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La Recensione - Redazione

Gomorra

Posted: 02 Giugno 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Matteo Garrone - Italia 2008 - durata 135'

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Gomorra

Scampia e la mentalità, la vita dei suoi abitanti arrivano a Cannes, sul grande schermo, e subito è clamore. Tratto dal celebre libro di Roberto Saviano, diretto da Matteo Garrone, Gomorra è centrato sul racconto di una umanità sprofondata nelle regole di un sistema, una umanità resa impotente. Acclamato dal pubblico e dalla critica internazionale, al primo posto nella classifica del boxoffice, la pellicola è costruita con un linguaggio agghiacciante ma universale, sottolineato anche dal ministro dei Beni culturali Sandro Bondi: "Un bellissimo film, un pugno nello stomaco di valore civile, a cui auguro ogni successo".
Innegabile il grande pregio di Gomorra: parlare, comunicare un problema culturale, da sempre conosciuto da tutti, attraverso il cinema. Nulla di nuovo, dunque, nelle scene che si susseguono con ritmo incalzante, tanto da togliere il respiro allo spettatore, se non il taglio inedito, non romanzato, che il regista dà all'opera. Il film non è una denuncia di fatti e problemi oscuri, bensì un accendere i riflettori sulla tradizione tramandata da padre in figlio, su come sia normale affidarsi "all'altra istituzione" e prenderne un sussidio famigliare in cambio del silenzio e della collaborazione. Così, diventa normale tacere sul traffico di droga, sui rifiuti tossici sotterrati nelle terre del napoletano, sulla continua guerra tra clan. Sangue e soldi, Gomorra è camorra, nessuna storia d'amore, nessun sentimentalismo a condire il racconto del film così drammaticamente vero.
Le emozioni passano attraverso gli occhi e il dialetto napoletano dei protagonisti nelle storie che si intrecciano. Il punto di vista è sempre quello dei ragazzi di Scampia. Così come nella realtà quotidiana tutto ha un prezzo, tutto si brucia, tutto è morte, anche le scene che la riflettono, risultano spietate ma autentiche, le inquadrature taglienti e strazianti. Girato in location spesso autentiche - come i casermoni di Scampia -, arricchito da una fotografia fosca, a volte surreale, il film ha pochi attori professionisti, tanti ragazzi e comparse prese direttamente in loco.
Toni Servillo è Franco, imprenditore per il riciclo dei rifiuti tossici, Maria Nazionale, cantante molto nota a Napoli, è Carmela, uccisa perché mamma di uno scissionista, Gianfelice Imparato è il delegato nel pagare il mensile ai parenti dei carcerati, Salvatore Cantalupo è il sarto Pasquale.
Il resto è la vita che entra nel film: gli abitanti delle Vele, fortezza impenetrabile alle polizie, che interpretano se stessi. Le canzoni stucchevoli dei neomelodici si alternano agli spari dei sicari, che ammazzano sempre a tradimento. Niente sole, né futuro: il mare non bagna Gomorra. Alla fine, anche allo spettatore più scettico e incredulo resta l'impressione di un Sistema così totalizzante da apparire invulnerabile.
Come ha ammesso, in un'intervista, il regista: "La mia è un'opera apocalittica, senza speranza. Molto difficile è stato scegliere i volti del film. Leggendo il libro ho individuato subito immagini forti, caratteri fieri, e questo mi fa credere che il mio sarà solo il primo film tratto dal libro Gomorra, non certo l'unico. Ce ne saranno altri perché il libro di Saviano rappresenta un eccellente contenitore di storie. E in virtù della forza di alcune descrizioni cercavo sguardi e profili che potessero restituire a pieno quelle sensazioni. Per cui ho dovuto correggere strada facendo il mio immaginario di partenza: rispetto alla camorra di una volta - dice il regista - le facce sono completamente cambiate. Oggi direi che è tutto molto più fashion. I criminali vestono Dolce e Gabbana, fanno manicure, si abbronzano ai solarium. Sono chic e leccati come famosi calciatori. Quando ho capito che killer e pusher sono più simili a Totti e Cannavaro che a persone qualunque che puoi incontrare per strada sono rimasto scioccato, poiché avevo in testa facce alla Scorsese e invece ho dovuto constatare un forte cambiamento antropologico. Nel copione ho tenuto a bada queste informazioni sviluppando un intreccio fra sei storie madri, che ritengo siano quelle portanti: dal riciclo delle scorie tossiche alla contraffazione degli abiti, dalla faida di Secondigliano al dominio edilizio dei Casalesi, al traffico di merci nel porto di Napoli".
Così nel solco tracciato sempre più profondo tra scissionisti e casalesi anche la mafia cambia volto. Si uccidono donne, si sfruttano bambini, e le nuove reclute delle periferie napoletane si aggirano nel degrado dei falanstieri popolari con auto trendy e abiti griffati. Non più la "mitizzata" vita del mafioso "alla Scarface", ma solo carne da macello. Si uccide e si muore senza nemmeno capire cosa stia succedendo.
L'importante, dunque, è mostrarlo, parlarne. Far vedere che il futuro è il vero lusso, ma riservato solo a pochi.

Arianna Giorgia Bonazzi - Les Adieux

Posted: 02 Giugno 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Fandango, 2007 - euro 10 - pp. 104

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Les Adieux

L'esperimento di Baricco e Voltolini, la pubblicazione di autori esordienti in "Quindicilibri", ad un anno dall'esordio non pare aver ottenuto il successo di pubblico e critica sperato, almeno nel caso del libro in esame.
Sin dalle dichiarazioni del decalogo d'apertura l'esperimento è subito parso quantomeno sui generis: "1) la collana pubblica solo primi e, occasionalmente, secondi libri […] 8) il prezzo di copertina non dovrà superare quello di due biglietti per il cinema (prima visione)", ma soprattutto i due "comandamenti" conclusivi per cui al numero 9 leggiamo che "i testi si pubblicano così come sono. Quando è proprio necessario si permette un editing leggerissimo che non prevede interventi strutturali né profonde modificazioni". E si conclude in bellezza col perentorio, e quasi aforistico, decimo precetto: "La collana pubblicherà 15 libri, poi chiuderà". Insomma, lasciando da parte ogni possibile querelle sul prezzo dei biglietti di una prima visione… resta da considerare se lo spettacolo in questione si debba intendere serale o pomeridiano, comprensivo di bonus infrasettimanale o gravato da sovraccosti weekenderecci? E il prezzo delle sapide mangerie da sala cinematografica? Andrà considerato nell'offerta? Per non parlare della ferma, inamovibile e un po' intimidatoria notizia della prossima cessazione d'attività.
Ciò detto e, si tiene a rimarcarlo con decisione, senza polemica di sorta, Les adieux è un libro non facile. In qualche misura sperimentale; epigrammatico, anche faticoso. Ostica l'individuazione di un filo narrativo che dia ragione, a lettura ultimata, di una parvenza di intreccio. Siamo piuttosto di fronte ad una frammentazione di un "tema": la quotidiana vicenda familiare di una bambina, voce narrante del libro, nel Friuli di fine anni '80, in un assemblaggio d'immagini, ricordi e figure che dal privato - le morti in famiglia - rimbalza continuamente sullo specchio della vita collettiva di quegli anni.
In scena ballano i frammenti di impressioni e gli svelti pensieri sparsi della piccola protagonista. E frammentata è l'intera struttura, dal formato alle spaziature, sino ai titoli in indice: "di quando eravamo in tutti, di quando eravamo in tutti + 1, di quando eravamo in (tutti + 1) - 2". Ad ogni pagina compaiono paragrafi con intestazioni che spesso non hanno rispondenza immediata col contenuto che segue. Nella sezione dell'incipit "in fluenza", due parole, si legge: "quando ho la febbre mi si gonfia la vena, è la vena che porta i tedeschi nella testa. Gli americani erano dei soldatini che davano da mangiare. I tedeschi erano dei soldati molto biondi che quando giocavano a carte dicevano i nomi delle carte malissimo e se ne fregavano delle vi, mettevano effe e vincevano. Un giorno che non sogno Darth Vader con le spade in dentifricio, sogno i tedeschi che saltano fuori dalla mia vena e si siedono intorno all'osso della testa: un berrettino troppo stretto, da neonato. Una mia zia vecchia, che però qua adesso è giovane, cerca di fargli una torta per zittirli buoni e loro all'inizio sono contenti, si siedono intorno alla panna e aspettano le forchettone".
Una narrazione vera e propria non si dà. È piuttosto una sorta di romanzo sperimentale dai toni quotidiani, la cui direttiva principale è data dall'angolazione particolare della voce narrante: la bimba che osserva l'incomprensibile mondo adulto, la cui distanza da quello infantile vorrebbe produrre l'effetto umoristico dei romanzi di Roddy Doyle misto ad una sorta di malinconico distacco, senza peraltro riuscirvi. A questo elemento si aggiunge una sorta di vacua sperimentazione linguistica per la quale l'autrice fa un uso sistematico del flusso di coscienza che, assieme alla frammentazione strutturale (la pagina è composta dei mini paragrafi titolati cui s'accennava) e sintattica produce una infinita serie di brevissime impressioni. In "telefoni bianchi" si legge: "Regna una confusione senza paraventi, tra cose che accadono e non. Tipo, non so se mia mamma, è andata allo zecchino d'oro. Le storie di famiglia, è meglio confonderle: gli stati africani, il gazebo di un colono bianco, contesse giulie, il mare d'Istria, annegamenti. Se non li so bene, li posso ingigantire come voglio coi compagni, parlare di calchi di trisnonni e morti grandi".
All'interno di queste mini impressioni l'uso della punteggiatura, come s'è visto, pare totalmente arbitrario, quando non casuale; la sintassi è inoltre fortemente compromessa da inclusioni di avversative in sedi non consone e dall'utilizzo di proposizioni fuori posizione.
Tali "moduli" concorrono evidentemente a replicare l'andamento farraginoso del pensiero alogico e associativo di una bambina di 4-5 anni, il quale nella pratica testuale spezza il normale filo logico-sintattico della frase e della pagina su cui in effetti si arranca pesantemente. L'esito non è felice: il libro raramente strappa un sorriso, piuttosto si fatica a districare l'immensa matassa di sottintesi, di insipidi tranelli logici, di collage verbali.
Raggiungono un certo risultato d'effetto, chiusi nelle solite linee formali fuor di concordanza, alcuni rapidissimi lampi narrativi, saturi di significazioni analogiche. Così in "vita fossile": "Le gite al chiuso museale, è tutta ombra. I longobardi si abbronzavano un po' meno dei romani di Aquileia e il museo, salva le cose in marmo perché i possidenti, dice il papà che se li mangiano gli alberi. Gli oggetti chiudono la storia di fatica di chi ha usati e passati a eredi bravi o così così. È necessario al buonumore, quando entri nelle vite dei poeti morti, catturare con le antenne-trecce tutta l'energia sospesa dentro i calamai i manici la farmacia chimica, sentire in un attimo un'altra vertigine che non sta nell'altezza ma nella capacità delle cose di sospendere la vita sul tempo".
Il romanzo non è stato un felice prodotto commerciale e, anche dal versante puramente letterario, l'esperimento proposto pare quantomeno discutibile. Con buona pace della Scuola Holden che, a onor del vero, ha lanciato giovani scrittori di buon livello come Paolo Giordano esordiente con il bel romanzo La solitudine dei numeri primi per Mondadori.

