Archivio Marzo 2009
direttore responsabile: Dr Chiara Lucarelli,
Trinity College Rome Campus
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Posted: 31 marzo 2009
Fazi, 2009 – euro 14 – pp. 91
Ropraz è un minuscolo borgo sulle vette svizzere del cantone francese. Luogo silenzioso e selvaggio, appare discosto, lontano da tutto. Al principio del ventesimo secolo, durante un inverno tremendo, un viandante scopre casualmente una tomba scoperchiata. Dentro, il cadavere, da poco sepolto, d’una giovane vergine. Il corpo è straziato. Una mano è staccata, i genitali mutili, il cuore divelto. La notizia corre rapida sulle ali del terrore e ogni paese del distretto sussulta d’odio. Fin quando vengono trovati altri due corpi egualmente violati. Inizia così la caccia al mostro col suo naturale carico di sgomento e superstizione.
Frutto di ricerche sulla vera storia, il libro riporta autentici articoli dell’epoca su codesto celebre crimine. La stampa del posto è infatti a suo modo complice del caso, col “Feuille d’Avis de Lausanne” del 23 febbraio che racconta della presenza fra la popolazione d’un “ignobile vampiro”. Anche i quotidiani europei montano l’indagine sul “Vampiro di Ropraz”. La polizia locale brancola nel buio: in primis investiga su uno studente di medicina, poi su due pregiudicati e su un macellaio. La gente racconta di aver scorto, nottetempo, la figura del mostro: “Sembra che nessuna collina, nessun bosco, nessuna scorciatoia sfugga al potere del mostro. È ovunque, il vampiro di Ropraz, si aggira, spia, minaccia, lievita a causa sua la paura ancorata in fondo alle fattorie isolate […] col vecchio senso di colpa dei corpi puniti e offerti al diavolo”.
La peggiore delle profanazioni porta con sé una dilagante psicosi collettiva: una paura che è tutt’uno con le atmosfere di quelle campagne sperdute. Un terrore che pare più l’emanazione del male che naturalmente s’annida nelle coscienze, nelle misere psicologie della povera gente: l’incesto, la sessualità, l’isolamento e la carica coercitiva del calvinismo producono, tutte assieme, la deflagrazione della violenza popolare.
Così, appena risulta chiaro che “il vampiro” è un campagnolo locale di nome Favez, e la martire una giovinetta di un villaggio vicino, nella comunità dei contadini quella colpa si trasforma in puro odio nei confronti di chi si è macchiato dell’orrendo delitto.
Il romanzo ha una dimensione onirica e assieme estremamente cruda, reale. Cronaca e alterità si muovono l’una di fianco all’altra: dalla scabra dimensione terrena – quella d’una povera umanità che di quella bassezza è vittima (la sessualità sviata e drammatizzata) – sino allo sguardo del dio calvinista, feroce e disumano nel suo valutare l’operato degli uomini.
La stessa commistione di motivi, l’alto e il basso, il reale e il fantastico, contribuisce all’effetto poetico: l’eteree bellezze boschive e collinari di contro alle orribili asportazioni sul corpo della giovane donna, fatto a pezzi, il seno divorato e sputato, gli intestini strappati e il sesso ingerito.
Un libro il cui sguardo ultimo è colmo di pietas per codesto ingenuo colpevole. Favez in effetti è reo d’esser diverso: trovatello, alcolizzato, sessualmente deviato e psichicamente instabile. Diverte perciò la conclusione che Chessex gli riserva (che qui non si rivela) e nella cui sorte d’imperituro emblema si specchia l’ironica rivincita dei semplici.
Un romanzo che mette in scena il bisogno di dar corpo a figure simboliche che riproducano il male: il vampiro, la strega, il mostro sessuale, il diavolo sono rappresentazioni del male che tutti a differenti livelli, junghianamente, abbiamo dentro. Soprattutto un’opera in controtendenza rispetto all’attuale vena narrativa vampiresca. É in tal senso avveduta la scelta di Fazi nell’affiancare ad un fenomeno editoriale come “Twilight” un libro di raffinato spessore letterario come “Il Vampiro di Ropraz”.
Posted: 30 marzo 2009
regia di Marco Risi – Italia 2008 – durata 108’
Era il 1985 e Giancarlo Siani veniva ucciso con dieci colpi di pistola, aveva solo 26 anni, giornalista abusivo. Marco Risi torna su questa pagina dolorosa della storia italiana e ci riporta indietro nel tempo, in una Napoli stretta dalla camorra che trova il suo fortino in Torre Annunziata. E Fortapásc è questo: assedio alla città da parte della malavita organizzata. Lo stesso titolo è una storpiatura di Fort Apache, rimando alla tradizione western. Alla visione del film ci si chiede: ma cos’è cambiato dopo oltre vent’anni? Ieri come oggi la camorra impera, Torre Annunziata, Forcella, Secondigliano, Scampia, Quartieri Spagnoli, terre al servizio del secondo stato istituzionalizzato. Ieri come oggi la politica fa il suo gioco, appalti truccati in cambio di voti, tangenti, opere mai realizzate, una lunga scia di affari illeciti che portano nelle alte stanze del potere. E ancora uomini impotenti che sanno ma non agiscono e altri che vedono e denunciano, con una fine il più delle volte scontata. I tanti Alfieri, Gionta, Di Lauro, Amato, Cutolo, Contini ancora proliferano nelle terre fertili campane e attecchiscono nelle zone pontine del basso Lazio con il bene placido dei “signori per bene”. Eppure la macchina da presa ancor si muove, le penne creative scrivono e denunciano, oggi con più forza di ieri, anche se queste battaglie spetterebbero alle Istituzioni. Così Gomorra, il Divo, La Siciliana Ribelle, film più o meno riusciti portano un comune denominatore: denunciano i fatti. Tale è Fortapásc, bellissimo racconto a cuore aperto di un ragazzo come tanti, coraggioso come pochi. Risi non crea una biografia ma omaggia il giornalista descrivendo gli ultimi quattro mesi della sua vita, sufficienti per comprenderne la storia. Convinto sostenitore del cinema di impegno sociale, onora nella scena dello scontro tra maggioranza e opposizione con pubblico cittadino, Francesco Rosi e il suo capolavoro Le mani sulla città. Ma non si ferma qui, dichiara apertamente di essere rimasto molto colpito dall’uccisione di Siani “Mi chiesi subito cosa avesse fatto questo ragazzo che vedevo nelle immagini ferito a morte, come sorpreso, sembrava appoggiato come qualcuno che non avesse nulla da nascondere né alcun motivo per proteggersi… Fortapásc è per me un film necessario, soprattutto nella Napoli umiliata e offesa di oggi, perché Giancarlo Siani può diventare un raggio di luce, una nuova speranza”.
