Archivio Novembre 2007
direttore responsabile: Dr Chiara Lucarelli, Trinity College Rome Campus
Registrato al Tribunale Civile di Latina sezione stampa: n. 867 dal 14/12/2006 ®
Posted: 25 Novembre 2007
Altri tre contributi dei nostri recensori vanno a completare questo numero di novembre. Enrico Terrinoni esamina un altro lavoro del critico inglese Terry Eagleton, mentre Mirko Zilahy De Gyurgyokai ci propone la recensione di una raccolta di racconti di Jack Ritchie. Andrea Comincini ci porta invece ad osservare la realtà della vita irlandese raccontata dallo scrittore tedesco Heinrich Böll.
Posted: 25 Novembre 2007
Penguin, 2004 - £ 8.99 [Sterline Inglesi] - pp. 240
Con After Theory, già edito presso Allen Lane nel 2003, il brillante critico marxista britannico Terry Eagleton regala al suo pubblico - individuato nella breve prefazione in studenti, lettori comuni, e specialisti - un libro provocatorio, ambizioso ed estremamente stimolante. Sin dal titolo che richiama alla mente probabilmente After Theory: Postmodernism/Postmarxism (Docherty 1990) e Reading After Theory (Cunningham 2002), il testo si propone in maniera implicita di intraprendere due percorsi: ridefinire lo stato odierno degli studi culturali denunciandone l'empasse, ed individuare una possibile via d'uscita, affinché le future riflessioni e disquisizioni all'interno dell'eclettica e talvolta sfuggente disciplina siano d'ora in avanti incentrate su alcune cosiddette grandi questioni. Tra queste l'intellettuale annovera la moralità, la metafisica, l'amore, la biologia, la religione, la rivoluzione, la verità, il disinteresse, il male, la morte, la sofferenza, le essenze, gli universali ecc. Ammette come negli anni passati la teoria della cultura sia stata eccessivamente silenziosa nei confronti di tali issues fondamentali, nonostante i promettenti inizi di quella che egli definisce l'età dell'oro della High Theory. Tale periodo di illuminazioni corrisponderebbe grossomodo agli anni compresi tra il 1965 e il 1980, in cui hanno visto la luce le opere più significative di pensatori quali Jacques Lacan, Claude Levì-Strauss, Louis Althusser, Roland Barthes, Michel Foucault, Julia Kristeva, Jacques Derrida.
In quel periodo, secondo Eagleton, l'intero dibattito culturale, nato sull'onda del turbinio sociale connesso ai movimenti della rivolta studentesca della seconda metà degli anni 60', e sempre fortemente legato a un contesto politico di radicalismo culturale, sembrava confrontarsi, seppur con dinamiche trasversali, principalmente con il pensiero marxista, non solo per trarne orientamento, ma talvolta per metterlo in discussione ed emergerne in una luce nuova. In seguito, gli sviluppi di simili ricerche e discussioni, portate avanti dalla generazione successiva di critici, non sono stati, a dire dell'intellettuale, in grado di produrre risultati analoghi a quelli degli high theorists del passato, snaturandone, se non proprio il metodo d'indagine, certamente l'oggetto e gli obiettivi. Tale decadimento della teoria viene dipinto da Eagleton con sfumature comiche e sottilmente allusive: "Lo strutturalismo, il marxismo, il post-strutturalismo e cose simili non sono più gli argomenti attraenti di una volta. Ciò che attrae invece è il sesso. Nei lidi più selvaggi dell'accademia l'interesse per la filosofia francese ha lasciato il posto al fascino per il French kiss. [...] Il socialismo ha perso terreno rispetto al sadomasochismo. Tra gli studiosi di cultura, il corpo è un argomento immensamente interessante, ma di solito si tratta di corpi in senso erotico, non di corpi affamati".A segnare il transito dalla golden age della High Theory a quelli che Eagleton definisce, con tono di scherno, i "postmodern 80s and 90s", avrebbero contribuito talune contingenze particolari, non ultima la casualità che ha visto Roland Barthes morire investito dal camioncino di una lavanderia parigina, Michel Foucault perire di Aids, e Luois Althusser venir confinato in un ospedale psichiatrico dopo aver assassinato la moglie. Simili tragedie spingono l'intellettuale a un commento sardonico: "Apparentemente Dio non era uno strutturalista".
Al di là delle facezie, egli ricorda come nella debacle ideale della cultural theory, dapprima fenomeno riconducibile a un pensiero ancorato a sinistra, abbia giocato un ruolo chiave il crollo degli stati comunisti dell'Europa orientale, mentre al discredito in cui è caduto il decostruzionismo non siano estranee anche le rivelazioni del passato collaborazionista con i nazisti del noto teorico di Yale Paul de Man. Tuttavia, al di là di tali vicissitudini storiche responsabili di un innegabile disincanto di tipo politico degli addetti ai lavori, responsabile vero della degenerazione dei Cultural Studies è stato l'estremizzarsi fino ad evaporare delle posizioni dapprima avanzate dalla teoria - principalmente in termini di transitorietà del linguaggio - e la loro successiva dissoluzione nel fluido e decentrato orizzonte del postmodernismo. L'allergia dei teorici postmoderni nei confronti delle norme, dei valori intrinseci, delle gerarchie costituite, dei codici di consenso, e di quant'altro giudicato assolutizzante e oggettivista, ha preso gradualmente piede nelle corti dell'alta accademia, fino a rendere inutile ogni radicamento del pensiero speculativo in una realtà sociale attuale di riferimento, e alla conseguente rarefazione di ogni ipotesi politica di cambiamento della società.