Angelo Maria Ripellino - Storie del bosco boemo

Posted: 02 giugno 2008

Recensione di Andrea Comincini

Mesogea 2006 - Euro 9,50 - pp. 152

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Storie del bosco boemo

Raccolta di immagine bizzose e stralunate, teatro di parole ed ombre clownesche, musica in forma di racconto: tutto questo appare durante la lettura di Storie del bosco boemo e altri racconti, piccolo capolavoro di Angelo Maria Ripellino, slavista, scrittore, giornalista ma soprattutto osservatore.
Nasce da questo dono divino la sua capacità di raccontare l'immaginario, di riscrivere la letteratura attraverso le immagini ubriache di pupazzi multicolori, manichini, lucenti e abominevoli caricature simpatiche. Lo sguardo stralunato crea paesaggi dai colori screziati, e protagonisti ferocemente vivi. Sette racconti portano i tratti somatici del loro autore, ovvero la destrezza nel saper raccogliere gli impulsi primitivi della vita e trasmutarli in storia fra le storie.
Il bosco boemo è lo scenario reale su cui si stagliano le figure pirotecniche, piroettanti, a cui Ripellino offre in dono l'assoluta autenticità. Ogni evento è assurdamente vero, anche quando il lettore viaggia attraverso il paese dei manichini o incontra il mostro a due teste Dariopea, perché ciò che il nostro scrittore vuole rivelare non è la finzione oltre la realtà, ma la realtà della finzione.
Come osserva Pane nella postfazione, la scrittura di Ripellino è ‘onnicomprensiva. Un abbraccio che vuole assorbire il mondo: una festa del possibile, che reclama una moltitudine di favelle, uno sciame di apporti'.
In questo rimando infinito, innumerevoli citazioni riempiono le pagine benedette: da Rossini al teatro ceco, da Edward Lear alle favole della terra sicula, le storie prendono forma mentre il rivolo di parole, treno dell'assurdo, trovano pace in uno stile pulito, semplice, perfettamente ritmico.
L'intento di Ripellino era coniugare saggio, poesia e racconto in un unico genere, una sinfonia capace di raccogliere la sfida delle cose, quando esse stanno lì mute a fissare lo scrittore per chiedergli di portarle alla vita.
Questo compito è assolto con perturbante linearità: la penna sembra indiavolata mentre traccia i profili dei fogli, quasi paesaggi dell'anima. Da essa infatti comincia il viaggio perché solo nel profondo di sé è possibile raccogliere l'eredità di quell'interrogazione degli oggetti di cui sopra narravo, e lì si ritorna dopo la lettura, per provare un diffuso senso di meraviglia, di nostalgia per un mondo abbandonato.
La malinconia affiora nei racconti meglio riusciti, quasi a rivelare il destino del popolo cecoslovacco durante la famosa Primavera di Praga. Ripellino non smise di protestare durante la tragica invasione, ‘si era battuto: "una volta nella vita uno scrittore deve farlo"'. Le vicende della Boemia sconfitta e delusa si incarnano nella descrizione di vecchi amici incontrati sul treno, tra l'immaginario e il vissuto, simili a magri fantasmi e muti, silenti davanti ad ogni domanda.
Il tempo che non c'è più sfiora anche Il sogno di frate Anselmo e Uomini che invocano la pioggia, seppur in maniera diversa: nel primo si narra la fuga dal monastero del rubicondo prelato, da un paradiso lucente e profumato al mondo di Dolore, come scritto appeso sui rami degli alberi tristi, ed il suo sconsolato ritorno ad una casa mostruosamente diroccata; nel secondo Ripellino ritorna come il frate nella dimora natia, la terra di Sicilia, e descrive la siccità e l'ansia della gente, la superstizione ed il sacro: in entrambe ciò che vive non è un ipotetico contenuto, ma la scrittura, una scrittura che redime.
Scrivere è fine a sé, perché viaggiando fra i fogli si raggiunge la sospensione del tempo umano e la mente incontra sì pupazzi ottusi, galli d'oro, uomini beoni e paffuti, signorine procaci dalle labbra vermiglie, ma soprattutto abbraccia la forma purificante dello stile, quindi si appropria dell'essenza delle cose. Ripellino usa la penna come un pennello, e dipinge una realtà immaginaria soltanto per chi non sa guardare il volto nascosto dietro al velo. Racconti di vita quindi, ma di una vita diversa da quella osservata quotidianamente.
A tal proposito esemplare è l'incipit, Parapiglia, dove si cimenta nella descrizione dei piccoli Daria e Pea, nipoti incredibilmente vivaci. Sono loro il mostro Dariopea, e proprio come in un racconto mitologico il siciliano offre al lettore le gesta di questi due monellacci. Lo sfondo è la messa in scena di uno spettacolo teatrale per bambini, in cui i discoli la fanno da padroni. Tenero e quasi commovente, vivido e frastornato il diario di quei giorni racconta non solo le monellerie, ma anche il mondo, o i mondi, di quei piccini: Ripellino sembra l'unico a viverlo con gli stessi occhi, fanciullo tra fanciulli, e traccia il naufragio della messa in scena con goliardico divertimento. D'altra parte, come egli stesso dice, ogni Pagina è sempre la Piazza del Mondo".
L'uso del maiuscolo non è a mio avviso casuale, non può esserlo: in questo perfetto connubio di prosa e poesia, il foglio è il mondo, metafisica verità onnisciente, e nelle sue righe viene scritta la vita, Piazza del Mondo dove tutto accade.
Fra i vari personaggi, un omino di nome Barracuda gioca su cavalli a dondolo, assapora sospiri di monache ed altre leccornie che rovinano i denti, indossa una toga da antico romano per il ballo in maschera. "ma appena il tempo si guasta e cominciano orrende burrasche autunnali, l'omino diventa sempre più esile sull'orla della mia Pagina, si gonfia, rimpicciolisce, scompare nel mare schiumoso e ansimante". Come si legge, di nuovo, la parola ‘pagina' è orizzonte estremo in cui la vita prende vita, le cose si rivelano, l'animo vola leggero tra le righe. Ripellino conduce il lettore su di un treno le cui fermate possono ricordare il nome di altre sue opere: Il trucco e l'anima e Letteratura come itinerario nel meraviglioso. Fra queste parole si staglia la volontà di una prosa magnifica e semplice allo stesso tempo, dove la vita rozza, come diamante non ancora lavorato, incontra finalmente il suo demiurgo, ed emerge viva e sublimata. Ingegnosa alchimia, pietra filosofale, la penna dello scrittore siciliano resuscita le parole dal mortorio uso e abuso quotidiano, le incide nella pagina con il fuoco della genialità, e ruba gli anni al lettore che si ritrova bambino, felice, per un attimo finalmente in pace.