Allegro, cordiale, sempre disponibile, pronto ad avere una parola per chiunque, di conforto o di sprone, nella gioia come nella tristezza, così è Siani.
La passione nel cuore per il giornalismo (quello vero) lo porta ad indagare, informarsi sui fatti legati alla malavita. Verifica le notizie, investiga sugli interessi per la ricostruzione del dopo terremoto a Napoli fino a diventare stimolo per i primi movimenti del fronte anticamorra. Con i suoi articoli denuncia la camorra, infiltrata ormai nella vita politica, della quale muove le fila e ne regola elezioni e strategie propagandistiche. Va oltre il “dovuto” con la pubblicazione di un articolo sul Mattino, relativo all’arresto del boss Valentino Gionta, firma la sua condanna a morte.
Tutto il film punta sul fattore umano, sulla capacità di saper rendere testimonianza ad una vita fatta di decisioni consapevoli, esempi per la nostra coscienza civile. E la bravura del regista è stata anche nell’aver individuato in Libero De Rienzo il giusto ruolo di Giancarlo Siani.
Risi costruisce una struttura semplice e sceglie un protagonista con un viso da bravo ragazzo, pulito. Efficace l’attore nel saper rendere gesti, movimenti, naturali e leggeri tanto da far dimenticare la finzione cinematografica. Fa propria la verità, l’innocenza di uno sguardo indagatore tipico del reporter, che senza calarsi nella storia difficilmente avrebbe raggiunto. E la volontà di testimoniare per non dimenticare si legge nelle riprese, nel montaggio, nella fotografia mai dura e cruenta anzi pervasa e sublimata dalla sete di giustizia.
Il film è stato visto e piaciuto dal fratello di Giancarlo, Paolo Siani, commosso dal progetto ha contribuito alla realizzazione.
E’ il cinema civile che sta riprendendo piede e ne siamo contenti, perché è testimonianza, è memoria storica per pensare, oggi e domani, che la mafia non può vincere sempre.
Posted: 30 marzo 2009
Edizioni Feltrinelli, 2009– euro 13,00 – pp. 144.
Il nuovo libro di Erri De Luca, scrittore napoletano fra i più ispirati degli ultimi decenni, non è solamente un ulteriore romanzo fra le migliaia pubblicati, ma si presta, fin dalla visione della copertina bianca e anonima, alle più curiose supposizioni. Il titolo infatti giace su uno sfondo latteo, privo di alcun disegno, e sta lì a suggerire qualcosa che soltanto dopo la lettura verrà colta.
La trama è semplice e poco elaborata, i personaggi sono figure chiare e lineari: Don Gaetano, lo Smilzo, Anna, e per contorno una Napoli misteriosa e conturbante, monarchica e anarchica contemporaneamente e necessariamente, crudele e dolce.
L’impressione, dopo questi primi commenti, potrebbe essere di un libro poco riuscito, sui soliti luoghi comuni di Napoli e dintorni, breve nel respiro oltre che nel numero di pagine.
Da tale premessa invece sarà chiaro al lettore perché ‘Il giorno prima della felicità’ può esser definito un piccolo gioiello della letteratura contemporanea: la semplicità assoluta non è il frutto di mancanza di idee o povertà stilistica, ma al contrario il trionfo di una prosa eccezionalmente compiuta e coinvolgente.
Non appena il lettore si immerge nelle pagine de “Il giorno prima della felicità”, le considerazioni su indicate, dalla cui lettura si poteva dedurre un fallimento del testo medesimo, svelano le verità che nascondevano e lasciano apparire la realtà di un’opera bellissima e polifonica. Una orchestra di parole ricama il foglio, lo rende vivo, sensuale e persino fisicamente tangibile.
La scrittura di De Luca trasforma infatti i paesaggi, gli odori, gli squarci di luce in sensazioni fisiche a cui abbandonarsi.
Difficile definire il modus scrivendi dell’artista: la chiarezza sintattica, la puntualità del ritmo lasciano spazio a metafore luminose, a periodi colorati e dal gusto agrodolce, fino a rendere il testo intero simile alla città partenopea, bellissima e misteriosa.
Se si volesse investigare la trama del libro, si potrebbero trovare una molteplicità di storie e personaggi. Dalla Liberazione dai tedeschi, quando “le persone ad un tratto diventano popolo”, fino ai viaggi dei migranti oltreoceano, dalla lettura dei pensieri al gioco delle carte.
Certo invero, è che De Luca ci narra la storia di una iniziazione. Il giovane protagonista cresce in una città il cui ruolo è anche essere madre e padre, e mentre impara a vivere si guarda intorno e coglie qualcosa del mondo e degli uomini. Don Gaetano, un simpatico signore grazie al quale è iniziato al gioco delle carte e non solo, svolge il ruolo di padrino. Non è infatti lui il padre sostituto dell’orfano, ma, lo ripeto, la città. Egli sembra piuttosto un Virgilio esperto delle cose mondane, e proprio come nella Divina Commedia, sarà una donna a far completare al giovanotto il viaggio.
Anna, la giovane fanciulla il cui volto scorgeva dietro le finestre mentre bambino giocava a palla, riappare nella sua vita verso i diciotto anni e libera il ragazzo dal tempo dell’attesa – un tempo eterno – per condurlo nel regno degli uomini adulti.
L’iniziazione, ci dimostra De Luca, è femminile: la città, la donna, sono loro a trasformare l’adolescente in un giovane sicuro e pronto a morire. Altro compito non è richiesto, ed il finale del libro prenderà un sentiero già calpestato dai figli di Napoli.
La lettura de “Il giorno prima della felicità” affascina, dicevo, per la profonda apertura a svariate interpretazioni. Uno degli effetti principali, a mio avviso essenziali da chiarire, è una certa surrealtà in alcune scelte stilistiche, o nella descrizione psicologica dei personaggi. Ritengo fondamentale approfondire questo elemento, perché imputabile di suscitare un giudizio negativo (Mi riferisco in particolare alle pagine ‘mancanti’ del rapporto fra i due innamorati o dell’approfondimento psicologico dell’animo di Anna).
Ciò che potrebbe esser addebitato a De Luca è un ‘tentennamento’ della sua scrittura tale da rendere alcuni momenti della storia poco realistici o meno analizzati rispetto ad altri.
Se tale imputazione è senz’altro legittima, penso tuttavia non sostenibile un voto sfavorevole poiché non v’è alcuna mancanza dello scrittore, ma all’opposto emerge una scelta ben precisa dello stesso, ed è grazie a siffatta operazione che il libro è bellissimo e particolare.
