moderna umanità.
L'ennesimo pianeta di personaggi, situazioni e vite che s'intersecano e, combinandosi nella prosa naturale ma screziata di invenzioni linguistiche di Benni, si propongono quale cosmografia di mondi ed esistenze, significanti o marginali, raccontate con identico metro allegorico. L'esposizione della realtà e degli esseri che la popolano si fa così indiretta, come una rappresentazione in costume.
Recita il sottotitolo, "storie di solitudine e allegria": una coppia ossimorica inscindibile nella poetica benniana, che trova la sua esplicita conferma qui. A una base di solitudine sono legati tutti i personaggi del libro.
Boomerang apre col signor Remo, fresco vedovo, cui resta soltanto il fedele cane. Un tempo lontano v'era stata una grande amicizia fra i due, ma d'improvviso e senza motivo il signor Remo passa da un sottile fastidio per la bestia ad un odio purissimo cui seguono diversi tentativi d'abbandono. L'animale ha la sola colpa d'esser troppo fedele, e ad ogni allontanamento segue un puntuale miracoloso ritorno a casa. Ogni ricomparsa della bestia, segnalata da un latrato, da un graffiare alla porta, ecc, pare al signor Remo una accurata ritorsione del fato. L'esasperazione lo spinge sino all'incredibile destino finale. Seguito per l'ultima volta dal fedele compagno.
"Solissimo" è lo scienziato in cerca dell'uomo più solo del mondo: dal Tibet al cuore dell'Amazzonia sul faro dell'isola Fardeall (un non luogo lontano-da-tutto) la ricerca si perde nella globalizzazione del mondo per chiudersi, finalmente compiuta, nella propria desolata abitazione.
Una solitudine sempre commista di spirito tocca, sebbene diversamente, altri personaggi: un terzino sinistro, alla Facchetti, d'estro e d'attacco calca, incompreso da allenatore e compagni, un consunto campetto di montagna. Un uomo d'affari sfrontato e algido incontra un bimbo cui rifiuta un aiuto; da quell'atto di cattiveria gratuita il suo mondo si rovescerà e la sua vita procederà nella direzione del livellamento verso la normalità dei tanti, da sempre disprezzata.
Fra i racconti d'acclarata comicità, comunque mai privi d'un sottile sentore d'angoscia - come in L'eutanasia del nonnino - ve ne sono diversi altri che serbano, appena celato alla vista del lettore, un significare più profondo. Il cinismo letterario di Benni trova sfogo qui negli orrori che la società produce sulla superficie del mondo e, soprattutto, all'interno dell'animo umano: una solitudine che pare alleviarsi solo a contatto con una cercata integrazione sociale. In Mai Più Solo codesta stereotipizzazione necessaria si consustanzia nel simbolo delle nuove generazioni: il telefonino e la sciocca ritualità collettiva che l'accompagna. Un ragazzo semplice, sprovveduto e un po' ingenuo e solo da sempre, si sente finalmente parte di un ambiente condiviso e bellissimo e s'accorge d'essere accettato solo dopo aver acquistato il "Sole", l'ultimo grido del cellulare: "Quando ho il Sole in mano noto nello sguardo degli altri una familiarità, una dolcezza inattesa. Una vicinanza. La vicinanza tra utenti. [...] Siamo uguali, simmetrici e telefonanti. Non è singolare e meraviglioso?"
In Sospiro s'affaccia la tranquilla malinconia delle atmosfere notturne nelle case addormentate. Il protagonista, giovane ladro impercettibile come un sospiro, entra nelle abitazioni per rubarne attimi di vita familiare, sospesa nel fermo-immagine del sonno: "Mi piaceva pensare che non ero un ladro, ma un abitante nottambulo che non voleva svegliare i genitori, la moglie, i fratelli. E tutto ciò che vedevo nella penombra notturna mi faceva pensare alla loro vita di giorno. La ricostruivo. La immaginavo. E ogni volta mi stupivo. [...] Quello che imparai ad amare in ogni casa fu la sua musica. Ognuna aveva il suo concerto particolare fatto di scorrere d'acqua nelle tubature, di scricchiolii misteriosi, dei respiri degli abitanti, del tremare dei vetri al vento. Conoscevo questa musica meglio degli abitanti che forse non la ascoltavano più".
Altro topos benniano, qui poderosamente riproposto in Alice e ne L'orco, è quello del capovolgimento. Nel primo, sullo sfondo d'una soffice atmosfera natalizia, fra luci e addobbi, le strade sono testimoni d'una solitudine consumata sui marciapiedi: Alice, sedici anni, alla ricerca di un riparo per dormine in un wonderland metropolitano e squallido, grigio ed ordinario s'imbatte in personaggi e luoghi dai fantastici nomi carrolliani ma dalla misera sostanza umana, terribile e sin troppo reale: il Jabberwocky, un baretto alla moda e lo Stregatto un tipo "alto e grassoccio, con una maglietta a righe, i capelli tinti di azzurro Nazionale. Su un braccio ha tatuato un serpente e sull'altro lo stemma di una squadra di calcio. Posa un triplo trancio con birra, rutta e sfodera un sorriso senza i due denti davanti".
Sulla stessa falsariga di quest'Alice all'incontrario - un'Alice contro il mondo - Benni riscrive un'altra creatura mitica delle favole, l'Orco. Anch'egli, in un mondo rovesciato e assurdo, in cui la realtà è più irragionevole e straniante della fiaba, si riscopre indifeso e terrorizzato, legato a una sedia e costretto alle metalliche sevizie d'un'innocente ragazzina bionda.
Mago dell'aggettivo, alchimista del neologismo, stregone dell'accostamento insolito lo scrittore bolognese realizza un caleidoscopio di storie in questa Grammatica ove compare, in nuce, la sua summa poetica, da Bar Sport a Saltatempo, da Baol a Margherita dolcevita. E all'interno della raccolta in questione il racconto che funge da fulcro tematico è Frate Zitto in cui si palesa il senso più profondo del libro il cui esordio suona così: "Non si dovrebbe parlare di Dio. Non conosciamo la sua lingua. L'Universo si manifesta e scompare senza parole, siamo noi a inventare una voce nel suo terribile silenzio". Dio diviene, manganellianamente, Verbo e La grammatica di Dio l'organizzazione, tanto arbitraria quanto rigorosa, dei segni che popolano il cosmo, da quelli celesti oscuri e silenti - "Supra nos silentium siderum" - a quelli che affollano il mondo: "nella varietà meravigliosa delle erbe, negli odori della terra bagnata o smossa, nella vita sotterranea di topi e insetti, vedevo parole e grammatiche nascoste, simili a ciò che cercavo".
Semplice cifra fra infinite altre l'uomo indugia in questo dizionario dell'universo (Dio, tutte le possibilità) che racchiude in sé il senso e soprattutto il non-senso di tutte le figure e le vite che lo percorrono. Una sorta di manuale d'ombre, come lo sono le parole nel vocabolario: l'universo di Benni è un calepino zeppo di verba senza vita, un cimitero di parole, di vicende possibili ed impossibili, un sistema di segni inintelligibili, che nella creazione linguistico-narrativa divengono "grammatica": una calcolata organizzazione del nulla.