Racconti da Stoccolma

Posted: 26 Maggio 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Anders Nilsson - Svezia, Germania 2006 - durata 133'

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Racconti da Stoccolma

Resta fisso nella mente la violenza e il coraggio delle immagini di Racconti da Stoccolma. Film implacabile, forte, denuncia a cuore aperto contro i soprusi, le umiliazioni e la ferocia dell'uomo contro l'uomo. Già, perché il regista svedese Anders Nilsson, nei primi due episodi, racconta la violenza che serpeggia e si rivela, ancora più crudele, nella famiglia: genitori contro figli; marito contro moglie. Il terzo episodio è invece tutto al maschile.
Si parte dal titolo originale per comprendere il film, perché questo è un film che deve essere capito, e lo spettatore non può chiudere gli occhi, neanche durante il passaggio delle scene più difficili. När mörkret faller (Dopo il tramonto) "Secondo un antico detto celtico, racconta Nilsson, al principio della stagione fredda, nel periodo di Halloween, quando arriva l'oscurità si aprono le porte dell'inferno ed escono fuori i demoni pronti a portare via i bambini dalle case. L'unico modo per tenerli lontani è accendere molte candele. Purtroppo, però, ci sono dei demoni che non possono essere allontanati, perché abitano già dentro casa e sono le persone più vicine a noi: nostro padre, nostra madre, i nostri fratelli".
Così spesso è notte quando, Leyla, (Oldoz Javidi), secondogenita di una famiglia di immigrati mediorientali, assiste impotente alla drammatica "vita umiliata" della sorella maggiore.
E' notte quando Carina (Lia Boysen), brillante giornalista televisiva viene regolarmente umiliata e picchiata dal marito.
E' notte, infine, quando Aram (Reuben Sallmander), uomo elegante, che gestisce un ristorante alla moda, viene aggredito con il suo bodyguard diventando vittime di una banda di criminali omofobi.
Tre storie vere, realmente accadute nella civile e tollerante Stoccolma. Fatti di cronaca, dove il punto di vista è quello delle vittime, che gridano e trovano la forza di denunciare a costo della vita, a costo di perdere tutto, tranne la libertà di vivere degnamente.
Nel primo episodio, Anders Nilsson e il co-sceneggiatore Joakim Hansson iniziano proprio dal personaggio di Leyla per raccontare una storia di paura e violenza affrontando il tema del "delitto d'onore". "Oggi, quello che spaventa maggiormente la gente è la minaccia proveniente dalla propria famiglia, dai genitori, dalle persone amate, da coloro che ti dovrebbero sostenere" ha detto il regista svedese. "Il nostro obiettivo era capire perché ciò accade e per questo motivo abbiamo introdotto nel film frammenti di realtà, fatti realmente accaduti. Il fenomeno del delitto d'onore appartiene a ogni sorta di ambiente e non è necessariamente legato a una religione o nazione precisa". La storia di Leyla si basa su una pratica, che ha scosso la popolazione svedese, venuta alla luce di recente attraverso i mezzi di informazione: molte giovani ragazze - figlie di famiglie credenti - sono state costrette a suicidarsi nel momento in cui venivano trovate colpevoli di vivere una vita dissoluta.
Il personaggio della giornalista televisiva ricalca la storia vera della parlamentare europea Maria Carlshamres, che ha raccolto la sua drammatica testimonianza nel libro Den oslagbara (L'invincibile). L'attrice, Lia Boysen, ha voluto incontrare personalmente la Carlshamres. "Sono andata a trovarla nella sua casa in campagna e piangendo mi ha raccontato nei dettagli alcuni episodi specifici che ha dovuto affrontare. Maria è una donna forte, nessuno avrebbe mai potuto immaginare cosa le succedeva dietro le pareti domestiche. Quello che le ha dato la forza di denunciare alla polizia il compagno e parlare apertamente della violenza subita è stato vedere quanto la situazione avesse influito sui figli. Nel film è sollevato il problema, come anche il fatto che i suoi colleghi avessero provato a metterla a tacere nel momento in cui aveva deciso di esporsi pubblicamente".
Nel dicembre del 1994 allo Sturecompagniet, nel centro di Stoccolma, quattro persone perdono la vita in una sparatoria. I carnefici, che poco dopo finiscono in manette, erano tornati al ristorante armi alla mano per vendicarsi dei buttafuori che non avevano voluto farli entrare. Sei anni dopo, a Göteborg, la scena si ripete. Anche l'ultima storia di Racconti da Stoccolma si basa sugli innumerevoli casi di cronaca che vedono coinvolti ragazzi armati decisi a vendicarsi di qualche buttafuori o proprietario di locali. "Prima di iniziare a girare" ha raccontato Reuben Sallmander, "ho incontrato diversi proprietari di locali e addetti alla sicurezza. Tutti quelli con cui ho parlato hanno ricevuto minacce, dirette a loro stessi e alle famiglie. Alcuni mi hanno detto di non sentirsi realmente protetti dalla polizia e dalle forze dell'ordine, soprattutto quando occorre testimoniare in tribunale".
Il film non cerca le cause di tanta violenza, si concentra sugli effetti, lega il dramma sociale e il lato cinematografico con un realismo a volte scomodo lasciando lo spettatore a disagio e pieno di rabbia. Ottima la fotografia e le inquadrature, anche se a volte tendenzialmente teatrali nella sottolineatura delle emozioni, particolarmente, per gli orrori di cui si diventa testimoni. Applaudito al Festival di Berlino 2007, premiato da Amnesty international, è un film che va visto e capito per un tributo al coraggio di vivere.

Baustelle - Amen

Posted: 26 Maggio 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Warner, 2008 - euro 18,00 - 16 brani

