Archivio Marzo 2008
direttore responsabile: Dr Chiara Lucarelli,
Trinity College Rome Campus
Registrato al Tribunale Civile di Latina sezione stampa: n. 867 dal 14/12/2006 ®
Posted: 03 Aprile 2008
regia di Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi - Francia 2007 - durata 95'

Raccontare la rivoluzione di un popolo, la
violenza della guerra senza mostrarne l'orrore, così
come vuole l'arte della tragedia "far immaginare
attraverso l'induzione intuitiva". Sono gli occhi di
una bambina, i ricordi di una donna a condurci per mano in
Persepolis, racconto autobiografico animato della fumettista
iraniana Marjane Satrapi. Tutto ha inizio quando è ancora
piccola, fine anni 70, in una famiglia agiata e colta, di
sentimenti e lunga pratica di opposizione al regime dello
scià, ormai al termine.
Di lì a poco con l'instaurazione della Repubblica islamica
inizia il periodo dei "pasdaran" che controllano i
comportamenti e i costumi dei cittadini. Marjane, mal sopportando
le restrizioni, diventa rivoluzionaria. La guerra contro
l'Iraq provoca bombardamenti, privazioni e morte. La
repressione interna diventa ogni giorno più dura e i
genitori decidono di mandarla a studiare in Austria per
proteggerla. Esperienza troppo difficile per un'adolescente
di 14 anni che si ritrova sola, in esilio, straniera in una terra
straniera, ad affrontare la vita e la diversità. La ragazza
chiede di tornare a casa, ma è anche questa una parentesi
dopo la quale, ormai ventiquattrenne, lascia nuovamente il paese
per Parigi. Pur lanciando un messaggio politico e sociale molto
forte, sono la poesia e la sensibilità dei dialoghi della
protagonista - autrice a restare impressi nella mente dello
spettatore. Opera per un pubblico di tutte le età,
assolutamente non pedante e forzosa. E' la crescita e la
maturazione di un popolo e di una bambina che non vogliono tradire
le proprie origini, la propria cultura. Così ne risulta un
Iran come poche volte abbiamo visto in televisione: nazione densa e
ricca di problemi, ma in fondo non troppo differente da un
qualsiasi altro stato europeo. Di contro, un'Europa
impreparata ad accogliere "il diverso" arroccata nel
suo credo, permeata da sterili pregiudizi e luoghi comuni.
Persepolis, nato come fumetto, rispetta pienamente il
disegno e l'umorismo dei personaggi nel libro. Non effetti
speciali, niente pixar a 3D, ma disegni semplici e minimalisti
dalla grande forza espressiva. La regista ha lavorato sulle luci e
ombre, in un gioco di bianchi e neri che rimanda
all'espressionismo cinematografico tedesco. Le tante
sequenze, montate con una straordinaria sensibilità, si
lasciano osservare a volte con ironia, a volte con grande amarezza,
ed alla fine unite tra loro, rendono il senso intero di una
vita.
Tuttavia molte le sfumature sottolineate dall'autrice
"La mia vera vita non é ordinata in sequenze e non
é tutta nelle - scene - e pagine di Persepolis.
Ho taciuto molto, ho preso degli elementi e ci ho costruito attorno
la struttura coerente di una storia. Lo spazio della creazione non
é lo stesso della vita reale, nemmeno quando si tratta di
autobiografia. Invece le persone identificano l'immaginario col
reale e credono di conoscerti - rincara Satrapi - E'
stato detto che la scelta autobiografica é impudica...
quando io rifuggivo dal ritrarmi ad abbracciare o baciare il mio
ragazzo, l'ho sempre evitato come ho evitato particolari
familiari, ho tenuto segrete cose profondamente mie. Quindi ho
riferito il mio punto di vista, l'ho assunto pienamente,
raccontando i grandi avvenimenti attraverso delle vicende che anche
i non iraniani possono comprendere e nelle quali possono
identificarsi".
Condannata come opera "anti-iraniana" dal governo del
presidente Mahmud Ahmadinejad, è stata mostrata per due
giorni, censurata dalle scene giudicate anti-islamiche, e solo ad
un pubblico di poche decine di persone in un cineclub di Teheran.
Le proiezioni sono state seguite da dibattiti in cui la pellicola
è stata criticata per avere presentato, secondo gli
intervenuti, una visione parziale della realtà iraniana
dell'epoca raccontata. La regista non ha commentato le polemiche
limitandosi a dichiarare "Non voglio farlo diventare un
affare di stato perché non lo è, quindi evito che le
mie parole vengano travisate e si getti ulteriore benzina sul
fuoco. Non torno mai in Iran e mi sento molto fortunata a vivere in
un posto, Parigi, dove posso fare il lavoro che preferisco e stare
con le persone che amo. Se tornassi nella mia patria, che pure mi
manca molto, dovrei rinunciare a tutto e rischierei molto. Ma non
mi lamento. Lo trovo irrispettoso nei confronti di tutti quelli che
continuano a vivere lì, hanno le mie stesse idee ma non
possono manifestarle apertamente".
Il film ha vinto il premio ex-aequo della giuria all'ultimo
festival di Cannes. Doppiato nella versione originale da un duo
artistico e familiare particolare composto da Catherine Deneuve
(che interpreta anche la versione inglese) e Chiara Mastroianni:
madre e figlia sia nella vita che in questo progetto, dove prestano
la voce rispettivamente alla signora Satrapi e alla figlia Marjane.
A dare la voce ai personaggi nella versione italiana invece sono
Sergio Castellitto nei panni del papà, Licia Maglietta in
quelli della mamma, e una vivacissima Paola Cortellesi in quelli di
Marjane.
Posted: 03 Aprile 2008
BUR 2008 - Euro 5,00 - pp. 97
La casa in ordine, gli sguardi bassi e spenti
accompagnano il via vai di persone raccolte per l'estremo
saluto ad Ivan Il'Ič. Il silenzio degli oggetti,
l'ordinarietà dei gesti e dei riti definiscono
l'inizio di questo racconto drammatico scritto tra il 1884 e
il 1886 dalla formidabile penna di Tolstoj.
Parenti e amici, o meglio, le persone intorno a lui, si incontrano
in una dimora perfettamente arredata, gradevole, così come
la vita del giovane fu per molto tempo.
La formalità invadente delle parole di commiato, i segni
sul petto di fronte alla bara, si intrecciano con la visione del
corpo inerte, molle, ma ben composto. Il volto ormai liberato dalla
smorfia del dolore, l'abito buono, tutto rivela qualcosa di
più profondo: la morte è accaduta.
Tolstoj narra la vicenda di un uomo qualsiasi, Ivan
Il'Ič all'anagrafe, ben pensante, di spirito e
amante del gioco delle carte. Una persona a modo, piacevole,
assolutamente a suo agio nell'ordinario trascorrere dei
giorni da cui nulla si aspetta se non frivolezza, leggerezza, e
comodità.
L'ordinarietà della vita è descritta in modo
formidabile, tra fascicoli di tribunale e banalissimo mobilio,
chiacchiere vuote e piccole gelosie.
Attorno al protagonista, impiegati di vario livello fingono di
compiangerlo, ma in realtà pensano a promozioni,
spostamenti, poltrone libere. È un mondo privo di amore e
compassione, ove domina la solitudine totale.
Eppure da questa solitudine Ivan Il'Ič sembra
svincolarsi abilmente. Immerso nei passatempi, o nelle carte del
lavoro, si libera dalla noia, e da una moglie sempre più
brontolona, invadente, a cui lo lega ormai solo un vago appetito
sessuale.
Nel procedere monotono dell'esistenza tuttavia, capita un
giorno un evento nuovo: la malattia. Dapprima solo fastidio odioso,
la fitta che lo opprime sul fianco diventa vero e proprio spasmo.
Il'Ič si trasforma e diviene scorbutico, assente, ma
soprattutto si trova in una condizione tragicamente umana: scopre
di non aver mai vissuto. Appare il vero, e come sottolinea
Ripellino in una bellissima introduzione, la Decenza rivela il
volto dietro la maschera: la Menzogna. Falsa fu la carriera, gli
affetti, i begli abiti, gli arredamenti ricercati ma goffamente
ordinari. Il decoro della sua condizione diviene segno della
povertà di una vita futile, in cui ci si trascina secondo
ciò che la società definisce conveniente.
Magistrale è la descrizione dell'agonia del
protagonista: Tolstoj conduce il lettore nelle stanze del dolore, e
gli mostra con i suoi occhi il tragico percorso della caduta.
Ivan Il'Ič infatti si chiude a riflettere dentro di
sé, e si domanda perché tale disgrazia sia capitata
proprio a lui. Comincia a guardare gli altri per quello che sono,
ovvero maschere. Gli amori, il rispetto sociale, le convenzioni:
nulla è reale. Ogni persona chiede e chiedeva qualcosa, ed
ora, in prossimità della morte, diviene un peso, un
fastidioso segno del destino umano, sul quale nessuno vuol pensare,
ma il suo corpo è lì a costringere ad una
riflessione, ad implorare perdono.
Cinismo e indifferenza approdano alla soglia della sua camera. Il
ventre guasto, marcio, lo trasforma in un cadavere vivente,
bisognoso di esser lavato e cambiato.
Perché la Morte? Perché? I pensieri si fanno cupi,
ed un dubbio orribile sembra assalirlo. Forse è un castigo
per non aver vissuto veramente, ma quando tali pensieri invadono la
mente ecco di nuovo la certezza di una vita irreprensibile,
"come doveva essere", a difenderlo per un po'. Ma
il tempo, e i continui dolori, sbriciolano le fragili mura delle
scuse, e si ritrova a guardare indietro. A ben pensarci, solo
l'infanzia è stata felice, poi le miserie quotidiane,
sempre maggiori. Ogni risvolto psicologico è esplorato, con
un acume sconcertante ed addirittura, oserei dire, inquietante,
perché il lettore subisce nudo l'angoscia del
protagonista, e la fa sua.