Nick Cave and The Bad Seeds - Dig!!! Lazarus Dig!!!

Posted: 24 Marzo 2008

Recensione di Martin Ryan

2008 Mute

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Dig!!! Lazarus Dig!!!

In a lecture entitled "The Secret Life Of The Love Song" Nick Cave explained how, at the age of 19, "a great gaping hole was blasted out of my world" by his father's death. "The way I learnt to fill this hole, this void, was to write". He reached his 50th birthday last year and hasn't let up. A true musical maverick, he famously refused a nomination for Best Male Artist from MTV because he felt that music is not a competition. "My relationship with my muse is a delicate one at the best of times and I feel that it is my duty to protect her from influences that may offend her fragile nature", was how he justified his position. Pretentious or precious maybe but this is a man who spends eight hours a day writing in a small room. He stopped using a computer and reverted to the typewriter because it was too easy to delete with the computer. Alterations are still visible with a typewriter, can be re-visited and thus become part of the particular work. From his early days in Australia with first band, Boys Next Door, which mutated into The Birthday Party and on through his long association with The Bad Seeds, he has produced a body of work that is always dramatic, poignant and never less than compelling. Cave the novelist created "And The Ass Saw The Angel", narrated by the mute Euchrid Eucrow, which introduced a Deep South, Old Testament world where cruelty and inhumanity was the fate of the main character. This was archetypal Cave territory but, as in his music, the luxuriantly imaginative writing drew you in, compelling you to read on, no matter how black (and blackly humorous) the story being told. Cave has suffered from the perception of him being "difficult", "depressing" or "obsessed with the underside of life". This is a lazy interpretation of his work, usually put forward by critics looking for an easy categorization. Humour has always had a role to play, even in his darkest, most personal work. This was evident when the milestone of his 50th was celebrated in true "growing old disgracefully" style with "Grinderman", a raw, abrasive beast of an album featuring a masturbating monkey on the cover. Grinderman was an off-shoot of The Bad Seeds whose back to basics, go for the jugular approach exploded onto T.V. when they appeared on BBC's "Later with Jools Holland" and performed two tracks from the album, one of which, "No Pussy Blues", featured Cave on guitar with long, dyed black balding hair and porn star moustache, as he ranted how "I read her Eliot, I read her Yeats ...but still she didn't want to" and "I changed the sheets on my bed/ I combed the hairs across my head/ I sucked in my gut and still she said / That she just didn't want to". On a show that featured the mild-mannered pop songs of Travis, Grinderman's performance was almost pornographic, as Cave shook with emotion while belting out the hilariously self-deprecating lyrics. This was an "OK, I'm 50 but don't expect anything except middle-aged delinquency" and, from my perspective, a challenge to "let's see some real passion" to everybody else on the show and the wider music world.
The band's last album, 2004's double "Abattoir Blues/The Lyre Of Orpheus, left many listeners, myself included, wondering where they could go from there. They may have felt the same. Cave spent some of the intervening years writing the screenplay and soundtrack (with Warren Ellis of the Seeds) for "The Proposition", a sort of Australian western and, also with Ellis, the soundtrack to "The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford", in which he appeared.
First impressions of "Dig!!! Lazarus Dig!!!" are that it is certainly influenced by both the Grinderman project and the soundtrack work. Warren Ellis (viola, guitar and a host of bells and whistles) whose natural leaning is towards the use of ambient type sounds to create mood, takes a far more prominent role, a position traditionally held by multi-instrumentalist and arranger Mick Harvey. This has the effect of creating a less dense sound than usual and also seems to have allowed Cave free rein to attack the English language with a gusto reminiscent of the "freewheeling" style that accompanied Dylan's mid-career "flow of words". Cave himself stated in a number of interviews that he was looking for a more open sound and he and the band have succeeded in achieving this. The album kicks off with the title track and single, the video for which features Cave coming on like a "Saturday Night Fever" Travolta, as he sashays through some nightmare metropolis (presumably New York) declaiming the parable of a modern-day Lazarus, shortened to Larry, who "grew increasingly neurotic and obscene/ I mean he, he never asked to be raised up from the tomb". It's a wonderfully sloppy piece of grunge/funk that chugs along with an organ and a guitar that sounds like it been put through a shredder accompanying Cave's trademark baritone. "Meanwhile Larry made up names for the ladies/ Like Miss Boo and Miss Quick/ He stockpiled weapons and took potshots in the air/ He feasted on their lovely bodies like a lunatic/ And wrapped himself up in their soft yellow hair". Great fun...and better to come. "Today's Lesson" is another piece of warped funk in which we're introduced to Little Janie and Mr. Sandman The Inseminator, who "has a certain appetite for Janie in repose". You think you can see where we're headed here. In a song that Cave claims to be "possibly the grooviest, most right-on song I've ever written", however, there is more going on. As Mr. Sandman sticks his head over a fence to yell that "It's today's lesson/ Something about the corruption of the working class" and we get a clue to his true identity, Janie tells us "We are all such a crush of want/ Half-mad with loss/ We are violated in our sleep and we weep/ And we toss/ And we turn/ And we burn/ We are hypnotised/ We are cross-eyed/ We are pimped/ We are bitched/ We are told such monstrous lies". It's clear who really knows what the lesson is here. Apparently the song was inspired by a story Cave's wife tells of feeling invisible until the age of 12, after which she'd dress as sexily as she could and walk to a local lorry depot to be admired by the truck drivers. He recalls how Marilyn Monroe told a similar story; "I'm always running into people's unconscious", a quote Cave finds "...a very chilling line...and that's really what the song's about".