Le fibrillazioni della trama sono certamente volute, altrimenti non avrebbero prodotto delle metafore così precise e ricche di senso. Fra tutte, alcune lacune descrittive, certi passaggi veloci da un contesto all’altro, altro non sono che allegoria dei vuoti della città, dell’anima umana e delle proprie contraddizioni. Ogni personaggio maschile, per esempio, è psicologicamente definito mentre le donne soltanto restano caratterialmente e fisicamente sfocate. Anna è come il vento – così si definisce – la vedova del piano di sopra nera e focosa, istintiva e quindi lontana da una definizione razionale. Il mondo maschile ed il mondo femminile sembrano quindi appartenere a due caratteri differenti, e così i loro compiti. Anche Napoli, femmina affascinante, è lì a rappresentare la sfuggevolezza: partorisce i suoi figli, li cresce, e poi li deve veder emigrare, soccombere o fuggire.
De Luca conseguentemente sceglie di rendere il proprio testo rappresentativo di questa labilità. Quanto poteva esser considerato un difetto, si rivela in realtà una scelta fondamentale nell’economia del libro e nella sua poeticità. La parola, in definitiva, viene educata a rappresentare la differenza, e sì come la vita trema e vacilla, ed i personaggi hanno percorsi e connotati differenti, altrettanto la scrittura deluchiana esibisce e valorizza.
Il giorno prima della felicità, con la sua copertina bianca e vuota, sigilla la bellezza di questo libro, ovvero il trionfo della parola viva e travolgente. La grande letteratura non necessita d’altro, e nemmeno la storia quindi richiede eccessi di misteri o colpi di scena. La semplicità si accompagna invero con una lettura che sfugge da tutte le parti, perché, come dice De Luca nel testo, non bisogna fare come Platone, ovvero rinchiudere l’altrui voce in un percorso determinato, ma lasciare scorrere la vitalità della scrittura, e vedere dove ci porta.
A render infine giustizia di tutto, il gioco delle carte. Don Gaetano e lo Smilzo passano le giornate a giocare a scopa, perché nel passatempo si nasconde la verità delle umane cose. Il gioco è metafora della vita, ma anche e soprattutto della scrittura, e certamente di quella di De Luca, il quale ha saputo in questo romanzo divertire,commuovere, tagliare e cucire, far riflettere e lasciarci per conto nostro ad immaginare la baia di Napoli e le storie che custodisce.
Posted: 22 marzo 2009
Edizioni E/O – euro 15 – pp. 160
Un’irregolare collection di racconti, “Con uno sguardo diverso”, è la più nuova uscita italiana di Christa Wolf, da poco ottantenne. E ancora per E/O – dopo la più che fortunata dozzina abbondante di pubblicazioni, fra cui spiccano almeno "Il Cielo Diviso" "Cassandra" e "Medea" - esce codesta bella silloge.
Diviso in quattro parti, il libro dà conto della straordinaria scrittura dell’autrice tedesca quasi "in fieri": sono otto narrazioni, composte dopo la riunificazione della Germania, a cavallo fra il 1992 e il 2003.
Nella prima stanno due esperimenti, due divertimenti linguistico-psicologici: “Nella pietra” e “Associazioni in azzurro” ove, oltre alla centralità dell’elemento linguaggio, spicca la profondità tutta letteraria della Wolf. Nel primo è preponderante l'elemento autoanalitico della scrittrice: in campo una materia cerebrale nell'atto del suo confuso ragionare, sul tavolo della sala operatoria, come "pezzo di carne sul banco del macellaio". Le gambe di pietra fan da contrappunto al vagare dei ricordi che si fanno frammenti di memoria familiare. Il secondo è la meravigliosa avventura cromaticoverbale sulle docili varianti dell'azzurro.
Ma lo sguardo diverso del titolo la scrittrice lo getta sulle cose a lei vicine: l’infanzia, la lingua, certi frammenti di vita vissuta, il marito, la patria tedesca, elementi che vengon fuori di qui in poi.
I tre pezzi americani - "Incontri in Third Street", "Sessione fotografica L.A." e "Viaggio nel Deserto" - si legano infatti dappresso al titolo del libro. Ad uno sguardo mutato, pare diverso l'universo multiculturale di Los Angeles in cui la Wolf coglie e seziona, con piglio tutto europeo, alcune immagini: un mondanissimo party preelettorale per Bush; una passeggiata sull'oceano a Santa Monica con le buffe t-shirt di chi si sforza nella corsa, "Do you like me?". Sullo sfondo di tali impressioni d'ambiente americano si inserisce il moto dell'altalena del ricordo della vita europea, tedesca. Dopo la riunificazione, la scrittrice è ospite del Getty Center: ricorda la genesi e l'anima scarna della Medea, gli anni difficili, quelli dell'accusa di essere "scrittrice di stato". Nel secondo pezzo è l'elemento comico, calibratissimo, che investe la giornata della Wolf in balia delle fole di un taxista particolare: ex attore che porta seco scatti con grandi star da mostrare sulla sua vettura. Fino allo studio fotografico dove l'autrice viene, suo malgrado, truccata per un servizio per un celebre magazine che mai sarà pubblicato.
Nella terza sezione compaiono due bei racconti. "Lui e io (alla maniera di Natalia Ginzburg)" e "Il signor Wolf aspetta ospiti e prepara la cena" con dedica ai 70 anni del marito. Investono di luce un universo meno conosciuto di Christa Wolf, quello propriamente familiare: si succedono descrizioni di modi, d'umori e d'immagini che tracciano i segni di un rapporto lungo, sottilmente affettivo e intellettuale. La personalità forte ma anche le debolezze di lui - come per gli occhiali spesso smarriti - e quelle di lei, donna vulnerabile, assieme, restituiscono un quadro d'autore intimo, tenero e spiazzante.
Una mensione a sé la merita "Giovedì 27 settembre 2001": "Mi sveglia una voce che dice forte: uno strappo nel tessuto del tempo". In codesto racconto sulla strage dell 11/9 v'è la mera cronaca televisiva, forte dei numerosi passaggi in lingua originale (comunque presenti in tutto il libro), e il ripetersi delle notizie sul carattere terroristico dell'attentato e sull'urgenza di una risposta militare: America's War against Terrorism". Ragionando sullo sfondo di quella funesta giornata alle Twin Towers, la Wolf rilancia la quaestio sul suo significato più ampio: sarà il primo step per un terzo conflitto mondiale?