Il termine stesso postmoderno ha sempre avuto in Eagleton un'accezione alquanto negativa, dalla seconda edizione del best-seller Literary Theory (1983; 1993), al testo cardine nell'ambito di tale critica, The Illusions of Postmodernism (1996). In After Theory, il compito di delucidare il significato di postmoderno viene affidato a una nota, nonostante sia, a ben vedere, il principio in negativo su cui si basa pressoché ogni sua riflessione: "Per 'postmoderno' intendo grossomodo il movimento di pensiero contemporaneo che rifiuta le totalità, i valori universali, le grandi narrazioni storiche, i fondamenti solidi dell'esistenza umana e la possibilità di una conoscenza oggettiva. Il postmodernismo è scettico nei riguardi della verità, dell'unità e del progresso, si oppone a ciò che giudica elitismo nella cultura, tende verso il relativismo culturale, e celebra il pluralismo, la discontinuità e l'eterogeneità". Particolare veemenza dialettica, unita a wit retorico, viene diretta al rifiuto delle "grandi narrazioni" pronunciato dal filosofo della postmodernità Lyotard, il quale sembra aver inteso il termine principalmente in relazione al marxismo e al suo tentativo di descrivere processi sociali ampi e storicamente stratificati. Strali critici impietosi colpiscono anche i cosiddetti non-theorists, Richard Rorty e Stanley Fish, la cui convinzione circa l'impossibilità ed inutilità della riflessione culturale, causa l'implicita parzialità partigiana di ogni giudizio possibile - poiché il giudizio proviene irrimediabilmente dal "di dentro" di una data cultura - vengono scartate nel nome del principio per cui Cultura è ciò di cui siamo fatti, appartiene alla nostra natura umana, e non può essere in alcun modo aggirata. Ne consegue che le verità assolute, l'oggettività e la virtù, corrispondenti all'agire politicamente - concetti con cui si apre la seconda parte, più propositiva, del testo - sono da radicare in una dimensione umana, corporea, e dipendono dal nostro vivere socialmente. Il concetto di alterità gioca un ruolo fondamentale nell'analisi. 'Altro' è ciò che ci definisce, e la differenza appartiene alla natura comune dell'uomo in quanto animale politico. L'etica aristotelica e il pensiero sociale marxista sorreggono Eagleton nella definizione di una morale del corpo, essenzialista poiché legata alla natura umana, ma dotata di una universalità non dogmatica né autoritaria. Il suo apparire totalizzante si basa sulla condivisione di un principio comune, l'esistenza storico-sociale dell'uomo, di cui prima rappresentazione esterna è proprio il corpo, allo stesso tempo 'altro' e familiare.
Avere un corpo significa dipendere dal corpo degli altri. Il riconoscimento dell'alterità in quanto correlativo della comune natura umana, è ciò che permette a Eagleton di rifiutare le premesse anti-oggettiviste del postmodernismo, smascherandone la limitatezza, i pregiudizi, e la fatale complicità con il capitalismo imperialista globalizzato, di cui è spesso alleato. L'etica del corpo porta al riconoscimento della morte in quanto valore, e dell'umanità come 'non-essere', in contrapposizione con la vuota feticizzazione della realtà che riempie di materialità in surplus l'universo della proprietà. Figurazioni di tale non-being sono tanto la morte quanto l'alterità, concetti che assumono un significato particolare in un'epoca di fondamentalismi religiosi e imperialisti d'oriente e d'occidente. Nell'edizione americana, in un poscritto, Eagleton porge il saluto agli "amici politici e compagni" degli Stati Uniti, spronandoli alla complessa riflessione che servirà a salvare il mondo dal suo auto-proclamato salvatore. L'auspicio è che la nuova teoria post-teoretica, nel riflettere sull'ingiustizia di una società sbilanciata tra eccesso e difetto di proprietà, sappia mettersi alle spalle l'ipocrisia della complicità intellettuale con le forme di potere vigenti. Eagleton si spinge fino a concludere come la limitatezza culturale degli specialismi accademicisti non sappia rispondere alla domanda di analisi della realtà di una società capitalistica, che da Marx a oggi è passata dall'ossessione della produzione a quella attuale del consumo.
Il messaggio di Eagleton, in questo libro che nella sua edizione inglese e americana non ha cessato di suscitare polemiche giunte da ogni parte sin dalla sua prima pubblicazione nel 2003, è nel suo profondo impregnato di un certo progressismo tradizionalista, tanto rivoluzionario quanto legato al buon senso: "Un eccesso di proprietà isola i ricchi dalla comprensione per l'altro, mentre ciò che impoverisce i corpi dei poveri è un difetto di proprietà". Il compito della teoria del futuro, a dire dell'intellettuale, appare quello di intraprendere una discussione ambiziosa sugli sviluppi storici che hanno portato al nostro travagliato presente. In un simile contesto di self-critical theory, in cui il localismo culturale deve lasciare il passo alla riflessione sulle dinamiche di una società globale, tendente all'autodistruzione in nome dei fondamentalismi e della proprietà, l'età del postmodernismo può avvicinarsi plausibilmente alla fine, rischiando di divenire una di quelle 'piccole narrazioni' di cui dice di interessarsi tanto.
Posted: 25 Novembre 2007
Marcos y Marcos, 2001 - euro 9,30 - pp. 211
Nato a Milwaukee nel febbraio 1922 Jack Ritchie partecipa alla Seconda Guerra Mondiale sulle isole Kwajalein, nel Pacifico. Lì, per ammazzare la noia delle lunghissime giornate militari si appassiona alla letteratura gialla e del mistero. Nel 1952 inizia il connubio con l'agente letterario Larry Sternig grazie al quale, dall'anno successivo, inizia a pubblicare racconti sul New York Daily News. Di qui innanzi, con il picco degli anni Cinquanta, una carriera fittissima di pubblicazioni su giornali e periodici - tra cui The Philadelphia Inquirer e Smashing Detective Stories - mentre nei Sessanta e Settanta collabora col celeberrimo Alfred Hitchcock Mystery Magazine scrivendo più di 120 racconti, alcuni dei quali ripresi dal maestro del brivido per la propria serie televisiva.