La vita è "una serie di sofferenze in progressivo
aumento, volava sempre più veloce verso la fine, verso la
sofferenza più terribile".
La morte svela l'assurdità di una vita spesa a
rincorrere piaceri futili, carriere inutili, compagnie di facciata.
Essa è la Fine, nulla più dopo. Ed allora? Ivan
Il'Ič si perde in elucubrazioni angosciose, ed è
assillato da una domanda orribile: e se avesse sprecato la vita? Se
tutto quello che ha ottenuto è polvere, ora che fare? Il
tempo è scaduto, ineluttabilmente.
Il tema dell'irrimediabilità è centrale nelle
pagine finali del dramma, e Tolstoj raggiunge l'apice
descrittivo negli ultimi tre giorni rimasti al
'condannato', tra luce e tenebra. Questo binomio
accompagna anche i pensieri del protagonista, e si intreccia con la
trama stessa: la morte cancella l'esistenza, ma se essa mai
fu, allora forse la fine non sarà tale. Eppure rimane un
fastidio, un dubbio persistente e logorante. Cosa ne è
stato, cosa ne sarà? "Il suo vestito, la sua figura,
l'espressione del suo viso, il suono della sua voce, tutto
quanto gli diceva una cosa sola: 'E' sbagliato. Tutto
ciò di cui hai vissuto e vivi è menzogna, inganno che
ti nasconde la vita e la morte'", ed ancora: "Il
matrimonio...come per caso, e la delusione, il profumo della
bocca della moglie, la sensualità, l'inganno! E quel
lavoro morto, le preoccupazioni finanziarie, un anno, due, dieci,
venti, sempre uguali. E più si andava avanti, più
tutto era morto. Come se fosse disceso lentamente da una montagna,
immaginandosi di salirla. Così era stato.
Nell'opinione generale saliva, mentre la vita, di pari passo,
se ne andava via da lui...E ora era finita, doveva
morire!"
Vita e morte si fondono e confondono. Restano gli odori del
decadimento, l'invidia sottile per i sani, il rammarico
inconsolabile. L'uomo brucia in un inferno di paure nel quale
la morte diviene unico conforto, Lei, causa e soluzione, assassina
e madre.
Tolstoj descrive con consapevole lucidità la sorte
dell'intera umanità. L'amarezza dei gesti e
delle parole strozza le gole. La vita appare una continua agonia,
sollevata occasionalmente per ricadere in un patologico percorso
clinico. La scalata sociale coincide con la caduta esistenziale, il
conformismo delle scelte allontana dalla salvezza. Alcuni critici
hanno scorto nel commiato finale i segni di una possibile
redenzione, di una illuminazione: credo invece più
appropriate le considerazioni di Angelo Maria Ripellino: "noi
non vediamo un granello di albedine in quel nero sacco di tenebre,
e ogni illuminazione è posticcia [...] Come dice
Ròzanov in Foglie cadute: "Io morirò" non
è affatto lo stesso di "lui morirà". In
pochi scritti tu senti con tanta impostura e con tanta carenza di
scampo la terribile, vitrea, avvolgente solitudine del
morire".
Posted: 03 Aprile 2008
Sedizioni 2007 - euro 11 - pp. 52
Da oltre trent'anni la libreria Utopia
costituisce, incuneata nella centrale via Moscova, un punto di
richiamoper lacultura "libertaria e antiautoritaria"
milanese. Un polo intellettuale alternativo - col dichiarato
"rifiuto del potere ovunque esso si annidi" - e di
primo piano in quanto al rapporto col pubblico, alla vigorosa
operosità nell'organizzar simposi e ai prodotti che
offre: "libri sul pensiero anarchico, libertario,
antagonista, filosofia, sociologia, psicologia, antropologia,
comunicazione, cinema, teatro e letterature da tutto il
mondo".
Grazie alla casa editrice Sedizioni, alla donazione del
manoscritto da parte di Lietta Manganelli e in collaborazione con
Mariarosa Bricchi che ne cura prefazione e note al testo, è
stato realizzato questo singolare libricino dall'altisonante
intestazione. E in realtà la scelta del titolo, si apprende
dalla nota della figlia dell'autore e dalla prefazione,
è in certa misura delizioso abuso, uno di quei sapidi
arbitrii che lo scrittore ha sempre posto al centro della propria
attività, critica e letteraria. Insomma, per quanto
"scientificamente" discutibile, un azzardo tanto
vistoso gli sarebbe senz'altro garbato.
Struttura e ambiente - la conversazione a due voci e il sito
ultramondano - di questo scritto laconico somigliano da vicino a
quelle delle 12 interviste impossibili - Fedro, Dickens,
Tutankhamon, Casanova, Marco Polo, Harun as-Rashid, Eusapia
Paladino, Re Desiderio, Nostradamus, De Amicis, Fregoli,
Gaudì raccolte prima in A e B (Rizzoli, 1975) poi in
Interviste impossibili (Adelphi, 1997) - che Manganelli
approntò per il Terzo Programma Radiofonico a partire dal
1974. Tali concomitanze non risultano purtroppo utili per tentare
una datazione precisa dell'opera, la quale si suppone
ascrivibile ad un periodo piuttosto ampio considerato che
l'autore proseguì ben oltre il limite di
quell'esperienza col genere dell'intervista (E lei
che ne pensa?, «Tuttolibri», 9 aprile 1977;
Torrone o balocchi? Ma mi faccia il piacere, «Il
Messaggero», 24 dicembre 1986; Fare l'attore
così per gioco, «Corriere della Sera», 23
luglio 1981), e che la varia presenza del divino attraversa,
più o meno chiassosamente, molta parte dell'opera di
Manganelli: per contiguità costitutiva coi pezzi
radiofonici, e per analogia col "setting infernale" il
pezzo in esame trova riscontro in prove come Hilarotragoedia
(1964) a Agli dèi ulteriori (1972) sino a
Dall'Inferno (1985).
Nelle Interviste impossibili, grazie all'inventiva
capacità d'immedesimazione, Manganelli erige sulle
macerie degli aneddoti, della vita e dell'opera di personaggi
storici (Marco Polo, Fregoli) e scrittori come Dickens o De Amicis,
costruzioni improbabili e affatto arbitrarie. Tali mirabili pezzi
di bravura paiono condividere la caratteristica natura del
Pinocchio, un libro parallelo e del Cassio governa a
Cipro (entrambi 1977, Einaudi e Rizzoli). Essi legano infatti
gli elementi della cifra critica manganelliana e ne fanno
letteratura di secondo grado: né critica, né saggio,
né prosa d'arte, né racconto, ma una congerie
di forme letterarie. Ciò che resta è l'idea
dell'arbitrio, dell'impressione soggettiva: è un
approccio che tende a proporre una cronaca delle impressioni, come
lo stesso Manganelli suggerisce in un articolo del 1987 uscito su
«Epoca», Ma Kafka non esiste, (oggi ne Il
rumore sottile della prosa, Adelphi, 1994): "la critica
non ha un compito vicario rispetto alla letteratura così
detta creativa [...] è essa stessa creativa". Ma se ne
La letteratura come menzogna, in Angosce di stile,
Laboriose inezie tale approccio è rivelato anche dal
formato del saggio critico, nelle Interviste impossibili
resta occultato dalla struttura dialogata dei pezzi. La ricerca
dell'"intervistatore Manganelli" tende
perciò a scavare nelle tipicità latenti d'una
scrittura e d'un'anima. Cuore si trasforma
così in un libro impuro e De Amicis in "una specie di
predicatore per plebaglie incolte", un uomo combattuto fra
pulsioni sopite e buone intenzioni pedagogiche, capace di
trasformare l'Italia nella patria
dell'autocommiserazione: "La mia idea era che
l'Italia avesse tutto da guadagnare a essere persuasa alla
compassione di sé" e, per sua stessa ammissione, un
modesto "badilante della prosa", un "miserabile
gazzettiere", privo di stile e d'idee.
Senza titolo e fuor di datazione certa, nell'Intervista a
Dio torna, dilatato all'eccesso, il piacere del confronto
impossibile, dell'irragionevole domandare e del folle
replicare che era già dei personaggi delle prime interviste.
Va da sé che l'accrescimento dell'autonomia
creativa, propria della distanza cronologica da quelle figure
mitiche, permetteva allo scrittore d'inventare chiacchierate
gustose e paradossali. La qual cosa torna in massima parte nel
testo in oggetto, data la distanza stavolta "assoluta"
dal personaggio intervistato: se lì Manganelli fantasticava
facendo libero utilizzo delle coordinate biografiche e letterarie -
o storico-aneddotiche di figure quali Tutankhamon o Casanova
- qui non vi sono, ed egli non si pone, limiti di sorta. E se
in Fedro Manganelli doveva domandarsi "...ma in
che modo mi rivolgerò ai morti?" inseguendo il modo
corretto per rivolgervisi, nell'intervistare Dio il problema
è superato di slancio poiché l'intervistato,
pur non appartenendo al regno dei vivi, non è morto, ma
semplicemente "non-vivo".
La breve misura delle sedici pagine del testo non impedisce a
Manganelli di calare sulla scena le sue "ossessioni"
letterarie: v'è il confronto con la divinità
indifferente, assieme a quello più propriamente retorico. Ma
le due componenti ora si sommano: dinnanzi a Dio l'elemento
grammaticale non è altro che segno inarticolato.