Come già in "Cassandra" l'autrice qui si figura una pace vera, radicata e realmente condivisa, tale da superare i confini fisici e linguistici delle nazioni. C'è sgomento e c'è paura, ma soprattutto distanza, lontananza e rifiuto per un mondo violento, a cui fa da contrappunto un'intimità quotidiana in cui si cerca di perdere i pensieri di dolore - la cucina, la doccia, la lavatrice, ecc. Ivi s'iscrivono i riferimenti a "City of God" di E.L. Doctorow: il libro che quella mattina Christa sceglie come compagno della mesta storica giornata. Un compagno che solleva riflessioni sulle guerre future, tra miliardi di persone in cerca di risorse energetiche ma rievoca, assieme, ricordi di un ventesimo secolo di guerre terribili e, tuttosommato, alle spalle, fino alla splendida, mera, chiusa di carattere filosofico.
Molti gli echi, anche espliciti, alle opere precedenti, nel gioco calcolato dello svelare le proprie macchine narrative. Ma l'elemento nucleare di tutte le prove è l’intimo scandire attualità e ricordo. Sulla superficie della memoria si svelano infatti le immagini d'una vita, quella che Christa Wolf offre al lettore. Il disvelamento tutto assieme di un carattere, di una coscienza politica e del laboratorio della scrittura. Ne scaturisce un ritratto a tutto tondo. Della donna e dell'intellettuale: lo sguardo è deluso, malinconico, nel guardare indietro alle sorti che il socialismo tedesco affrontò dopo l’unificazione, ai momenti della prorpia diffamazione con la pubblicazione di informazioni a proposito di supposti incontri, alla fine dei '50, con la Stasi.
Un libro unico nel suo genere, un testamento, un lascito, un ricordo vivido e ancora brillante. Un vero e proprio "portrait of the artist" a trecentosessanta gradi. Per gli appassionati delle storie e della prosa wolfiana un pezzo imperdibile.
Posted: 22 marzo 2009
2003 – Euro 6,00 – pp. 124.
Scritto nel breve periodo di due mesi, questo piccolo capolavoro della letteratura contemporanea viene alla luce nel lontano 1898 dall’incredibile penna di Joseph Conrad. Il nome per intero dello scrittore, Teodor Josef Konrad Korzeniowski, rivela l’origine russa dello stesso e rimanda con l’immaginazione a personaggi incontrati ed ammirati in romanzi d’avventura. Dopo aver trascorso una vita in mare, la vocazione letteraria emerse prepotentemente. Ritiratosi, decise di dedicarsi alla letteratura e divenne uno dei più importanti scrittori di lingua inglese.
Cuore di tenebra è forse il suo libro più famoso e certamente fra quelli immancabili in una biblioteca ideale. La trama è abbastanza nota: un avventuriero di nome Marlow decide di affrontare un viaggio nei territori sperduti del Congo. Egli vuole attraversare e ammirare l’inesplorato cuore del mondo. Un cuore di tenebra appunto, perché oltre al mistero, si dimostra essere il luogo ove l’animo stesso sfida i sentimenti più oscuri, le emozioni mai affrontate prima. Il viaggio, conseguentemente, non è soltanto esteriore, ma anche interiore. Non si tratta semplicemente di portare a destinazione il compito affidatogli dal datore di lavoro – una Compagnia che tratta avorio – ma di condurre la propria anima fuori da una giungla di orribili visioni, per cogliere infine il proprio senso più intimo. Aiutante involontario ed inconsapevole per indicare la verità della vita sarà Kurz, un altro funzionario della Compagnia su cui girano molte voci.
Alessandro Baricco, nella postfazione, coglie un punto fondamentale dello scritto conradiano, ovvero la differenza tra chi osserva il vortice tenebroso, ne resta suggestionato ma tuttavia conserva la propria persona, e chi invece dentro al buio si getta per venirne inghiottito. “Marlow è un uomo normale che porta gli uomini normali in viaggio nel sottosuolo delle loro verità inconfessabili. In partenza, il suo è un ruolo eversivo, ma ben presto prende il sopravvento il formidabile meccanismo di autodifesa della buona coscienza borghese. Marlow diventa l’incarnazione vivente di tornare da quel viaggio immutati”.
Il destino di Kurz, appena citato, è invero opposto. Le sue ultime parole sono orribili, un grido che Marlow non confessa alla fidanzata dell’altro protagonista scomparso per la ragione suddetta.
Se la storia di questo viaggio segue le orme di Marlow, è Kurz il faro, il punto di arrivo. Egli vive dentro il cuore di tenebra perché ha saputo guardare oltre. Chi lo incontra lo descrive come un uomo eccezionale, un dio in terra, un essere dal carisma anomalo, quasi diabolico. Il fatidico incontro tra i due, così agognato dal lettore che si attende di leggere frasi memorabili su verità inconfessabili, è incredibilmente quasi assente ed evitato.
Tale scelta, fondamentale per cogliere la grande costruzione simbolico - psicologica in atto nella scrittura da parte dell’autore, conferma e sancisce l’esattezza dell’intuizione baricchiana: davanti ad una visione non partecipe dell’essenza, altro non si può testimoniare – persino nella stesura stessa del romanzo! – che l’assenza ed il silenzio. Come osserva Baricco, questa ‘missione’ non si compie, perché il protagonista osserva il vortice tenebroso con l’animo del borghese: “Marlow è l’uomo che si ferma alla soglia della tenebra, e si salva: ”sarebbe stato troppo buio” dice, per giustificarsi di aver sepolto per sempre le ultime parole di Kurz”.
L’effetto è di eccezionale impatto: la figura di Kurz rimane avvolta da un’atmosfera tenebrosa ed inquietante, perché vive in un mondo altro dal nostro, ma paradossalmente suo centro fondante. L’inconfessabile descrizione del cuore di tenebra non è possibile per chi voglia viverla da un osservatorio sicuro e fuori pericolo. Kurz e quanti sanno la verità la gridano, mentre la coscienza borghese si nasconde nella bugia, e ritorna nel punto da cui era partita. La conclusione del libro va giustamente, al solito, lasciata al lettore, il quale vivrà uno spaesamento non solo dovuto alle magnifiche descrizioni del libro, ma anche per la presenza del ‘cuore di tenebra’ proprio davanti ai suoi occhi.
Attraverso “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad
(2003 – Euro 6,00 – pp. 124).
di Andrea Comincini
Il libro offre innumerevoli interpretazioni, ed è stato d’ispirazione per altri autori e scrittori, nonché registi. Il fascino inesauribile, tale da renderlo unico nel suo genere, si nutre naturalmente anche di uno stile particolarmente ispirato, capace di suscitare in ogni pagina una grande suspense e ad inchiodare il lettore al foglio.