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Amen

Come già capitato all'interno della rubrica di narrativa, per libri che si giudicano di reale spessore letterario, anche in questo caso s'è preferito lasciare un tempo abbastanza lungo per ragionare sul successo, e sui motivi che stanno dietro e dentro l'ultima prova dei Baustelle.
Al quarto album (dopo Sussidiario Illustrato della Giovinezza del 2000 e La Moda del Lento del 2003), la band di Montepulciano recupera le melodie del pop-rock melodico e un po' decadente de La Malavita (2005), ove ci si trovava dinnanzi un gruppo già ampiamente strutturato dal punto di vista musicale e lirico: elementi che tornano pienamente a condire questo Amen.
In effetti Amen pare proprio lo sviluppo naturale di quanto "detto sin qui": uno stesso filo rosso unisce e lega strettamente le arie aggressive e i vari motivi di "Colombo", "Charlie fa surf" e "Il liberismo ha i giorni contati" con "La guerra è finita". Simili il metro, l'armonia e anche qualche arrangiamento; piace l'inclusione degli archi e degli di ottoni.
A volte sullo sfondo di una Milano suggestiva e metaforicamente umbratile Francesco Bianconi, sempre più a proprio agio con gli strumenti d'una raffinata capacità metrico-combinatoria, racconta in controluce, storie di ieri e di oggi su un universo sociale in perenne disfacimento. Una riflessione spesso veicolata dalla misura del racconto.
Un'opera certamente intricata, ragionata, e leggibile a più livelli. Come molteplici appaiono subito le suggestioni musicali qualificanti l'intero disco: s'intuisce Battiato nell'"Antropophagus", talune tonalità liriche di De André in "Alfredo"; Paolo Conte in alcune arie rarefatte e semiserie e poi ancora Tenco e Ciampi che tornano fra le righe delle citazioni più colte e "maledette". Non mancano allusioni melodiche meno "nobili", come ai Bluevertigo cui "Baudelaire" pare chiaramente echeggiare.
Amen è un disco mai faticoso, sebbene non immediatamente fruibile come invece La Malavita; un lp che accoglie ancora citazioni intellettual-culturali piuttosto eterogenee: la qual cosa pare farne, a tratti, un prodotto post-moderno e, accusa genericamente mossa alla band senese, radical-chic.
Belli gli incroci vocali, regolati in alternanza o in controcanto, e finalmente più abbondanti, fra le voci di Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi. Belli e a tratti complicati gli arrangiamenti: prestigiosi con l'inserzione d'un'orchestra d'archi e fiati; complessi nel loro mescolarsi in un pastiche di tratti del pop nostrano, musica elettronica, percussioni tipo jungle e rapidi passaggi che sfiorano sonorità jazz, come nella strumentale e suggestiva "Ethiopia".
"Baudelaire" coniuga invece stilemi della disco music anni '70, vivaci basi funky, percussioni caraibiche, con gli archi e le tastiere e vi cuce sopra la pelle delle poetiche de "I fiori del male" (Satana all'inferno per te/ed è più moderno di te/avremmo divani fondi come tombe/stando a quanto dice Baudelaire….Santa è la bellezza/ tanta è la paura/fai come faceva Baudelaire…). Il risultato d'insieme è d'eccezione, e spesso raggiunge raffinate vette di significazione (É necessario credere/bisogna scrivere/verso l'ignoto tendere/ricordati Baudelaire).
"Charlie fa surf", che è anche il primo singolo uscito visto la sua immediata orecchiabilità ("io non voglio crescere / andate a farvi sfottere"), recupera a mo' di citazione la celebre foto di Maurizio Cattelan con lo scolaro dalle mani inchiodate con delle matite sul banco, e assieme riprende il titolo "Charlie Don't Surf" dei Clash.
"Antropophagus", legge con amarezza e ironia le vicende quotidiane di solitudine e miseria degli extracomunitari e dei più nostrani homeless nelle comunità di vinti della stazione centrale di Milano.
"Alfredo" è il commovente ricordo di Alfredino Rampi e dell'incredibile vicenda (e orribile scomparsa) umana e, soprattutto, mediatica che accompagnò il piccolo caduto nel 1981 in un buco melmoso nelle campagne romane.
V‘è spazio, in "L'uomo del secolo", anche per l'elemento autobiografico: Bianconi richiama alla memoria l'immagine del nonno, con le storie sulla guerra ("era quasi primavera/ e le radio ci/ trasmettevano/canti di paura/da cantare quando è sera/… era il '43"), l'evocazione di figure lontane e di ricordi sbiaditi, in un ultimo monumento di lucidità ("lascio un mondo che/ mi ha maltrattato/me ne vado mi/sono stufato/vi ho voluto bene adesso vado/ sono stato un comunista/ avevo una speranza…"); in tal senso il ritornello a due voci risulta particolarmente evocativo.
Lenta, struggente e in qualche misura compendiosa del senso più profondo del disco, è la chiusa "Andarsene Così": non è impossibile/pensare un altro mondo/durante notti di/paura e di dolore/assomigliare a/lucertole nel sole/amare come dio/usarne le parole/sarebbe comodo/andarsene per sempre/ andarsene da qui/andarsene così.
Nell'effetto finale che fa della suggestività il suo centro emozionale, ha un peso determinante la presenza di Alessandro Alessandroni, anziano autore e arrangiatore di colonne sonore anche per mostri sacri come Morricone e Trovatoli. Suoi gli effetti in controluce della fisarmonica, del "fischio" e del sitar.
Su tutto sta, in definitiva, l'elemento formale che investe, al contempo, la sofisticatezza degli arrangiamenti e l'"impegno" lirico. Non uno sterile sperimentalismo metrico-musicale, quanto piuttosto un lirismo in assimilazione alla componente combinatorio-melodica: il risultato è un album d'inconsueta qualità immaginifico-evocativa.

Domenico Losurdo - Il linguaggio dell'Impero

Posted: 26 Maggio 2008

Recensione di Andrea Comincini

Laterza 2007 - Euro 20,00 - pp. 319

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Il linguaggio dell'impero

"In questo momento noi facciamo la guerra in una maniera molto più barbara degli stessi arabi. Attualmente è dalle loro parti che si incontra la civiltà".
Da tali e simili riflessioni si fonda una complessa analisi della politica contemporanea e dei suoi linguaggi da parte del filosofo Domenico Losurdo, pensatore da anni impegnato nella battaglia contro il revisionismo storico. La citazione di cui sopra non viene da alcun dittatore orientale né da terroristi anti israeliani, bensì da Alexis de Tocqueville, uno dei Padri Fondatori dell'Occidente democratico. Il gusto per il paradosso, per la boutade, può essere la prima scomposta reazione a quanto appena scritto, ma una lettura seria del libro convince il lettore della assoluta mancanza di teatralità provocatoria nella prosa del filosofo nostrano.
La stranezza, per Losurdo, è lo stravolgimento della storia, delle tradizioni e delle proprie origini da parte del mondo occidentale, ed in particolare di quel paese oggi sempre più giudice sovrano dei destini comuni, ovvero gli Stati Uniti d'America. Come prima accennato, l'opera scandaglia i linguaggi contemporanei per svelarne la violenza intrinseca. Fondamentalismo, antisemitismo, filoislamismo fondano categorie in cui inserire amici e nemici, senza alcuna attenzione per la realtà storica delle accuse.
La parola, prosegue lo scrittore, non è mai innocente, soprattutto quando diviene strumento per de umanizzare e cancellare intere culture; per siffatto motivo Lessico dell'ideologia americana - sottotitolo del testo in questione - si trasforma in un lungo elenco di improperi, falsità, calunnie di cui il linguaggio dell'impero fa uso per giustificare massacri e vendette, invasioni e colpi di Stato.
Sintomatico è rintracciare in comportamenti altrui i germi del terrorismo, oppure della mancanza di democrazia, senza rivolgere attenzione agli ‘intellettuali' nostrani. A far scuola non sono soltanto personaggi quali la Fallaci, ma persino lo stesso Tocqueville sopra citato, ed insieme a lui Roosevelt o J. F. Kennedy, così osannato in terra italica. Losurdo individua nei punti di riferimento della democrazia "ufficiale", il lato oscuro dei propri comportamenti politici, e ne rivela la violenza bestiale. I personaggi su citati non hanno mai provato imbarazzo ad appoggiare assassinii di leader democraticamente eletti se poco o affatto allineati con la politica di Washington; privi di scrupolo, hanno bombardato e annientato intere popolazioni per imporre un modello democratico il cui mito si sbriciola non solo nell'analisi delle pratiche, ma nel lessico appunto, un lessico privo di umanità per chi è fuori dall'Occidente.
Uno degli elementi cardine di questa politica de umanizzante e totalitaria infatti si basa sulla categoria di "Occidente": essa è fluttuabile, e l'appartenenza o l'esclusione segnano i destini di intere generazioni. Occidentale è di volta in volta il Paese sostenitore della politica di dominio vigente. Durante la Guerra Fredda l'Unione Sovietica veniva accusata di essere una terra asiatica, mongola, e subiva la discriminazione dovuta al suo socialismo politico; nel Terzo Reich, gli ebrei erano anche imputati di essere i fondatori del socialismo, e di aver sostenuto quel mostro che minacciava l'Europa e la sua cultura superiore.
Oggi la situazione è decisamente diversa, e la Russia è più volte descritta come un paese profondamente occidentale, europeo, parte integrante del ‘mondo civile'.
Questa civiltà - osserva Losurdo - è uno degli altri attributi capaci di salvare o condannare i destini dell'umanità. L'incredibile coincidenza, e l'ironia è dovuta, è che i popoli inferiori sono sempre quelli sui quali si vuole estendere il proprio potere, per privarli delle risorse o sfruttarli fino all'esaurimento.
Prima i pellerossa, poi i neri d'Africa, quindi gli ebrei: chi deve esser schiacciato va innanzitutto tutto trasformato in un under man, ünter mensch, non uomo. La trasfigurazione del nemico avviene con la sua esclusione dalla ‘razza civile', ovvero il dominante, perché in tal modo si può fondare una ragione sociale e condivisa agli occhi delle masse per ottenerne il consenso formale.
Nella situazione contemporanea il popolo palestinese, ed arabo in generale, subisce maggiormente il processo discriminante. Poiché l'oriente è geopoliticamente appetibile, allora i suoi abitanti divengono bestie sanguinarie, assassini cruenti, primitivi da rieducare. L'effetto è visibile nella vita quotidiana: gli extra comunitari, secondo la vulgata corrente, prevalentemente orientali, vengono in Italia per delinquere; i palestinesi sono terroristi; marocchini, somali, siriani, giordani finanziano il terrorismo globale contro la democrazia.
Se l'elenco dei cattivi è corposo, altrettanto consistente è la replica da Losurdo riportata ad ogni accusa. Egli non solo dimostra l'infondatezza dei ragionamenti dominanti, ma propone al lettore un utile esperimento, ovvero cercare nella storia degli accusatori se sia possibile rintracciare pratiche disumane simili o coincidenti con quelle imputate agli avversari. Il risultato è sinceramente sconcertante: l'Occidente è il primo criminale da mandare al banco degli imputati, per le accuse continuamente rivolte ai popoli altrui.
Non si tratta di eccezioni, ma di una politica violenta scritta nell'arco di duemila anni. Come dimenticare che il nazismo è germogliato nel cuore della civiltà occidentale? Come dimenticare le stragi compiute ai danni dei nativi americani dalla cattolicissima Spagna, i campi di sterminio fascisti in Libia, la morte di milioni di ebrei?
La rimozione della propria storia è una tendenza sempre più preoccupante, perché non produce solamente la perdita della memoria, ma autorizza possibili nuove stragi nell'immediato futuro.
Il Ku Klux Klan è un prodotto della nostra cultura, e sarebbe sbagliato considerarlo semplicemente una deviazione di percorso. Hitler in persona guardava all'America con simpatia, perché in essa vedeva attuarsi quella politica razziale da lui agognata. La White Supremacy è parte integrante della formazione familiare, ed è sintomatico notare chi in essa viene incluso per comprendere le strategie di dominio contemporanee.
Cinquant'anni fa - osserva Losurdo - l'ebreo era considerato negroide, corrotto, dal sangue infetto. La sua parentela con l'arabo era palese e luogo comune; distinguere le due etnie era praticamente ininfluente. Oggi gli Stati Uniti appoggiano incondizionatamente la politica coloniale dello Stato d'Israele, e conseguentemente i Giudei vengono a far parte dell'Occidente, sono ‘bianchi' a tutti gli effetti, fanno parte integrante della cultura occidentale, la quale è greco-giudeo-cristiana.
Queste tre tradizioni, per secoli in lotta fra loro, vengono trasfigurate in un mito fondativo, da cui è escluso l'islamismo, in quanto ostile agli interessi attuali, ma certamente imprescindibile se si vuole individuare il terreno da cui sorge la nostra civiltà.
L'esclusione, in ultima osservazione, appare essere il principale strumento della politica imperiale: politica, sociale, razziale, essa rende il nemico "altro da noi" e giustifica l'intervento criminale, la violenza e la repressione. Losurdo ci invita a vigilare e a cogliere l'invito del buon senso, ovvero guardare il nemico, l'ultimo, il diverso non come un estraneo ma come vittima, ed a sforzarsi di comprenderne il grido d'aiuto, anche quando la disperazione può diventare illiberale: non per buonismo, né per finto umanitarismo, ma per ricordare che la violenza più grande è di chi cancella la verità per sete di potere.