"Moonland" captivates immediately, the sparseness of the instrumentation evoking a winter world in which Cave recounts one of his spurned-in-love narratives. Typically, he gives us an altogether distinct take on that particular genre of song, starting with "When I came up from out of the meat-locker/ The city was gone..." The band provides a laid-back groove here, never impeding, always supportive of the mood of the song. "Night Of The Lotus Eaters" is a different beast altogether. Constructed on a bass loop, with a ghostly guitar keening, the song builds as drums begin to skitter around the mix while Cave licks his lips and lets loose. In a chillingly impressionistic piece, impending doom is the mood as the opening "Sapped and stupid I lie upon the stones and I swoons/ The darling little dandelions have done their thing/ And changed from suns into moons" suggests Homer's happily apathetic lotus eaters (Cave has never been slow to parade his erudition. Other gliterati mentioned on "Lazarus" include Bukowski, who is unfavourably compared to Berryman, with Hemingway also being name-checked). One of the most intriguing lyrics on the album throws up images of dragons roaming shopping malls, and "Get ready to shield yourself/ From our catastrophic leaders..." with the final warning/advice "Now hit the streets". If The Doors wrote "The End" in 2007, this is what it would sound like. The spirit of the New York Dolls is conjured up in "Albert Goes West", immediately grabbing your attention with driving guitars and drums, handclaps and even some sha-la la's thrown in to complete the mood. Lyrically the song features a cast of diverse characters, each seemingly unrelated to the others. "This world is full of/ Endless abstractions/ I won't be held responsible/ For my actions" may be the key to this song or maybe it's just "sha-la-la". Who cares? It sounds great.
"We Call Upon The Author To Explain" is the sound of fury Cave style, i.e., with tongue planted firmly in cheek. In a Burroughs-style outpouring the listener is treated to images like "Our myxomatoid kids spraddle the streets/ We've shunned them from the greasy-grind/ The poor little things they look so sad and old/ As they mount us from behind" and "Who is this great burdensome slavering dog-thing/ That mediocres my every thought? / I feel like a vacuum cleaner - a complete sucker! / It's fucked up and he is a fucker" (a reference to reviews like this?). He spits these lyrics out, luxuriating in the sound of the words and the accompanying clatter provided by the band, before hitting us with "Prolix! Prolix! / Nothing a pair of scissors can't fix". He even manages to rhyme "jejune" and "moon". And you can dance to it. The pace but not the quality slackens on "Hold On To Yourself", a moody, romantic piece with acoustic guitar holding a subtle arrangement together while Cave delivers the poignant "Babe, I'm 1000 miles away/ And I just don't know what to say/ 'Cause Jesus only loves a man who bruises/ But darling we can clearly see/ It's all life and fire and lunacy/ And excuses and excuses and excuses", as a drum kicks in to raise the ante. The Grinderman influence is heard most clearly on "Lie Down Here (And Be My Girl)", from Ellis' squealing guitar which kicks the track off at a furious pace to the lascivious leer of Cave's "Don't worry baby/ This old snake/ Banging at your door/ Has a few skins left to shed".
"Jesus Of The Moon" is probably the most recognisable "Nick Cave Love Song" here. A mid-tempo ballad reminiscent of "The Boatman's Call" material, it features, amongst other things, some beautiful flute from Ellis (a new instrument in the Seeds arsenal). Lyrically Cave again hits the target with "Maybe it was you or maybe it was me? / You came on like a punch in the heart/ Lying there with the light on your hair/ Like a Jesus of the moon/ A Jesus of the planets and the stars". "Midnight Man" is Doors-like in both sound and lyrics, with its whirling organ eddying around a distorted guitar as Cave sings "...You spread yourself like a penitent/ Upon the mad vibrating sand/ And through your teeth/ Arrange to meet your midnight man." Yet again, we're presented with a song that manages to wield an aura of menace; "Wolves have carried your babies away/ Oh, your kids drip from their teeth", combined with the celebratory "Everybody's coming round to my place". Sure, this kind of thing was patented in the 60's but Nick and the boys have been doing it for years and have raised the stakes on "Lazarus". The album closer, "More News From Nowhere", rambles along, not doing very much musically but, as with all of his songs, words and phrases jump out at the you, pulling you into Cave's sometimes laugh-out-loud funny "Janet is there with her high head and hair/ Full of bedroom feathers/ Janet is known to make dead men groan/ In any kind of weather", sometimes vicious; " Well Elena she starts screaming/ Her cheeks are full of psychotropic leaves/ Her extinction was nearly absolute/ When she turned her back on me" and sometimes downright bizarre imagination ; " Well here comes Elena with two black eyes/ She's given herself a transfusion/ She's filled herself with panda blood/ To avoid all the confusion". It's a long, strange trip that would force you to question the writer's seriousness were it not for the mention of "Miss Polly", a reference to P.J. Harvey with whom Cave had an affair and "Deanna", a celebrated character from earlier in his career.
"Jesus Of The Moon" contains the lines; "Cause people often talk about being scared of change/ But for me I'm more afraid of things staying the same/ 'Cause the game is never won/ By standing in any one place/ For too long". He need have no worries about that. Cave is a true original. In the increasingly moribund and market-driven world of popular music the original should be cherished.