La preponderanza retorico-musicale della poetica manganelliana
trova spazio sin dall'incipit come forse in nessun
altra opera. L'attacco è infatti una lunga sequenza di
frantumi linguistici - famiglie grammaticali - inseriti nella
pagina come fossero già le parti dell'intervista che
seguirà, sono le parole inesplicabili di Dio:
- "Pronome, verbo, pronome
- Io; egli ....Verbo
- vedere, morire
- pronome, verbo, pronome
- tu, vedere gli
- io morire ci
- noi amare io
- pronome soggetto
- io...noi....essi...
- pronome... predicato...
- io.... amiamo
- egli... muoio
- tu.... uccido
- voi... scivolano
- io ...."
Così per tre pagine in un germogliare di combinazioni
sintattiche che conducono via via a gruppi di parole apparentemente
dotati di senso "colui che fosse morto scivolando sarebbe
stato visto amare" da cui nasce il vero e proprio dialogo,
inizialmente a due voci:
- la prima domanda (consulta la carta) riguarda
l'edificazione.
- Da che punto di vista?
- Come storia, araldica, morale e grafica.
- L'edificazione è stata la principale
attività ... del cosmo ... Propriamente,
l'edilizia, nel suo duplice aspetto morale e plastico,
è la summa dell'universo ... Ha scritto ...?
La summa...
Evitando di spalancare oltremisura le virgolette di questa
recensione che vorrebbe essere breve e informativa, si nota subito
l'estrema congruenza del discorso sull'edificazione con
l'idea semiologico-cosmologica suddetta. La divinità
celeste è segno: "Io sono pieno, gremito di risposte.
Le risposte mi coprono, come i parassiti; me le trovo dappertutto,
sotto le ascelle, sotto il sedere... sulla pancia".
È questo il Dio manganelliano: un tutto, un insieme dei
possibili, di tutte le ipotesi, un mix, un caos di segni senza
senso prima che una grammatica, una sintassi, non lo fornisca di
regole.
E se nella Voce divina che desidera, quasi necessita
d'interpellanze - "domandate domandate.
L'importante è domandare. Io, nella mia estrema
benevolenza, mi dichiaro disposto a rispondere a qualsiasi
domanda...qualsiasi" - può intravedersi la sagoma
di Dio, è questo un Dio singolare, d'una imperfetta
debolezza umana, quando confessa: "Lo sanno tutti, io voglio
essere amato; rispettosamente, naturalmente, ma amato. Le
dirò (tono volgarmente confidenziale) io amo essere
amato".
L'ultimo cenno è al sentimento che ha del mondo
l'Ente Supremo. Più che avverso, Manganelli ce lo
prospetta blandamente disinteressato, quasi annoiato dalle sorti
dell'umana gente: "Non vi amo, ma odiarvi è
troppo faticoso. Io direi che mi fate schifo". È un
Dio che reca una morte innata e paritaria. "Volete la mia
morte?" domanda il giovane entrato in scena per ultimo,
"Di tutti, di tutti, nessuno escluso", risponde, senza
rancore, quasi rassicurante, Dio.
Posted: 24 Marzo 2008
Feltrinelli, 2007 - euro 14,00 - pp. 182
Non capita spesso di recensire, su codeste
pagine virtuali, un autore "forte" delle prime
quattro/cinque grandi case editrici - per numeri e tradizione
- d'Italia. Ciò per la scelta di dare spazio
alle piccole realtà editoriali; quante cioè fanno
della "promessa al lettore" il centro di progetti di
ricerca d'alta qualità. Eccezion fatta, sin qui, per
autori di livello internazionale e libri, magari non recentissimi,
d'indubbio spessore letterario.
Lasciate dunque alle spalle le isteriche classifiche natalizie di
vendita - col loro vario corollario di articoli tutti simili e
spesso un po' generici - a più di tre mesi dalla
pubblicazione dell'ultimo libro di Stefano Benni, vale la
pena di dare uno sguardo ravvicinato alle venticinque storie de
La Grammatica di Dio.
Ed è francamente malagevole pescare due o tre esemplari in
questo bell'assortimento di tarsie da mosaico. Di certo torna
l'affilato acume comico cui Benni ha abituato i suoi lettori,
il quale gli permette di contemplare l'ampia tonalità
delle odierne meschinità dell'uomini, tutti, in un
modo o nell'altro, vaghi stereotipi: ivi s'orienta,
segno distintivo benniano fra gli altri, la singolare inclinazione
a descrivere, per catene d'iperboli in crescendo, i
"campioni" della moderna umanità.
L'ennesimo pianeta di personaggi, situazioni e vite che
s'intersecano e, combinandosi nella prosa naturale ma
screziata di invenzioni linguistiche di Benni, si propongono quale
cosmografia di mondi ed esistenze, significanti o marginali,
raccontate con identico metro allegorico. L'esposizione della
realtà e degli esseri che la popolano si fa così
indiretta, come una rappresentazione in costume.
Recita il sottotitolo, "storie di solitudine e
allegria": una coppia ossimorica inscindibile nella poetica
benniana, che trova la sua esplicita conferma qui. A una base di
solitudine sono legati tutti i personaggi del libro.
Boomerang apre col signor Remo, fresco vedovo, cui resta
soltanto il fedele cane. Un tempo lontano v'era stata una
grande amicizia fra i due, ma d'improvviso e senza motivo il
signor Remo passa da un sottile fastidio per la bestia ad un odio
purissimo cui seguono diversi tentativi d'abbandono.
L'animale ha la sola colpa d'esser troppo fedele, e ad
ogni allontanamento segue un puntuale miracoloso ritorno a casa.
Ogni ricomparsa della bestia, segnalata da un latrato, da un
graffiare alla porta, ecc, pare al signor Remo una accurata
ritorsione del fato. L'esasperazione lo spinge sino
all'incredibile destino finale. Seguito per l'ultima
volta dal fedele compagno.
"Solissimo" è lo scienziato in cerca
dell'uomo più solo del mondo: dal Tibet al cuore
dell'Amazzonia sul faro dell'isola Fardeall (un non
luogo lontano-da-tutto) la ricerca si perde nella globalizzazione
del mondo per chiudersi, finalmente compiuta, nella propria
desolata abitazione.
Una solitudine sempre commista di spirito tocca, sebbene
diversamente, altri personaggi: un terzino sinistro, alla
Facchetti, d'estro e d'attacco calca, incompreso da
allenatore e compagni, un consunto campetto di montagna. Un uomo
d'affari sfrontato e algido incontra un bimbo cui rifiuta un
aiuto; da quell'atto di cattiveria gratuita il suo mondo si
rovescerà e la sua vita procederà nella direzione del
livellamento verso la normalità dei tanti, da sempre
disprezzata.
Fra i racconti d'acclarata comicità, comunque mai
privi d'un sottile sentore d'angoscia - come in
L'eutanasia del nonnino - ve ne sono diversi altri che
serbano, appena celato alla vista del lettore, un significare
più profondo. Il cinismo letterario di Benni trova sfogo qui
negli orrori che la società produce sulla superficie del
mondo e, soprattutto, all'interno dell'animo umano: una
solitudine che pare alleviarsi solo a contatto con una cercata
integrazione sociale. In Mai Più Solo codesta
stereotipizzazione necessaria si consustanzia nel simbolo delle
nuove generazioni: il telefonino e la sciocca ritualità
collettiva che l'accompagna. Un ragazzo semplice, sprovveduto
e un po' ingenuo e solo da sempre, si sente finalmente parte
di un ambiente condiviso e bellissimo e s'accorge
d'essere accettato solo dopo aver acquistato il
"Sole", l'ultimo grido del cellulare:
"Quando ho il Sole in mano noto nello sguardo degli altri una
familiarità, una dolcezza inattesa. Una vicinanza. La
vicinanza tra utenti. [...] Siamo uguali, simmetrici e
telefonanti. Non è singolare e meraviglioso?"
In Sospiro s'affaccia la tranquilla malinconia delle
atmosfere notturne nelle case addormentate. Il protagonista,
giovane ladro impercettibile come un sospiro, entra nelle
abitazioni per rubarne attimi di vita familiare, sospesa nel
fermo-immagine del sonno: "Mi piaceva pensare che non ero un
ladro, ma un abitante nottambulo che non voleva svegliare i
genitori, la moglie, i fratelli. E tutto ciò che vedevo
nella penombra notturna mi faceva pensare alla loro vita di giorno.
La ricostruivo. La immaginavo. E ogni volta mi stupivo. [...]
Quello che imparai ad amare in ogni casa fu la sua musica. Ognuna
aveva il suo concerto particolare fatto di scorrere d'acqua
nelle tubature, di scricchiolii misteriosi, dei respiri degli
abitanti, del tremare dei vetri al vento. Conoscevo questa musica
meglio degli abitanti che forse non la ascoltavano
più".
Altro topos benniano, qui poderosamente riproposto in
Alice e ne L'orco, è quello del
capovolgimento. Nel primo, sullo sfondo d'una soffice
atmosfera natalizia, fra luci e addobbi, le strade sono testimoni
d'una solitudine consumata sui marciapiedi: Alice, sedici
anni, alla ricerca di un riparo per dormine in un wonderland
metropolitano e squallido, grigio ed ordinario s'imbatte in
personaggi e luoghi dai fantastici nomi carrolliani ma dalla misera
sostanza umana, terribile e sin troppo reale: il Jabberwocky, un
baretto alla moda e lo Stregatto un tipo "alto e grassoccio,
con una maglietta a righe, i capelli tinti di azzurro Nazionale. Su
un braccio ha tatuato un serpente e sull'altro lo stemma di
una squadra di calcio. Posa un triplo trancio con birra, rutta e
sfodera un sorriso senza i due denti davanti".
