Archivio Maggio 2008
direttore responsabile: Dr Chiara Lucarelli,
Trinity College Rome Campus
Registrato al Tribunale Civile di Latina sezione stampa: n. 867 dal 14/12/2006 ®
Posted: 02 Giugno 2008
regia di Matteo Garrone - Italia 2008 - durata 135'
Scampia e la mentalità, la vita dei suoi
abitanti arrivano a Cannes, sul grande schermo, e subito è
clamore. Tratto dal celebre libro di Roberto Saviano, diretto da
Matteo Garrone, Gomorra è centrato sul racconto di una
umanità sprofondata nelle regole di un sistema, una
umanità resa impotente. Acclamato dal pubblico e dalla
critica internazionale, al primo posto nella classifica del
boxoffice, la pellicola è costruita con un linguaggio
agghiacciante ma universale, sottolineato anche dal ministro dei
Beni culturali Sandro Bondi: "Un bellissimo film, un pugno nello
stomaco di valore civile, a cui auguro ogni successo".
Innegabile il grande pregio di Gomorra: parlare, comunicare un
problema culturale, da sempre conosciuto da tutti, attraverso il
cinema. Nulla di nuovo, dunque, nelle scene che si susseguono con
ritmo incalzante, tanto da togliere il respiro allo spettatore, se
non il taglio inedito, non romanzato, che il regista dà
all'opera. Il film non è una denuncia di fatti e problemi
oscuri, bensì un accendere i riflettori sulla tradizione
tramandata da padre in figlio, su come sia normale affidarsi
"all'altra istituzione" e prenderne un sussidio famigliare in
cambio del silenzio e della collaborazione. Così, diventa
normale tacere sul traffico di droga, sui rifiuti tossici
sotterrati nelle terre del napoletano, sulla continua guerra tra
clan. Sangue e soldi, Gomorra è camorra, nessuna storia
d'amore, nessun sentimentalismo a condire il racconto del film
così drammaticamente vero.
Le emozioni passano attraverso gli occhi e il dialetto napoletano
dei protagonisti nelle storie che si intrecciano. Il punto di vista
è sempre quello dei ragazzi di Scampia. Così come
nella realtà quotidiana tutto ha un prezzo, tutto si brucia,
tutto è morte, anche le scene che la riflettono, risultano
spietate ma autentiche, le inquadrature taglienti e strazianti.
Girato in location spesso autentiche - come i casermoni di Scampia
-, arricchito da una fotografia fosca, a volte surreale, il film ha
pochi attori professionisti, tanti ragazzi e comparse prese
direttamente in loco.
Toni Servillo è Franco, imprenditore per il riciclo dei
rifiuti tossici, Maria Nazionale, cantante molto nota a Napoli,
è Carmela, uccisa perché mamma di uno scissionista,
Gianfelice Imparato è il delegato nel pagare il mensile ai
parenti dei carcerati, Salvatore Cantalupo è il sarto
Pasquale.
Il resto è la vita che entra nel film: gli abitanti delle
Vele, fortezza impenetrabile alle polizie, che interpretano se
stessi. Le canzoni stucchevoli dei neomelodici si alternano agli
spari dei sicari, che ammazzano sempre a tradimento. Niente sole,
né futuro: il mare non bagna Gomorra. Alla fine, anche allo
spettatore più scettico e incredulo resta l'impressione di
un Sistema così totalizzante da apparire
invulnerabile.
Come ha ammesso, in un'intervista, il regista: "La mia è
un'opera apocalittica, senza speranza. Molto difficile è
stato scegliere i volti del film. Leggendo il libro ho individuato
subito immagini forti, caratteri fieri, e questo mi fa credere che
il mio sarà solo il primo film tratto dal libro Gomorra, non
certo l'unico. Ce ne saranno altri perché il libro di
Saviano rappresenta un eccellente contenitore di storie. E in
virtù della forza di alcune descrizioni cercavo sguardi e
profili che potessero restituire a pieno quelle sensazioni. Per cui
ho dovuto correggere strada facendo il mio immaginario di partenza:
rispetto alla camorra di una volta - dice il regista - le facce
sono completamente cambiate. Oggi direi che è tutto molto
più fashion. I criminali vestono Dolce e Gabbana, fanno
manicure, si abbronzano ai solarium. Sono chic e leccati come
famosi calciatori. Quando ho capito che killer e pusher sono
più simili a Totti e Cannavaro che a persone qualunque che
puoi incontrare per strada sono rimasto scioccato, poiché
avevo in testa facce alla Scorsese e invece ho dovuto constatare un
forte cambiamento antropologico. Nel copione ho tenuto a bada
queste informazioni sviluppando un intreccio fra sei storie madri,
che ritengo siano quelle portanti: dal riciclo delle scorie
tossiche alla contraffazione degli abiti, dalla faida di
Secondigliano al dominio edilizio dei Casalesi, al traffico di
merci nel porto di Napoli".
Così nel solco tracciato sempre più profondo tra
scissionisti e casalesi anche la mafia cambia volto. Si uccidono
donne, si sfruttano bambini, e le nuove reclute delle periferie
napoletane si aggirano nel degrado dei falanstieri popolari con
auto trendy e abiti griffati. Non più la "mitizzata" vita
del mafioso "alla Scarface", ma solo carne da macello. Si uccide e
si muore senza nemmeno capire cosa stia succedendo.
L'importante, dunque, è mostrarlo, parlarne. Far vedere che
il futuro è il vero lusso, ma riservato solo a pochi.
Posted: 02 Giugno 2008
Fandango, 2007 - euro 10 - pp. 104
L'esperimento di Baricco e Voltolini, la
pubblicazione di autori esordienti in "Quindicilibri", ad un anno
dall'esordio non pare aver ottenuto il successo di pubblico e
critica sperato, almeno nel caso del libro in esame.
Sin dalle dichiarazioni del decalogo d'apertura l'esperimento
è subito parso quantomeno sui generis: "1) la collana
pubblica solo primi e, occasionalmente, secondi libri […] 8)
il prezzo di copertina non dovrà superare quello di due
biglietti per il cinema (prima visione)", ma soprattutto i due
"comandamenti" conclusivi per cui al numero 9 leggiamo che "i testi
si pubblicano così come sono. Quando è proprio
necessario si permette un editing leggerissimo che non prevede
interventi strutturali né profonde modificazioni". E si
conclude in bellezza col perentorio, e quasi aforistico, decimo
precetto: "La collana pubblicherà 15 libri, poi
chiuderà". Insomma, lasciando da parte ogni possibile
querelle sul prezzo dei biglietti di una prima visione…
resta da considerare se lo spettacolo in questione si debba
intendere serale o pomeridiano, comprensivo di bonus
infrasettimanale o gravato da sovraccosti weekenderecci? E il
prezzo delle sapide mangerie da sala cinematografica? Andrà
considerato nell'offerta? Per non parlare della ferma, inamovibile
e un po' intimidatoria notizia della prossima cessazione
d'attività.
Ciò detto e, si tiene a rimarcarlo con decisione, senza
polemica di sorta, Les adieux è un libro non facile. In
qualche misura sperimentale; epigrammatico, anche faticoso. Ostica
l'individuazione di un filo narrativo che dia ragione, a lettura
ultimata, di una parvenza di intreccio. Siamo piuttosto di fronte
ad una frammentazione di un "tema": la quotidiana vicenda familiare
di una bambina, voce narrante del libro, nel Friuli di fine anni
'80, in un assemblaggio d'immagini, ricordi e figure che dal
privato - le morti in famiglia - rimbalza continuamente sullo
specchio della vita collettiva di quegli anni.
In scena ballano i frammenti di impressioni e gli svelti pensieri
sparsi della piccola protagonista. E frammentata è l'intera
struttura, dal formato alle spaziature, sino ai titoli in indice:
"di quando eravamo in tutti, di quando eravamo in tutti + 1, di
quando eravamo in (tutti + 1) - 2". Ad ogni pagina compaiono
paragrafi con intestazioni che spesso non hanno rispondenza
immediata col contenuto che segue. Nella sezione dell'incipit "in
fluenza", due parole, si legge: "quando ho la febbre mi si gonfia
la vena, è la vena che porta i tedeschi nella testa. Gli
americani erano dei soldatini che davano da mangiare. I tedeschi
erano dei soldati molto biondi che quando giocavano a carte
dicevano i nomi delle carte malissimo e se ne fregavano delle vi,
mettevano effe e vincevano. Un giorno che non sogno Darth Vader con
le spade in dentifricio, sogno i tedeschi che saltano fuori dalla
mia vena e si siedono intorno all'osso della testa: un berrettino
troppo stretto, da neonato. Una mia zia vecchia, che però
qua adesso è giovane, cerca di fargli una torta per zittirli
buoni e loro all'inizio sono contenti, si siedono intorno alla
panna e aspettano le forchettone".