In Italia, a prendersi la briga di pubblicare gran parte di quei mini capolavori di genere è la collana "Le Foglie" di Marcos y Marcos, ove sono ospitate anche La vittima dell'anno, Un uomo al guinzaglio, Le tasse, la morte e tutto il resto, Approssimativamente tuo, Un metro quadrato di Texas e Il caro prezzo della privacy. Nella presente raccolta, originalmente datata 1971 e composta da 12 racconti di diversa misura, si sfrutta sapientemente, a mo' d'eco adescante, il titolo italiano del celebre film con Walter Matthau e Elanie May, "È ricca, la sposo e l'ammazzo", ispirato al qui presente "Una nuova foglia".
L'ambientazione sempre americana dei racconti è però assai varia. Metropolitana per le banlieue newyorkesi, ma più spesso d'interno per gli eleganti cottage delle cittadine del Wisconsin o d'altre periferie rurali; a volte carceraria. Ritchie rimesta le torbide acque della vita di coppia, coniugale e non: spuntano mariti intenti a affrancarsi dall'affetto muliebre in maniera non sempre "conveniente", si narra di tradimenti, di ricatti, di criminali di varia risma, detective, persone comuni riprese in situazioni illecite e criminose. Ma la peculiarità, e la forza, delle trame di Ritchie sta nei repentini cambi di campo: in un attimo, di frequente nel finale, la scrittura propone una svelta variazione di prospettiva, o un'apertura del focus fin lì circoscritto al minimo, cui segue la scoperta di una realtà del tutto diversa da quella presagita dal lettore.
L'asciutta eleganza della prosa è particolarmente adatta al genere noir, ma non per questo letterariamente meno portante. Ciò perché il materiale psicologico di cui si alimenta la riflessione dei personaggi in azione è semplice ma di profonda introspezione: il punto di vista di malviventi d'ogni sorta è spesso d'una intimità lancinante. L'esempio più calzante è forse quello delle storie di carcere: per sopportare un'esistenza in cella, esclusi dal mondo di fuori, bisogna sapersi creare un altro mondo, certamente interiore, ma soprattutto un universo rituale che faccia sentire normali, partecipi di una qualche realtà. Il prezzo di questa illusione è enorme e non sempre è possibile tornare alla vita prima della galera.
Su questi binari muove "Piano 19", racconto ove la dimensione narrativa si fa steinbeckiana, nel raccontare un destino che tiene i protagonisti sempre a un passo della felicità, senza mai permettergli di raggiungerla. Sullo sfondo di un istituto penitenziario, la vicenda di due docili detenuti Fred e Hector - il primo entrato nei favori del direttore e divenuto inserviente, l'altro d'animo semplice - che negli anni hanno studiato 18 piani d'evasione, articolatissimi e pressoché irrealizzabili. In realtà il loro pare più il diligente fantasticare su progetti di fuga virtuali, quasi un training atto a non perdere contatto con ciò che dovrebbe essere il naturale desiderio di libertà.
Big Duke, condannato a centonovantanove anni e ripescato dopo una classica evasione con fune, necessita del favore di Fred per essere assegnato al laboratorio legname. Gli rivela perciò di esser scappato in altro modo: il rampino al muro era l'esca per le guardie, la vera via di fuga un tunnel dalla falegnameria. Big Duke offre a Fred e Hector di andarsene assieme. I due accettano. Una volta fuori, giunti sull'argine di un canale e indossati abiti borghesi, Big Duke scompare veloce nella boscaia. Hector, abbottonando l'impermeabile, sotto la pioggia scrosciante, si rivolge a Fred, qui voce narrante: "Piove". "Ma certo che piove" dissi. "Lo vedo anch'io". "Volevo dire che fa freddo". "Sì, piove e fa freddo" sbottai. "Mettiti l'impermeabile e il cappello e piantala di brontolare". Fece come gli avevo detto. "Non mi aspettavo che era così". "Così come?". "La pioggia e il freddo" disse Hector. "E il vento. Un vento terribile". Ero pronto ad andare. "Va bene Hector, muoviamoci". Feci una dozzina di passi prima di rendermi conto che non mi stava seguendo. Mi voltai. Hector era lì dove lo avevo lasciato. Aveva il cappello in testa ma stringeva ancora in mano il suo berretto da carcerato. Tornai da lui e cercai di prendergli il berretto, ma lui ci si era aggrappato. Guardava fisso davanti a sé, gli occhi spalancati. "Hector!" gridai. "Che cosa ti succede?". Mosse le labbra. "Stasera ci saranno le patate dolci per cena, Fred. Mi sono sempre piaciute le patate dolci. Non le mangio spesso". Ci fu un'improvvisa raffica di vento e io mi voltai per affrontarla. Davanti a me un fitto sipario di pioggia gelida nascondeva il mondo che avevo lasciato ventiquattro anni prima. Com'era adesso la realtà? Scossi la spalla di Hector. "Non c'è niente di cui aver paura là fuori. Niente leoni. Niente tigri. Solo gente. Che cosa ti può fare la gente?" Lui mi guardò. "Qualunque cosa" disse. "Qualunque cosa". Rientrati di corsa in prigione i due recuperano l'unica realtà disposta ad accoglierli e rassicurarli. In branda Hector domanda preoccupato: "Noi non finiremo nei guai, vero?". "No. Farò in modo di coprirci. Ho un po' di influenza qui dentro". "Forse ne hai un bel po', Fred" disse Hector. "Tu sei un uomo molto importante. Puoi sistemare tutto, Fred". Sorrisi lievemente. Sì, lì dentro ero un uomo molto importante. Là fuori non sarei stato niente. [...] Mi slacciai le scarpe e mi rilassai. Era bello essere di nuovo a casa".