Sulla stessa falsariga di quest'Alice all'incontrario
- un'Alice contro il mondo - Benni riscrive un'altra
creatura mitica delle favole, l'Orco. Anch'egli, in un
mondo rovesciato e assurdo, in cui la realtà è
più irragionevole e straniante della fiaba, si riscopre
indifeso e terrorizzato, legato a una sedia e costretto alle
metalliche sevizie d'un'innocente ragazzina
bionda.
Mago dell'aggettivo, alchimista del neologismo, stregone
dell'accostamento insolito lo scrittore bolognese realizza un
caleidoscopio di storie in questa Grammatica ove compare,
in nuce, la sua summa poetica, da Bar Sport a
Saltatempo, da Baol a Margherita dolcevita. E
all'interno della raccolta in questione il racconto che funge
da fulcro tematico è Frate Zitto in cui si palesa il
senso più profondo del libro il cui esordio suona
così: "Non si dovrebbe parlare di Dio. Non conosciamo
la sua lingua. L'Universo si manifesta e scompare senza
parole, siamo noi a inventare una voce nel suo terribile
silenzio". Dio diviene, manganellianamente, Verbo e La
grammatica di Dio l'organizzazione, tanto arbitraria
quanto rigorosa, dei segni che popolano il cosmo, da quelli celesti
oscuri e silenti - "Supra nos silentium siderum"
- a quelli che affollano il mondo: "nella
varietà meravigliosa delle erbe, negli odori della terra
bagnata o smossa, nella vita sotterranea di topi e insetti, vedevo
parole e grammatiche nascoste, simili a ciò che
cercavo".
Semplice cifra fra infinite altre l'uomo indugia in questo
dizionario dell'universo (Dio, tutte le possibilità)
che racchiude in sé il senso e soprattutto il non-senso di
tutte le figure e le vite che lo percorrono. Una sorta di manuale
d'ombre, come lo sono le parole nel vocabolario:
l'universo di Benni è un calepino zeppo di
verba senza vita, un cimitero di parole, di vicende
possibili ed impossibili, un sistema di segni inintelligibili, che
nella creazione linguistico-narrativa divengono
"grammatica": una calcolata organizzazione del
nulla.
Posted: 24 Marzo 2008
2008 Mute
In a lecture entitled "The Secret Life Of
The Love Song" Nick Cave explained how, at the age of 19,
"a great gaping hole was blasted out of my world" by
his father's death. "The way I learnt to fill this
hole, this void, was to write". He reached his 50th birthday last
year and hasn't let up. A true musical maverick, he famously
refused a nomination for Best Male Artist from MTV because he felt
that music is not a competition. "My relationship with my
muse is a delicate one at the best of times and I feel that it is
my duty to protect her from influences that may offend her fragile
nature", was how he justified his position. Pretentious or
precious maybe but this is a man who spends eight hours a day
writing in a small room. He stopped using a computer and reverted
to the typewriter because it was too easy to delete with the
computer. Alterations are still visible with a typewriter, can be
re-visited and thus become part of the particular work. From his
early days in Australia with first band, Boys Next Door, which
mutated into The Birthday Party and on through his long association
with The Bad Seeds, he has produced a body of work that is always
dramatic, poignant and never less than compelling. Cave the
novelist created "And The Ass Saw The Angel", narrated
by the mute Euchrid Eucrow, which introduced a Deep South, Old
Testament world where cruelty and inhumanity was the fate of the
main character. This was archetypal Cave territory but, as in his
music, the luxuriantly imaginative writing drew you in, compelling
you to read on, no matter how black (and blackly humorous) the
story being told. Cave has suffered from the perception of him
being "difficult", "depressing" or
"obsessed with the underside of life". This is a lazy
interpretation of his work, usually put forward by critics looking
for an easy categorization. Humour has always had a role to play,
even in his darkest, most personal work. This was evident when the
milestone of his 50th was celebrated in true "growing old
disgracefully" style with "Grinderman", a raw,
abrasive beast of an album featuring a masturbating monkey on the
cover. Grinderman was an off-shoot of The Bad Seeds whose back to
basics, go for the jugular approach exploded onto T.V. when they
appeared on BBC's "Later with Jools Holland" and
performed two tracks from the album, one of which, "No Pussy
Blues", featured Cave on guitar with long, dyed black balding
hair and porn star moustache, as he ranted how "I read her
Eliot, I read her Yeats ...but still she didn't want
to" and "I changed the sheets on my bed/ I combed the
hairs across my head/ I sucked in my gut and still she said / That
she just didn't want to". On a show that featured the
mild-mannered pop songs of Travis, Grinderman's performance
was almost pornographic, as Cave shook with emotion while belting
out the hilariously self-deprecating lyrics. This was an "OK,
I'm 50 but don't expect anything except middle-aged
delinquency" and, from my perspective, a challenge to
"let's see some real passion" to everybody else
on the show and the wider music world.
The band's last album, 2004's double "Abattoir
Blues/The Lyre Of Orpheus, left many listeners, myself included,
wondering where they could go from there. They may have felt the
same. Cave spent some of the intervening years writing the
screenplay and soundtrack (with Warren Ellis of the Seeds) for
"The Proposition", a sort of Australian western and,
also with Ellis, the soundtrack to "The Assassination of
Jesse James by the Coward Robert Ford", in which he
appeared.
First impressions of "Dig!!! Lazarus Dig!!!" are that
it is certainly influenced by both the Grinderman project and the
soundtrack work. Warren Ellis (viola, guitar and a host of bells
and whistles) whose natural leaning is towards the use of ambient
type sounds to create mood, takes a far more prominent role, a
position traditionally held by multi-instrumentalist and arranger
Mick Harvey. This has the effect of creating a less dense sound
than usual and also seems to have allowed Cave free rein to attack
the English language with a gusto reminiscent of the
"freewheeling" style that accompanied Dylan's
mid-career "flow of words". Cave himself stated in a
number of interviews that he was looking for a more open sound and
he and the band have succeeded in achieving this. The album kicks
off with the title track and single, the video for which features
Cave coming on like a "Saturday Night Fever" Travolta,
as he sashays through some nightmare metropolis (presumably New
York) declaiming the parable of a modern-day Lazarus, shortened to
Larry, who "grew increasingly neurotic and obscene/ I mean
he, he never asked to be raised up from the tomb". It's
a wonderfully sloppy piece of grunge/funk that chugs along with an
organ and a guitar that sounds like it been put through a shredder
accompanying Cave's trademark baritone. "Meanwhile
Larry made up names for the ladies/ Like Miss Boo and Miss Quick/
He stockpiled weapons and took potshots in the air/ He feasted on
their lovely bodies like a lunatic/ And wrapped himself up in their
soft yellow hair". Great fun...and better to come.
"Today's Lesson" is another piece of warped funk
in which we're introduced to Little Janie and Mr. Sandman The
Inseminator, who "has a certain appetite for Janie in
repose". You think you can see where we're headed here.
In a song that Cave claims to be "possibly the grooviest,
most right-on song I've ever written", however, there
is more going on. As Mr. Sandman sticks his head over a
fence to yell that "It's today's lesson/
Something about the corruption of the working class" and we
get a clue to his true identity, Janie tells us "We are all
such a crush of want/ Half-mad with loss/ We are violated in our
sleep and we weep/ And we toss/ And we turn/ And we burn/ We are
hypnotised/ We are cross-eyed/ We are pimped/ We are bitched/ We
are told such monstrous lies". It's clear who
really knows what the lesson is here. Apparently the song
was inspired by a story Cave's wife tells of feeling
invisible until the age of 12, after which she'd dress as
sexily as she could and walk to a local lorry depot to be admired
by the truck drivers. He recalls how Marilyn Monroe told a similar
story; "I'm always running into people's
unconscious", a quote Cave finds "...a very
chilling line...and that's really what the song's
about".
"Moonland" captivates immediately, the sparseness of
the instrumentation evoking a winter world in which Cave recounts
one of his spurned-in-love narratives. Typically, he gives us an
altogether distinct take on that particular genre of song, starting
with "When I came up from out of the meat-locker/ The city
was gone..." The band provides a laid-back groove here,
never impeding, always supportive of the mood of the song.
"Night Of The Lotus Eaters" is a different beast
altogether. Constructed on a bass loop, with a ghostly guitar
keening, the song builds as drums begin to skitter around the mix
while Cave licks his lips and lets loose. In a chillingly
impressionistic piece, impending doom is the mood as the opening
"Sapped and stupid I lie upon the stones and I swoons/ The
darling little dandelions have done their thing/ And changed from
suns into moons" suggests Homer's happily apathetic
lotus eaters (Cave has never been slow to parade his erudition.
Other gliterati mentioned on "Lazarus" include Bukowski, who is
unfavourably compared to Berryman, with Hemingway also being
name-checked). One of the most intriguing lyrics on the album
throws up images of dragons roaming shopping malls, and "Get
ready to shield yourself/ From our catastrophic
leaders..." with the final warning/advice "Now hit
the streets". If The Doors wrote "The End" in
2007, this is what it would sound like. The spirit of the New York
Dolls is conjured up in "Albert Goes West", immediately
grabbing your attention with driving guitars and drums, handclaps
and even some sha-la la's thrown in to complete the mood.
Lyrically the song features a cast of diverse characters, each
seemingly unrelated to the others. "This world is full of/
Endless abstractions/ I won't be held responsible/ For my
actions" may be the key to this song or maybe it's just
"sha-la-la". Who cares? It sounds great.