In amore niente regole

Posted: 10 Maggio 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di George Clooney - USA 2007 - durata 114'

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In amore niente regole

Sembrerebbe che George Clooney attore e regista, alla terza prova, nel film In amore niente regole, sia proprio deciso a ricercare la "verità" nel suo paese, la "grande America democratica". Dopo Confessioni di una mente pericolosa (2003), dove apriva uno spaccato critico sul modo "impietoso" di trattare le persone in un format televisivo, e Good night, and Good Luck (2005) nuova denuncia contro i media americani, ecco incisiva ma leggera la sua ultima fatica.
Commedia di costume che racconta il momento di passaggio, negli anni ‘20, dal football dilettantistico a quello professionistico. Il titolo originale Leatherheads, Teste di cuoio, lascia intendere i caschi protettivi dei giocatori. La traduzione italiana, un po' artificiosa, da un lato accentua il carattere sentimentale del film, dall'altro ne suggerisce una lettura organica, facendo salire in primo piano il tema delle regole. Dunque nel gioco come nell'amore niente regole, altrimenti il rischio è quello di non vivere il momento, di non divertirsi. Non è certo un incitamento all'anarchia e Clooney lo sottolinea "C'è bisogno di regole, ma mi piace vedere che alcune persone riescono a violarle".
Nel film, l'America, che non si stanca di rimpiazzare la realtà con l'inganno fabbricando eroi come Carter Rutherford (John Krasinski), atleta e soldato costretto a immortalare il ricordo eroico di un gesto mai compiuto. L'enfatica menzogna creata dai media è contrastata da una giornalista, Lexie Littleton (Renée Zellweger), ipotetica coscienza dello Stato.
Ma grande protagonista sullo schermo è il football, prima delle regole, dei cachet illimitati e del primato commerciale su quello tecnico e sportivo. Il football letto come una guerra, i giocatori come soldati, che combattono schierati di fronte ai nemici da sfondare per conquistare la linea di confine. Siamo in un passato remoto, quando ancora questo sport non conosceva sponsor milionari, contratti importanti. Il contrasto che si risolve tra Dodge (George Clooney), veterano giocatore ultraquarantenne, e il giovane Carter Rutheford, rampante fuoriclasse, è anche un dissidio generazionale. Così il gioco senza regole diventa un confronto tra una generazione attaccata alle proprie radici, e un'altra totalmente incurante di un presente e pronta a sfruttare un passato falsamente costruito. Ma l'America per risolvere lo scontro, troppo fragile per credere in se stessa, ha bisogno di fabbricarsi miti leggendari, di idealizzare l'eroismo inesistente della guerra.
Clooney costruisce un film pulito, preciso, girato secondo i canoni più classici di un buon manuale di regia, della storia racconta "Sono un grande fan dello sport, ma qui si trattata di altro. Ho immaginato questa storia come quella di qualcuno che si attacca disperatamente a qualcosa appartenente ad un passato distante. L'ho scelta differente dalle altre, ma che mi ha appassionato ugualmente. Per me la cosa più importante è lavorare come produttore e regista per un film in cui credo e non arrivare ad ottanta anni vergognandomi di guardare indietro a pellicole che ho realizzato nel corso del tempo. Cerco film e progetti diversi tra loro. Oggi ho 46 anni e - in un certo senso - era la mia ultima opportunità per interpretarla anche come attore. Dodge è un personaggio che ho sentito affine alla mia personalità, mi sono totalmente identificato".
Degna del suo ruolo, anche la Zellweger, esuberante e seducente, interpreta piuttosto bene il personaggio della donna in carriera, tanto da rubare la scena più di una volta al suo regista. Civetta, forse con troppe smorfie, tra un uomo e un altro per ottenere il suo fine, originale modello di un cambiamento radicale del mondo femminile di quegli anni.
Il film, tuttavia, resta una fotografia invecchiata e nostalgica. La sceneggiatura, simmetricamente troppo ben costruita, appiattisce il più delle volte spettacolo e storia. Il triangolo sentimentale che viene inscenato è privo di emozioni, così come la pur allegra e simpatica avventura degli Duluth Bulldogs, bloccati in una pellicola costruita con tecniche ultramoderne.
Invece, lodevole è lo studio dei costumi e la colonna sonora curata da Randy Newman, magnifico gioiello jazz, che valorizza i ritmi a volte fin troppo lenti della sceneggiatura.
Staremo a vedere se un film con questo taglio, tutto giocato su memorie cinofile (si ricordino le frequenti citazioni di Cukor e di Hawks), consapevolmente démodé, sarà in grado di arrivare al pubblico contemporaneo.