Giorgio Agamben - Mezzi senza fine

Posted: 24 Marzo 2008

Recensione di Andrea Comincini

Bollati Boringhieri, 2005 - euro 14,00 - pp. 109

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Mezzi senza fine

Lo svuotamento delle categorie applicate dalla politica al mondo circostante sono la causa del profondo disfacimento inerente ad entrambi. È questa la tesi principale di Mezzi senza fine, saggio sulla postmodernità e la crisi contemporanea. Libro complesso ed affascinante, profondamente filosofico per i temi ed il linguaggio scelti, presenta al lettore una serie di riflessioni su alcuni punti chiave della società attuale, caratterizzata dalla spettacolarizzazione e dalla virtualità della merce.
Il suo autore, Giorgio Agamben, pensatore acuto e mai banale, dedica non a caso l'opera a Guy Debord, autore del famoso La società dello spettacolo. Qui si legge la biografia dei tempi in cui viviamo: nell'articolo 1, è scritto: "l'intera vita della società, in cui dominano le moderne condizioni di produzione, si annuncia come un immenso accumulo di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione".
Agamben prosegue l'investigazione dei medesimi argomenti e si sofferma su un concetto fondamentale per la comprensione del quotidiano, la rappresentazione appunto.
È infatti nel modo con cui rispecchiamo e ci rispecchiamo nella realtà che la vita assume una fisionomia. Fin dall'antichità classica, è possibile scorgere la funzione fondamentale della speculazione in ambito pubblico, ovvero dell'atto di pensare la propria collocazione sistemica.
Sintomatico, secondo il filosofo italiano, è l'oblio nel quale una distinzione nodale è stata col tempo abbandonata - ma oggi di nuovo centrale - ovvero la differenza tra zoè e bìos.
La prima esprimeva il semplice vivere di tutti gli esseri organici, la seconda invece la forma caratteristica di un singolo gruppo: " una vita, che non può essere separata dalla sua forma, è una vita per la quale, nel suo modo di vivere, ne va del vivere stesso e, nel suo vivere, ne va innanzitutto del suo modo di vivere."
Questa espressione vuol meramente affermare lo scarto tra vita nuda e paradigma inclusivo: la nostra esistenza si progetta sempre e comunque in un contesto, e la sua dissoluzione provoca il pericolo di comprometterla irrimediabilmente. Nella società moderna, la triade Stato-Nazione-Popolo fondava il proprio imperium confermando l'appartenenza del cittadino nella conformazione del dominio: se il sovrano allontana dalla forma di vita dominante un essere umano, esso si trova di fatto perso, e privo di riconoscimento.
Da tali pensieri si sviluppa un discorso molto interessante, e certamente complesso sulle conseguenze prodotte dalla crisi della politica, con l'avvento del capitalismo e la peculiare forza dirompente e trasformatrice.
La politica svanisce fra le mani delle multinazionali, ma l'aspetto affascinante della analisi non è l'ovvia crisi dei valori e dei contenuti, bensì lo svuotamento della forma e dei concetti.
L'esclusione dalla vita è il risultato principale di questi mutamenti, soprattutto in ambito giuridico.
L'uomo contemporaneo infatti si trova continuamente in uno stato d'eccezione, ovvero fuori dalla forma. Il risultato cambia naturalmente il quadro politico mondiale, fino a esigere un paradigma nuovo per l'umanità, previa la distruzione della stessa.
Un esempio concreto può essere individuato nel rifugiato. Come l'ebreo, non più assimilato e costretto in uno status di sospensione, extra giuridico e sociale, oggi è nella figura del rifugiato che si può individuare l'avanguardia dei popoli. H. Arendt aveva perfettamente capito ciò, ed infatti in un suo scritto dal titolo Imperialismo, troviamo il quinto capitolo, Il declino dello stato nazione e la fine dei diritti dell'uomo affrontare il problema di un mondo in cui l'esclusione giuridica provoca la fine dei diritti fondamentali.
Agamben è molto chiaro a proposito: se la cittadinanza garantisce la patente di umanità, coloro da essa esclusi vivono in un limbo in cui ogni diritto è sospeso: il campo di concentramento prima, i centri di accoglienza oggi, ne sono il luogo fisico.
Questa fisicità tuttavia è solo geografica, perché il profugo vive in uno spazio vuoto, dove la vita non ha forma.
Il dramma prodotto dai mutamenti geopolitici è palese e manifesto. Dalla prima guerra mondiale continui flussi migratori trasformano i confini territoriali, 'ufficiali' delle Nazioni, le quali si prostrano davanti alla forza bruta delle multinazionali, e perdono l'identità ottocentesca forgiata dall'ascesa della borghesia.
Siffatto tema domina lo sfondo su cui emergono le successive analisi: da una filosofia dei gesti, ormai sempre più fini a se stessi, quindi inutili, al sentimento di impotenza di realtà specifiche come quella italiana vissuta quotidianamente.
Lo sforzo compiuto dal nostro filosofo è tentare di riportare il pensiero in un terreno più adatto ad affrontare i grandi temi del mondo globale, cogliendo le differenze di linguaggi - ma anche giuridiche - per proporre soluzioni ormai improcrastinabili. Senza una presa di coscienza, il politico si avvarrà sempre di strumenti inadatti per tentare di trasformare lo status quo, ammesso e non concesso ne abbia intenzione.
Se così non sarà, vedremo perpetuarsi l'ordinario, ovvero la trasformazione dello Stato in un Grande Poliziotto dedico a inseguire i nomadi, i rifugiati, le vittime delle guerre, e a diffondere la paura dell'altro. In mancanza di risoluzioni adeguate infatti, la forza delle argomentazioni dei padroni del mondo potrà basarsi esclusivamente sulla violenza, e la violenza verrà accettata soltanto se proposta come estrema necessità di cui non si può far a meno.
"l'investitura del sovrano come questurino ha un altro corollario: essa rende necessaria la criminalizzazione dell'avversario". Par in parem non habet iurisdictionem: per combattere e schiacciare il nemico, esso deve essere altro da noi. Ecco di nuovo apparire il tema centrale, ovvero - in altri termini -inclusione ed esclusione.
Su questo terreno deve misurarsi, secondo Agamben - una politica nuova e seria. La situazione mondiale non è incoraggiante, perché i classici partiti di riferimento progressisti hanno sposato appieno la causa delle Destre. La spettacolarizzazione della politica infatti ha prodotto la morte dei contenuti, quindi le istanze sociali restano ormai escluse dai programmi dei partiti di massa.
La criminalizzazione del nemico ha comunque un punto debole, osserva il filosofo: può sempre rivolgersi contro di sé. In quest'ottica cambiano i paradigmi della lotta ed è lecito avanzare una profezia sulla politica a venire: essa non sarà più lotta per la conquista o il controllo dello stato da parte di nuovi o vecchi soggetti sociali, ma lotta fra lo Stato e il non-Stato (l'umanità), disgiunzione incolmabile delle singolarità qualunque e dell'organizzazione statale.

Non è un paese per vecchi

Posted: 24 Marzo 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Joel Coen, Ethan Coen - USA 2007 - durata 122'