"We Call Upon The Author To Explain" is the sound of
fury Cave style, i.e., with tongue planted firmly in cheek. In a
Burroughs-style outpouring the listener is treated to images like
"Our myxomatoid kids spraddle the streets/ We've
shunned them from the greasy-grind/ The poor little things they
look so sad and old/ As they mount us from behind" and
"Who is this great burdensome slavering dog-thing/ That
mediocres my every thought? / I feel like a vacuum cleaner -
a complete sucker! / It's fucked up and he is a fucker"
(a reference to reviews like this?). He spits these lyrics out,
luxuriating in the sound of the words and the accompanying clatter
provided by the band, before hitting us with "Prolix! Prolix!
/ Nothing a pair of scissors can't fix". He even
manages to rhyme "jejune" and "moon". And
you can dance to it. The pace but not the quality slackens on
"Hold On To Yourself", a moody, romantic piece with
acoustic guitar holding a subtle arrangement together while Cave
delivers the poignant "Babe, I'm 1000 miles away/ And I
just don't know what to say/ 'Cause Jesus only loves a
man who bruises/ But darling we can clearly see/ It's all
life and fire and lunacy/ And excuses and excuses and
excuses", as a drum kicks in to raise the ante. The
Grinderman influence is heard most clearly on "Lie Down Here
(And Be My Girl)", from Ellis' squealing guitar which
kicks the track off at a furious pace to the lascivious leer of
Cave's "Don't worry baby/ This old snake/ Banging
at your door/ Has a few skins left to shed".
"Jesus Of The Moon" is probably the most recognisable
"Nick Cave Love Song" here. A mid-tempo ballad
reminiscent of "The Boatman's Call" material, it
features, amongst other things, some beautiful flute from Ellis (a
new instrument in the Seeds arsenal). Lyrically Cave again hits the
target with "Maybe it was you or maybe it was me? / You came
on like a punch in the heart/ Lying there with the light on your
hair/ Like a Jesus of the moon/ A Jesus of the planets and the
stars". "Midnight Man" is Doors-like in both
sound and lyrics, with its whirling organ eddying around a
distorted guitar as Cave sings "...You spread yourself
like a penitent/ Upon the mad vibrating sand/ And through your
teeth/ Arrange to meet your midnight man." Yet again, we're
presented with a song that manages to wield an aura of menace;
"Wolves have carried your babies away/ Oh, your kids drip from
their teeth", combined with the celebratory "Everybody's coming
round to my place". Sure, this kind of thing was patented in the
60's but Nick and the boys have been doing it for years and have
raised the stakes on "Lazarus". The album closer, "More News From
Nowhere", rambles along, not doing very much musically but, as with
all of his songs, words and phrases jump out at the you, pulling
you into Cave's sometimes laugh-out-loud funny "Janet is there with
her high head and hair/ Full of bedroom feathers/ Janet is known to
make dead men groan/ In any kind of weather", sometimes vicious; "
Well Elena she starts screaming/ Her cheeks are full of
psychotropic leaves/ Her extinction was nearly absolute/ When she
turned her back on me" and sometimes downright bizarre imagination
; " Well here comes Elena with two black eyes/ She's given herself
a transfusion/ She's filled herself with panda blood/ To avoid all
the confusion". It's a long, strange trip that would force you to
question the writer's seriousness were it not for the mention of
"Miss Polly", a reference to P.J. Harvey with whom Cave had an
affair and "Deanna", a celebrated character from earlier in his
career.
"Jesus Of The Moon" contains the lines; "Cause people often talk
about being scared of change/ But for me I'm more afraid of things
staying the same/ 'Cause the game is never won/ By standing in any
one place/ For too long". He need have no worries about that. Cave
is a true original. In the increasingly moribund and market-driven
world of popular music the original should be cherished.
Posted: 24 Marzo 2008
Bollati Boringhieri, 2005 - euro 14,00 - pp. 109
Lo svuotamento delle categorie applicate dalla
politica al mondo circostante sono la causa del profondo
disfacimento inerente ad entrambi. È questa la tesi
principale di Mezzi senza fine, saggio sulla
postmodernità e la crisi contemporanea. Libro complesso ed
affascinante, profondamente filosofico per i temi ed il linguaggio
scelti, presenta al lettore una serie di riflessioni su alcuni
punti chiave della società attuale, caratterizzata dalla
spettacolarizzazione e dalla virtualità della merce.
Il suo autore, Giorgio Agamben, pensatore acuto e mai banale,
dedica non a caso l'opera a Guy Debord, autore del famoso
La società dello spettacolo. Qui si legge la
biografia dei tempi in cui viviamo: nell'articolo 1, è
scritto: "l'intera vita della società, in cui
dominano le moderne condizioni di produzione, si annuncia come un
immenso accumulo di spettacoli. Tutto ciò che era
direttamente vissuto si è allontanato in una
rappresentazione".
Agamben prosegue l'investigazione dei medesimi argomenti e
si sofferma su un concetto fondamentale per la comprensione del
quotidiano, la rappresentazione appunto.
È infatti nel modo con cui rispecchiamo e ci rispecchiamo
nella realtà che la vita assume una fisionomia. Fin
dall'antichità classica, è possibile scorgere
la funzione fondamentale della speculazione in ambito pubblico,
ovvero dell'atto di pensare la propria collocazione
sistemica.
Sintomatico, secondo il filosofo italiano, è l'oblio
nel quale una distinzione nodale è stata col tempo
abbandonata - ma oggi di nuovo centrale - ovvero la differenza tra
zoè e bìos.
La prima esprimeva il semplice vivere di tutti gli esseri
organici, la seconda invece la forma caratteristica di un singolo
gruppo: " una vita, che non può essere separata dalla
sua forma, è una vita per la quale, nel suo modo di vivere,
ne va del vivere stesso e, nel suo vivere, ne va innanzitutto del
suo modo di vivere."
Questa espressione vuol meramente affermare lo scarto tra vita
nuda e paradigma inclusivo: la nostra esistenza si progetta sempre
e comunque in un contesto, e la sua dissoluzione provoca il
pericolo di comprometterla irrimediabilmente. Nella società
moderna, la triade Stato-Nazione-Popolo fondava il proprio imperium
confermando l'appartenenza del cittadino nella conformazione
del dominio: se il sovrano allontana dalla forma di vita dominante
un essere umano, esso si trova di fatto perso, e privo di
riconoscimento.
Da tali pensieri si sviluppa un discorso molto interessante, e
certamente complesso sulle conseguenze prodotte dalla crisi della
politica, con l'avvento del capitalismo e la peculiare forza
dirompente e trasformatrice.
La politica svanisce fra le mani delle multinazionali, ma
l'aspetto affascinante della analisi non è
l'ovvia crisi dei valori e dei contenuti, bensì lo
svuotamento della forma e dei concetti.
L'esclusione dalla vita è il risultato principale di
questi mutamenti, soprattutto in ambito giuridico.
L'uomo contemporaneo infatti si trova continuamente in uno
stato d'eccezione, ovvero fuori dalla forma. Il risultato
cambia naturalmente il quadro politico mondiale, fino a esigere un
paradigma nuovo per l'umanità, previa la distruzione
della stessa.
Un esempio concreto può essere individuato nel rifugiato.
Come l'ebreo, non più assimilato e costretto in uno
status di sospensione, extra giuridico e sociale, oggi è
nella figura del rifugiato che si può individuare
l'avanguardia dei popoli. H. Arendt aveva perfettamente
capito ciò, ed infatti in un suo scritto dal titolo
Imperialismo, troviamo il quinto capitolo, Il declino
dello stato nazione e la fine dei diritti dell'uomo
affrontare il problema di un mondo in cui l'esclusione
giuridica provoca la fine dei diritti fondamentali.
Agamben è molto chiaro a proposito: se la cittadinanza
garantisce la patente di umanità, coloro da essa esclusi
vivono in un limbo in cui ogni diritto è sospeso: il campo
di concentramento prima, i centri di accoglienza oggi, ne sono il
luogo fisico.
Questa fisicità tuttavia è solo geografica,
perché il profugo vive in uno spazio vuoto, dove la vita non
ha forma.
Il dramma prodotto dai mutamenti geopolitici è palese e
manifesto. Dalla prima guerra mondiale continui flussi migratori
trasformano i confini territoriali, 'ufficiali' delle
Nazioni, le quali si prostrano davanti alla forza bruta delle
multinazionali, e perdono l'identità ottocentesca
forgiata dall'ascesa della borghesia.
Siffatto tema domina lo sfondo su cui emergono le successive
analisi: da una filosofia dei gesti, ormai sempre più fini a
se stessi, quindi inutili, al sentimento di impotenza di
realtà specifiche come quella italiana vissuta
quotidianamente.
Lo sforzo compiuto dal nostro filosofo è tentare di
riportare il pensiero in un terreno più adatto ad affrontare
i grandi temi del mondo globale, cogliendo le differenze di
linguaggi - ma anche giuridiche - per proporre
soluzioni ormai improcrastinabili. Senza una presa di coscienza, il
politico si avvarrà sempre di strumenti inadatti per tentare
di trasformare lo status quo, ammesso e non concesso ne abbia
intenzione.
Se così non sarà, vedremo perpetuarsi
l'ordinario, ovvero la trasformazione dello Stato in un
Grande Poliziotto dedico a inseguire i nomadi, i rifugiati, le
vittime delle guerre, e a diffondere la paura dell'altro. In
mancanza di risoluzioni adeguate infatti, la forza delle
argomentazioni dei padroni del mondo potrà basarsi
esclusivamente sulla violenza, e la violenza verrà accettata
soltanto se proposta come estrema necessità di cui non si
può far a meno.
"l'investitura del sovrano come questurino ha un altro
corollario: essa rende necessaria la criminalizzazione
dell'avversario". Par in parem non habet
iurisdictionem: per combattere e schiacciare il nemico, esso deve
essere altro da noi. Ecco di nuovo apparire il tema centrale,
ovvero - in altri termini -inclusione ed
esclusione.