Nam Aurousseau - Dello Stesso Autore

Posted: 10 Maggio 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Edizioni e/o, 2008 - euro 14, 00 - pp. 128

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Dello stesso autore

Da poco in libreria per E/O, Dello Stesso autore porta in scena la Parigi più brutale e marginale, le sue aree meno conosciute, le zone escluse dall'immagine culturale che la città più comunemente riserva: una metropoli dei dimenticati, degli abbandonati dal sistema, quella delle banlieue più desolate. Il linguaggio che la racconta non può che essere rappresentativo della bassa realtà che l'affolla: brusco e vigoroso, anche ruvido, con numerose inserzioni del gergo carcerario e della piccola criminalità parigina.
Il romanzo è costruito sugli avventurosi accadimenti che animano l'autobiografia dell'autore, Nam Aurousseau, la cui nota personale a fine libro, sebbene scarna, risulta fortemente cattivante ed evocativa: "Madre lavandaia, padre meccanico manovratore, cinque fratelli, impara il mestiere di idraulico alla fine di sette anni di detenzione per rapina, durante i quali divora libri e inizia a scrivere".
Il protagonista è Joss Meredith, autore del libro di successo Rimorsi di un comico viaggiatore, giallo d'ambiente criminale che, come accade per Aurousseau, si sviluppa in direzione autobiografica. Joss è alle prese con la sua attesa seconda prova e con un'attraente e pericolosissima vicina con la pistola - di cui si legge nella quarta di copertina - che lo coinvolge, malgrado la proclamata innocenza dello stesso, in una vicenda di sequestro e violenza sessuale e per la quale si ritrova a fare i conti con la legge. Morgane ha infatti completamente scordato gli avvenimenti dei giorni del rapimento e dell'abuso, le restano solo i segni psicologici e sul corpo: "Quei cinque giorni dimenticati la ossessionavano come cinque fantasmi liquidi e inafferrabili che le scivolavano via continuamente tra le dita. Tra l'istante in cui l'uomo le aveva chiesto l'ora e quello in cui si era svegliata nel bosco, non c'era nulla". Messo in mezzo a una vicenda più grande di lui dall'ombroso tenente Waulk, Joss è accusato e messo in carcere prima per detenzione illegale d'arma da fuoco poi proprio per lo stupro di Morgane. La vicenda si risolverà in maniera imprevedibile e con tanto di ricostruzione, ma soltanto nelle pagine finali.
Al limite del "genere" Pulp per ciò che riguarda il ricorso a componenti di facile presa - sesso e violenza sono presenti nella trama e nei linguaggi - e per lo stile volutamente aggressivo e asciutto; se ne distingue però per un suo andamento ragionato e per la tessitura calibrata. La definizione di "noir vissuto", che segue quello di "noir mediterraneo" ad accompagnare la scrittura di Massimo Carlotto, pare in definitiva indovinata.
V'è infatti molto del vissuto (romanzato) dell'autore: dalle esperienze malavitose alla vita carceraria alla passione lì coltivata per la lettura prima e la scrittura poi. Il tutto sistemato in un coeso ed intrigante ordito, benché di semplice sviluppo. Ad arricchire una struttura abbastanza classica le ambientazioni, la lingua, il vocabolario tecnico della polizia, della medicina legale e della "mala", alcuni divertenti particolari piccanti, cui s'inserisce uno sguardo ironico di pessimismo beffardo: "nella vita la cosa importante è non aspettarsi mai niente. Bisogna tenere duro e basta, tenere dietro alla curva lenta del tempo, non lasciarla mai". Quanto detto è vissuto in presa diretta, il che aggiunge a volte un leggero tocco di surrealtà alle situazioni in essere; ostaggio della vicina di casa nella sua macchina, Joss coglie la possibilità di liberarsi e al contempo s'impegna a commentare: "Teneva sempre la pistola in mano, ma le si erano aperte le dita. Me ne sono impossessato senza ragionare, perché i vincenti non ragionano. I vincenti colpiscono, prendono e vanno via".
C'è poi un continuo confronto, sempre in chiave brillante, coi grandi della tradizione gialla: "Sulle donne cominciavo a saperla lunga. Ero ancora molto lontano da Simenon per quantità, non ero mica uno fissato coi numeri, ma ne avevo frequentate parecchie da vicino e mi ero fatto un'idea".
All'analisi psicologica della forma mentis delinquente, e della vittima, si sovrappone spesso la denuncia di un sistema ingiusto: non quello del crimine, ma della giustizia che vive di pregiudizi, una delazione delle insidie cui ci si imbatte nel fare i conti con l'autorità costituita.
Forte l'accusa alla realtà carceraria, a proposito della quale leggiamo di ingiustizie, violenze e dello stato di sopravvivenza che vi regna: tutte "queste cose non si inventano. La realtà è sempre più squallida della finzione, più inattesa nelle sue pieghe fetide".
Ecco un brano che rendel'idea tanto del penetrante discorso sociale - contro i pregiudizi che si subiscono nell'ambito della "giustizia" - quanto della prosa vivace di Nam Aurousseau: "Il gene del crimine non esiste. Quello che esiste invece è un gran casino virologico illuminato di sbieco dalla luna, una specie di contagio infettivo di nevrosi familiari storicamente accoppiate con un mucchio di letame socioculturale ipercriminogeno. Vista da vicino, è questa la storia del crimine". Un'analisi del reato, delle sue radici e ragioni, vista appunto dall'interno e che diviene denuncia socioculturale e accusa diretta alle istituzioni, non senza allusioni alle problematiche dell'attualità francese: "Le condizioni della detenzione erano terribilmente peggiorate […] e nemmeno l'estrazione sociale dei detenuti era migliorata. C'erano solo poveracci pieni zeppi di problemi, imbottiti di miseria socioculturale e psicologica, tutti ragazzi venuti dai ghetti nei quali, a conti fatti, era stata ammassata la manodopera importata per spezzare i sindacati operai. Quando la Repubblica abbandona i propri figli, non c'è da stupirsi se ridiventano selvaggi".
Il libro di Nam Aurousseau resta comunque molto divertente, per il tono leggero che la prosa svelta e provocatoria offre, per l'angolazione ironica che le vicende giudiziarie, carcerarie ed erotiche di Joss Meredith assumono, e infine per la trattazione del materiale in gioco: da vero noir, vissuto.