Una narrazione vera e propria non si dà. È piuttosto
una sorta di romanzo sperimentale dai toni quotidiani, la cui
direttiva principale è data dall'angolazione particolare
della voce narrante: la bimba che osserva l'incomprensibile mondo
adulto, la cui distanza da quello infantile vorrebbe produrre
l'effetto umoristico dei romanzi di Roddy Doyle misto ad una sorta
di malinconico distacco, senza peraltro riuscirvi. A questo
elemento si aggiunge una sorta di vacua sperimentazione linguistica
per la quale l'autrice fa un uso sistematico del flusso di
coscienza che, assieme alla frammentazione strutturale (la pagina
è composta dei mini paragrafi titolati cui s'accennava) e
sintattica produce una infinita serie di brevissime impressioni. In
"telefoni bianchi" si legge: "Regna una confusione senza paraventi,
tra cose che accadono e non. Tipo, non so se mia mamma, è
andata allo zecchino d'oro. Le storie di famiglia, è meglio
confonderle: gli stati africani, il gazebo di un colono bianco,
contesse giulie, il mare d'Istria, annegamenti. Se non li so bene,
li posso ingigantire come voglio coi compagni, parlare di calchi di
trisnonni e morti grandi".
All'interno di queste mini impressioni l'uso della punteggiatura,
come s'è visto, pare totalmente arbitrario, quando non
casuale; la sintassi è inoltre fortemente compromessa da
inclusioni di avversative in sedi non consone e dall'utilizzo di
proposizioni fuori posizione.
Tali "moduli" concorrono evidentemente a replicare l'andamento
farraginoso del pensiero alogico e associativo di una bambina di
4-5 anni, il quale nella pratica testuale spezza il normale filo
logico-sintattico della frase e della pagina su cui in effetti si
arranca pesantemente. L'esito non è felice: il libro
raramente strappa un sorriso, piuttosto si fatica a districare
l'immensa matassa di sottintesi, di insipidi tranelli logici, di
collage verbali.
Raggiungono un certo risultato d'effetto, chiusi nelle solite
linee formali fuor di concordanza, alcuni rapidissimi lampi
narrativi, saturi di significazioni analogiche. Così in
"vita fossile": "Le gite al chiuso museale, è tutta ombra. I
longobardi si abbronzavano un po' meno dei romani di Aquileia e il
museo, salva le cose in marmo perché i possidenti, dice il
papà che se li mangiano gli alberi. Gli oggetti chiudono la
storia di fatica di chi ha usati e passati a eredi bravi o
così così. È necessario al buonumore, quando
entri nelle vite dei poeti morti, catturare con le antenne-trecce
tutta l'energia sospesa dentro i calamai i manici la farmacia
chimica, sentire in un attimo un'altra vertigine che non sta
nell'altezza ma nella capacità delle cose di sospendere la
vita sul tempo".
Il romanzo non è stato un felice prodotto commerciale e,
anche dal versante puramente letterario, l'esperimento proposto
pare quantomeno discutibile. Con buona pace della Scuola Holden
che, a onor del vero, ha lanciato giovani scrittori di buon livello
come Paolo Giordano esordiente con il bel romanzo La solitudine dei
numeri primi per Mondadori.
Posted: 02 giugno 2008
Mesogea 2006 - Euro 9,50 - pp. 152
Raccolta di immagine bizzose e stralunate,
teatro di parole ed ombre clownesche, musica in forma di racconto:
tutto questo appare durante la lettura di Storie del bosco boemo e
altri racconti, piccolo capolavoro di Angelo Maria Ripellino,
slavista, scrittore, giornalista ma soprattutto osservatore.
Nasce da questo dono divino la sua capacità di raccontare
l'immaginario, di riscrivere la letteratura attraverso le immagini
ubriache di pupazzi multicolori, manichini, lucenti e abominevoli
caricature simpatiche. Lo sguardo stralunato crea paesaggi dai
colori screziati, e protagonisti ferocemente vivi. Sette racconti
portano i tratti somatici del loro autore, ovvero la destrezza nel
saper raccogliere gli impulsi primitivi della vita e trasmutarli in
storia fra le storie.
Il bosco boemo è lo scenario reale su cui si stagliano le
figure pirotecniche, piroettanti, a cui Ripellino offre in dono
l'assoluta autenticità. Ogni evento è assurdamente
vero, anche quando il lettore viaggia attraverso il paese dei
manichini o incontra il mostro a due teste Dariopea, perché
ciò che il nostro scrittore vuole rivelare non è la
finzione oltre la realtà, ma la realtà della
finzione.
Come osserva Pane nella postfazione, la scrittura di Ripellino
è ‘onnicomprensiva. Un abbraccio che vuole assorbire
il mondo: una festa del possibile, che reclama una moltitudine di
favelle, uno sciame di apporti'.
In questo rimando infinito, innumerevoli citazioni riempiono le
pagine benedette: da Rossini al teatro ceco, da Edward Lear alle
favole della terra sicula, le storie prendono forma mentre il
rivolo di parole, treno dell'assurdo, trovano pace in uno stile
pulito, semplice, perfettamente ritmico.
L'intento di Ripellino era coniugare saggio, poesia e racconto in
un unico genere, una sinfonia capace di raccogliere la sfida delle
cose, quando esse stanno lì mute a fissare lo scrittore per
chiedergli di portarle alla vita.
Questo compito è assolto con perturbante linearità:
la penna sembra indiavolata mentre traccia i profili dei fogli,
quasi paesaggi dell'anima. Da essa infatti comincia il viaggio
perché solo nel profondo di sé è possibile
raccogliere l'eredità di quell'interrogazione degli oggetti
di cui sopra narravo, e lì si ritorna dopo la lettura, per
provare un diffuso senso di meraviglia, di nostalgia per un mondo
abbandonato.
La malinconia affiora nei racconti meglio riusciti, quasi a
rivelare il destino del popolo cecoslovacco durante la famosa
Primavera di Praga. Ripellino non smise di protestare durante la
tragica invasione, ‘si era battuto: "una volta nella vita uno
scrittore deve farlo"'. Le vicende della Boemia sconfitta e delusa
si incarnano nella descrizione di vecchi amici incontrati sul
treno, tra l'immaginario e il vissuto, simili a magri fantasmi e
muti, silenti davanti ad ogni domanda.
Il tempo che non c'è più sfiora anche Il sogno di
frate Anselmo e Uomini che invocano la pioggia, seppur in maniera
diversa: nel primo si narra la fuga dal monastero del rubicondo
prelato, da un paradiso lucente e profumato al mondo di Dolore,
come scritto appeso sui rami degli alberi tristi, ed il suo
sconsolato ritorno ad una casa mostruosamente diroccata; nel
secondo Ripellino ritorna come il frate nella dimora natia, la
terra di Sicilia, e descrive la siccità e l'ansia della
gente, la superstizione ed il sacro: in entrambe ciò che
vive non è un ipotetico contenuto, ma la scrittura, una
scrittura che redime.
Scrivere è fine a sé, perché viaggiando fra i
fogli si raggiunge la sospensione del tempo umano e la mente
incontra sì pupazzi ottusi, galli d'oro, uomini beoni e
paffuti, signorine procaci dalle labbra vermiglie, ma soprattutto
abbraccia la forma purificante dello stile, quindi si appropria
dell'essenza delle cose. Ripellino usa la penna come un pennello, e
dipinge una realtà immaginaria soltanto per chi non sa
guardare il volto nascosto dietro al velo. Racconti di vita quindi,
ma di una vita diversa da quella osservata quotidianamente.
A tal proposito esemplare è l'incipit, Parapiglia, dove si
cimenta nella descrizione dei piccoli Daria e Pea, nipoti
incredibilmente vivaci. Sono loro il mostro Dariopea, e proprio
come in un racconto mitologico il siciliano offre al lettore le
gesta di questi due monellacci. Lo sfondo è la messa in
scena di uno spettacolo teatrale per bambini, in cui i discoli la
fanno da padroni. Tenero e quasi commovente, vivido e frastornato
il diario di quei giorni racconta non solo le monellerie, ma anche
il mondo, o i mondi, di quei piccini: Ripellino sembra l'unico a
viverlo con gli stessi occhi, fanciullo tra fanciulli, e traccia il
naufragio della messa in scena con goliardico divertimento. D'altra
parte, come egli stesso dice, ogni Pagina è sempre la Piazza
del Mondo".
L'uso del maiuscolo non è a mio avviso casuale, non
può esserlo: in questo perfetto connubio di prosa e poesia,
il foglio è il mondo, metafisica verità onnisciente,
e nelle sue righe viene scritta la vita, Piazza del Mondo dove
tutto accade.