Su questo terreno deve misurarsi, secondo Agamben - una
politica nuova e seria. La situazione mondiale non è
incoraggiante, perché i classici partiti di riferimento
progressisti hanno sposato appieno la causa delle Destre. La
spettacolarizzazione della politica infatti ha prodotto la morte
dei contenuti, quindi le istanze sociali restano ormai escluse dai
programmi dei partiti di massa.
La criminalizzazione del nemico ha comunque un punto debole,
osserva il filosofo: può sempre rivolgersi contro di
sé. In quest'ottica cambiano i paradigmi della lotta
ed è lecito avanzare una profezia sulla politica a venire:
essa non sarà più lotta per la conquista o il
controllo dello stato da parte di nuovi o vecchi soggetti sociali,
ma lotta fra lo Stato e il non-Stato (l'umanità),
disgiunzione incolmabile delle singolarità qualunque e
dell'organizzazione statale.
Posted: 24 Marzo 2008
regia di Joel Coen, Ethan Coen - USA 2007 - durata 122'
Quattro premi Oscar - Miglior film, regia
(Ethan e Joel Coen), attore non protagonista (Javier Bardem),
sceneggiatura non originale, due Golden Globe - migliore
sceneggiatura non originale, miglior attore non protagonista
- Non è un paese per vecchi, ultima fatica dei
fratelli Coen, lascia lo spettatore letteralmente senza parole.
Violento e surreale, west noir sospeso nel limbo
dell'apparente "non senso". Un cerchio che non si
ricongiunge, ha un inizio ma non una fine (chissà se non
dobbiamo pensare ad un seguito), tutti si inseguono per uccidersi o
per fare giustizia in un paesaggio desolato di frontiera.
Ambientata al confine tra Usa e Messico all'inizio degli anni
Ottanta, la storia dell'inseguimento fra i tre personaggi
principali diventa un thriller che ricorda a tratti la violenza di
Tarantino.
Llewelyn Moss (Josh Brolin), operaio in pensione anticipata, si
imbatte, per caso, in una serie di cadaveri, in un carico di eroina
e in una valigetta con due milioni di dollari. L'uomo decide
d'istinto di prendere con sé la borsa con i soldi.
Inizia la sua fuga disperata per eludere la caccia all'uomo
messa in atto da Chigurh (Javier Bardem), assassino psicopatico, e
da Bell (Tommy Lee Jones), sceriffo intenzionato a fermare i due
inseguitori.
Tratto dal romanzo Old Man di Corman McCarthy, film
decisamente "contro" la spettacolarizzazione e le luci
della ribalta. Difficile da etichettare proprio come i due registi,
che hanno scelto un "taglio" d'azione, salvo
qualche piccolo cambiamento, a scapito della parte più
riflessiva. Così i fratelli Coen ricordano "Ci ha
attirato proprio la specificità dei personaggi, perfetti per
entrare in una sceneggiatura cinematografica. E poi nel libro
c'è anche dell'umorismo nero, che abbiamo
cercato di rispettare cercando di non stravolgerlo più di
tanto apportando il nostro marchio. Certo, non abbiamo potuto
mettere nel film tutti i personaggi di McCarthy, a cui abbiamo
cercato comunque di attenerci il più possibile. Il libro
è molto violento e sanguinoso - ha commentato Joel Coen -
sicuramente molto dark. E il risultato è il film forse
più violento che abbiamo fatto. Da questo punto di vista
rispecchia il romanzo con molta precisione. Sicuramente ci sono
parti rimodellate o tagliate come, ad esempio, le considerazioni
filosofiche dello sceriffo che occupano più di un
capitolo".
Infatti, restano privilegiate le pagine che ben si prestano alla
suspance ed alle immagini cinematografiche: sparatorie, macchine
che esplodono, uomini trucidati.
Tuttavia, la seconda parte è lenta con improvvise
accelerazioni, intessuta di dialoghi aridi. Mentre tutto è
"straniato" e ironicamente critico verso una
società che ha perso i valori morali, emerge l'unica
coerenza etica dello psicopatico assassino Chigurh, specchio di un
codice morale supportato da violenza e sopraffazione. Uccide con
una bombola di aria compressa uomini come bestie, non
c'è distinzione in una società che non
riconosce il bene dal male, dove la pietà non esiste e si
sceglie di lasciare vivere o morire la propria preda con un lancio
di monetina. Pettinatura effeminata, fatalista di imperscrutabile
origine, Chigurh è l'eroe assassino che terrorizza,
non per le sue azioni cruente bensì per la normalità,
la freddezza, il distacco con cui porta a termine la sua missione.
Siamo ad una delle migliori interpretazioni di Bardem, gli è
sufficiente davvero solo un ghigno per catalizzare
l'attenzione dello spettatore. E da attore non protagonista
diventa il motore del film.
Al tempo stesso, però, c'è lo sceriffo Bell,
interpretato da Tommy Lee Jones, lento invecchiato così come
perfettamente vuole il suo personaggio, stanco di una
società che non comprende. Assiste praticamente impotente al
disfacimento del proprio mondo. Il suo compito è di portare
avanti una serie di riflessioni sul "perché" di
questa scia di violenza che rende la storia come un'oscura e
terribile profezia.
Ed è lo stesso regista Ethan Coen a spiegare
"Più che essere un personaggio nostalgico, Bell
è un uomo che invecchia e così vede le cose sempre in
maniera più pessimistica.
Anche il titolo è perfetto secondo i due registi:
"Parla della visione del mondo di Bell, della sua prospettiva
sul tempo che passa, sul fatto che invecchia, sulle cose che
cambiano".
Tornano in mente Barton Fink, Fargo, altri film in
cui il male è enigma impenetrabile e quasi necessario. Anche
questa volta per i due registi c'è orrore nella
provincia americana, per un film dove giocano ancora più
prepotenti le inquadrature e la stupenda fotografia di Roger
Deakins.
Posted: 08 Marzo 2008
Postate oggi le prime tre recensioni per il mese di marzo.
Posted: 08 Marzo 2008
regia di Silvio Muccino - ITALIA 2007 - durata 115'
Si perde tra le pieghe di una gioventù
"maledetta" il filo conduttore dell'opera prima
di Silvio Muccino, Parlami d'amore (tratto
dall'omonimo romanzo, scritto a quattro mani da Carla
Vangelista e l'attore).
Tanti i temi incasellati nella cornice diretta dal giovane
regista, che tenta di toccare il dolore e raccontarne la catarsi,
ma ne risulta un esercizio manieristico e poco credibile. Sasha
(Silvio Muccino), 25 anni, ha alle spalle un'adolescenza
difficile: cresciuto in una comunità di recupero,
abbandonato dai genitori tossici, conosce Benedetta (Carolina
Crescentini), figlia di uno dei benefattori della comunità
di Borgo Fiorito e se ne innamora. Quando la rincontra, da adulto,
lei è una ricca viziata, con il pesante fardello di
"cattiva bambina". Ma resta sempre la sua ossessione
d'amore. Per conquistarla chiede aiuto a Nicole (Aitana
Sanchez-Gijon), un'insegnante quarantenne incontrata per
caso, che a sua volta tenta di cancellare un passato doloroso.
Mentre Sasha tenta di conquistare Benedetta, tra lui e Nicole si
crea un'intimità e un legame che sconvolge e cambia
per sempre le loro vite.
Dipendenze e fragilità, paure e abusi sessuali dominano la
pellicola cercando un senso nella forza salvifica dell'amore.
Il film risulta inadeguato, lo spettatore fatica a coglierne la
sensibilità, tutto è inverosimile e
"recitato", gli stessi personaggi non vivono nelle
gesta degli attori, non sono credibili. E' lo stesso regista
ad ammettere questa defezione in fatto di lungaggini
"C'è tanto, pure troppo in questo film, ma questo, nel
bene e nel male è il rischio che si corre con un'opera
prima". Tante sono anche le citazioni cinematografiche
presenti nel film: "Ci sono citazioni perché parlo
d'amore a 360°, ci sono gli amori della mia vita, e ci sono
tante citazioni cinematografiche, soprattutto di cinema francese,
perché il cinema è uno degli amori della mia vita. E'
pieno di suggestioni fotografiche di un cinema
estetizzante".
Così, passa pedantemente da Bertolucci a Godard, senza
alcuna rivisitazione matura, solo sterili riprese che risultano
vuote e decontestualizzate. Sembrerebbe che Muccino non si senta
all'altezza nel ruolo di regista-sceneggiatore e cerca una
serie di giustificativi per rendere la sua opera apprezzabile e
credibile. Si circonda di professionisti capaci (Arnaldo Catinari,
Tonino Zera, Patrizio Marone, Maurizio Millenotti) e le scene
scivolano tra l'alcolismo e la droga perdendo di
spontaneità. Il difetto imputabile alla pellicola è
proprio l'eccessiva costruzione a discapito della
semplicità, che spesso è molto più eloquente e
diretta di un artificio di stile. Resta discutibile anche il
riconoscimento "di interesse culturale" da parte del
Ministero ed il conseguente finanziamento che lo stesso Silvio ci
spiega "Certo, lo ammetto: trovare i finanziamenti, per me,
è stato facilissimo. Non perché mi chiamo Muccino (il
confronto con mio fratello Gabriele per me è stato un
fattore deterrente), quanto per i miei precedenti successi al
botteghino".