Alessandro Dal Lago - Il business del pensiero

Posted: 10 Maggio 2008

Recensione di Andrea Comincini

Manifestolibri 2007 - Euro 14,00 - pp. 135

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Il busuness del pensiero

Questo piccolo libro, Il business del pensiero - La consulenza filosofica tra cura di sé e terapia degli altri, propone una analisi interessante ed esauriente di un fenomeno sempre più alla moda negli ultimi anni, ovvero la Consulenza Filosofica. Irriverente, ironico, sofisticato il suo autore, Alessandro Dal Lago, docente di Sociologia dei processi culturali a Genova.
Come è tradizione delle edizioni Manifestolibri, l'opera non cade mai nella banalità ma invita il lettore ad una riflessione precisa e inequivocabile sul compito della filosofia nell'età contemporanea. Per gli argomenti trattati, lo stile disinvolto e pungente, tal lavoro meriterebbe più considerazione da parte dei media perché focalizza l'attenzione su un nodo centrale dei nostri tempi: oltre al ruolo del pensiero, già accennato, appare evidente un coinvolgimento delle persone nell'operazione anche da un punto di vista terapeutico: il sottotitolo è illuminante, e rivela non solo una pratica, ma addirittura un atteggiamento, un abito sociale e quindi una forma di potere.
Cos'è dunque la Consulenza Filosofica? Dove si annida? La risposta è semplice: la Consulenza Filosofica è un rapporto impari fra due persone il cui fine è produrre un cambiamento interiore nella parte più debole. Lo spazio nel quale tal pratica si attua non è quello delle aule universitarie, né gli studi degli psichiatri - non prevalentemente. Il luogo sacro per eccellenza è l'azienda.
Dal Lago è abilissimo nel tratteggiare i contorni di questi consulenti, così simili ai manager nei loro abiti grigio scuri ed il lessico cool. Self counseling, monitoring, empowerment, vision, mission ecc., sono i vocaboli più usati per definire gli scopi e gli obiettivi da raggiungere. Il traguardo delle industrie - a differenza del passato - deve però apparire ottenuto con un lavoro di squadra, perseguire fini etici, essere frutto di un gruppo. Il filosofo viene scritturato per imbandire lo spettacolo della fratellanza aziendale ma soprattutto per rendere il target con-diviso.
All'apparenza possono sembrare scelte eccellenti e condivisibili, e potenzialmente lo sono. Il problema principale non è l'ottimizzazione della produzione, ma la falsa ideologia sottesa, e l'umiliazione subita dalla filosofia nel rinnegare la sua vera essenza.
L'analisi di Dal Lago non si ferma all'ironica esibizione dei ‘nuovi mostri' accecati dal branding filosofico, ma sviluppa delle tematiche culturali fondamentali attorno ai modelli socio-politici dominanti. Il connotato principale della consulenza filosofica è l'ufficio attuale nel mondo del pensiero, e di conseguenza la funzione del mondo del pensiero nella società.
In una parola, sottomissione. Il principio secondo cui un consulente in-forma un consultante, si basa su due gravi presupposti, ovvero l'asservimento ad una supposta autorità e successivamente l'adeguamento dell'interiorità all'esteriorità.
Sia chiaro: il primo atteggiamento non sarebbe deprecabile se rivelasse la necessità di affidarsi a chi più sa per imparare e procedere poi autonomamente. Nella consulenza filosofica avviene esattamente il contrario, seppur si tenta di mascherarlo. Il docente parla sempre di un rapporto paritario, socratico, basato sul dialogo. In realtà, egli non concede quasi mai l'accesso diretto alle fonti: il neofita è sempre troppo impreparato, può confondersi, ha bisogno di risposte veloci e comode. Meglio leggere Platone è meglio del Prozac piuttosto che l'opera dell'ateniese, direttamente. La neutralità fittizia nasconde quindi un potere coercitivo dedito a trasformare il Conflitto in Dialogo, cioè "operare una conversione dall'arida materialità dei rapporti di lavoro alla trasparenza riflessiva del discorso". "Allo stesso modo in cui non si può studiare l'algebra senza apprenderne preliminarmente i simboli, così non si può avere una cognizione adeguata del pensiero di un filosofo senza farsi un'idea del suo linguaggio […] Far finta che tutto ciò non esista: questo sì significa velare tutto ciò di cui si dovrebbe parlare, altro che concezione aristotelica della filosofia!" Dal Lago ricorda che questo procedimento superficiale e definito intorno a mere logiche economiche aziendali non libera le coscienze, ma vende una finta libertà. Il lavoratore farà parte della "grande famiglia" mostrando più interesse e partecipazione, semplicemente per migliorare le entrate e la resa dei dipendenti, non per la loro salute psicologica. La sottomissione delle coscienze attraverso le pratiche di consulenzaiali è grave altrettanto quanto il monitoraggio mentale compiuto dai media e la loro successiva creazione di consenso indotto.
Nell'ambito della nostra investigazione tuttavia, è ancora più impellente capire il risvolto teoretico di un simile stravolgimento della filosofia.
Con l'adeguamento dell'interiorità del funzionario al "già-dato" esterno, si commette un delitto gravissimo, perché la realtà cessa di essere luogo di conflitto o di indagine, ma viene accettata passivamente quale effettività unica e corretta: è l'uomo ad aver qualcosa di sbagliato, il consulente lo aiuta a guarire.
Il pensiero subisce una profonda sconfitta quando viene presentato alla stregua di un blocco unico di sentenze, aforismi, citazioni, notizie utili e frivole, favorevoli all'assimilazione ed alla composizione dei conflitti sociali e non alla loro soluzione. Il dipendente viene completamente assorbito dalla logica aziendale, e si illude di trasformarsi in un funzionario dell'umanità, mentre è semplicemente assorbito da criteri commerciali.
Dal Lago offre innumerevoli esempi e storie, coinvolge il lettore in un percorso polisenso e dinamico, per ricordare quale è il vero pensiero, quale la vera filosofia, e riporta alcune parole di Foucault chiare e illuminanti: "cos'è la filosofia se non un modo di riflettere, non tanto su ciò che è vero o falso, ma sul nostro rapporto con la verità? […] non c'è nessuna filosofia sovrana, è vero, ma c'è una filosofia o, piuttosto, della filosofia in attività. La filosofia è il movimento per cui ci si distacca - con sforzi, esitazioni, sogni e illusioni - da ciò che è acquisito come vero, per cercare altre regole del gioco. La filosofia è lo spostamento e la trasformazione dei quadri di pensiero, il modificarsi dei valori ricevuti, tutto il lavoro che si fa per pensare diversamente, per fare diversamente, per diventare altro dal quel che si è".
Che la filosofia serva a renderci felici è una idea comica, ingenua. Essa deve invece liberare, coinvolgere l'uomo ad interrogarsi per risolvere la caduta nello spettacolare e nel soggettivo di questioni esistenziali - dunque politiche - la cui origine invece è esteriore e pubblica, e si fonda sul presupposto di una eventuale prossima liberazione, ma solo interiore. Fuori di sé, tutto resta così com'è. La miniaturizzazione dei controlli e delle pratiche coercitive sono il vero terreno in cui la filosofia deve agire: per sciogliere le catene degli uomini e ribadire il suo ruolo.

David Harvey - La crisi della modernità

Posted: 10 Maggio 2008

Recensione di Andrea Comincini

Net Editore 2006 - euro 12,80 - pp. 437

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La crisi della modernità

"L'esperienza del tempo e dello spazio è cambiata, è crollata la fiducia nell'associazione fra giudizi scientifici e morali, l'estetica ha avuto la meglio sull'etica quale centro principale della preoccupazione sociale e intellettuale, le immagini hanno la meglio sulla narrazione, la fuggevolezza e la frammentazione hanno la meglio sulle verità eterne e sulla politica unitaria, e le spiegazioni sono passate da un fondamento materiale e politico - economico a una considerazione delle pratiche culturali e politiche autonome".
In queste parole si riassume l'analisi di David Harvey, Professore alla John Hopkins University, su uno degli eventi fondamentali dell'epoca contemporanea, ovvero il passaggio turbolento dal modernismo al postmodernismo.
Il suo studio si intitola, coerentemente, La crisi della modernità, ed affronta in maniera esaustiva e completa le forme culturali e sociali odierne, dall'architettura al cinema, dalla filosofia alla semantica, ed il cambiamento avvenuto da una economia caratterizzata dal fordismo ad un sistema produttivo basato sulla "accumulazione flessibile".
L'analisi è complessa ed ampia: si parte dall'Illuminismo e dal predominio della ragione, per giungere ai quadri di Picasso e all'interpretazione de Il cielo sopra Berlino o Blade runner. L'autore è fermo nello spiegare in maniera esauriente ogni concetto ed ogni passaggio storico, e colpisce la precisione e la forza delle argomentazioni.
L'accumulazione capitalistica ha alterato indelebilmente la percezione del tempo e dello spazio, comprimendoli fino a trasformare il vissuto quotidiano. Con la misurazione cronologica delle giornate, la nascita della cronografia e della mappatura del mondo, l'uomo si impossessa della realtà e muta le condizioni stesse dell'esistere: il capitalismo nascente cancella il medioevo, e riscrive le coordinate naturali del vivere quotidiano. La modernità appare essere un turbine sconvolgente capace di spazzare i vecchi pregiudizi e paure, per riscrivere le leggi dell'economia ed indirizzare il corso degli eventi verso nuovi orizzonti.
In questo sforzo titanico della storia, le produzioni materiali e intellettuali sono grandiose ed allo stesso tempo incutono paura.
Harvey scandaglia ogni campo dello scibile, e analizza accuratamente le radici del modernismo, ovvero il capitalismo stesso. Al marxismo ci si affida per la comprensione globale dei mutamenti, e nonostante le possibili critiche l'operazione risulta perfettamente riuscita: non solo Marx non è in crisi, ma le sue teorie sembrano le uniche a rendere comprensibile il mondo ed i suoi cambiamenti, anche e soprattutto quando il modernismo cede alla recessione. Da qui il titolo ed il sottotitolo, "Riflessioni sulle origini del presente", ad indicare un legame indissolubile tra ieri ed oggi.
Memore della importante lezione di un altro grande intellettuale quale Fredric Jameson e del suo Postomodernismo, ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, Harvey raccoglie la sfida dell'inquietudine contemporanea, e della mancanza di punti di riferimento per riportare l'analisi su un terreno solido: la crisi della modernità è semplicemente un'altra fase del capitale, sempre in movimento e dinamico fino alle estreme conseguenze, ovvero riscrivere se stesso e le sue forme.
Il tardo capitalismo si configura infatti come un campo fluido in cui all'etica viene preferita l'estetica, alla memoria la schizofrenia ed alle grandi narrazioni le pratiche culturali localistiche.
Se l'egoismo diviene il tratto distintivo del mondo, questo tuttavia resta camuffato in una società in cui l'effimero predomina mascherato dall'umanitarismo delle star dello spettacolo, oppure dalla trasformazione dei poveri e dei rifugiati in immagini amorfe da telegiornale.
Il passaggio dal modernismo al postmodernismo è quindi un mutamento nella produzione del capitale: dal fordismo e dall'economia pianificata si passa ad una accumulazione virtuale, just in time, ad una economia di servizi e di crediti finanziari, in cui la materialità si perde nell'immagine ed il feticismo delle merci si fonde con quello della spettacolarizzazione della vita.
L'uomo cade in un tempo ed in uno spazio frantumato, e la demenza diviene tratto distintivo del vivere quotidiano, quindi anche della politica. L'istantaneità non produce solo mode passeggere, fast food, ecc., ma anche l'eliminabilità del tutto: ogni oggetto, ogni sentimento è transeunte. Bisogna consumare non solo la merce, ma persino i corpi, le idee le pratiche sociali. "La semivita di un tipico prodotto fordista era, per esempio, di 5-7 anni. Ma l'accumulazione flessibile ha ridotto quel tempo a meno della metà […] L'estetica relativamente stabile del modernismo fordista ha lasciato il posto al fermento, alla instabilità ed alle qualità fuggevoli di una estetica postmodernista che celebra la differenza, la caducità, lo spettacolo la moda e la mercificazione delle forme culturali".
Per tale motivo la politica si trova ad essere nell'occhio del ciclone. Harvey nota che i maggiori rappresentanti di partito conducono ormai le campagne elettorali quasi fossero testimonial di un prodotto pubblicitario, e si offrono non più sulla base di argomenti, ma di immagini seduttive, persino erotiche, e fondano il loro comportamento non sulla coerenza bensì sull'improvvisazione, la boutade, il colpo di teatro.
Il libro esamina con precisione la storia dell'Occidente ma non trascura naturalmente le implicazioni economiche e prettamente commerciali: una parte consistente del lavoro dimostra al lettore quanto l'economia ed il suo studio siano fondamentali per capire i risvolti culturali, perfino religiosi, in cui l'uomo moderno si trova a muoversi.
Ritornano impellenti gli elementi che distinguono il modernismo dal postmodernismo, e naturalmente dall'economia è imprescindibile arrivare ad una analisi politica, visto lo stretto legame fra le due e la reciproca influenza perpetua. L'opera si sofferma quindi notevolmente sulle implicazioni quotidiane in cui l'uomo contemporaneo postmoderno si trova ad agire, soprattutto sulla sua pericolosità.
Se il modernismo infatti ha trasformato la società apportando un contributo sia positivo sia negativo, resta innegabilmente a sua favore l'aver sempre rivelato le proprie contraddizioni, rendendole culturalmente e politicamente esplicite. Il postmodernismo invece, rifugiandosi nel frammentario, nega una visione globale, mondiale della società. Questa visione comporta due fattori: da una parte la politica è legata all'effimero, e quindi si trova nei fatti ad essere profondamente reazionaria; dall'altra - pur enfatizzando le differenze, il diverso e l'altro - ad essi non porta l'attenzione dovuta, ma produce al contrario razzismo, paura del diverso ed indifferenza.
Secondo Harvey, d'accordo con Eagleton, il gesto postmodernista di sotterrare "l'universalizzante", resta in realtà incoerente, perché i filosofi devono alla fine prendere atto della necessità di rivelare le dinamiche reali del divenire, la necessità di una politica all'aria aperta e globale, altrimenti non può esser compreso nulla, né tantomeno fondato alcun argomento capace di analizzare la società e - perché no - cambiarla dalle radici.