Conrad arriva a tale effetto grazie ad un’accurata descrizione delle atmosfere in cui Marlow si imbatte. La foresta, con la sua impenetrabilità, il fascino misterioso, la violenza primordiale che sprigiona ed allo stesso tempo custodisce non incute solo un timore per la propria incolumità fisica. La giungla sembra essere la metafora della nostra anima, ed il terrore esterno si affievolisce quando si scopre che il pericolo maggiore si nasconde dentro di noi. Ogni essere umano infatti ha un cuore di tenebra, annaspa in un mondo nero, e lo scontro con l’insopportabile verità trasforma sì i più audaci come Kurz in eroi ammirati e quasi idolatrati, ma, alla stregua dell’eroe, riempie l’aria di grida di orrore.
Il romanzo nasce sullo sfondo della cultura vittoriana, in un’epoca in cui il colonialismo e la tratta dei neri hanno distrutto un continente intero e la sua popolazione. La denuncia di Conrad fa da sottofondo all’avventura di Marlow, ma non è per ciò meno evidente. Un particolare elemento, a mio avviso, può esser utile a collegare l’effetto conturbante che la lettura del libro offre con la critica allo sfruttamento coloniale, e si può indicare con il concetto di ‘risentimento’.
Nietzsche afferma che le masse deboli soffrono di una profonda invidia per i nobili dominanti, e da qui nascerebbero tutte le idee socialisteggianti e cristianeggianti. Senza entrare nel merito di una posizione certamente reazionaria e di dubbio fondamento, penso sia invece interessante capovolgere tal giudizio ed applicarlo proprio al mondo degli uomini descritti in Cuore di tenebra.
Il colonialismo e l’odio per le genti di colore, il razzismo disumano nascondono una paura inconscia dell’uomo bianco per quella parte della sua anima seppellita sotto secoli di civilizzazione, e dall”uomo nero” rivelata nuovamente non solo come possibilità imminente di perdere la propria identità occidentale, ma anche alla guida di un’indicibile attrazione per un io un tempo libero e più umano, secondo un luogo comune radicato nella nostra cultura. (Naturalmente l’ipotesi nietzschiana ed il suo opposto dovrebbero confrontarsi con i loro stessi fondamenti, ovvero l’idea di uno stato di natura ‘originale’, di una primordiale umanità libera e felice, di una morale dei signori: impossibilitato in tal sede l’approfondimento, credo comunque opportuno ribadire la forza seduttiva di tali idee nella nostra quotidianità).
Il risentimento quindi sarebbe del dominante bianco nei confronti del dominato nero perché in lui vede ciò che vorrebbe essere ma non può a causa del costume sociale. L’attrazione è mascherata con il disprezzo.
La sensazione percepita dalla lettura del romanzo penso comunque si coniughi bene con l’effetto conturbante di cui la scrittura conradiana è intrisa e che prima descrivevo, ed è una testimonianza ulteriore della magnifica poliedricità interpretativa di un grande romanzo di fine Ottocento, e certamente uno dei più grandi esempi di quell’orizzonte lontano chiamato letteratura.
Posted: 22 marzo 2009
regia di James Gray – USA 2007 – durata 110’
Difficile parlare di un genere per Two Lovers, certo il tema è l’Amore ma non raccontato come al solito: frasi fatte, carezze e finali prevedibili. Il “verismo sentimentale” viene da lontano, Dostoevskij e la sua storia Le notti bianche fanno eco al regista James Gray che ne coglie i tratti più delicati. Singolare vedere sul grande schermo un amore così patologicamente reale, superba l’interpretazione di Joaquin Phoenix capace di rendere nostre le sue debolezze. Già, perché in fondo il nodo è tutto qui: scegliere l’amore che offre certezze, rassicurazioni, o quello che dà i brividi della passione, vivere o perdersi nel buio, decidere o subire.
Leonard è tornato a vivere con i genitori, nel quartiere di Brighton Beach, nella penisola di Coney Island, in seguito ad un fallimento amoroso ancora non superato. Dopo essersi ambientato, incontra due donne molto diverse tra loro: la prima, Sandra – Vinessa Shaw, grazie ai suoi genitori e la seconda, Michelle – Gwyneth Paltrow, per puro caso nei corridoi del suo condominio. E’ l’inizio della fine: l’attrazione per Michelle diventa ossessione, scambiata per amore, la vicinanza di Sandra il porto sicuro dove naufragare.
E’ la storia del percorso di un cuore turbato pronto a buttarsi in un amore – ossessione è risalire alla vita percorrendo una strada fatta di sintonie riconosciute. Un dramma sentimentale affidato ad un set di attori in splendida forma (Gwyneth Paltrow, Vinessa Show, Joaquin Phoenix), piccole grandi stelle di tatto e recitazione nel riportare delicatissimi equilibri amorosi. Quadro perfetto con la bellissima cornice newyorchese, la baia di Hudson e Central Park. Una fotografia sorprendente accompagna una scenografia fatta di cigolanti pavimenti in legno, di pioggia battente, di un inverno accennato, di telefonate tra ragazzi/amanti che sentiamo sempre con l'effetto sussurrato e pieno della cornetta come fossimo sempre noi spettatori al telefono. Tutto merito di un lavoro di squadra e della maturità del regista “Dirigendo Two Lovers ho potuto liberarmi di un po' di zavorra – dichiara – Quando ho realizzato il mio primo film, ero estremamente preciso nell'indicare i movimenti di macchina, gli obiettivi da usare, il tipo di pellicola... Adesso ho imparato che nel processo creativo ci sono flussi e riflussi e che c'è un momento in cui un regista ha bisogno che il direttore della fotografia gli suggerisca delle idee valide e influenzi le sue scelte. Joaquin Baca-Asay ha dato a questo film molto più della sua esperienza e del suo occhio esperto. Attraverso i movimenti della macchina da presa, volevamo creare una particolare dinamica visiva, un certo lirismo. Ero alla ricerca della bellezza nella banalità e poiché la storia possedeva già degli elementi fantastici, volevo anche un approccio molto pragmatico, quasi naturalista. Di per sé l'amore tende a essere un'esperienza fantastica perché è una condizione molto intensa e da questo punto di vista la storia faceva già una parte del lavoro”.
E così la tensione è forte in ogni immagine, ma non per attendere il colpo di scena piuttosto per seguire il lento processo dell’animo umano accompagnato dal treno che passa, dalle strade notturne illuminate a giorno.
Una ritrovata Gwyneth Paltrow, tornata al cinema dopo la seconda maternità, l’inedita Vinessa Shaw e una madre preoccupata con ciglio cupo, mantato di tristezza, per Isabella Rossellini spingono il film oltre il melò, al di là del sentimentale. Peccato davvero che questa sia stata l’ultima fatica di Joaquin Phoenix - certo, saluta il cinema lasciando di sé un ricordo straordinario, mai nulla è volgare nei suoi atti, niente sa di già visto e risaputo nel ruolo che interpreta.