Ed è la logica del mercato ad essere l'unica
vincitrice in questa prevedibile avventura, film commerciale,
strizza l'occhio ad un pubblico più variegato, non
solo giovanissimi come fino ad ora il suo target: "Io volevo
spiazzare il mio pubblico"- afferma - Credo che possa
parlare a tutti, uomini e donne", prosegue, allargando poi il
discorso all'attuale boom di film adolescenziali: "E'
giusto che ci sia accorti delle potenzialità che hanno al
botteghino ma non bisogna solo assecondare i loro gusti, ma anche
provare a dir loro qualcosa di più". E risulta
estremamente difficile crederlo, quando si assiste ad
un'interpretazione così priva di empatia, Sasha non
riesce a coinvolgere, resta lontano dal cuore e dal dolore. Colpa
di una sceneggiatura (opera anch'essa di Muccino) troppo
prolissa, che ingabbia i personaggi in battute prevedibili.
Così la Crescentini non trasmette alcuna emozione, con una
recitazione fin troppo concitata ma sicuramente migliore delle
precedenti. Unica nota positiva è l'attrice spagnola
Aitana (diretta da Salvatores in Io non ho paura)
bellissima, ironica, intelligente, "infonde" al suo
personaggio una elegante leggerezza. Si muove naturalmente in una
trama caotica con dolce andatura, legandosi alle emozioni di una
quarantenne che cerca di nascondersi alla vita, ma alla fine ne
risulta violentemente travolta. Dunque "è prepotente
l'incapacità a vent'anni, come a quaranta, di
lasciarsi andare all'amore, sentimento niente affatto
rassicurante. Capita spesso di voltargli le spalle, di non
riconoscerlo, di non guardarlo, perché fa paura mettersi a
nudo", così allo stesso modo Nicole fugge e
Sasha-Muccino tenta di togliere la maschera nel finale alla
fragilità del film e dei protagonisti.
Posted: 08 Marzo 2008
BUR 2007 - Euro 8,40 - pp.158
"Il manicomio che ho vissuto fuori e che
sto vivendo non è paragonabile a quell'altro
supplizioche però lasciava la speranza della parola. Il vero
inferno è fuori, qui a contatto degli altri, che ti
giudicano, ti criticano e non ti amano". Con queste amare
riflessioni Alda Merini, classe 1931, congeda il lettore dal suo
Diario, e lo abbandona nel nosocomio della vita
quotidiana.
Poetessa di eccelso livello, all'età di sedici anni
fu colta dai primi segni di una malattia che la porterà ad
esser rinchiusa per molti anni in clinica, tra elettroshock e
torture, violenze e solitudini.
Eppure, lo abbiamo appena letto, la prigione asettica e immorale
è quella da noi creata fuori le mura ospedaliere. In un
celebre saggio intitolato Sorvegliare e punire, Foucault
analizza i modi tramite i quali la società imprigiona,
circoscrive e decide chi è cittadino e chi è
criminale, ma anche sano o malato, lucido o folle.
L'alienazione non è una malattia naturale, ma
conseguenza necessaria di un sistema sociale che distrugge il
tessuto psichico umano fino a rendere alcune persone interiormente
lacerate, perse, e a volte...diverse.
Il meccanismo perverso con cui sirimuovono le pulsioni contrarie
produce meccanismi fortemente anticonservativi, come già
Freud ebbe modo di evidenziare nel suo Disagio della
civiltà.
La poetessa non si distingue da queste considerazioni quando
afferma che le malattie mentali sono in realtà solo disturbi
della emotività, e gli altri non vogliono affrontarle per
paura di capire, perché ciò fuori di loro, è
anche parte delle vite 'sane'.
Il suo racconto tuttavia non cattura per l'analisi
sociologica, ma per la sensibilità lirica così forte
e drammatica. Il Diario traccia un solco profondo nelle viscere
della coscienza, e divide il conoscibile dall'immenso e
incommensurabile abisso della inconsapevolezza. È opera
poetica raffinatissima, e come tale "infligge" al
lettore una pena profonda, poiché gli lascia addosso la
colpa di sentirsi diverso.
È la difformità, la differenza o différance,
per parafrasare Derrida, il protagonista del libro.
La Merini parla di un non-luogo in cui si manifestano fantasmi e
mostri, ma anche santi e angeli. Il manicomio infatti non
può esser visto con gli occhi di chi lo visita. Spettatore
inconsapevole, il parente o l'amico di turno può
scorgere solo l'edificio - spesso fetido e
claustrofobico - ma non lo spirito performante, la natura
ferina e notturna.
I matti, solo loro autorizzati a conoscerne i misteri, a celebrare
la follia dello sconcio, sanno che la clinica è prigione e
allo stesso tempo tempio. I medici sono aguzzini e santi e i
degenti...sognatori. Sognano la libertà ma la temono,
si infliggono pene terribili, vengono stuprati, uccisi, lasciati
vivere fra le loro feci e urine.
I matti si spogliano, godono di una sessualità infantile e
invadente contemporaneamente, sono vittime ma sembrano avvolti da
una luce sinistra e pervasa, dono della divinità: spetta a
chi soffre la verità.
La Merini racconta incredibilmente la propria condizione. Non ci
sono sentimentalismi, ma tutto è soffuso, soave, delicato.
Il suo spazio, come ella confessa, non è stato intaccato,
sebbene abbia i segni di quell'inferno.
La vita in clinica è descritta nella monotona
quotidianità, fra medicine e aghi, lacci e grida. Eppure si
può anche lì trovare il tempo dell'amore, della
purezza.
I personaggi in scena nel Diario sono tutti profondamente vivi, e
appartengono a quelle mura esattamente come i morti fanno parte dei
banchetti dei vermi. Vengono entrambi divorati, assimilati, ed i
resti non sopravvivono. Eppure, canta la Musa, e la parola
salvifica. Alda Merini confida che il dolore descritto forse non
è poi tanto vero, si tratta di simbologia e letteratura, ma
si avverte l'ironia, la consapevolezza: la verità
è tutt'altra. La poesia raccoglie l'essenza dei
misfatti, e la getta su di noi.Sappiamo il dolore accadere, ed
esser accaduto. Viene così evocata una duplicità
inconciliabile, ed è questa la ferita certamente più
profonda.
La poetessa infatti ci prende per mano per un po', quindi ci
abbandona. Restiamo inerti davanti all'incomprensione di
quelle atmosfere, delle vite altre.Ci lascia non per
crudeltà, ma perché siamo incapaci di seguirla,
esattamente alla maniera di Virgilio con Dante, in procinto delle
porte del Paradiso.
La diversità si trasforma in esistenza, e gli esclusi non
sono i sani, ma gli ignoranti. La lettura infatti provoca un senso
di smarrimento molto diffuso. Vorremmo capire, ma non ci è
concesso. La Merini parla di un mondo e di una purezza che non ci
appartiene, la nostra corruzione non è sanabile. Lo stile
fresco e gentile, insieme ai continui spostamenti temporali,
annulla la memoria terrena, e ci immerge in uno spazio onirico a
cui non si può accedere se non si passa attraverso la fiamma
della poesia. Gli psichiatri, osserva la Merini, non possono
molestarci in eterno sul presupposto del fatto che in un qualsiasi
giorno della nostra vita abbiamo perso la memoria, perché
l'emarginazione è anche un diritto sociale. La
poesia assolve questo compito, o la follia.
Il congedo dal testo conserva interamente il senso di un viaggio
fra le parole e va riportato per intero: "la conclusione di
questo Diario non è veritiera né verisimile.
Si tratta di una storia che potrebbe essere inventata ed è
invece un atto d'amore e di spietate constatazioni dei fatti.
Il Diario è un'opera lirica in prosa ma anche
un'esegesi, una implorazione e la completa distruzione di
ogni filosofia e di ogni atto concettuale.
È stato scritto con il linguaggio semplice di chi nel
manicomio ha scordato tutto e non vuole né vuole
più ricordare. Rimane velata e struggente nostalgia del
manicomio come tempio di una aberrante religione. I fatti sono
simbolici - e così i protagonisti, ma l'autrice
ancora vive e vorrebbe che questo crimine cadesse dalle carni di
chi come lei ha patito e continua a patire il più efferato
degli Inferni".
Parafrasando Manganelli, di rado è stata più
fermamente sperimentata la qualità empirea della parola
impegnata nella ricognizione dell'inferno; la felicità
di questo testo di Alda Merini non è altro che
l'incontro con la perfezione del dolore; la salvezza è
il battesimo verbale della disperazione.
Posted: 08 Marzo 2008
Edizioni e/o, 2007 - euro 14,00 - pp. 109
Il signor Jensen cresce in una famiglia grigia
ma innocua, in cui il padre, il vecchio signor Jensen, ex padrone
dell'Idraulica Jensen s.a.s., se ne sta seduto in poltrona in
un silenzio di cui il figlio gli è estremamente grato,
mentre la madre "era dell'avviso che suo figlio avesse
sempre dovuto farsi trascinare, in tutti i sensi. D'estate
non sei mai andato da solo in piscina se non ci andava anche
qualcun altro. Se a scuola eri amico di un asino eri il penultimo
della classe, se stavi con il più bravo eri il secondo,
diceva lei". A differenza dei suoi coetanei impegnati ad
immaginarsi calciatori di serie A, il signor Jensen non ha sogni
per l'età adulta: "Era andato a scuola tutti i
giorni perché era obbligatorio, con il vago presentimento
che sarebbe stato così per sempre.[...] Da bambino
parlava da solo e per questo gli altri lo prendevano spesso in
giro. Dopo alcuni anni era venuto a capo del problema e aveva
cercato di non farsi più notare dagli altri quando parlava
da solo. Ma anche in quel modo non si era fatto altri amici. Il
signor Jensen sosteneva di aver perso il momento giusto. Chi non
aveva trovato amici alle elementari, con ogni probabilità
non ne avrebbe più trovati così facilmente".