Attraversa, di tanto in tanto, le pagine di questa silloge il senso d'una qualche giustizia, ma sempre sui generis e assolutamente privata. Gli episodi sono estremamente coerenti a tale disegno d'insieme. Spicca tuttavia una gemma, "Dedicato a tutti i villani", straordinario racconto sulle "cose che la gente fa nel tempo che le resta, quando sa quanto le resta da vivere". Il protagonista della vicenda narrata in prima persona, tale Signor Turner, dopo aver vissuto una vita insignificante scopre di avere quattro mesi di vita e si trova di fronte alla fatidica quaestio "cosa può fare un uomo dei quattro mesi che gli restano di una vita insipida?". Vagando immerso tra questi pensieri, raggiunge un luna park sul lungolago, descritto con schietta precisione, eppure non senza fascino: "Era il mondo della magia sgangherata, dove l'oro è fasullo, dove il direttore di pista, con il cappello a cilindro, è tanto un vero signore quanto sono autentiche le medaglie che ha sul petto, e dove le cavallerizze hanno la faccia dura e gli occhi meschini. E il regno degli ambulanti dalle voci roche e dei ciarlatani". Raggiunto il tendone del circo, assiste alla scena che darà finalmente un senso alla restante parte della sua esistenza. Un bigliettaio, dall'alto del suo sedile ritira annoiato i biglietti. Un uomo "dall'espressione gentile" con due bimbe per mano gli presenta dei coupon omaggio. Lui controlla una lista e, indurito lo sguardo, strappa i buoni e li getta in terra per urlare con perfido ghigno che non valgono nulla. L'uomo sotto di lui arrossisce di vergogna davanti alle bimbe che lo guardarono perplesse. L'uomo immobile e pallido dalla rabbia è sul punto di dire qualcosa, ma non lo fa, Chiudendo gli occhi per controllare quella rabbia, poi fa cenno alle bambine di tornare a casa. A questo punto Turner si avvicina all'uomo dei biglietti e di qui in poi si riporta una cospicua porzione del brano, che se da una parte forse impoverisce il presente contributo, dall'altra avrà di certo il merito di rendere pienamente la forza della prosa e la severità e l'asprezza dei motivi della letteratura di Ritchie.
"Perché lo ha fatto?". Lui guardò giù. "E a lei cosa gliene importa?". "Forse moltissimo". Lui mi esaminò irritato. "Perché non aveva lasciato fuori i manifesti" [...]. "Lei ha commesso una delle più crudeli azioni umane [...] Lei ha umiliato un uomo davanti alle sue figlie. Gli ha inflitto una cicatrice che resterà davanti a lui e a loro finchè vivono. Porterà le bambine a casa e la loro strada sarà molto, molto lunga. E che cosa potrà dire a loro?". "È un poliziotto lei?". "Non sono un poliziotto. I bambini di quella età vedono il padre come l'uomo migliore del mondo: il più gentile, il più coraggioso. E adesso ricorderanno che un uomo è stato cattivo con loro padre - e lui non è stato capace di farci niente" [...]. "Si aspettava che comprasse i biglietti dopo quella umiliazione? Lei ha lasciato quell'uomo privo di qualsiasi via d'uscita. Non poteva comprare i biglietti e non poteva fare una sacrosanta scenata, dato che aveva le bambine con sé. Non poteva fare niente. Proprio niente tranne che ritirarsi con due bambine che volevano vedere il vostro miserabile circo e invece non possono". Guardai in basso, ai piedi del suo pulpito. C'erano i frammenti di molti altri sogni - i resti di altri uomini che avevano commesso il crimine di non aver lasciato esposti i loro manifesti abbastanza a lungo. "Avrebbe almeno potuto dire, 'Mi dispiace, signore, ma i suoi omaggi non sono validi'. E Poi avrebbe potuto tranquillamente e cortesemente spiegare perché". "Non mi pagano per essere cortese". Mostrò i denti gialli. "E poi, amico, a me piace strappare i biglietti omaggio. Mi fa sentire bene". Ed eccolo lì. Un piccolo uomo cui era stato dato un piccolo potere, e lo usava come un Cesare. Si alzò a metà. "E adesso vada al diavolo, signore, prima che venga giù e la faccia correre per tutto il luna park". Sì. Era un uomo crudele, un animale a due dimensioni senza sentimenti e sensibilità, destinato a far danni per tutta la sua esistenza. Era una creatura da eliminare dalla faccia della terra. Se solo avessi avuto il potere di... Guardai su ancora per un istante a quella faccia perversa, poi girai sui tacchi e me ne andai. Alla fine del ponte presi un autobus e andai al negozio di caccia e pesca della Trentasettesima. Acquistai una pistola a tamburo calibro 32 e una scatola di cartucce. Perché non assassiniamo? È perché non sentiamo una giustificazione morale per un atto così definitivo? O è piuttosto perché abbiamo paura delle conseguenze se veniamo scoperti - il prezzo che pagheremo noi, le nostre famiglie, i nostri figli? E così subiamo i torti con mitezza, li sopportiamo perché eliminarli potrebbe causarci più doloro ancora di quello che già proviamo. Ma io non avevo famiglia né amici intimi. E avevo quattro mesi da vivere".
"Una parola brusca può essere perdonata. Ma tutta una vita di crudele villania no, quest'uomo meritava di morire".
Posted: 25 Novembre 2007
Mondadori, 1999 - euro 7.00 - pp. 160
Nel 1955 Heinrich Böll lascia la sua Germania per un viaggio in Irlanda. Alle proprie spalle una patria che non riconosce più. Sono gli anni del dopoguerra, della nascita di un nuovo colosso: il boom economico dovuto alla riforma monetaria ridisegnava i contorni di uno Stato prima devastato, ora sempre più forte e ricco. I conti in banca stratosferici, le Mercedes scintillanti; la moda occidentale stava per sempre schiacciando il passato contro il suo destino.
Lo scrittore vedeva in tutto questo benessere il sintomo di una profonda corruzione spirituale, e allora decise di intraprendere un viaggio nell'isola di smeraldo, a cui ne seguirono molti altri.