In concorso al 61º Festival Di Cannes, Two Lovers ha ottenuto plauso dalla critica e riconoscimento dal pubblico. Costato poco, decisamente controcorrente, è vero cinema indipendente. Ricordatelo perché a volte per emozionarsi basta poco.
Posted: 10 marzo 2009
Bloomsbury, 2001 - $24.95 – pp. 341
Romanzo molto americano: nell’ambientazione, nell’argomento e nel ritmo narrativo che sa tanto di cinematografico. La trama è fitta di personaggi e comparse, numerose le vicende che s’intrecciano con quella centrale: il ricordo, in prima persona, fatto da un motel nel Vermont, di ciò che è accaduto a Eddie Spinola, copywriter pubblicitario.
In un periodo senza stimoli né idee, da tempo schiavo dei propri vizi e d’una estrema indolenza Eddie incontra per caso, dopo anni, Vernon Gant, fratello della ex-moglie Melissa. Vernon è cambiato: dopo un passato burrascoso ha finalmente trovato un lavoro onesto e offre a Eddie la possibilità di migliorare la propria posizione. Gli dà una pillola bianca che sta “pubblicizzando” per una multinazionale e che ancora non è sul mercato. Gli effetti sono incredibili, dice, e tutti positivi; non si tratterebbe di una droga, ma poi, raggiunto da una telefonata importante, deve scappare. Rimasto solo al bar, dopo attimi di titubanza dovuta al passato da cocainomane ora alle spalle, Eddie decide di prenderla. Da subito i sensi gli paiono in qualche modo acuiti: in realtà la pillola ha l’effetto principale di migliorare le prestazioni fisiche e intellettive e Eddie, raggiunto l’appartamento sporco e disordinato, in breve lo tira a lucido e si dà alla lettura di libri per il suo progetto lavorativo, in stand-by da mesi: in poche ore butta giù diverse pagine e la mattina cade sfinito in un sonno profondo. Al risveglio trova la casa in ordine e l’introduzione al libro quasi conclusa, ma sente che ha perso la verve della notte precedente. Si veste e va a cercare Vernon nell’East Side. L’ex cognato non può rivelare nulla sulla MDT-48 e lo manda a comprare giornale e colazione. Quando Eddie torna lo trova sul divano con un buco in fronte e intravede l’assassino che scappa: cercava qualcosa, documenti, o… le pillole. Eddie avverte subito la polizia e Melissa. Ma trova le MDT-48 nascoste nel controsoffitto assieme a soldi e un taccuino.
Di qui innanzi un succedersi di circostanze che portano Eddie a testare i propri nuovi “poteri”: impara lingue, diventa un discreto musicista, legge libri con velocità sovrumana. La vita mondana è enormemente accresciuta, Eddie è brillante, divertente e le donne lo trovano irresistibile. Studia economia e finanza e si interessa alla borsa. Fattosi “prestare” molti soldi da un malavitoso russo (Gennady) per giocare in borsa, in breve diviene un astro dei mercati newyorkesi. Viene contattato perciò dal magnate Van Loon e della sua banca privata di investimenti. In poche settimane diviene il numero uno ma il prezzo è molto alto, gli effetti collaterali del MDT-48 sono terribili: frequenti mal di testa, black-out totali e attacchi di panico ne minano la salute fisica e mentale. Dopo uno di questi si ritrova nel mezzo del ponte di Brooklyn senza ricordare alcunché ma serbando memoria di poche immagini frammentate: come in un film si rivede con una donna nel bagno di un night, che si scoprirà in coma per aver ricevuto un colpo alla testa. Si susseguono black-out, vertigini e strane nausee, vuoti di memoria e momenti in cui la realtà si muove a scatti con salti temporali anche di ore dopo le quali non ricorda nulla.
Melissa lo contatta e gli racconta dell’MDT-48, di come Vernon, anni prima, lo testava su amici e conoscenti, sicuro che non avesse effetti collaterali. Anche lei lo ha adoperato e gli riferisce di come abbia reso coloro che ne avevano abusato dei vegetali, dementi, malati cronici o di come li abbia uccisi. L’MDT-48 è letale. Eddie è terrorizzato: viaggia a una media di 2 al giorno.
Tornato a casa ricorda improvvisamente di aver preso, la sera dell’omicidio di Vernon, anche il suo taccuino: lo sfoglia e vi trova i nomi dei suoi clienti. Ricerca sul web e scopre tutte persone che negli ultimi anni hanno avuto un qualche folgorante successo professionale. Ma alcuni sono morti, tutti gli altri in ospedale con gli stessi sintomi che accusa lui stesso, spasmi muscolari e feroci mal di testa. Capisce che quella gente sta morendo per astinenza da MDT-48.
Tra una serie impressionante di accadimenti misteriosi e indagini – lo stesso Eddie viene accusato di un duplice omicidio – il lettore scopre il protagonista essere stato una cavia designata, fin dall’inizio. Il finale è allucinato e desolante, con annesso colpo di scena che qui ovviamente si preferisce tacere.
Come tutti i buoni romanzi del genere il meglio di sé lo dà dalla metà in poi.
La narrazione in prima persona non fornisce punti di riferimento sicuri al lettore, contribuendo in tal modo ad un buon effetto di suspance, acuito dai black-out che tendono a produrre un costante effetto di spiazzamento nella valutazione della vicenda.
Non propriamente un tipico “crime novel”. Benché in qualche modo vi si atteggi con le sue figure torbide e morti violente: la criminalità è solamente funzionale, così come quelle minime di investigatori e avvocati, alla narrazione. L’idea di fondo è assieme classica e innovativa: duplice personalità e droghe sintetiche. Difatti è l’MDT-48 il fulcro tematico, e la forza del libro sta tutta nella quaestio che agita anche il Jekill e Hyde di Stevenson: ma l’esplorazione delle profondità della natura umana in The Dark Fields non indaga l’intima scissione fra bene e male, quanto piuttosto fra volontà e chimica: dove si situa il libero arbitrio? Qual è il confine fra responsabilità personale (di azioni quali l’omicidio) e la chimica cerebrale, naturale o alterata?
Posted: 10 marzo 2009
Edizioni La Comune, 2003– euro 10,00 – pp. 321.