Fra i vari personaggi, un omino di nome Barracuda gioca su cavalli
a dondolo, assapora sospiri di monache ed altre leccornie che
rovinano i denti, indossa una toga da antico romano per il ballo in
maschera. "ma appena il tempo si guasta e cominciano orrende
burrasche autunnali, l'omino diventa sempre più esile
sull'orla della mia Pagina, si gonfia, rimpicciolisce, scompare nel
mare schiumoso e ansimante". Come si legge, di nuovo, la parola
‘pagina' è orizzonte estremo in cui la vita prende
vita, le cose si rivelano, l'animo vola leggero tra le righe.
Ripellino conduce il lettore su di un treno le cui fermate possono
ricordare il nome di altre sue opere: Il trucco e l'anima e
Letteratura come itinerario nel meraviglioso. Fra queste parole si
staglia la volontà di una prosa magnifica e semplice allo
stesso tempo, dove la vita rozza, come diamante non ancora
lavorato, incontra finalmente il suo demiurgo, ed emerge viva e
sublimata. Ingegnosa alchimia, pietra filosofale, la penna dello
scrittore siciliano resuscita le parole dal mortorio uso e abuso
quotidiano, le incide nella pagina con il fuoco della
genialità, e ruba gli anni al lettore che si ritrova
bambino, felice, per un attimo finalmente in pace.
Posted: 26 Maggio 2008
regia di Anders Nilsson - Svezia, Germania 2006 - durata 133'
Resta fisso nella mente la violenza e il
coraggio delle immagini di Racconti da Stoccolma. Film implacabile,
forte, denuncia a cuore aperto contro i soprusi, le umiliazioni e
la ferocia dell'uomo contro l'uomo. Già, perché il
regista svedese Anders Nilsson, nei primi due episodi, racconta la
violenza che serpeggia e si rivela, ancora più crudele,
nella famiglia: genitori contro figli; marito contro moglie. Il
terzo episodio è invece tutto al maschile.
Si parte dal titolo originale per comprendere il film,
perché questo è un film che deve essere capito, e lo
spettatore non può chiudere gli occhi, neanche durante il
passaggio delle scene più difficili. När mörkret
faller (Dopo il tramonto) "Secondo un antico detto celtico,
racconta Nilsson, al principio della stagione fredda, nel periodo
di Halloween, quando arriva l'oscurità si aprono le porte
dell'inferno ed escono fuori i demoni pronti a portare via i
bambini dalle case. L'unico modo per tenerli lontani è
accendere molte candele. Purtroppo, però, ci sono dei demoni
che non possono essere allontanati, perché abitano
già dentro casa e sono le persone più vicine a noi:
nostro padre, nostra madre, i nostri fratelli".
Così spesso è notte quando, Leyla, (Oldoz Javidi),
secondogenita di una famiglia di immigrati mediorientali, assiste
impotente alla drammatica "vita umiliata" della sorella
maggiore.
E' notte quando Carina (Lia Boysen), brillante giornalista
televisiva viene regolarmente umiliata e picchiata dal
marito.
E' notte, infine, quando Aram (Reuben Sallmander), uomo elegante,
che gestisce un ristorante alla moda, viene aggredito con il suo
bodyguard diventando vittime di una banda di criminali
omofobi.
Tre storie vere, realmente accadute nella civile e tollerante
Stoccolma. Fatti di cronaca, dove il punto di vista è quello
delle vittime, che gridano e trovano la forza di denunciare a costo
della vita, a costo di perdere tutto, tranne la libertà di
vivere degnamente.
Nel primo episodio, Anders Nilsson e il co-sceneggiatore Joakim
Hansson iniziano proprio dal personaggio di Leyla per raccontare
una storia di paura e violenza affrontando il tema del "delitto
d'onore". "Oggi, quello che spaventa maggiormente la gente è
la minaccia proveniente dalla propria famiglia, dai genitori, dalle
persone amate, da coloro che ti dovrebbero sostenere" ha detto il
regista svedese. "Il nostro obiettivo era capire perché
ciò accade e per questo motivo abbiamo introdotto nel film
frammenti di realtà, fatti realmente accaduti. Il fenomeno
del delitto d'onore appartiene a ogni sorta di ambiente e non
è necessariamente legato a una religione o nazione precisa".
La storia di Leyla si basa su una pratica, che ha scosso la
popolazione svedese, venuta alla luce di recente attraverso i mezzi
di informazione: molte giovani ragazze - figlie di famiglie
credenti - sono state costrette a suicidarsi nel momento in cui
venivano trovate colpevoli di vivere una vita dissoluta.
Il personaggio della giornalista televisiva ricalca la storia vera
della parlamentare europea Maria Carlshamres, che ha raccolto la
sua drammatica testimonianza nel libro Den oslagbara
(L'invincibile). L'attrice, Lia Boysen, ha voluto incontrare
personalmente la Carlshamres. "Sono andata a trovarla nella sua
casa in campagna e piangendo mi ha raccontato nei dettagli alcuni
episodi specifici che ha dovuto affrontare. Maria è una
donna forte, nessuno avrebbe mai potuto immaginare cosa le
succedeva dietro le pareti domestiche. Quello che le ha dato la
forza di denunciare alla polizia il compagno e parlare apertamente
della violenza subita è stato vedere quanto la situazione
avesse influito sui figli. Nel film è sollevato il problema,
come anche il fatto che i suoi colleghi avessero provato a metterla
a tacere nel momento in cui aveva deciso di esporsi
pubblicamente".
Nel dicembre del 1994 allo Sturecompagniet, nel centro di
Stoccolma, quattro persone perdono la vita in una sparatoria. I
carnefici, che poco dopo finiscono in manette, erano tornati al
ristorante armi alla mano per vendicarsi dei buttafuori che non
avevano voluto farli entrare. Sei anni dopo, a Göteborg, la
scena si ripete. Anche l'ultima storia di Racconti da Stoccolma si
basa sugli innumerevoli casi di cronaca che vedono coinvolti
ragazzi armati decisi a vendicarsi di qualche buttafuori o
proprietario di locali. "Prima di iniziare a girare" ha raccontato
Reuben Sallmander, "ho incontrato diversi proprietari di locali e
addetti alla sicurezza. Tutti quelli con cui ho parlato hanno
ricevuto minacce, dirette a loro stessi e alle famiglie. Alcuni mi
hanno detto di non sentirsi realmente protetti dalla polizia e
dalle forze dell'ordine, soprattutto quando occorre testimoniare in
tribunale".
Il film non cerca le cause di tanta violenza, si concentra sugli
effetti, lega il dramma sociale e il lato cinematografico con un
realismo a volte scomodo lasciando lo spettatore a disagio e pieno
di rabbia. Ottima la fotografia e le inquadrature, anche se a volte
tendenzialmente teatrali nella sottolineatura delle emozioni,
particolarmente, per gli orrori di cui si diventa testimoni.
Applaudito al Festival di Berlino 2007, premiato da Amnesty
international, è un film che va visto e capito per un
tributo al coraggio di vivere.
Posted: 26 Maggio 2008
Warner, 2008 - euro 18,00 - 16 brani
Come già capitato all'interno della
rubrica di narrativa, per libri che si giudicano di reale spessore
letterario, anche in questo caso s'è preferito lasciare un
tempo abbastanza lungo per ragionare sul successo, e sui motivi che
stanno dietro e dentro l'ultima prova dei Baustelle.
Al quarto album (dopo Sussidiario Illustrato della Giovinezza del
2000 e La Moda del Lento del 2003), la band di
Montepulciano recupera le melodie del pop-rock melodico e un po'
decadente de La Malavita (2005), ove ci si trovava dinnanzi un
gruppo già ampiamente strutturato dal punto di vista
musicale e lirico: elementi che tornano pienamente a condire questo
Amen.
In effetti Amen pare proprio lo sviluppo naturale di quanto "detto
sin qui": uno stesso filo rosso unisce e lega strettamente le arie
aggressive e i vari motivi di "Colombo", "Charlie fa surf" e "Il
liberismo ha i giorni contati" con "La guerra è finita".
Simili il metro, l'armonia e anche qualche arrangiamento; piace
l'inclusione degli archi e degli di ottoni.
A volte sullo sfondo di una Milano suggestiva e metaforicamente
umbratile Francesco Bianconi, sempre più a proprio agio con
gli strumenti d'una raffinata capacità metrico-combinatoria,
racconta in controluce, storie di ieri e di oggi su un universo
sociale in perenne disfacimento. Una riflessione spesso veicolata
dalla misura del racconto.
Un'opera certamente intricata, ragionata, e leggibile a più
livelli. Come molteplici appaiono subito le suggestioni musicali
qualificanti l'intero disco: s'intuisce Battiato
nell'"Antropophagus", talune tonalità liriche di De
André in "Alfredo"; Paolo Conte in alcune arie rarefatte e
semiserie e poi ancora Tenco e Ciampi che tornano fra le righe
delle citazioni più colte e "maledette". Non mancano
allusioni melodiche meno "nobili", come ai Bluevertigo cui
"Baudelaire" pare chiaramente echeggiare.