Nasce così Diario d'Irlanda, un piccolo capolavoro letterario nato nel 1957, quando Böll era quarantenne. Il libro fu subito acclamato dalla critica per le sue atmosfere oniriche, la prosa semplice ma sferzante, l'entusiastica speranza per un mondo ed una popolazione tanto vicina alla sua indole coraggiosa. Al verde dei prati si aggiungono i colori del cielo irlandese, l'odore della pioggia, i volti degli uomini così dolci e duri, fusi in un miraggio utopico, dove i contorni sfumano e prendono le forme di un popolo povero, puro, triste e gioiosamente chiassoso allo stesso tempo.
Il lettore è trasportato da un treno di parole in un mondo reale ma parallelo, una dimensione dello spirito diversa dalla consueta quotidianità. Böll lo sa, ed infatti avverte il viaggiatore: "questa Irlanda esiste: ma chi ci va e non la trova, non può chiedere risarcimenti all'autore".Le immagini durante il viaggio sono molteplici, e coinvolgono tutti gli aspetti più caratteristici della vita irlandese, senza cadere nelle fauci della banalità retorica.
Egli infatti si sofferma su alcune tipiche peculiarità dell'Isola, ma il suo sguardo le purifica dalle incrostazioni dei luoghi comuni per farle rivivere in un tempo sacro: Il Tempo: la vita dell'irlandese è sovrastata dalla dimensione temporale, meteorologica in primis.
La pioggia cade dal cielo ed è dura - così la racconta; dura e fredda sbatte sulla terra, la penetra e la feconda. L'Irlanda diventa la sua sposa: non c'è dissidio tra lei e gli uomini, ma una malinconica convivenza. La gente si siede intorno al fuoco, il profumo della torba riempie l'aria, ed i pensieri si fermano. A cup of tea - così dicono gli irlandesi - o un whiskey accompagnano le sere umide dietro i vetri bagnati. Queste bevande non ristorano solo il corpo, ma arrivano a trasformare la persona che li accoglie. L'uomo diventa la pioggia che osserva, la fiamma guizzante, il piacere di sentirsi fuso con gli elementi della propria terra.
Ma il tempo è anche quello scandito dalle clessidre, dagli orologi a pendolo, dalle stagioni. A volte è dolce e cialtronesco, altre severo e tragico.
È la storia di Aedan McNamara, e delle sue molteplici gestazioni: tutte in inverno, sempre a settembre. Il marito vive a Londra, dove lavora. Torna a casa solo a Natale, per un saluto ai suoi, riverniciare il tetto, un po' di Guinness e un altro pargolo. La moglie del medico che assisterà il parto lo sa bene: attende il compagno guardando fuori dai vetri di casa. Ogni anno la stessa vicenda si ripete, e lei sta lì ad aspettare il coniuge. Sentirà da lontano il rumore del motore, le luci nella nebbia. Tre colpi di clacson annunceranno al paese la nascita del figlio di McNamara, il corso degli eventi non verrà interrotto, tutto seguirà come al solito. I figli cresceranno, saranno tanti, e pochi potranno restare.
Uno dei racconti riprende il tempo: stavolta non è quello del benvenuto, ma dell'addio.
L'emigrazione in Irlanda è, nel libro, qualcosa di più di un fattore sociale. Le famiglie vedranno inevitabilmente un giorno i propri ragazzi andare a Londra, New York, oltre oceano. Quest'evento si trasforma in un rito ancestrale a cui rassegnarsi.
Altre storie si susseguono: descrizioni di città, vie, passeggeri di treno che viaggiano a credito, cinema pieni ad attendere i preti, altrimenti non si può iniziare!
Povertà e malattia, silenzio, ma anche sensuale vitalità accompagnano la vita di questa gente.
L'uomo irlandese non è mai pessimista, anzi: it could be worst, potrebbe andar peggio! Anche nella tragedia fiorisce la comicità. È il caso di Seamus che vuole bagnarsi la gola, ovvero andare a bere una Guinness.
Il poveretto farà chilometri in bici perché ha mangiato piccante, e deve trangugiare una pinta per placare la bocca bruciata. Incontra il cugino per strada e si promettono di fermarsi al primo pub. Poi, giunti lì si chiedono quale senso abbia l'aver fatto miglia di strada per un solo drink, e giù di gomito fino a esser ubriachi fradici.
La birra non è solo il momento dell'abbandono, ma anche della confessione. Nel racconto del dentista politico ambulante, Böll ci riferisce dell'incontro con Padraic, e della sua timidezza. Dopo fiumi di scura finalmente si libera, e chiede di Hitler. In altre parti del libro lo scrittore tedesco avverte la curiosità della gente per la figura del dittatore, e non si risparmia nel dare risposte. Qui però esplora una componente psicologica fondamentale per capire l'animo degli irlandesi. Mentre gli sta curando il dente, il tedesco gli spiega chi era Hitler, fino a quando l'ascoltatore dice di averne abbastanza. Non sa più perché vuole bene ai teutonici. "Devi volergli bene non per Hitler, ma nonostante Hitler". Alla discussione si aggiunge Henry, inglese che disprezza Cromwell e non ricorda più quante volte ha ammesso agli irlandesi quanto egli lo odi.
Basta così, chiude Padraic, proponendo un'altra bevuta: "nonostante tutto non avete l'impressione che siamo gente proprio in gamba, tutti?"
Ecco rivelata un'altra caratteristica di questo popolo: il senso di fratellanza e comunità scritto dalla vita e non da stereotipi nazionalistici. La birra apre le porte della confessione, si confonde con l'assoluzione concessa dai preti dagli zigomi rossi, e gli uomini si ritrovano uniti.
Böll sa sfiorare l'animo del lettore trasmettendo una nostalgia profonda, un senso di appartenenza, perfino a chi mai abbia camminato per le strade di Dublino, o abbia visitato i villaggi deserti, le cattedrali umide, l'oceano che si confonde col cielo.