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Non è un paese per vecchi

Quattro premi Oscar - Miglior film, regia (Ethan e Joel Coen), attore non protagonista (Javier Bardem), sceneggiatura non originale, due Golden Globe - migliore sceneggiatura non originale, miglior attore non protagonista - Non è un paese per vecchi, ultima fatica dei fratelli Coen, lascia lo spettatore letteralmente senza parole. Violento e surreale, west noir sospeso nel limbo dell'apparente "non senso". Un cerchio che non si ricongiunge, ha un inizio ma non una fine (chissà se non dobbiamo pensare ad un seguito), tutti si inseguono per uccidersi o per fare giustizia in un paesaggio desolato di frontiera.
Ambientata al confine tra Usa e Messico all'inizio degli anni Ottanta, la storia dell'inseguimento fra i tre personaggi principali diventa un thriller che ricorda a tratti la violenza di Tarantino.
Llewelyn Moss (Josh Brolin), operaio in pensione anticipata, si imbatte, per caso, in una serie di cadaveri, in un carico di eroina e in una valigetta con due milioni di dollari. L'uomo decide d'istinto di prendere con sé la borsa con i soldi. Inizia la sua fuga disperata per eludere la caccia all'uomo messa in atto da Chigurh (Javier Bardem), assassino psicopatico, e da Bell (Tommy Lee Jones), sceriffo intenzionato a fermare i due inseguitori.
Tratto dal romanzo Old Man di Corman McCarthy, film decisamente "contro" la spettacolarizzazione e le luci della ribalta. Difficile da etichettare proprio come i due registi, che hanno scelto un "taglio" d'azione, salvo qualche piccolo cambiamento, a scapito della parte più riflessiva. Così i fratelli Coen ricordano "Ci ha attirato proprio la specificità dei personaggi, perfetti per entrare in una sceneggiatura cinematografica. E poi nel libro c'è anche dell'umorismo nero, che abbiamo cercato di rispettare cercando di non stravolgerlo più di tanto apportando il nostro marchio. Certo, non abbiamo potuto mettere nel film tutti i personaggi di McCarthy, a cui abbiamo cercato comunque di attenerci il più possibile. Il libro è molto violento e sanguinoso - ha commentato Joel Coen - sicuramente molto dark. E il risultato è il film forse più violento che abbiamo fatto. Da questo punto di vista rispecchia il romanzo con molta precisione. Sicuramente ci sono parti rimodellate o tagliate come, ad esempio, le considerazioni filosofiche dello sceriffo che occupano più di un capitolo".
Infatti, restano privilegiate le pagine che ben si prestano alla suspance ed alle immagini cinematografiche: sparatorie, macchine che esplodono, uomini trucidati.
Tuttavia, la seconda parte è lenta con improvvise accelerazioni, intessuta di dialoghi aridi. Mentre tutto è "straniato" e ironicamente critico verso una società che ha perso i valori morali, emerge l'unica coerenza etica dello psicopatico assassino Chigurh, specchio di un codice morale supportato da violenza e sopraffazione. Uccide con una bombola di aria compressa uomini come bestie, non c'è distinzione in una società che non riconosce il bene dal male, dove la pietà non esiste e si sceglie di lasciare vivere o morire la propria preda con un lancio di monetina. Pettinatura effeminata, fatalista di imperscrutabile origine, Chigurh è l'eroe assassino che terrorizza, non per le sue azioni cruente bensì per la normalità, la freddezza, il distacco con cui porta a termine la sua missione. Siamo ad una delle migliori interpretazioni di Bardem, gli è sufficiente davvero solo un ghigno per catalizzare l'attenzione dello spettatore. E da attore non protagonista diventa il motore del film.
Al tempo stesso, però, c'è lo sceriffo Bell, interpretato da Tommy Lee Jones, lento invecchiato così come perfettamente vuole il suo personaggio, stanco di una società che non comprende. Assiste praticamente impotente al disfacimento del proprio mondo. Il suo compito è di portare avanti una serie di riflessioni sul "perché" di questa scia di violenza che rende la storia come un'oscura e terribile profezia.
Ed è lo stesso regista Ethan Coen a spiegare "Più che essere un personaggio nostalgico, Bell è un uomo che invecchia e così vede le cose sempre in maniera più pessimistica.
Anche il titolo è perfetto secondo i due registi: "Parla della visione del mondo di Bell, della sua prospettiva sul tempo che passa, sul fatto che invecchia, sulle cose che cambiano".
Tornano in mente Barton Fink, Fargo, altri film in cui il male è enigma impenetrabile e quasi necessario. Anche questa volta per i due registi c'è orrore nella provincia americana, per un film dove giocano ancora più prepotenti le inquadrature e la stupenda fotografia di Roger Deakins.

Update Marzo 2008

Posted: 08 Marzo 2008

Postate oggi le prime tre recensioni per il mese di marzo.

Parlami d'amore

Posted: 08 Marzo 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Silvio Muccino - ITALIA 2007 - durata 115'

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Parlami d'amore

Si perde tra le pieghe di una gioventù "maledetta" il filo conduttore dell'opera prima di Silvio Muccino, Parlami d'amore (tratto dall'omonimo romanzo, scritto a quattro mani da Carla Vangelista e l'attore).
Tanti i temi incasellati nella cornice diretta dal giovane regista, che tenta di toccare il dolore e raccontarne la catarsi, ma ne risulta un esercizio manieristico e poco credibile. Sasha (Silvio Muccino), 25 anni, ha alle spalle un'adolescenza difficile: cresciuto in una comunità di recupero, abbandonato dai genitori tossici, conosce Benedetta (Carolina Crescentini), figlia di uno dei benefattori della comunità di Borgo Fiorito e se ne innamora. Quando la rincontra, da adulto, lei è una ricca viziata, con il pesante fardello di "cattiva bambina". Ma resta sempre la sua ossessione d'amore. Per conquistarla chiede aiuto a Nicole (Aitana Sanchez-Gijon), un'insegnante quarantenne incontrata per caso, che a sua volta tenta di cancellare un passato doloroso. Mentre Sasha tenta di conquistare Benedetta, tra lui e Nicole si crea un'intimità e un legame che sconvolge e cambia per sempre le loro vite.
Dipendenze e fragilità, paure e abusi sessuali dominano la pellicola cercando un senso nella forza salvifica dell'amore. Il film risulta inadeguato, lo spettatore fatica a coglierne la sensibilità, tutto è inverosimile e "recitato", gli stessi personaggi non vivono nelle gesta degli attori, non sono credibili. E' lo stesso regista ad ammettere questa defezione in fatto di lungaggini "C'è tanto, pure troppo in questo film, ma questo, nel bene e nel male è il rischio che si corre con un'opera prima". Tante sono anche le citazioni cinematografiche presenti nel film: "Ci sono citazioni perché parlo d'amore a 360°, ci sono gli amori della mia vita, e ci sono tante citazioni cinematografiche, soprattutto di cinema francese, perché il cinema è uno degli amori della mia vita. E' pieno di suggestioni fotografiche di un cinema estetizzante".
Così, passa pedantemente da Bertolucci a Godard, senza alcuna rivisitazione matura, solo sterili riprese che risultano vuote e decontestualizzate. Sembrerebbe che Muccino non si senta all'altezza nel ruolo di regista-sceneggiatore e cerca una serie di giustificativi per rendere la sua opera apprezzabile e credibile. Si circonda di professionisti capaci (Arnaldo Catinari, Tonino Zera, Patrizio Marone, Maurizio Millenotti) e le scene scivolano tra l'alcolismo e la droga perdendo di spontaneità. Il difetto imputabile alla pellicola è proprio l'eccessiva costruzione a discapito della semplicità, che spesso è molto più eloquente e diretta di un artificio di stile. Resta discutibile anche il riconoscimento "di interesse culturale" da parte del Ministero ed il conseguente finanziamento che lo stesso Silvio ci spiega "Certo, lo ammetto: trovare i finanziamenti, per me, è stato facilissimo. Non perché mi chiamo Muccino (il confronto con mio fratello Gabriele per me è stato un fattore deterrente), quanto per i miei precedenti successi al botteghino".
Ed è la logica del mercato ad essere l'unica vincitrice in questa prevedibile avventura, film commerciale, strizza l'occhio ad un pubblico più variegato, non solo giovanissimi come fino ad ora il suo target: "Io volevo spiazzare il mio pubblico"- afferma - Credo che possa parlare a tutti, uomini e donne", prosegue, allargando poi il discorso all'attuale boom di film adolescenziali: "E' giusto che ci sia accorti delle potenzialità che hanno al botteghino ma non bisogna solo assecondare i loro gusti, ma anche provare a dir loro qualcosa di più". E risulta estremamente difficile crederlo, quando si assiste ad un'interpretazione così priva di empatia, Sasha non riesce a coinvolgere, resta lontano dal cuore e dal dolore. Colpa di una sceneggiatura (opera anch'essa di Muccino) troppo prolissa, che ingabbia i personaggi in battute prevedibili. Così la Crescentini non trasmette alcuna emozione, con una recitazione fin troppo concitata ma sicuramente migliore delle precedenti. Unica nota positiva è l'attrice spagnola Aitana (diretta da Salvatores in Io non ho paura) bellissima, ironica, intelligente, "infonde" al suo personaggio una elegante leggerezza. Si muove naturalmente in una trama caotica con dolce andatura, legandosi alle emozioni di una quarantenne che cerca di nascondersi alla vita, ma alla fine ne risulta violentemente travolta. Dunque "è prepotente l'incapacità a vent'anni, come a quaranta, di lasciarsi andare all'amore, sentimento niente affatto rassicurante. Capita spesso di voltargli le spalle, di non riconoscerlo, di non guardarlo, perché fa paura mettersi a nudo", così allo stesso modo Nicole fugge e Sasha-Muccino tenta di togliere la maschera nel finale alla fragilità del film e dei protagonisti.