R.E.M. - Accelerate

Posted: 10 Maggio 2008

Recensione di Martin Ryan

Warner Bros. 2008

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Accelerate

Fashions in music come and go and a band becomes cool for a while, primarily because critics dictate what they deem to be cool. R.E.M. have been through that process and, for the most part, decided to go their own way anyway. They released their last studio album "Around The Sun" in 2004, when I was living in a foreign country for a while. I remember begging a neighbour to drive me to the nearest big town to buy a copy, (I don't drive and the bus service was primitive), which I fell in love with instantly and played constantly for about three months. I was incredibly homesick and I think, for some reason, it reminded me of home, despite the fact that R.E.M. are American and I'm Irish. That album was horse-whipped by critics, almost across the board and even Michael Stipe has pretty much admitted that it was an artistic disaster. The thing is; I loved that album then and still do. The same was the case with "Monster". So am I completely out of touch or is the listener the ultimate arbiter? Well of course the latter has to be the case, even when the artist starts believing what he/she reads. They're as prone to the influence of critics as audiences are. More so, I would confidently guess.

All of which brings us to "Accelerate". When I heard that the songs publicly auditioned at their Dublin "Live Rehearsals" were a return to a rockier, "Monster" type or even earlier sound, I was interested. But why did they feel the need to publicly audition the new songs? Did they really need to hear audience reactions to know if songs were good or bad at this stage of their career? The single "Supernatural Superserious" was released on the net a couple of weeks ago and that whetted the appetite with an in-your-face dirty guitar riff that immediately grabbed you by the throat along with Stipe's almost growl of a vocal, complemented by trademark harmonies from Mike Mills. Classic R.E.M. and the most immediate song they've released for a long time. Stipe's lyrics are, of course, one of the key elements that make them unique. I can't think of any singer/lyricist who could use a word like "humiliation" in what is essentially a pop/rock song and make it sound as natural as if he sang a "moon in June" rhyme. Some fears allayed so, and it seemed like this was going to be one of the classic albums, until I read somewhere that they'd taken advice from U2 on how the album should sound. They then went with a producer, Jacknife Lee, suggested by Bono & Co. Were they really so far out of touch? Anger, frustration and alienation are the themes that preoccupy Stipe's imagination here and the music reflects these concerns. The first two tracks speed past before you can catch your breath and you know how the album got its title. "Living Well Is The Best Revenge" opens with Peter Buck's guitar in full-frontal attack as the rest of the band charges in to produce a wall of sound over which Stipe, in a splenetic rant, admonishes the objects of his scorn; "Don't turn your talking points on me, history will set me free
The future's ours and you don't even rate a footnote now!" and "You savour your dying breath
Well, I forgive but I don't forget". Stipe has two vocal styles. His softer tone is reserved for ballads while his gruff tone is used in songs like "Man-Sized Wreath". The latter has become more ragged with age and is at its most effective with excoriating lyrics like "Nature abhors a vacuum but what's between your ears?" and "Well I'm not deceived by pomp and odious conceit/ But a tearful hymn to tug the heart/ And a man-sized wreath".

A melancholy piano figure introduces "Hollow Man", as the singer tells us "I've been lost inside my head/ Echoes fall on me/ I took the prize last night for complicatedness/ For saying things I didn't mean and don't believe." before the song changes tempo with Buck's guitar and the rest of the band providing the base for, possibly, one of the singer's most personal lyrics; "I'm overwhelmed/ I'm on repeat/ I'm emptied out/ I'm incomplete. / You trusted me, I want to show you/ I don't want to be the hollow man." The title track also contains "I'm incomplete", repeated as the last three lines of the song. Could Stipe be dropping his famously cryptic style on a personal level, in tune with the overtly political references on "Accelerate"? "Houston" is a mid-tempo, acoustic guitar driven reflection on, once again, living in the U.S.A. in 2008. The scene is set with a reference to Hurricane Katrina; " If the storm doesn't kill me the government will" as the dissident's impotence is spelt out with " So a man's put to task and challenges/ I was taught to hold my head high" and "Belief has not filled me/
And so I am put to the test".

The title track is, for me, the high point of the album. Buzzsaw guitars, dripping in feedback, create the atmosphere as the song careens along evoking panic, " Where is the ripcord, the trapdoor, the key? / Where is the cartoon escape-hatch for me?" confusion; "I don't know what I needed/I needed time/ I needed to escape/ I saw the future turn/ Upside-down and hesitate" and finally resignation; "I'm incomplete/ I'm incomplete/ I'm incomplete". Backing vocals, as on many of their songs, are crucial here with Mills providing a counter as the song reaches its climax, to one of Stipe's most gut-wrenching vocals. "Until The Day Is Done is the album's "big ballad". Acoustic guitar and percussion provide a simple backing to Stipe's less abrasive vocal approach to another pretty damning and dejected look at America. Lyrics such as, "So hold tight your babies and your guns/ Forgive us our trespasses, Father and Son" are representative of what's going on here. "Mr. Richards", "Sing For The Submarine" and the final track "I'm Gonna DJ" are sing-alongable but nothing special. "Horse To Water", the penultimate track, stands out as a highlight with its fuzzy riff, pounding drums, great chorus and impassioned lead vocals. In a song that seems to be about refusal to follow the herd, we hear "Pick a fight an ultra-buzzy bubble/ Friday night fuckin' fried-up pub crawl". Not typical Stipe lyrics but ideal in this context.

So, R.E.M. have produced their 14th and, at 34 minutes long, certainly their shortest album. An answer to critics or a genuine desire to highlight the rockier sound they produce in concert? Only they know. Personally, I miss the lyrical lightness of touch that produced a song like "Try Not To Breathe", a breathtakingly poignant reflection on an old person's wish to die peacefully, or the perfect marriage of music and lyrics that was "Nightswimming". Having said that, "Accelerate" is, apart from maybe three tracks, a very good album that's enjoyed best as loud as is bearable to you and the neighbours.