Le macerie pesanti del muro di Berlino hanno travolto e segnato un’epoca storica cambiando i confini geopolitici del mondo attuale. Fortunatamente, l’evento ha prodotto non soltanto la nascita dei più vili revisionismi storici, ma anche nuove realtà e movimenti contro le ingiustizie sociali e le discriminazioni prodotte dall’imperialismo. Sebbene una gran parte degli intellettuali cosiddetti di sinistra abbia infatti cambiato casacca e decretato la fine del socialismo, alcuni hanno conservato la lucidità e saputo affrontare le sfide difficilissime imposte dai tempi attuali, prime fra tutte la rifondazione di una scienza del governo capace di proporre una alternativa concreta alle sofferenze dei popoli.
Al dissolvimento dell’Unione Sovietica non è conseguito quello della fame, della miseria, della malattia: il neoliberismo imperante, invocato quale panacea di tutti i mali, si dimostra ogni giorno essere la causa dei suddetti. I movimenti no global di giovani appartenenti a varie classi sociali hanno ridisegnato il panorama politico rendendo ferocemente attuale il libro di Lenin sull’imperialismo, le sue problematiche, ed hanno evidenziato quanto sottolineato dall’autore del presente libro, ovvero che oggi il mondo si divide principalmente fra globalizzatori e globalizzati. Per tali nuove istanze non serve cercare soluzioni new age, o cedere al pessimismo, ma basta ritornare a confrontarsi con un socialismo sicuro di sé e rivolto a quella tradizione che meglio ha saputo contribuire a migliorare la qualità della vita di ognuno di noi.
Da siffatto preambolo Michele Capuano, giornalista, militante ed intellettuale fra i più validi della tradizione politica italiana – nonché fondatore di Democrazia Popolare – traccia le direttive per una disamina puntuale ed illuminata della situazione politica internazionale, del valore di sentirsi ancora comunisti, e di individuare in questo suo libro le linee guida di un impegno sociale decisivo e realizzabile: “Una delle peculiarità essenziali di queste note scritte a più voci consiste nel nesso tra produzione teorico-politica (cultura indubbiamente propagandistica di una qualità della vita nuova) e invito al realizzarsi di una prassi consapevole per rendere non occasionale e neppure utopistica la lotta per un socialismo “originale”.
‘Oltre il popolo di Seattle’, a cura di Ines Venturi - militante di lungo corso - ha quindi come obiettivo non soltanto analizzare il presente e le proprie contraddizioni, ma cercare di indicare una via concreta per uscire dall’empasse in cui il mondo socialista è caduto negli ultimi anni. Il titolo stabilisce un punto fondamentale: movimenti, associazioni, proteste varie restano sterili esercizi di retorica se non si incontrano e si fondano in un progetto storico concreto, in grado di stabilire un percorso, analizzare la realtà, decidere per il futuro.
La migliore tradizione del socialismo – che va da Gramsci a Luxemburg, dal Lenin materialista dialettico fino alle nuovissime esperienza latinoamericane – sta lì a dimostrare l’essenzialità di un progetto disciplinato per ogni cambiamento. Programma, sia chiaro, lontano da ogni coercizione o dittatura, ma ‘contenitore’ capace di non far disperdere le energie ed ottimizzarle. Capuano affronta svariati temi: dall’antifascismo dimenticato fino alla mafia parlamentare, dallo sfruttamento imperialista alle guerre “umanitarie”, senza dimenticare le peculiari tristezze della realtà nazionale e la profonda crisi della autoproclamatasi Sinistra italiana. Ciò che emerge subito dalla lettura del saggio è una prosa appassionata e coinvolgente, veloce e leggera: a differenza di molti libri sull’argomento, che spesso sacrificano lo stile ai contenuti e rendono il lavoro pedante e macchinoso, Capuano ha saputo trasmettere l’intensità della propria attività politica alla sua scrittura: un fiume in piena travolge il lettore, catturato dalle immagini e dagli esempi perfettamente in equilibrio grazie ad una attenzione per lo stile sempre costante. Il lavoro di Capuano, ovvero questa bellissima invocazione all’uso dell’intelligenza, alla perseveranza, alla capacità di indignarsi non cede mai alla rassegnazione o al vittimismo, ma si distingue invero per la vitalità, l’ottimismo fondato sulla gente perbene, l’energia che contraddistingue quanti lottano per un mondo più giusto.
Implacabili alcune analisi della borghesia quando si veste della consueta ipocrisia: ”La borghesia non può gridare al disastro dinnanzi ai bisogni non corrisposti di un bambino o di una bambina coreana giacché il suo sistema sociale è responsabile quotidianamente di milioni di morti per inezie affrontabilissime, sfruttamento minorile, bambini soldato o i cui organi sono venduti al mercato dei ricchi ecc […]”, ed ancora: “Il centrosinistra, collaborando alla cultura di destra, ha persuaso i suoi stessi militanti, quanto talune organizzazioni alla sua sinistra, che la gestione del Potere è una esclusiva di determinati specialisti e per conquistarlo propone, al massimo, un’unità tra gli stessi con l’apporto decisivo di tecnici senza bandiera”.
Come possiamo leggere, Capuano è critico anche e soprattutto con i compagni di viaggio, perché se i disvalori dei partiti conservatori e guerrafondai sono sotto gli occhi di tutti, è proprio dal lassismo e dall’opportunismo delle persone di sinistra che i rivali trovano la definitiva sicurezza e la vittoria politica.
Dai primi anni di militanza fino ad oggi in qualità di Presidente del movimento Democrazia Popolare, Capuano insiste sulla necessità di pensare una politica partecipativa ed orizzontale, presente nella società ed attiva in essa. L’agognato socialismo del XXI secolo - come dimostra oggi quanto accade in Paesi quali Venezuela o Bolivia – non può far altro se non rifondarsi sulla partecipazione degli ultimi e di chi soffre gli strascichi dell’Imperialismo.
Per tale motivo la seconda parte de libro dà voce ad insegnanti, scrittori, poeti ed a tutti coloro che vogliono costruire una alternativa alla cultura della merce e del profitto: ogni esperienza capace di trasformarsi in una istanza critica può servire a rompere la cortina di ferro oggi calata sulla politica italiana ed internazionale, perché solamente la partecipazione democratica sarà l’elemento determinante per risolvere definitivamente le terribili ingiustizie che affliggono il nostro mondo. Il libro, come dichiara l’autore insieme alla Venturi, “ è una sorta di cassetta degli attrezzi, di per sé insufficiente, che può essere utile per non soffocare il bisogno di rivoluzione che ci appartiene non solo in quanto comunisti ma per salvaguardare la stessa idea di civiltà e un processo potenzialmente inarrestabile di umanizzazione della nostra specie”.