Alda Merini - L'altra verità Diario di una diversa

Posted: 08 Marzo 2008

Recensione di Andrea Comincini

BUR 2007 - Euro 8,40 - pp.158

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L'altra verità

"Il manicomio che ho vissuto fuori e che sto vivendo non è paragonabile a quell'altro supplizioche però lasciava la speranza della parola. Il vero inferno è fuori, qui a contatto degli altri, che ti giudicano, ti criticano e non ti amano". Con queste amare riflessioni Alda Merini, classe 1931, congeda il lettore dal suo Diario, e lo abbandona nel nosocomio della vita quotidiana.
Poetessa di eccelso livello, all'età di sedici anni fu colta dai primi segni di una malattia che la porterà ad esser rinchiusa per molti anni in clinica, tra elettroshock e torture, violenze e solitudini.
Eppure, lo abbiamo appena letto, la prigione asettica e immorale è quella da noi creata fuori le mura ospedaliere. In un celebre saggio intitolato Sorvegliare e punire, Foucault analizza i modi tramite i quali la società imprigiona, circoscrive e decide chi è cittadino e chi è criminale, ma anche sano o malato, lucido o folle. L'alienazione non è una malattia naturale, ma conseguenza necessaria di un sistema sociale che distrugge il tessuto psichico umano fino a rendere alcune persone interiormente lacerate, perse, e a volte...diverse.
Il meccanismo perverso con cui sirimuovono le pulsioni contrarie produce meccanismi fortemente anticonservativi, come già Freud ebbe modo di evidenziare nel suo Disagio della civiltà.
La poetessa non si distingue da queste considerazioni quando afferma che le malattie mentali sono in realtà solo disturbi della emotività, e gli altri non vogliono affrontarle per paura di capire, perché ciò fuori di loro, è anche parte delle vite 'sane'.
Il suo racconto tuttavia non cattura per l'analisi sociologica, ma per la sensibilità lirica così forte e drammatica. Il Diario traccia un solco profondo nelle viscere della coscienza, e divide il conoscibile dall'immenso e incommensurabile abisso della inconsapevolezza. È opera poetica raffinatissima, e come tale "infligge" al lettore una pena profonda, poiché gli lascia addosso la colpa di sentirsi diverso.
È la difformità, la differenza o différance, per parafrasare Derrida, il protagonista del libro.
La Merini parla di un non-luogo in cui si manifestano fantasmi e mostri, ma anche santi e angeli. Il  manicomio infatti non può esser visto con gli occhi di chi lo visita. Spettatore inconsapevole, il parente o l'amico di turno può scorgere solo l'edificio - spesso fetido e claustrofobico - ma non lo spirito performante, la natura ferina e notturna.
I matti, solo loro autorizzati a conoscerne i misteri, a celebrare la follia dello sconcio, sanno che la clinica è prigione e allo stesso tempo tempio. I medici sono aguzzini e santi e i degenti...sognatori. Sognano la libertà ma la temono, si infliggono pene terribili, vengono stuprati, uccisi, lasciati vivere fra le loro feci e urine.
I matti si spogliano, godono di una sessualità infantile e invadente contemporaneamente, sono vittime ma sembrano avvolti da una luce sinistra e pervasa, dono della divinità: spetta a chi soffre la verità.
La Merini racconta incredibilmente la propria condizione. Non ci sono sentimentalismi, ma tutto è soffuso, soave, delicato. Il suo spazio, come ella confessa, non è stato intaccato, sebbene abbia i segni di quell'inferno.
La vita in clinica è descritta nella monotona quotidianità, fra medicine e aghi, lacci e grida. Eppure si può anche lì trovare il tempo dell'amore, della purezza.
I personaggi in scena nel Diario sono tutti profondamente vivi, e appartengono a quelle mura esattamente come i morti fanno parte dei banchetti dei vermi. Vengono entrambi divorati, assimilati, ed i resti non sopravvivono. Eppure, canta la Musa, e la parola salvifica. Alda Merini confida che il dolore descritto forse non è poi tanto vero, si tratta di simbologia e letteratura, ma si avverte l'ironia, la consapevolezza: la verità è tutt'altra. La poesia raccoglie l'essenza dei misfatti, e la getta su di noi.Sappiamo il dolore accadere, ed esser accaduto. Viene così evocata una duplicità inconciliabile, ed è questa la ferita certamente più profonda.
La poetessa infatti ci prende per mano per un po', quindi ci abbandona. Restiamo inerti davanti all'incomprensione di quelle atmosfere, delle vite altre.Ci lascia non per crudeltà, ma perché siamo incapaci di seguirla, esattamente alla maniera di Virgilio con Dante, in procinto delle porte del Paradiso.
La diversità si trasforma in esistenza, e gli esclusi non sono i sani, ma gli ignoranti. La lettura infatti provoca un senso di smarrimento molto diffuso. Vorremmo capire, ma non ci è concesso. La Merini parla di un mondo e di una purezza che non ci appartiene, la nostra corruzione non è sanabile. Lo stile fresco e gentile, insieme ai continui spostamenti temporali, annulla la memoria terrena, e ci immerge in uno spazio onirico a cui non si può accedere se non si passa attraverso la fiamma della poesia. Gli psichiatri, osserva la Merini, non possono molestarci in eterno sul presupposto del fatto che in un qualsiasi giorno della nostra vita abbiamo perso la memoria, perché l'emarginazione è anche un diritto sociale. La poesia assolve questo compito, o la follia.
Il congedo dal testo conserva interamente il senso di un viaggio fra le parole e va riportato per intero: "la conclusione di questo Diario non è veritiera né verisimile. Si tratta di una storia che potrebbe essere inventata ed è invece un atto d'amore e di spietate constatazioni dei fatti. Il Diario è un'opera lirica in prosa ma anche un'esegesi, una implorazione e la completa distruzione di ogni filosofia e di ogni atto concettuale.
È stato scritto con il linguaggio semplice di chi nel manicomio ha scordato tutto e non vuole né vuole più ricordare. Rimane velata e struggente nostalgia del manicomio come tempio di una aberrante religione. I fatti sono simbolici - e così i protagonisti, ma l'autrice ancora vive e vorrebbe che questo crimine cadesse dalle carni di chi come lei ha patito e continua a patire il più efferato degli Inferni".
Parafrasando Manganelli, di rado è stata più fermamente sperimentata la qualità empirea della parola impegnata nella ricognizione dell'inferno; la felicità di questo testo di Alda Merini non è altro che l'incontro con la perfezione del dolore; la salvezza è il battesimo verbale della disperazione.