Resta un diario intenso, una esperienza mistica e concretissima, di un mondo ancora vivo, ma ormai meno visibile. La tigre celtica, l'economia galoppante degli ultimi quindici anni hanno divorato la povertà ma anche i propri figli, lasciando la vera Irlanda sottoterra, celata agli occhi dei più. Eppure, incredibilmente, è ancora lì, e per chi non la vede, vale il detto di prima: "questa Irlanda esiste: ma chi ci va e non la trova, non può chiedere risarcimenti all'autore".
Posted: 13 Novembre 2007
Altri due contributi dei nostri recensori, stavolta con leggero anticipo rispetto al previsto. Andrea Comincini sfoglia per noi un volume di Pier Paolo Poggio, mentre Mirko Zilahy De Gyurgyokai ci propone la prima recensione cinematografica, Funeral Party.
Posted: 13 Novembre 2007
Manifesto libri,1997 - euro 11.36 - pp. 250
Il rapporto di una civiltà con la sua storia non è mai casuale ed innocente. Esso rivela o nasconde contrasti e paure, successi o fallimenti della società medesima. Dalla caduta del muro di Berlino alcuni storici hanno proposto un modo nuovo per comprendere il passato, specialmente quello segnato dall'esperienza nazista e fascista. Con queste riflessioni Pier Paolo Poggio, giornalista e scrittore, ci introduce ad una analisi lucida e puntuale su una corrente storiografica denominata revisionismo.
Il revisionismo è la rivalutazione di un evento storico e dei suoi rappresentanti politici precedentemente condannati quasi all'unanimità ma successivamente rivalutati, scagionati o emendati dalle loro responsabilità criminali oggettive. L'importanza dello studio sta nelle parole dell'autore stesso, nell'introduzione: sollevare dalle colpe di genocidio una classe dirigente intera non vuol dire soltanto gettare un'ombra sul passato, ma tentare di stabilire un controllo sul futuro.
Il rischio, evidentemente, è altissimo. Il Novecento ha visto guerre fratricide con un numero di morti inverosimile, fino ad arrivare ad esprimere ciò che simbolicamente rappresenta la più feroce espressione della crudeltà umana: Auschwitz.
Un ulteriore merito di Poggio sta nell'evidenziare un successo importante e decisivo ottenuto da quest'onda revisionista, ovvero aver spostato il dibattito da ambienti meramente accademici, a quello mediatico. Poiché i proprietari dei mass media esercitano una forte influenza sull'opinione pubblica, il risultato è la possibilità di sdoganare concetti o supposizioni totalmente infondati grazie al potere suggestivo dell'informazione di parte. È in quest'ottica, osserva ancora Poggio, che alcuni storici, sebbene propongano teorie revisioniste discutibili, sono riusciti ad assurgere agli onori della cronaca. È il caso di Ernst Nolte il quale riscrive letteralmente la storia e mette sul medesimo livello nazismo e comunismo. La storiografia seria non può accettare una simile equiparazione, eppure sono più note le riflessioni di Nolte di quelle di altri e sicuramente più illustri studiosi.
In Nazismo e revisionismo storico possiamo apprezzare queste ed altre osservazioni, esplicate con competenza e autorità. I capitoli più interessanti riguardano le posizioni avverse al revisionismo, ma in realtà implicate a rafforzarne il mito. I negazionisti - quanti negano l'Olocausto - sono meno pericolosi di chi sostiene l'esistenza della Soluzione Finale, ma la banalizzano o la giustificano. Il degrado della società di consumo, per esempio, viene imputato agli ebrei: sarebbero loro i creatori del capitalismo, della società mercificata. Mussolini ed Hitler avrebbero semplicemente tentato di arginare l'onda di degrado legata alla modernizzazione. Il potere suggestivo di una asserzione così banale gode in realtà di due vantaggi. Innanzi tutto, ribadire all'infinito una bugia provoca nel tempo o il dubbio sulla solidità delle proprie posizioni, o addirittura l'assimilazione di dati o concetti privi di fondamento. In secondo luogo, dice Poggio, ciò risulta raffinato e quindi maggiormente insidioso. Si tratta di una debolezza psicologica presente in ognuno di noi. Gli esseri umani, di fronte a fatti atroci capaci di suscitare un senso di colpa radicato nei loro cuori, tendono inconsciamente a credere alle parole che li scagionano.
La vergogna viene rimossa fino a trovare giustificazione. Questo fattore è vivo nella nostra società perché va incontro alla domanda di un pubblico solamente preoccupato di trovare immediata soddisfazione nel consumismo e desideroso di guardare prevalentemente al presente. La memoria diviene un ostacolo da rimuovere.
Altri revisionisti pongono sullo stesso piano la tragedia dei tedeschi per la sconfitta, con quella degli ebrei, di fatto mettendo sullo stesso piano due realtà completamente diverse. Ad esempio, un filosofo che simpatizzò per il nazismo, Heidegger, sosteneva che la tragedia dei suoi compatrioti era paragonabile se non superiore ai drammi dei semiti, e conseguentemente proclamava l'assoluzione dei primi. La Nuova Destra individua invece nella mancata emancipazione dall'assolutismo giudaico e dalle sue categorie universalizzanti la ragione della politica estremista del nazismo: i giudei così sarebbero causa del loro male.
Tutte queste storiografie revisioniste non resistono ad alcuna analisi di spessore, ma provocano un torpore generale necessario alle stesse persone dedite a promuovere politiche altrimenti condannabili. Il controllo del futuro di cui si parlava alcune righe poc'anzi, è infatti l'obiettivo finale inseguito dalle classi sociali che vogliono riscrivere la storia, ovvero emendarsi dalle loro colpe.
Nazismo e revisionismo storico propone inoltre una specifica analisi della figura di Hitler perché intorno ad essa si sono sviluppate diverse correnti interpretative, ad esempio il funzionalismo ed il riduzionismo. Il funzionalismo propone una analisi socio-economica complessa e raffinata, ed evidenzia la complicità di una intera società - con tutti i suoi apparati - al fenomeno nazista. I nazisti infatti erano presenti in tutti i settori dello Stato, e quando capirono di aver perso la guerra e di rischiare il processo, si affrettarono a piantare alberi e fiori nei campi di concentramento, per eludere le loro tracce.