Amen è un disco mai faticoso, sebbene non immediatamente
fruibile come invece La Malavita; un lp che accoglie ancora
citazioni intellettual-culturali piuttosto eterogenee: la qual cosa
pare farne, a tratti, un prodotto post-moderno e, accusa
genericamente mossa alla band senese, radical-chic.
Belli gli incroci vocali, regolati in alternanza o in controcanto,
e finalmente più abbondanti, fra le voci di Francesco
Bianconi e Rachele Bastreghi. Belli e a tratti complicati gli
arrangiamenti: prestigiosi con l'inserzione d'un'orchestra d'archi
e fiati; complessi nel loro mescolarsi in un pastiche di tratti del
pop nostrano, musica elettronica, percussioni tipo jungle e rapidi
passaggi che sfiorano sonorità jazz, come nella strumentale
e suggestiva "Ethiopia".
"Baudelaire" coniuga invece stilemi della disco music anni '70,
vivaci basi funky, percussioni caraibiche, con gli archi e le
tastiere e vi cuce sopra la pelle delle poetiche de "I fiori del
male" (Satana all'inferno per te/ed è più moderno di
te/avremmo divani fondi come tombe/stando a quanto dice
Baudelaire….Santa è la bellezza/ tanta è la
paura/fai come faceva Baudelaire…). Il risultato d'insieme
è d'eccezione, e spesso raggiunge raffinate vette di
significazione (É necessario credere/bisogna scrivere/verso
l'ignoto tendere/ricordati Baudelaire).
"Charlie fa surf", che è anche il primo singolo uscito
visto la sua immediata orecchiabilità ("io non voglio
crescere / andate a farvi sfottere"), recupera a mo' di citazione
la celebre foto di Maurizio Cattelan con lo scolaro dalle mani
inchiodate con delle matite sul banco, e assieme riprende il titolo
"Charlie Don't Surf" dei Clash.
"Antropophagus", legge con amarezza e ironia le vicende quotidiane
di solitudine e miseria degli extracomunitari e dei più
nostrani homeless nelle comunità di vinti della stazione
centrale di Milano.
"Alfredo" è il commovente ricordo di Alfredino Rampi e
dell'incredibile vicenda (e orribile scomparsa) umana e,
soprattutto, mediatica che accompagnò il piccolo caduto nel
1981 in un buco melmoso nelle campagne romane.
V‘è spazio, in "L'uomo del secolo", anche per
l'elemento autobiografico: Bianconi richiama alla memoria
l'immagine del nonno, con le storie sulla guerra ("era quasi
primavera/ e le radio ci/ trasmettevano/canti di paura/da cantare
quando è sera/… era il '43"), l'evocazione di figure
lontane e di ricordi sbiaditi, in un ultimo monumento di
lucidità ("lascio un mondo che/ mi ha maltrattato/me ne vado
mi/sono stufato/vi ho voluto bene adesso vado/ sono stato un
comunista/ avevo una speranza…"); in tal senso il ritornello
a due voci risulta particolarmente evocativo.
Lenta, struggente e in qualche misura compendiosa del senso
più profondo del disco, è la chiusa "Andarsene
Così": non è impossibile/pensare un altro
mondo/durante notti di/paura e di dolore/assomigliare a/lucertole
nel sole/amare come dio/usarne le parole/sarebbe comodo/andarsene
per sempre/ andarsene da qui/andarsene così.
Nell'effetto finale che fa della suggestività il suo centro
emozionale, ha un peso determinante la presenza di Alessandro Alessandroni, anziano autore e
arrangiatore di colonne sonore anche per mostri sacri come
Morricone e Trovatoli. Suoi gli effetti in controluce della
fisarmonica, del "fischio" e del sitar.
Su tutto sta, in definitiva, l'elemento formale che investe, al
contempo, la sofisticatezza degli arrangiamenti e l'"impegno"
lirico. Non uno sterile sperimentalismo metrico-musicale, quanto
piuttosto un lirismo in assimilazione alla componente
combinatorio-melodica: il risultato è un album d'inconsueta
qualità immaginifico-evocativa.
Posted: 26 Maggio 2008
Laterza 2007 - Euro 20,00 - pp. 319
"In questo momento noi facciamo la guerra in
una maniera molto più barbara degli stessi arabi.
Attualmente è dalle loro parti che si incontra la
civiltà".
Da tali e simili riflessioni si fonda una complessa analisi della
politica contemporanea e dei suoi linguaggi da parte del filosofo
Domenico Losurdo, pensatore da anni impegnato nella battaglia
contro il revisionismo storico. La citazione di cui sopra non viene
da alcun dittatore orientale né da terroristi anti
israeliani, bensì da Alexis de Tocqueville, uno dei Padri
Fondatori dell'Occidente democratico. Il gusto per il paradosso,
per la boutade, può essere la prima scomposta reazione a
quanto appena scritto, ma una lettura seria del libro convince il
lettore della assoluta mancanza di teatralità provocatoria
nella prosa del filosofo nostrano.
La stranezza, per Losurdo, è lo stravolgimento della
storia, delle tradizioni e delle proprie origini da parte del mondo
occidentale, ed in particolare di quel paese oggi sempre più
giudice sovrano dei destini comuni, ovvero gli Stati Uniti
d'America. Come prima accennato, l'opera scandaglia i linguaggi
contemporanei per svelarne la violenza intrinseca. Fondamentalismo,
antisemitismo, filoislamismo fondano categorie in cui inserire
amici e nemici, senza alcuna attenzione per la realtà
storica delle accuse.
La parola, prosegue lo scrittore, non è mai innocente,
soprattutto quando diviene strumento per de umanizzare e cancellare
intere culture; per siffatto motivo Lessico dell'ideologia
americana - sottotitolo del testo in questione - si trasforma in un
lungo elenco di improperi, falsità, calunnie di cui il
linguaggio dell'impero fa uso per giustificare massacri e vendette,
invasioni e colpi di Stato.
Sintomatico è rintracciare in comportamenti altrui i germi
del terrorismo, oppure della mancanza di democrazia, senza
rivolgere attenzione agli ‘intellettuali' nostrani. A far
scuola non sono soltanto personaggi quali la Fallaci, ma persino lo
stesso Tocqueville sopra citato, ed insieme a lui Roosevelt o J. F.
Kennedy, così osannato in terra italica. Losurdo individua
nei punti di riferimento della democrazia "ufficiale", il lato
oscuro dei propri comportamenti politici, e ne rivela la violenza
bestiale. I personaggi su citati non hanno mai provato imbarazzo ad
appoggiare assassinii di leader democraticamente eletti se poco o
affatto allineati con la politica di Washington; privi di scrupolo,
hanno bombardato e annientato intere popolazioni per imporre un
modello democratico il cui mito si sbriciola non solo nell'analisi
delle pratiche, ma nel lessico appunto, un lessico privo di
umanità per chi è fuori dall'Occidente.
Uno degli elementi cardine di questa politica de umanizzante e
totalitaria infatti si basa sulla categoria di "Occidente": essa
è fluttuabile, e l'appartenenza o l'esclusione segnano i
destini di intere generazioni. Occidentale è di volta in
volta il Paese sostenitore della politica di dominio vigente.
Durante la Guerra Fredda l'Unione Sovietica veniva accusata di
essere una terra asiatica, mongola, e subiva la discriminazione
dovuta al suo socialismo politico; nel Terzo Reich, gli ebrei erano
anche imputati di essere i fondatori del socialismo, e di aver
sostenuto quel mostro che minacciava l'Europa e la sua cultura
superiore.
Oggi la situazione è decisamente diversa, e la Russia
è più volte descritta come un paese profondamente
occidentale, europeo, parte integrante del ‘mondo
civile'.
Questa civiltà - osserva Losurdo - è uno degli altri
attributi capaci di salvare o condannare i destini
dell'umanità. L'incredibile coincidenza, e l'ironia è
dovuta, è che i popoli inferiori sono sempre quelli sui
quali si vuole estendere il proprio potere, per privarli delle
risorse o sfruttarli fino all'esaurimento.
Prima i pellerossa, poi i neri d'Africa, quindi gli ebrei: chi
deve esser schiacciato va innanzitutto tutto trasformato in un
under man, ünter mensch, non uomo. La trasfigurazione del
nemico avviene con la sua esclusione dalla ‘razza civile',
ovvero il dominante, perché in tal modo si può
fondare una ragione sociale e condivisa agli occhi delle masse per
ottenerne il consenso formale.
Nella situazione contemporanea il popolo palestinese, ed arabo in
generale, subisce maggiormente il processo discriminante.