Jakob Hein - Il Signor Jensen getta la spugna

Posted: 08 Marzo 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Edizioni e/o, 2007 - euro 14,00 - pp. 109

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Il Signor Jensen getta la spugna

Il signor Jensen cresce in una famiglia grigia ma innocua, in cui il padre, il vecchio signor Jensen, ex padrone dell'Idraulica Jensen s.a.s., se ne sta seduto in poltrona in un silenzio di cui il figlio gli è estremamente grato, mentre la madre "era dell'avviso che suo figlio avesse sempre dovuto farsi trascinare, in tutti i sensi. D'estate non sei mai andato da solo in piscina se non ci andava anche qualcun altro. Se a scuola eri amico di un asino eri il penultimo della classe, se stavi con il più bravo eri il secondo, diceva lei". A differenza dei suoi coetanei impegnati ad immaginarsi calciatori di serie A, il signor Jensen non ha sogni per l'età adulta: "Era andato a scuola tutti i giorni perché era obbligatorio, con il vago presentimento che sarebbe stato così per sempre.[...] Da bambino parlava da solo e per questo gli altri lo prendevano spesso in giro. Dopo alcuni anni era venuto a capo del problema e aveva cercato di non farsi più notare dagli altri quando parlava da solo. Ma anche in quel modo non si era fatto altri amici. Il signor Jensen sosteneva di aver perso il momento giusto. Chi non aveva trovato amici alle elementari, con ogni probabilità non ne avrebbe più trovati così facilmente". Abbandona l'università, con enorme rammarico del vecchio signor Jensen, a causa delle incongruenze del sistema accademico e per la complessità dei punti di vista e dei controsensi propri delle scienze umane: "Lesse il primo greco dell'antichità che spiegava il mondo con bellissime parole. Parlava di morale, delle azioni moralmente giuste e di quelle moralmente sbagliate, dell'uomo di valore, definito dalle proprie azioni. Subito dopo il primo greco, però, ne era arrivato un secondo che proponeva una spiegazione del mondo altrettanto bella, apparentemente plausibile e giusta, ma del tutto diversa da quella del primo. Poi avevano affrontato un paio di romani e di francesi che erano di tutt'altra opinione e alla fine il signor Jensen del mondo ne capiva ancor meno di prima". Decide così di consegnare la posta, occupazione che non comporta troppo carico per la mente.
Remissivo il signor Jensen lo è anche nei confronti dell'universo femminile. Mentre i compagni di scuola prima e i colleghi poi conoscono e escono con diverse donne lui se ne sta da parte invidioso, ma senza livore, delle coppie che gli pare spuntino un po' ovunque, e fa un tentativo da neofita. Legge diversi libri sull'argomento e guarda "i peggiori filmetti d'amore, non come un passatempo senza senso, ma nella speranza di capire da ciascuno di quei film qualcosa di più sul funzionamento dei rapporti umani". Gli restano però questioni irrisolte sulle modalità di scelta della compagna, sul genere da preferire tra le varie tipologie fisiche, giacché "non avrebbe saputo come fare a decidersi per una sola di loro". Malauguratamente le donne gli si offrono solo in vece di amiche; le qualità di ascoltatore unitamente a un'insicurezza mista d'esitazione non ne favoriscono alcun approccio più audace e così "tutte le volte si lasciava scappare l'occasione. Probabilmente perché se ne stava lì ad aspettare il momento buono per troppo tempo. Il signor Jensen voleva sempre prima ascoltare, raccogliere tutte le informazioni necessarie e poi escogitare una strategia. Le donne amavano l'ascolto e l'attenzione ma evidentemente amavano anche gli uomini da cui non ricevevano niente di tutto ciò".
Le giornate trascorrono comunque nel massimo della beatitudine il che, tradotto nel "sistema Jensen", significa piatta tranquillità. Una rassegnazione composta e soddisfatta l'accompagna giornalmente. Fino a quando il signor Jensen perde il lavoro. Senza perché. In un'assurda escalation, o meglio in un'escalation dell'assurdo si trova a dover fronteggiare il proprio capo in un dialogo irreale, d'un'irragionevolezza burocratica straordinaria: "'Ma no, signor Jensen. Non ci sono state lamentele e non ce n'è mai stato neanche il minimo sentore. Lei ha tutto ciò che cerchiamo in un collaboratore. È qualificato, pratico, senza troppe ambizioni. Mi spiace - e mi creda, parlo a nome di tutto il reparto - dispiace a tutti che debba andarsene'. 'Ma allora se le cose stanno cosi, perché devo andarmene?'. 'Gliel'ho appena spiegato' il signor Boehem sospirò. 'Purtroppo siamo costretti a licenziarla nell'ambito del nostro nuovo programma contro i licenziamenti per cause oggettive'". In un impeto di risentimento, tenta la strada dell'alcol senza successo. Non sa né come né dove ubriacarsi e, vinto dalla rassegnazione più che dallo sconforto, torna a casa e siede in poltrona con lo sguardo fisso innanzi: "Rimase così, perfettamente immobile, per tutto il resto del giorno, finché a notte inoltrata non fu sopraffatto da un sonno senza sogni".