Abbandona l'università, con enorme rammarico del
vecchio signor Jensen, a causa delle incongruenze del sistema
accademico e per la complessità dei punti di vista e dei
controsensi propri delle scienze umane: "Lesse il primo greco
dell'antichità che spiegava il mondo con bellissime
parole. Parlava di morale, delle azioni moralmente giuste e di
quelle moralmente sbagliate, dell'uomo di valore, definito
dalle proprie azioni. Subito dopo il primo greco, però, ne
era arrivato un secondo che proponeva una spiegazione del mondo
altrettanto bella, apparentemente plausibile e giusta, ma del tutto
diversa da quella del primo. Poi avevano affrontato un paio di
romani e di francesi che erano di tutt'altra opinione e alla
fine il signor Jensen del mondo ne capiva ancor meno di
prima". Decide così di consegnare la posta,
occupazione che non comporta troppo carico per la mente.
Remissivo il signor Jensen lo è anche nei confronti
dell'universo femminile. Mentre i compagni di scuola prima e
i colleghi poi conoscono e escono con diverse donne lui se ne sta
da parte invidioso, ma senza livore, delle coppie che gli pare
spuntino un po' ovunque, e fa un tentativo da neofita. Legge
diversi libri sull'argomento e guarda "i peggiori
filmetti d'amore, non come un passatempo senza senso, ma
nella speranza di capire da ciascuno di quei film qualcosa di
più sul funzionamento dei rapporti umani". Gli restano
però questioni irrisolte sulle modalità di scelta
della compagna, sul genere da preferire tra le varie tipologie
fisiche, giacché "non avrebbe saputo come fare a
decidersi per una sola di loro". Malauguratamente le donne
gli si offrono solo in vece di amiche; le qualità di
ascoltatore unitamente a un'insicurezza mista
d'esitazione non ne favoriscono alcun approccio più
audace e così "tutte le volte si lasciava scappare
l'occasione. Probabilmente perché se ne stava
lì ad aspettare il momento buono per troppo tempo. Il signor
Jensen voleva sempre prima ascoltare, raccogliere tutte le
informazioni necessarie e poi escogitare una strategia. Le donne
amavano l'ascolto e l'attenzione ma evidentemente
amavano anche gli uomini da cui non ricevevano niente di tutto
ciò".
Le giornate trascorrono comunque nel massimo della beatitudine il
che, tradotto nel "sistema Jensen", significa piatta
tranquillità. Una rassegnazione composta e soddisfatta
l'accompagna giornalmente. Fino a quando il signor Jensen
perde il lavoro. Senza perché. In un'assurda
escalation, o meglio in un'escalation
dell'assurdo si trova a dover fronteggiare il proprio capo in
un dialogo irreale, d'un'irragionevolezza burocratica
straordinaria: "'Ma no, signor Jensen. Non ci sono
state lamentele e non ce n'è mai stato neanche il
minimo sentore. Lei ha tutto ciò che cerchiamo in un
collaboratore. È qualificato, pratico, senza troppe
ambizioni. Mi spiace - e mi creda, parlo a nome di tutto il
reparto - dispiace a tutti che debba andarsene'.
'Ma allora se le cose stanno cosi, perché devo
andarmene?'. 'Gliel'ho appena spiegato' il
signor Boehem sospirò. 'Purtroppo siamo costretti a
licenziarla nell'ambito del nostro nuovo programma contro i
licenziamenti per cause oggettive'". In un impeto di
risentimento, tenta la strada dell'alcol senza successo. Non
sa né come né dove ubriacarsi e, vinto dalla
rassegnazione più che dallo sconforto, torna a casa e siede
in poltrona con lo sguardo fisso innanzi: "Rimase
così, perfettamente immobile, per tutto il resto del giorno,
finché a notte inoltrata non fu sopraffatto da un sonno
senza sogni".
Affronta l'Ufficio di collocamento e, dopo aver gettato
l'impiegata in un curioso stato confusionale, riceve il
sussidio di disoccupazione vita natural durante. Dovendo
però affrontare la sfida del tempo, l'avere a
disposizione ogni dì "una minacciosa infinità
di ore" si dedica alla visione continuata del piccolo schermo
con impegno maniacale, fino a "distinguere a malapena la
propria routine quotidiana dai programmi tv". La percezione
stessa del tempo pare variare completamente e il signor Jensen
inizia a apprezzare ogni piccola circostanza possa cambiare
l'inerzia delle sue giornate di fronte alla televisione.
Arriva ad apprezzare la propria influenza come "svago ben
accetto", da cui guarire rappresenta una delusione
perché "in un lampo si ritrovava nel suo far niente di
sempre, cosa che, per così dire, toglieva ogni senso alla
salute. Anche se non era utile a nessuno il signor Jensen si
sentiva più impegnato del solito".
Perse le coordinate lavorative e incapace a riconoscersi in quelle
collettive, dunque anche il tempo smette di essere un parametro sul
quale calibrare i moti della propria esistenza. Da struttura di
riferimento ovvio quello scorrere "era diventato un qualcosa
di indistinto, difficile da comprendere e pieno di contraddizioni
inconciliabili". Ma nel mentre, resosi conto che tali
contraddizioni vivono nelle strutture organizzate e avendo scoperto
il proprio grande talento nel guardare la televisione, decide di
passare alla controffensiva e mette in opera un piano concreto
"per andare a fondo di tutte le cose". Compra quattro
videoregistratori usati e inizia a registrare tutte le trasmissioni
possibili, catalogandole per categorie e ripassandole a giro
continuo "per risolvere alla radice il problema
dell'investigazione del senso". Le scoperte che fa sono
tanto sconcertanti quanto evidenti, sotto gli occhi di tutti ma in
qualche modo invisibili. Lo scempio e la disinformazione voluta dei
media stabiliscono una sorta di limite al di qua del quale viene
identificata la giusta consuetudine. Su un foglio il signor Jensen
segna le cose che sembra definiscano la cosiddetta
normalità. Ne vien fuori un decalogo annichilente nella
semplicità del suo cogliere il segno della pochezza del
mondo capitalista e borghese che della suddetta normalità fa
una regola da condividere. Nella reiterazione del
"bisogna" sta la necessità sociale: bisogna
andare a lavorare; bisogna avere una donna o, come minimo, fare
sesso di frequente; bisogna avere tanti amici; bisogna conoscere
l'ultima moda; bisogna avere qualche nozione di musica;
bisogna essere allegri; bisogna avere soldi; bisogna essere belli;
bisogna sapere cosa fare di sé stessi; bisogna avere dei
sogni. Al che, scoperto di non essere normale, e visto che una
semplice "disapprovazione dello status quo sarebbe
stata inutile" il signor Jensen si riorganizza. Sceglie la
propria libertà e distrugge subito televisore e
videoregistratori gettandoli dalla finestra risolvendo così
"la fine della sua fase di condizionamento".
Due sono le direzioni di questa nuova vita, una passiva, in linea
col profilo docile del protagonista, e una attiva ma sui
generis. Continuare a far niente "non è mica un
obiettivo da poco e sta diventando sempre più
difficile" dice all'amico Matthias, "in fondo
oggi tutti vogliono che tu faccia qualcosa. Ma io mi batterò
per questo [...] è qui che sta la bravura. Ed è
stata la cosa più difficile da imparare. Fin dalla nascita
ci viene inculcato il dovere di riempire le nostre giornate con
impegni vari".
S'accorge inoltre che "noi non vediamo e non sentiamo
più le verità più semplici, neppure quando le
abbiamo sotto il naso" poiché sotto l'influenza
di ciò che definisce "rumore bianco" - il potere
dei media -, a cui decide di opporre una sistematica
"rinuncia alle pseudoinformazioni". "È un
falso mondo quello da cui mi arrivano le notizie, un falso mondo in
cui io non vivo più" e tolto un coltello a serramanico
di tasca il signor Jensen stacca la cassetta della posta dal muro e
la butta nel bidone della spazzatura.
Il libro è incredibilmente accattivante, a dispetto di una
narrazione che si sviluppa in modo tanto lineare e reiterativo da
sembrare trascurata. È però soltanto una rapida
sensazione passeggera cui si sostituisce presto l'impressione
d'un'agile leggerezza. E in realtà
l'iterazione e l'andamento assopito di una esposizione
sempre all'imperfetto, è effetto cercato a voler
simulare una realtà che addormenta, tutta standardizzata dal
flusso di una vita condivisa ma finta, da informazioni veicolate e
identiche e dalla una rassicurante opinione comune sulle
stesse.
Grottesco e assurdo strappa sorrisi e sempre lascia
un'amarezza soffocata negli atteggiamenti dimessi del
protagonista. Che assieme alla semplicità sconcertante con
la quale l'animo del signor Jensen si confronta coi misteri
del mondo reale - lavoro, rapporti umani e affettivi - non vanno
scambiati per balordaggine, scarsa intelligenza o per semplice
distrazione dal senso più pieno dell'esistenza. Non un
inetto, il signor Jensen volge lo sguardo interpretativo non tanto
alla propria coscienza in fieri quanto piuttosto
all'esterno. E nello specchiarsi nell'assurdità
del mondo visto frontalmente viene fuori, di riflesso, la misura
della personalità di un attore che osserva la realtà
sempre di fianco, leggermente spostandosi dai binari della vita
normale e condivisa: "Il signor Jensen voleva dimostrare che
le cose potevano anche andare in modo diverso, che si potevano
davvero smuovere la acque non facendo niente".
E un niente estremamente organizzato sarà il tentativo
ultimo, realizzato nel silenzio della mezzanotte urbana, del
personaggio bonario e penetrante che Jakob Hein sfuma con grazia
del tratto e vigore critico, per il lettore ironico e ricercato
della casa editrice romana.