Poiché l'oriente è geopoliticamente appetibile,
allora i suoi abitanti divengono bestie sanguinarie, assassini
cruenti, primitivi da rieducare. L'effetto è visibile nella
vita quotidiana: gli extra comunitari, secondo la vulgata corrente,
prevalentemente orientali, vengono in Italia per delinquere; i
palestinesi sono terroristi; marocchini, somali, siriani, giordani
finanziano il terrorismo globale contro la democrazia.
Se l'elenco dei cattivi è corposo, altrettanto consistente
è la replica da Losurdo riportata ad ogni accusa. Egli non
solo dimostra l'infondatezza dei ragionamenti dominanti, ma propone
al lettore un utile esperimento, ovvero cercare nella storia degli
accusatori se sia possibile rintracciare pratiche disumane simili o
coincidenti con quelle imputate agli avversari. Il risultato
è sinceramente sconcertante: l'Occidente è il primo
criminale da mandare al banco degli imputati, per le accuse
continuamente rivolte ai popoli altrui.
Non si tratta di eccezioni, ma di una politica violenta scritta
nell'arco di duemila anni. Come dimenticare che il nazismo è
germogliato nel cuore della civiltà occidentale? Come
dimenticare le stragi compiute ai danni dei nativi americani dalla
cattolicissima Spagna, i campi di sterminio fascisti in Libia, la
morte di milioni di ebrei?
La rimozione della propria storia è una tendenza sempre
più preoccupante, perché non produce solamente la
perdita della memoria, ma autorizza possibili nuove stragi
nell'immediato futuro.
Il Ku Klux Klan è un prodotto della nostra cultura, e
sarebbe sbagliato considerarlo semplicemente una deviazione di
percorso. Hitler in persona guardava all'America con simpatia,
perché in essa vedeva attuarsi quella politica razziale da
lui agognata. La White Supremacy è parte integrante della
formazione familiare, ed è sintomatico notare chi in essa
viene incluso per comprendere le strategie di dominio
contemporanee.
Cinquant'anni fa - osserva Losurdo - l'ebreo era considerato
negroide, corrotto, dal sangue infetto. La sua parentela con
l'arabo era palese e luogo comune; distinguere le due etnie era
praticamente ininfluente. Oggi gli Stati Uniti appoggiano
incondizionatamente la politica coloniale dello Stato d'Israele, e
conseguentemente i Giudei vengono a far parte dell'Occidente, sono
‘bianchi' a tutti gli effetti, fanno parte integrante della
cultura occidentale, la quale è
greco-giudeo-cristiana.
Queste tre tradizioni, per secoli in lotta fra loro, vengono
trasfigurate in un mito fondativo, da cui è escluso
l'islamismo, in quanto ostile agli interessi attuali, ma certamente
imprescindibile se si vuole individuare il terreno da cui sorge la
nostra civiltà.
L'esclusione, in ultima osservazione, appare essere il principale
strumento della politica imperiale: politica, sociale, razziale,
essa rende il nemico "altro da noi" e giustifica l'intervento
criminale, la violenza e la repressione. Losurdo ci invita a
vigilare e a cogliere l'invito del buon senso, ovvero guardare il
nemico, l'ultimo, il diverso non come un estraneo ma come vittima,
ed a sforzarsi di comprenderne il grido d'aiuto, anche quando la
disperazione può diventare illiberale: non per buonismo,
né per finto umanitarismo, ma per ricordare che la violenza
più grande è di chi cancella la verità per
sete di potere.
Posted: 10 Maggio 2008
regia di George Clooney - USA 2007 - durata 114'
Sembrerebbe che George Clooney attore e
regista, alla terza prova, nel film In amore niente regole, sia
proprio deciso a ricercare la "verità" nel suo paese, la
"grande America democratica". Dopo Confessioni di una mente
pericolosa (2003), dove apriva uno spaccato critico sul modo
"impietoso" di trattare le persone in un format televisivo, e Good
night, and Good Luck (2005) nuova denuncia contro i media
americani, ecco incisiva ma leggera la sua ultima fatica.
Commedia di costume che racconta il momento di passaggio, negli
anni ‘20, dal football dilettantistico a quello
professionistico. Il titolo originale Leatherheads, Teste di cuoio,
lascia intendere i caschi protettivi dei giocatori. La traduzione
italiana, un po' artificiosa, da un lato accentua il carattere
sentimentale del film, dall'altro ne suggerisce una lettura
organica, facendo salire in primo piano il tema delle regole.
Dunque nel gioco come nell'amore niente regole, altrimenti il
rischio è quello di non vivere il momento, di non
divertirsi. Non è certo un incitamento all'anarchia e
Clooney lo sottolinea "C'è bisogno di regole, ma mi piace
vedere che alcune persone riescono a violarle".
Nel film, l'America, che non si stanca di rimpiazzare la
realtà con l'inganno fabbricando eroi come Carter Rutherford
(John Krasinski), atleta e soldato costretto a immortalare il
ricordo eroico di un gesto mai compiuto. L'enfatica menzogna creata
dai media è contrastata da una giornalista, Lexie Littleton
(Renée Zellweger), ipotetica coscienza dello Stato.
Ma grande protagonista sullo schermo è il football, prima
delle regole, dei cachet illimitati e del primato commerciale su
quello tecnico e sportivo. Il football letto come una guerra, i
giocatori come soldati, che combattono schierati di fronte ai
nemici da sfondare per conquistare la linea di confine. Siamo in un
passato remoto, quando ancora questo sport non conosceva sponsor
milionari, contratti importanti. Il contrasto che si risolve tra
Dodge (George Clooney), veterano giocatore ultraquarantenne, e il
giovane Carter Rutheford, rampante fuoriclasse, è anche un
dissidio generazionale. Così il gioco senza regole diventa
un confronto tra una generazione attaccata alle proprie radici, e
un'altra totalmente incurante di un presente e pronta a sfruttare
un passato falsamente costruito. Ma l'America per risolvere lo
scontro, troppo fragile per credere in se stessa, ha bisogno di
fabbricarsi miti leggendari, di idealizzare l'eroismo inesistente
della guerra.
Clooney costruisce un film pulito, preciso, girato secondo i
canoni più classici di un buon manuale di regia, della
storia racconta "Sono un grande fan dello sport, ma qui si trattata
di altro. Ho immaginato questa storia come quella di qualcuno che
si attacca disperatamente a qualcosa appartenente ad un passato
distante. L'ho scelta differente dalle altre, ma che mi ha
appassionato ugualmente. Per me la cosa più importante
è lavorare come produttore e regista per un film in cui
credo e non arrivare ad ottanta anni vergognandomi di guardare
indietro a pellicole che ho realizzato nel corso del tempo. Cerco
film e progetti diversi tra loro. Oggi ho 46 anni e - in un certo
senso - era la mia ultima opportunità per interpretarla
anche come attore. Dodge è un personaggio che ho sentito
affine alla mia personalità, mi sono totalmente
identificato".
Degna del suo ruolo, anche la Zellweger, esuberante e seducente,
interpreta piuttosto bene il personaggio della donna in carriera,
tanto da rubare la scena più di una volta al suo regista.
Civetta, forse con troppe smorfie, tra un uomo e un altro per
ottenere il suo fine, originale modello di un cambiamento radicale
del mondo femminile di quegli anni.
Il film, tuttavia, resta una fotografia invecchiata e nostalgica.
La sceneggiatura, simmetricamente troppo ben costruita, appiattisce
il più delle volte spettacolo e storia. Il triangolo
sentimentale che viene inscenato è privo di emozioni,
così come la pur allegra e simpatica avventura degli Duluth
Bulldogs, bloccati in una pellicola costruita con tecniche
ultramoderne.
Invece, lodevole è lo studio dei costumi e la colonna
sonora curata da Randy Newman, magnifico gioiello jazz, che
valorizza i ritmi a volte fin troppo lenti della
sceneggiatura.
Staremo a vedere se un film con questo taglio, tutto giocato su
memorie cinofile (si ricordino le frequenti citazioni di Cukor e di
Hawks), consapevolmente démodé, sarà in grado
di arrivare al pubblico contemporaneo.
Posted: 10 Maggio 2008
Edizioni e/o, 2008 - euro 14, 00 - pp. 128
Da poco in libreria per E/O, Dello Stesso
autore porta in scena la Parigi più brutale e marginale, le
sue aree meno conosciute, le zone escluse dall'immagine culturale
che la città più comunemente riserva: una metropoli
dei dimenticati, degli abbandonati dal sistema, quella delle
banlieue più desolate. Il linguaggio che la racconta non
può che essere rappresentativo della bassa realtà che
l'affolla: brusco e vigoroso, anche ruvido, con numerose inserzioni
del gergo carcerario e della piccola criminalità
parigina.