Posted: 10 marzo 2009
regia di Dennis Gansel – Germania 2007 – durata 101’
Son passati oltre vent’anni dalla stesura del romanzo di Morton Ruhe Die Welle – L’Onda, ed è ancora un classico della letteratura per ragazzi, reso obbligatorio in molte scuole tedesche. Opera ispirata a un fatto reale. L’esperimento originale è stato condotto nel 1967 da Ron Jones, insegnante di storia al Cubberley High School di Palo Alto, in California. 1967.
Da qui nasce il film L’Onda.
Il regista Dennis Gansel ha ricreato l’esperienza del prof Jones che per spiegare la genesi di una dittatura mette in atto un ‘singolare’ esperimento. Una classe di una trentina di studenti viene indotta a forme di cameratismo attraverso l’uso della disciplina, dell’uniforme, e di un gesto di riconoscimento (l’onda per l’appunto). L’esperimento finisce per sfuggirgli tragicamente di mano quando il ‘movimento’ creato acquista vita propria.
Il film è stato realizzato con il contributo della Medienboard Berlin-Brandenburg (Commissione per i Media Berlino-Brandebburgo), della FFA (Filmförderungsantalt - Commissione Federale Tedesca per il Cinema) e del DFFF (Deutscher Filmförderfonds Cinema - Fondo Federale Tedesco per il Cinema). Fortemente voluto dal governo tedesco, ci invita a pensare quanto ancora la Germania si interroghi sul suo passato, quanto le colpe storiche non siano ancora state riscattate. Ma non è solo questo, occorrerebbe riflettere sul fascino del totalitarismo e del bisogno primordiale dell’uomo (medio) di sottoporsi al comando di un capo. E ancor più semplicemente sul bisogno di attenzione ai problemi quotidiani della vita, in ogni Stato, in ogni regione.
“L’esperimento ha funzionato perché molti di quei ragazzi - molti di noi, anche - erano smarriti, non avevano una famiglia, non avevano una comunità, non avevano un senso di appartenenza. E a un certo punto è arrivato un insegnante a dirgli: “Io posso darvi tutto questo.” Parola di Ron Jones.
L’Onda
(regia di Dennis Gansel – Germania 2007 – durata 101’)
Sonia Scorziello
Nel 1967 il prof di storia Ron Jones, insegnante al Cubberley High School di Palo Alto, in California, ebbe un’intuizione geniale per stimolare i ragazzi del suo corso: mise in pratica i principi ideologici di una dittatura. Doveva essere solo un esperimento per far comprendere quanto fosse o meno attuabile ancora un fenomeno di autocrazia dal colore nazifascista, peccato che il fenomeno sfuggì al principio creativo pedagogico. A distanza di trent’anni, oggi, ancora ci si interroga: è possibile ricreare una dittatura, nonostante il vissuto storico e la nostra evoluzione sociale? L’opera del regista Dennis Gansel, ricalca il fatto realmente accaduto e si sposta in Germania. Poco fuori Berlino, in una scuola qualsiasi, frequentata da ragazzi comuni, evitando di puntare il dito in una zona identificabile e su di una fascia collettiva ben precisa, si sfogliano le pagine del racconto di William Ron Jones.
Scrupoloso come un esperimento scientifico, l’Onda, interpreta meglio di un qualunque studio psicologico sociale, il comportamento di individui in situazioni di gruppo, con risultati a dir poco inquietanti. Ed ecco sul grande schermo sfilare i fantasmi, non digeriti, della Germania nazista, con tanto di nuova Sophie Scholl – studentessa tedesca antinazifascista – e tacito consenso di chi osserva senza condannare il pericoloso gruppo.
Certo non è solo il popolo tedesco a dover interrogarsi sul passato e dare un senso al futuro, l’Onda va ben oltre. Travolge chiunque si fermi a pensare sulla carrellata dei problemi contemporanei, denunciati chiaramente dai ragazzi pronti a farsi adepti del nuovo movimento. Senso di disorientamento comune ai giovani, nessun ideale oggi avvicina. Ieri il ’68 liberava unendo generazioni intere, e poi il nulla.
“Di questi tempi c’è rimasta qualcosa contro cui ribellarci? Quello che manca alla nostra generazione è qualcosa che crei coesione, un obiettivo comune… ma, sai chi è il personaggio più cliccato sul Web? Paris Hilton”. Le battute tra gli adolescenti incalzano idee rivoluzionarie, pronte, poi, ad essere accese da fuochi ben più illusori.
E come se non bastasse, ancora, si denuncia come possibili cause di un neonato regime la crisi economica, l’ingiustizia sociale, la manipolazione dei mezzi di informazione, ma soprattutto la delusione della politica democratica.
Risultato intellettualmente corretto per il film: L’Onda pronta a cavalcare i momenti di crisi, indottrina le masse, offrendo rassicurazioni e punti fermi. Le costanti storiche sono ineludibili: quello che è successo settanta anni fa potrebbe benissimo ripetersi oggi.
Lungimirante frutto del produttore tedesco Christian Becker e del regista tedesco Dennis Gansel (Premio del Cinema Tedesco e Hamptons International Audience Award per NaPolA), il film vanta la collaborazione di Ron Jones, ispiratore del fatto accaduto. Ed è lui ancora pronto a puntare il dito sull’importanza della memoria storica “Mi sono imbattuto in un lato primordiale della psiche umana che potrebbe essere utile conoscere. – dichiara il prof – In questo senso, sono grato che qualcuno abbia potuto farci un film e che la gente possa parlarne e rifletterci. Io credo che la cultura tedesca sia straordinaria. Voi siete gli unici a preoccuparvi veramente della violenza. La studiate perché non volete che si ripeta. Mentre nella mia cultura sono successe cose come Hiroshima e Nagasaki, ma ci siamo subito sbarazzati del senso di colpa, non ci pensiamo più. Non studiamo il razzismo, non studiamo la violenza. Voi siete diversi. Non conosco nessun’altro che se ne preoccupi tanto. E ancora una volta, con questo film, cercate di capire perché rinunciamo alla nostra libertà per l’idea di essere migliori di tutti gli altri. È una lezione su cui dovremmo tutti riflettere”.
Ottimo film, uscito in sordina, selezionato alla XXVI edizione del TorinoFilmFestival, è destinato a far discutere, così, com’era prevedibile, già successo in Germania. Il Der Spiegel lo ha definito uno dei più importanti degli ultimi anni per la sua lucida descrizione del potere fascinatore del totalitarismo; Die Welt ha obiettato che i meccanismi che hanno portato all’insorgenza del nazismo si incepperebbero nella realtà d’oggi.
Attendiamo la provvidenziale Onda anche in Italia, con lo sguardo al futuro, leggiamo attraverso le belle immagini del film il nostro presente rinfrescando il passato e ognuno giudichi da sé.