Questo approccio tuttavia rischia di sminuire l'eccezionalità dell'evento, e soprattutto a sottovalutare il contributo di Hitler ad una politica paranoica ed omicida purtroppo unica nel suo genere. Il razzismo di questo pittore fallito non ha mai avuto eguali nella storia: con Hitler un'etnia intera non viene semplicemente considerata inferiore, ma è vista come l'essenza stessa dell'antiumanità. L'eliminazione non era solo auspicabile, ma costituiva un dovere morale. Il riduzionismo d'altra parte, attribuisce al Fuhrer ogni responsabilità per il genocidio di milioni di ebrei e zingari, omosessuali o comunisti scagionando di fatto tutta la società tedesca e i suoi burocrati.
Il libro è complesso e stratificato ed il metodo adottato da Poggio sembra adatto a risolvere le costruzioni storiche del revisionismo raggiungendo l'obiettivo dall'autore preposto: "Mentre il revisionismo pretende di storicizzare scientificamente la Shoà, attraverso la relativizzazione e la negazione, il compito della ricerca storica è continuare il lavoro sui documenti e le interpretazioni, senza la pretesa di riuscire a spiegare tutto, sia perché lo sterminio in sé presenta margini di insensatezza insuperabili[...]". La ricostruzione storica necessita di analisi serie e documentate per non permettere all'oblio di cancellare la memoria o - cosa ancora peggiore - di sostituirla con una non corrispondente alla realtà. Il pericolo del revisionismo resta la sua pretesa di a-valutatività e oggettività, perché si presenta come antipolitico ed antideologico, e in tal modo mentre aderisce al presente piega il passato alle sue logiche reazionarie.
Posted: 13 Novembre 2007
Regia di Frank Oz - USA 2007 - durata 90'
Siamo in Inghilterra, in un incantevole cottage di campagna. Qui Daniel, da un po' sopra i quaranta, vive con la mamma e la moglie. Il giorno del funerale del padre le onoranze funebri recano la salma nel soggiorno di famiglia ma, aperto il feretro, il cadavere è quello d'un altro: "Chi è? Questo non è mio padre". È soltanto l'avvio delle circostanze farsesche che intervengono ad arricchire la classica struttura della "black comedy made in England".
Frank Oz, regista tra gli altri di In & Out, costruisce una serie di mini storie intrecciate sullo sfondo di uno humour nero: le esequie domestiche sono il pretesto per mettere in scena insoluti antagonismi familiari, un ex-amante frustrato e petulante (Ewen Bremner, Trainspotting), un fratello scrittore cinico e smargiasso, una selva di genitori dispotici, un finto tubetto di Valium in realtà intruglio allucinogeno, un vecchio zio seccatore (Peter Vaughan, Cane di paglia) e, ultimo tocco inventivo e inquietante, un nano porno-ricattatore abbigliato di pelle (Peter Dinklage, Prova a incastrarmi).
L'inarrestabile rincorrersi di situazioni folli provoca effetti divertenti, a volte esilaranti.
Il meccanismo filmico è costruito su piani che via via si vanno sovrapponendo: sullo sfondo della funebre giornata si svolgono, intrecciandosi, tante piccole ministorie che in sé non darebbero ragione dell'effetto comico finale ma che, tutte assieme, producono invece una corale sinfonia dell'assurdo. In tale direzione ogni singola situazione paradossale o grottesca trova il suo peso specifico, senza tuttavia magnificare alcuna figura dominante: non v'è un personaggio che abbia più spazio di un altro, non c'è un protagonista tra gli attori in ballo. Ciò contribuisce notevolmente alla buona messa in scena dell'elemento preponderante: la morte, e i vari tentativi di ritualizzarla, che naufragano nella più colorita caoticità d'insieme. Il tutto, ovviamente, a scardinare il comune senso della misura e del pudore rovesciandone continuamente, e in direzioni differenti, le premesse morali e i comportamenti consoni ad un evento funebre.
Il tono fortemente irriverente vive in primis dei numerosi e calcolatissimi capovolgimenti dell'etichetta imposta dal rito funerario. Simon prende un acido convinto sia Valium e inizia a commettere sconsideratezze d'ogni sorta, rovesciando la bara durante la messa, convinto vi sia un uomo ancora vivo, e in chiusura si arrampicandosi nudo sul tetto. Il reverendo, ostacolato dagli avvenimenti grotteschi nella celebrazione della funzione, ed in ritardo per un altro appuntamento, si lascia scappare un "Cristo!" Un nano, mai visto da amici e parenti del defunto, accarezza malinconico la bara dello scomparso: si scoprirà essere l'amante del defunto, lì nella speranza d'ottenere un "indennizzo" pecuniario per nascondere alla vedova foto "spinte" assieme allo scomparso; imbottito di "Valium" per farlo tacere e credendolo morto, gli orfani sistemano il piccolo ricattatore nella bara assieme al padre amante, donde, nel mezzo di un tentativo di messa, fugge drogato e furente. Justin, uomo semplice della classe operaia, tenta ripetutamente e senza successo l'avance con la donna di una notte di cui si è romanticamente innamorato, ma Martha, oramai legata a Simon, lo tratta come si tratta una amante insistente: "è stata una notte, ero ubriaca, saresti potuto essere un somaro!". Un ipocondriaco assilla a turno i presenti, fino a fermarsi a discorrere con la vedova sul possibile decorso letale della macchia scoperta sul polso, con netto sproposito della stessa.