Il romanzo è costruito sugli avventurosi accadimenti che
animano l'autobiografia dell'autore, Nam Aurousseau, la cui nota
personale a fine libro, sebbene scarna, risulta fortemente
cattivante ed evocativa: "Madre lavandaia, padre meccanico
manovratore, cinque fratelli, impara il mestiere di idraulico alla
fine di sette anni di detenzione per rapina, durante i quali divora
libri e inizia a scrivere".
Il protagonista è Joss Meredith, autore del libro di
successo Rimorsi di un comico viaggiatore, giallo d'ambiente
criminale che, come accade per Aurousseau, si sviluppa in direzione
autobiografica. Joss è alle prese con la sua attesa seconda
prova e con un'attraente e pericolosissima vicina con la pistola -
di cui si legge nella quarta di copertina - che lo coinvolge,
malgrado la proclamata innocenza dello stesso, in una vicenda di
sequestro e violenza sessuale e per la quale si ritrova a fare i
conti con la legge. Morgane ha infatti completamente scordato gli
avvenimenti dei giorni del rapimento e dell'abuso, le restano solo
i segni psicologici e sul corpo: "Quei cinque giorni dimenticati la
ossessionavano come cinque fantasmi liquidi e inafferrabili che le
scivolavano via continuamente tra le dita. Tra l'istante in cui
l'uomo le aveva chiesto l'ora e quello in cui si era svegliata nel
bosco, non c'era nulla". Messo in mezzo a una vicenda più
grande di lui dall'ombroso tenente Waulk, Joss è accusato e
messo in carcere prima per detenzione illegale d'arma da fuoco poi
proprio per lo stupro di Morgane. La vicenda si risolverà in
maniera imprevedibile e con tanto di ricostruzione, ma soltanto
nelle pagine finali.
Al limite del "genere" Pulp per ciò che riguarda il ricorso
a componenti di facile presa - sesso e violenza sono presenti nella
trama e nei linguaggi - e per lo stile volutamente aggressivo e
asciutto; se ne distingue però per un suo andamento
ragionato e per la tessitura calibrata. La definizione di "noir
vissuto", che segue quello di "noir mediterraneo" ad accompagnare
la scrittura di Massimo Carlotto, pare in definitiva
indovinata.
V'è infatti molto del vissuto (romanzato) dell'autore:
dalle esperienze malavitose alla vita carceraria alla passione
lì coltivata per la lettura prima e la scrittura poi. Il
tutto sistemato in un coeso ed intrigante ordito, benché di
semplice sviluppo. Ad arricchire una struttura abbastanza classica
le ambientazioni, la lingua, il vocabolario tecnico della polizia,
della medicina legale e della "mala", alcuni divertenti particolari
piccanti, cui s'inserisce uno sguardo ironico di pessimismo
beffardo: "nella vita la cosa importante è non aspettarsi
mai niente. Bisogna tenere duro e basta, tenere dietro alla curva
lenta del tempo, non lasciarla mai". Quanto detto è vissuto
in presa diretta, il che aggiunge a volte un leggero tocco di
surrealtà alle situazioni in essere; ostaggio della vicina
di casa nella sua macchina, Joss coglie la possibilità di
liberarsi e al contempo s'impegna a commentare: "Teneva sempre la
pistola in mano, ma le si erano aperte le dita. Me ne sono
impossessato senza ragionare, perché i vincenti non
ragionano. I vincenti colpiscono, prendono e vanno via".
C'è poi un continuo confronto, sempre in chiave brillante,
coi grandi della tradizione gialla: "Sulle donne cominciavo a
saperla lunga. Ero ancora molto lontano da Simenon per
quantità, non ero mica uno fissato coi numeri, ma ne avevo
frequentate parecchie da vicino e mi ero fatto un'idea".
All'analisi psicologica della forma mentis delinquente, e della
vittima, si sovrappone spesso la denuncia di un sistema ingiusto:
non quello del crimine, ma della giustizia che vive di pregiudizi,
una delazione delle insidie cui ci si imbatte nel fare i conti con
l'autorità costituita.
Forte l'accusa alla realtà carceraria, a proposito della
quale leggiamo di ingiustizie, violenze e dello stato di
sopravvivenza che vi regna: tutte "queste cose non si inventano. La
realtà è sempre più squallida della finzione,
più inattesa nelle sue pieghe fetide".
Ecco un brano che rendel'idea tanto del penetrante discorso
sociale - contro i pregiudizi che si subiscono nell'ambito della
"giustizia" - quanto della prosa vivace di Nam Aurousseau: "Il gene
del crimine non esiste. Quello che esiste invece è un gran
casino virologico illuminato di sbieco dalla luna, una specie di
contagio infettivo di nevrosi familiari storicamente accoppiate con
un mucchio di letame socioculturale ipercriminogeno. Vista da
vicino, è questa la storia del crimine". Un'analisi del
reato, delle sue radici e ragioni, vista appunto dall'interno e che
diviene denuncia socioculturale e accusa diretta alle istituzioni,
non senza allusioni alle problematiche dell'attualità
francese: "Le condizioni della detenzione erano terribilmente
peggiorate […] e nemmeno l'estrazione sociale dei detenuti
era migliorata. C'erano solo poveracci pieni zeppi di problemi,
imbottiti di miseria socioculturale e psicologica, tutti ragazzi
venuti dai ghetti nei quali, a conti fatti, era stata ammassata la
manodopera importata per spezzare i sindacati operai. Quando la
Repubblica abbandona i propri figli, non c'è da stupirsi se
ridiventano selvaggi".
Il libro di Nam Aurousseau resta comunque molto divertente, per il
tono leggero che la prosa svelta e provocatoria offre, per
l'angolazione ironica che le vicende giudiziarie, carcerarie ed
erotiche di Joss Meredith assumono, e infine per la trattazione del
materiale in gioco: da vero noir, vissuto.
Posted: 10 Maggio 2008
Manifestolibri 2007 - Euro 14,00 - pp. 135
Questo piccolo libro, Il business del pensiero
- La consulenza filosofica tra cura di sé e terapia degli
altri, propone una analisi interessante ed esauriente di un
fenomeno sempre più alla moda negli ultimi anni, ovvero la
Consulenza Filosofica. Irriverente, ironico, sofisticato il suo
autore, Alessandro Dal Lago, docente di Sociologia dei processi
culturali a Genova.
Come è tradizione delle edizioni Manifestolibri, l'opera
non cade mai nella banalità ma invita il lettore ad una
riflessione precisa e inequivocabile sul compito della filosofia
nell'età contemporanea. Per gli argomenti trattati, lo stile
disinvolto e pungente, tal lavoro meriterebbe più
considerazione da parte dei media perché focalizza
l'attenzione su un nodo centrale dei nostri tempi: oltre al ruolo
del pensiero, già accennato, appare evidente un
coinvolgimento delle persone nell'operazione anche da un punto di
vista terapeutico: il sottotitolo è illuminante, e rivela
non solo una pratica, ma addirittura un atteggiamento, un abito
sociale e quindi una forma di potere.
Cos'è dunque la Consulenza Filosofica? Dove si annida? La
risposta è semplice: la Consulenza Filosofica è un
rapporto impari fra due persone il cui fine è produrre un
cambiamento interiore nella parte più debole. Lo spazio nel
quale tal pratica si attua non è quello delle aule
universitarie, né gli studi degli psichiatri - non
prevalentemente. Il luogo sacro per eccellenza è
l'azienda.
Dal Lago è abilissimo nel tratteggiare i contorni di questi
consulenti, così simili ai manager nei loro abiti grigio
scuri ed il lessico cool. Self counseling, monitoring, empowerment,
vision, mission ecc., sono i vocaboli più usati per definire
gli scopi e gli obiettivi da raggiungere. Il traguardo delle
industrie - a differenza del passato - deve però apparire
ottenuto con un lavoro di squadra, perseguire fini etici, essere
frutto di un gruppo. Il filosofo viene scritturato per imbandire lo
spettacolo della fratellanza aziendale ma soprattutto per rendere
il target con-diviso.
All'apparenza possono sembrare scelte eccellenti e condivisibili,
e potenzialmente lo sono. Il problema principale non è
l'ottimizzazione della produzione, ma la falsa ideologia sottesa, e
l'umiliazione subita dalla filosofia nel rinnegare la sua vera
essenza.
L'analisi di Dal Lago non si ferma all'ironica esibizione dei
‘nuovi mostri' accecati dal branding filosofico, ma sviluppa
delle tematiche culturali fondamentali attorno ai modelli
socio-politici dominanti. Il connotato principale della consulenza
filosofica è l'ufficio attuale nel mondo del pensiero, e di
conseguenza la funzione del mondo del pensiero nella
società.
In una parola, sottomissione. Il principio secondo cui un
consulente in-forma un consultante, si basa su due gravi
presupposti, ovvero l'asservimento ad una supposta autorità
e successivamente l'adeguamento dell'interiorità
all'esteriorità.