Affronta l'Ufficio di collocamento e, dopo aver gettato l'impiegata in un curioso stato confusionale, riceve il sussidio di disoccupazione vita natural durante. Dovendo però affrontare la sfida del tempo, l'avere a disposizione ogni dì "una minacciosa infinità di ore" si dedica alla visione continuata del piccolo schermo con impegno maniacale, fino a "distinguere a malapena la propria routine quotidiana dai programmi tv". La percezione stessa del tempo pare variare completamente e il signor Jensen inizia a apprezzare ogni piccola circostanza possa cambiare l'inerzia delle sue giornate di fronte alla televisione. Arriva ad apprezzare la propria influenza come "svago ben accetto", da cui guarire rappresenta una delusione perché "in un lampo si ritrovava nel suo far niente di sempre, cosa che, per così dire, toglieva ogni senso alla salute. Anche se non era utile a nessuno il signor Jensen si sentiva più impegnato del solito".
Perse le coordinate lavorative e incapace a riconoscersi in quelle collettive, dunque anche il tempo smette di essere un parametro sul quale calibrare i moti della propria esistenza. Da struttura di riferimento ovvio quello scorrere "era diventato un qualcosa di indistinto, difficile da comprendere e pieno di contraddizioni inconciliabili". Ma nel mentre, resosi conto che tali contraddizioni vivono nelle strutture organizzate e avendo scoperto il proprio grande talento nel guardare la televisione, decide di passare alla controffensiva e mette in opera un piano concreto "per andare a fondo di tutte le cose". Compra quattro videoregistratori usati e inizia a registrare tutte le trasmissioni possibili, catalogandole per categorie e ripassandole a giro continuo "per risolvere alla radice il problema dell'investigazione del senso". Le scoperte che fa sono tanto sconcertanti quanto evidenti, sotto gli occhi di tutti ma in qualche modo invisibili. Lo scempio e la disinformazione voluta dei media stabiliscono una sorta di limite al di qua del quale viene identificata la giusta consuetudine. Su un foglio il signor Jensen segna le cose che sembra definiscano la cosiddetta normalità. Ne vien fuori un decalogo annichilente nella semplicità del suo cogliere il segno della pochezza del mondo capitalista e borghese che della suddetta normalità fa una regola da condividere. Nella reiterazione del "bisogna" sta la necessità sociale: bisogna andare a lavorare; bisogna avere una donna o, come minimo, fare sesso di frequente; bisogna avere tanti amici; bisogna conoscere l'ultima moda; bisogna avere qualche nozione di musica; bisogna essere allegri; bisogna avere soldi; bisogna essere belli; bisogna sapere cosa fare di sé stessi; bisogna avere dei sogni. Al che, scoperto di non essere normale, e visto che una semplice "disapprovazione dello status quo sarebbe stata inutile" il signor Jensen si riorganizza. Sceglie la propria libertà e distrugge subito televisore e videoregistratori gettandoli dalla finestra risolvendo così "la fine della sua fase di condizionamento".
Due sono le direzioni di questa nuova vita, una passiva, in linea col profilo docile del protagonista, e una attiva ma sui generis. Continuare a far niente "non è mica un obiettivo da poco e sta diventando sempre più difficile" dice all'amico Matthias, "in fondo oggi tutti vogliono che tu faccia qualcosa. Ma io mi batterò per questo [...] è qui che sta la bravura. Ed è stata la cosa più difficile da imparare. Fin dalla nascita ci viene inculcato il dovere di riempire le nostre giornate con impegni vari".
S'accorge inoltre che "noi non vediamo e non sentiamo più le verità più semplici, neppure quando le abbiamo sotto il naso" poiché sotto l'influenza di ciò che definisce "rumore bianco" - il potere dei media -, a cui decide di opporre una sistematica "rinuncia alle pseudoinformazioni". "È un falso mondo quello da cui mi arrivano le notizie, un falso mondo in cui io non vivo più" e tolto un coltello a serramanico di tasca il signor Jensen stacca la cassetta della posta dal muro e la butta nel bidone della spazzatura.
Il libro è incredibilmente accattivante, a dispetto di una narrazione che si sviluppa in modo tanto lineare e reiterativo da sembrare trascurata. È però soltanto una rapida sensazione passeggera cui si sostituisce presto l'impressione d'un'agile leggerezza. E in realtà l'iterazione e l'andamento assopito di una esposizione sempre all'imperfetto, è effetto cercato a voler simulare una realtà che addormenta, tutta standardizzata dal flusso di una vita condivisa ma finta, da informazioni veicolate e identiche e dalla una rassicurante opinione comune sulle stesse.
Grottesco e assurdo strappa sorrisi e sempre lascia un'amarezza soffocata negli atteggiamenti dimessi del protagonista. Che assieme alla semplicità sconcertante con la quale l'animo del signor Jensen si confronta coi misteri del mondo reale - lavoro, rapporti umani e affettivi - non vanno scambiati per balordaggine, scarsa intelligenza o per semplice distrazione dal senso più pieno dell'esistenza. Non un inetto, il signor Jensen volge lo sguardo interpretativo non tanto alla propria coscienza in fieri quanto piuttosto all'esterno. E nello specchiarsi nell'assurdità del mondo visto frontalmente viene fuori, di riflesso, la misura della personalità di un attore che osserva la realtà sempre di fianco, leggermente spostandosi dai binari della vita normale e condivisa: "Il signor Jensen voleva dimostrare che le cose potevano anche andare in modo diverso, che si potevano davvero smuovere la acque non facendo niente".
E un niente estremamente organizzato sarà il tentativo ultimo, realizzato nel silenzio della mezzanotte urbana, del personaggio bonario e penetrante che Jakob Hein sfuma con grazia del tratto e vigore critico, per il lettore ironico e ricercato della casa editrice romana.