Sia chiaro: il primo atteggiamento non sarebbe deprecabile se
rivelasse la necessità di affidarsi a chi più sa per
imparare e procedere poi autonomamente. Nella consulenza filosofica
avviene esattamente il contrario, seppur si tenta di mascherarlo.
Il docente parla sempre di un rapporto paritario, socratico, basato
sul dialogo. In realtà, egli non concede quasi mai l'accesso
diretto alle fonti: il neofita è sempre troppo impreparato,
può confondersi, ha bisogno di risposte veloci e comode.
Meglio leggere Platone è meglio del Prozac piuttosto che
l'opera dell'ateniese, direttamente. La neutralità fittizia
nasconde quindi un potere coercitivo dedito a trasformare il
Conflitto in Dialogo, cioè "operare una conversione
dall'arida materialità dei rapporti di lavoro alla
trasparenza riflessiva del discorso". "Allo stesso modo in cui non
si può studiare l'algebra senza apprenderne preliminarmente
i simboli, così non si può avere una cognizione
adeguata del pensiero di un filosofo senza farsi un'idea del suo
linguaggio […] Far finta che tutto ciò non esista:
questo sì significa velare tutto ciò di cui si
dovrebbe parlare, altro che concezione aristotelica della
filosofia!" Dal Lago ricorda che questo procedimento superficiale e
definito intorno a mere logiche economiche aziendali non libera le
coscienze, ma vende una finta libertà. Il lavoratore
farà parte della "grande famiglia" mostrando
più interesse e partecipazione, semplicemente per migliorare
le entrate e la resa dei dipendenti, non per la loro salute
psicologica. La sottomissione delle coscienze attraverso le
pratiche di consulenzaiali è grave altrettanto quanto il
monitoraggio mentale compiuto dai media e la loro successiva
creazione di consenso indotto.
Nell'ambito della nostra investigazione tuttavia, è ancora
più impellente capire il risvolto teoretico di un simile
stravolgimento della filosofia.
Con l'adeguamento dell'interiorità del funzionario al
"già-dato" esterno, si commette un delitto gravissimo,
perché la realtà cessa di essere luogo di conflitto o
di indagine, ma viene accettata passivamente quale
effettività unica e corretta: è l'uomo ad aver
qualcosa di sbagliato, il consulente lo aiuta a guarire.
Il pensiero subisce una profonda sconfitta quando viene presentato
alla stregua di un blocco unico di sentenze, aforismi, citazioni,
notizie utili e frivole, favorevoli all'assimilazione ed alla
composizione dei conflitti sociali e non alla loro soluzione. Il
dipendente viene completamente assorbito dalla logica aziendale, e
si illude di trasformarsi in un funzionario dell'umanità,
mentre è semplicemente assorbito da criteri
commerciali.
Dal Lago offre innumerevoli esempi e storie, coinvolge il lettore
in un percorso polisenso e dinamico, per ricordare quale è
il vero pensiero, quale la vera filosofia, e riporta alcune parole
di Foucault chiare e illuminanti: "cos'è la filosofia se non
un modo di riflettere, non tanto su ciò che è vero o
falso, ma sul nostro rapporto con la verità? […] non
c'è nessuna filosofia sovrana, è vero, ma c'è
una filosofia o, piuttosto, della filosofia in attività. La
filosofia è il movimento per cui ci si distacca - con
sforzi, esitazioni, sogni e illusioni - da ciò che è
acquisito come vero, per cercare altre regole del gioco. La
filosofia è lo spostamento e la trasformazione dei quadri di
pensiero, il modificarsi dei valori ricevuti, tutto il lavoro che
si fa per pensare diversamente, per fare diversamente, per
diventare altro dal quel che si è".
Che la filosofia serva a renderci felici è una idea comica,
ingenua. Essa deve invece liberare, coinvolgere l'uomo ad
interrogarsi per risolvere la caduta nello spettacolare e nel
soggettivo di questioni esistenziali - dunque politiche - la cui
origine invece è esteriore e pubblica, e si fonda sul
presupposto di una eventuale prossima liberazione, ma solo
interiore. Fuori di sé, tutto resta così
com'è. La miniaturizzazione dei controlli e delle pratiche
coercitive sono il vero terreno in cui la filosofia deve agire: per
sciogliere le catene degli uomini e ribadire il suo ruolo.
Posted: 10 Maggio 2008
Net Editore 2006 - euro 12,80 - pp. 437
"L'esperienza del tempo e dello spazio è
cambiata, è crollata la fiducia nell'associazione fra
giudizi scientifici e morali, l'estetica ha avuto la meglio
sull'etica quale centro principale della preoccupazione sociale e
intellettuale, le immagini hanno la meglio sulla narrazione, la
fuggevolezza e la frammentazione hanno la meglio sulle
verità eterne e sulla politica unitaria, e le spiegazioni
sono passate da un fondamento materiale e politico - economico a
una considerazione delle pratiche culturali e politiche
autonome".
In queste parole si riassume l'analisi di David Harvey, Professore
alla John Hopkins University, su uno degli eventi fondamentali
dell'epoca contemporanea, ovvero il passaggio turbolento dal
modernismo al postmodernismo.
Il suo studio si intitola, coerentemente, La crisi della
modernità, ed affronta in maniera esaustiva e completa le
forme culturali e sociali odierne, dall'architettura al cinema,
dalla filosofia alla semantica, ed il cambiamento avvenuto da una
economia caratterizzata dal fordismo ad un sistema produttivo
basato sulla "accumulazione flessibile".
L'analisi è complessa ed ampia: si parte dall'Illuminismo e
dal predominio della ragione, per giungere ai quadri di Picasso e
all'interpretazione de Il cielo sopra Berlino o Blade runner.
L'autore è fermo nello spiegare in maniera esauriente ogni
concetto ed ogni passaggio storico, e colpisce la precisione e la
forza delle argomentazioni.
L'accumulazione capitalistica ha alterato indelebilmente la
percezione del tempo e dello spazio, comprimendoli fino a
trasformare il vissuto quotidiano. Con la misurazione cronologica
delle giornate, la nascita della cronografia e della mappatura del
mondo, l'uomo si impossessa della realtà e muta le
condizioni stesse dell'esistere: il capitalismo nascente cancella
il medioevo, e riscrive le coordinate naturali del vivere
quotidiano. La modernità appare essere un turbine
sconvolgente capace di spazzare i vecchi pregiudizi e paure, per
riscrivere le leggi dell'economia ed indirizzare il corso degli
eventi verso nuovi orizzonti.
In questo sforzo titanico della storia, le produzioni materiali e
intellettuali sono grandiose ed allo stesso tempo incutono
paura.
Harvey scandaglia ogni campo dello scibile, e analizza
accuratamente le radici del modernismo, ovvero il capitalismo
stesso. Al marxismo ci si affida per la comprensione globale dei
mutamenti, e nonostante le possibili critiche l'operazione risulta
perfettamente riuscita: non solo Marx non è in crisi, ma le
sue teorie sembrano le uniche a rendere comprensibile il mondo ed i
suoi cambiamenti, anche e soprattutto quando il modernismo cede
alla recessione. Da qui il titolo ed il sottotitolo, "Riflessioni
sulle origini del presente", ad indicare un legame indissolubile
tra ieri ed oggi.
Memore della importante lezione di un altro grande intellettuale
quale Fredric Jameson e del suo Postomodernismo, ovvero la logica
culturale del tardo capitalismo, Harvey raccoglie la sfida
dell'inquietudine contemporanea, e della mancanza di punti di
riferimento per riportare l'analisi su un terreno solido: la crisi
della modernità è semplicemente un'altra fase del
capitale, sempre in movimento e dinamico fino alle estreme
conseguenze, ovvero riscrivere se stesso e le sue forme.
Il tardo capitalismo si configura infatti come un campo fluido in
cui all'etica viene preferita l'estetica, alla memoria la
schizofrenia ed alle grandi narrazioni le pratiche culturali
localistiche.
Se l'egoismo diviene il tratto distintivo del mondo, questo
tuttavia resta camuffato in una società in cui l'effimero
predomina mascherato dall'umanitarismo delle star dello spettacolo,
oppure dalla trasformazione dei poveri e dei rifugiati in immagini
amorfe da telegiornale.
Il passaggio dal modernismo al postmodernismo è quindi un
mutamento nella produzione del capitale: dal fordismo e
dall'economia pianificata si passa ad una accumulazione virtuale,
just in time, ad una economia di servizi e di crediti finanziari,
in cui la materialità si perde nell'immagine ed il feticismo
delle merci si fonde con quello della spettacolarizzazione della
vita.
L'uomo cade in un tempo ed in uno spazio frantumato, e la demenza
diviene tratto distintivo del vivere quotidiano, quindi anche della
politica. L'istantaneità non produce solo mode passeggere,
fast food, ecc., ma anche l'eliminabilità del tutto: ogni
oggetto, ogni sentimento è transeunte. Bisogna consumare non
solo la merce, ma persino i corpi, le idee le pratiche sociali. "La
semivita di un tipico prodotto fordista era, per esempio, di 5-7
anni. Ma l'accumulazione flessibile ha ridotto quel tempo a meno
della metà […] L'estetica relativamente stabile del
modernismo fordista ha lasciato il posto al fermento, alla
instabilità ed alle qualità fuggevoli di una estetica
postmodernista che celebra la differenza, la caducità, lo
spettacolo la moda e la mercificazione delle forme
culturali".
Per tale motivo la politica si trova ad essere nell'occhio del
ciclone. Harvey nota che i maggiori rappresentanti di partito
conducono ormai le campagne elettorali quasi fossero testimonial di
un prodotto pubblicitario, e si offrono non più sulla base
di argomenti, ma di immagini seduttive, persino erotiche, e fondano
il loro comportamento non sulla coerenza bensì
sull'improvvisazione, la boutade, il colpo di teatro.
Il libro esamina con precisione la storia dell'Occidente ma non
trascura naturalmente le implicazioni economiche e prettamente
commerciali: una parte consistente del lavoro dimostra al lettore
quanto l'economia ed il suo studio siano fondamentali per capire i
risvolti culturali, perfino religiosi, in cui l'uomo moderno si
trova a muoversi.
Ritornano impellenti gli elementi che distinguono il modernismo
dal postmodernismo, e naturalmente dall'economia è
imprescindibile arrivare ad una analisi politica, visto lo stretto
legame fra le due e la reciproca influenza perpetua. L'opera si
sofferma quindi notevolmente sulle implicazioni quotidiane in cui
l'uomo contemporaneo postmoderno si trova ad agire, soprattutto
sulla sua pericolosità.
Se il modernismo infatti ha trasformato la società
apportando un contributo sia positivo sia negativo, resta
innegabilmente a sua favore l'aver sempre rivelato le proprie
contraddizioni, rendendole culturalmente e politicamente esplicite.
Il postmodernismo invece, rifugiandosi nel frammentario, nega una
visione globale, mondiale della società. Questa visione
comporta due fattori: da una parte la politica è legata
all'effimero, e quindi si trova nei fatti ad essere profondamente
reazionaria; dall'altra - pur enfatizzando le differenze, il
diverso e l'altro - ad essi non porta l'attenzione dovuta, ma
produce al contrario razzismo, paura del diverso ed
indifferenza.
Secondo Harvey, d'accordo con Eagleton, il gesto postmodernista di
sotterrare "l'universalizzante", resta in realtà incoerente,
perché i filosofi devono alla fine prendere atto della
necessità di rivelare le dinamiche reali del divenire, la
necessità di una politica all'aria aperta e globale,
altrimenti non può esser compreso nulla, né tantomeno
fondato alcun argomento capace di analizzare la società e -
perché no - cambiarla dalle radici.
Posted: 10 Maggio 2008
Warner Bros. 2008
Fashions in music come and go and a band becomes cool for a while, primarily because critics dictate what they deem to be cool. R.E.M. have been through that process and, for the most part, decided to go their own way anyway. They released their last studio album "Around The Sun" in 2004, when I was living in a foreign country for a while. I remember begging a neighbour to drive me to the nearest big town to buy a copy, (I don't drive and the bus service was primitive), which I fell in love with instantly and played constantly for about three months. I was incredibly homesick and I think, for some reason, it reminded me of home, despite the fact that R.E.M. are American and I'm Irish. That album was horse-whipped by critics, almost across the board and even Michael Stipe has pretty much admitted that it was an artistic disaster. The thing is; I loved that album then and still do. The same was the case with "Monster". So am I completely out of touch or is the listener the ultimate arbiter? Well of course the latter has to be the case, even when the artist starts believing what he/she reads. They're as prone to the influence of critics as audiences are. More so, I would confidently guess.
All of which brings us to "Accelerate". When I
heard that the songs publicly auditioned at their Dublin "Live
Rehearsals" were a return to a rockier, "Monster" type or even
earlier sound, I was interested. But why did they feel the need to
publicly audition the new songs? Did they really need to hear
audience reactions to know if songs were good or bad at this stage
of their career? The single "Supernatural Superserious" was
released on the net a couple of weeks ago and that whetted the
appetite with an in-your-face dirty guitar riff that immediately
grabbed you by the throat along with Stipe's almost growl of a
vocal, complemented by trademark harmonies from Mike Mills. Classic
R.E.M. and the most immediate song they've released for a long
time. Stipe's lyrics are, of course, one of the key elements that
make them unique. I can't think of any singer/lyricist who could
use a word like "humiliation" in what is essentially a pop/rock
song and make it sound as natural as if he sang a "moon in June"
rhyme. Some fears allayed so, and it seemed like this was going to
be one of the classic albums, until I read somewhere that they'd
taken advice from U2 on how the album should sound. They then went
with a producer, Jacknife Lee, suggested by Bono & Co. Were
they really so far out of touch? Anger, frustration and alienation
are the themes that preoccupy Stipe's imagination here and the
music reflects these concerns. The first two tracks speed past
before you can catch your breath and you know how the album got its
title. "Living Well Is The Best Revenge" opens with Peter Buck's
guitar in full-frontal attack as the rest of the band charges in to
produce a wall of sound over which Stipe, in a splenetic rant,
admonishes the objects of his scorn; "Don't turn your talking
points on me, history will set me free
The future's ours and you don't even rate a footnote now!" and
"You savour your dying breath
Well, I forgive but I don't forget". Stipe has two vocal styles.
His softer tone is reserved for ballads while his gruff tone is
used in songs like "Man-Sized Wreath". The latter has become more
ragged with age and is at its most effective with excoriating
lyrics like "Nature abhors a vacuum but what's between your ears?"
and "Well I'm not deceived by pomp and odious conceit/ But a
tearful hymn to tug the heart/ And a man-sized wreath".
A melancholy piano figure introduces "Hollow
Man", as the singer tells us "I've been lost inside my head/ Echoes
fall on me/ I took the prize last night for complicatedness/ For
saying things I didn't mean and don't believe." before the song
changes tempo with Buck's guitar and the rest of the band providing
the base for, possibly, one of the singer's most personal lyrics;
"I'm overwhelmed/ I'm on repeat/ I'm emptied out/ I'm incomplete. /
You trusted me, I want to show you/ I don't want to be the hollow
man." The title track also contains "I'm incomplete", repeated as
the last three lines of the song. Could Stipe be dropping his
famously cryptic style on a personal level, in tune with the
overtly political references on "Accelerate"? "Houston" is a
mid-tempo, acoustic guitar driven reflection on, once again, living
in the U.S.A. in 2008. The scene is set with a reference to
Hurricane Katrina; " If the storm doesn't kill me the government
will" as the dissident's impotence is spelt out with " So a man's
put to task and challenges/ I was taught to hold my head high" and
"Belief has not filled me/
And so I am put to the test".
The title track is, for me, the high point of the album. Buzzsaw guitars, dripping in feedback, create the atmosphere as the song careens along evoking panic, " Where is the ripcord, the trapdoor, the key? / Where is the cartoon escape-hatch for me?" confusion; "I don't know what I needed/I needed time/ I needed to escape/ I saw the future turn/ Upside-down and hesitate" and finally resignation; "I'm incomplete/ I'm incomplete/ I'm incomplete". Backing vocals, as on many of their songs, are crucial here with Mills providing a counter as the song reaches its climax, to one of Stipe's most gut-wrenching vocals. "Until The Day Is Done is the album's "big ballad". Acoustic guitar and percussion provide a simple backing to Stipe's less abrasive vocal approach to another pretty damning and dejected look at America. Lyrics such as, "So hold tight your babies and your guns/ Forgive us our trespasses, Father and Son" are representative of what's going on here. "Mr. Richards", "Sing For The Submarine" and the final track "I'm Gonna DJ" are sing-alongable but nothing special. "Horse To Water", the penultimate track, stands out as a highlight with its fuzzy riff, pounding drums, great chorus and impassioned lead vocals. In a song that seems to be about refusal to follow the herd, we hear "Pick a fight an ultra-buzzy bubble/ Friday night fuckin' fried-up pub crawl". Not typical Stipe lyrics but ideal in this context.
So, R.E.M. have produced their 14th and, at 34 minutes long, certainly their shortest album. An answer to critics or a genuine desire to highlight the rockier sound they produce in concert? Only they know. Personally, I miss the lyrical lightness of touch that produced a song like "Try Not To Breathe", a breathtakingly poignant reflection on an old person's wish to die peacefully, or the perfect marriage of music and lyrics that was "Nightswimming". Having said that, "Accelerate" is, apart from maybe three tracks, a very good album that's enjoyed best as loud as is bearable to you and the neighbours.