V'è, ancora, latente, una contesa tra i fratelli orfani - Daniel e Robert, entrambi scrittori, il primo fallito e mammone e il secondo newyorkese e di successo - che man mano si fa sempre meno riposta, sino all'esplicito diverbio che precede l'elogio funebre. L'encomio, con cui Daniel tenta di rifarsi delle proprie frustrazioni, è però un insuccesso totale, e per le continue interruzioni e per la piatta banalità della relazione biografica offerta.
Così la conclusione è, volutamente, un po' retorica e morale: il discorso è accorato - "Mio padre non era un uomo perfetto..." - e gli invitati, turbati dagli straordinari eventi di giornata, applaudono la rassicurante normalità del discorso, con le lacrime agli occhi.
Film certamente singolare, sbalestrato, e sempre anticonformista - così Oz in una recente intervista: "che sia o no politicamente corretto non me ne frega niente, io faccio il regista, non il politico. Non sono uno che fa commedie divertenti e allegre, mi piacciono le cose che disturbano le persone" - si fregia di alcune battute brillanti come la gaffe d'apertura di Robert, il figlio scrittore appena arrivato col volo da New York che risponde così alla madre in lutto sul viaggio fatto: "A prescindere da quanto paghi in 1° classe sei fregato, se l'aereo cade muori comunque..."
I cinquanta secondi più spassosi? Quelli della rivelazione del terribile segreto. Peter, il nano, nello studio che fu del defunto padre di Daniel, mostra a quest'ultimo le foto che lo ritraggono assieme al genitore a Londra, per locali notturni, entrambi travestiti da antichi romani. Alla domanda di Daniel, sulla natura di quell'amicizia a cui il padre mai aveva fatto cenno, segue un incantevole lunghissimo momento di silenzio; poi, lentamente, si palesano uno dopo l'altro gli elementi del puzzle: il sorriso malinconico e allusivo di Peter; un pezzo d'archi dalle acute tonalità del trhiller sulle cui note Daniel s'abbandona all'improvviso svelarsi d'una statua nuda, piegata e di spalle, d'una foto d'identica "angolazione", d'un carboncino ancora conforme e d'un ritratto di un bellissimo giovinetto. Icone, fino a un momento prima, dell'estetica misurata e tradizionale dello studio paterno, ora rivelatrici d'una natura sessualmente corrotta. Sgranati gli occhi, al figlio incredulo non resta che uno stupefatto e disgustato "O mio Dio!"
Posted: 06 Novembre 2007
Due recensioni firmate da Ramirez e Zilahy De Gyurgyokai aprono la terza uscita della rivista. Altri articoli saranno pubblicati nei prossimi giorni. In linea di massima gli articoli dovrebbero uscire il 10, il 20 e il 30 di ogni mese, salvo contrattempi e/o festività varie.
Posted: 06 Novembre 2007
Edizioni Piemme, 2006 - euro 14.90 - pp. 219
È la storia di un gruppo di orsi del parco dei Grandi Orsi Bruni e della loro lotta quotidiana, quantomeno sui generis, per la sopravvivenza della specie. Durante la settimana branchi di turisti armati di macchina fotografica si affollano tra i cespugli del parco, e di lì rubano attimi della selvaggia esistenza degli orsi. L'ostentata naturalezza dello spettacolo, però, non è altro che una colossale messinscena. Accade così che, periodicamente, gli ospiti della riserva siano obbligati a fornire esibizioni in qualche modo "naturali". La spontaneità della visione bucolica proposta ai visitatori nasconde l'articolata menzogna plantigrade. Anatole, voce narrante, Onésime, Adalbert, e Olaf girano svestiti per il parco, assecondando alla meglio l'idea umana della specie urside. Nel giorno di chiusura, il lunedì, i miti animali passeggiano beatamente, e la sera si ritrovano a fumare e trangugiare alcolici al ristorante Bambù farcito il cui taverniere, anch'egli attrazione del tour settimanale, è un immenso panda cinese. Gli umani non sospettano nulla e l'unico a conoscenza dell'assurda realtà, l'anziano sorvegliante Charles, s'adopera ad organizzare tour a tema: dalla raccolta del miele al cerimoniale del corteggiamento. La poltroneria congenita, mista alla sbadataggine degli orsi stanchi della vita da fenomeni da baraccone, rischia però di rivelare il trucco; e così c'è chi fuma o si fa beccare con l'orologio al polso o addirittura chi preferisce urinare in piedi addosso a una quercia.
La doppia vita degli orsi è un romanzo umoristico la cui narrazione si regge sull'assunto, condiviso sin da principio col lettore, che questi animali in realtà conducano un'esistenza quasi umana anzi, più che umana, considerati usi e costumi - scarpe ai piedi per passeggiare sempre in posizione eretta, comode ciabatte in casa, una vita assai confortevole quando non viziosa - e spessore intellettuale di molti di loro. E infatti all'interno del parco esiste addirittura un'Associazione per la Difesa dell'Immagine della specie Ursina, la quale vigila sulle opere d'arte, libri compresi, che diffondono un'idea erronea del temperamento degli orsi. In questa direzione l'autore nei confronti del quale si muove l'invettiva ursina nella parte centrale del libro non può che essere Jean de La Fontaine. Una lettera di Arnulphe, orso delle Ardenne, avverte della esistenza di una copia del libro delle Favole di La Fontane in una biblioteca francese. Nello specifico il torto da lavare risulta l'illustrazione "Un Orso polacco fermato da cani di razza" contenuta in quel libro e giudicata offensiva per l'immagine della specie. I membri dell'ADIEU, progettano la penetrazione notturna nella biblioteca per asportare la pagina sotto accusa.
La comicità di base, costruita sul ribaltamento della percezione quasi pastorale del mondo "naturale", trova vigore grazie alla narrazione in prima persona di Anatole che conferisce grande schiettezza al punto di vista ferino.
Numerosi gli spunti divertenti: il testo è riccamente disseminato di deliziosi giochi di parola, qui decontestualizzati, ma sempre efficaci, come "piantina alla zampa, schioccando gli artigli, gli sforzi sovraursini, il freno a zampa della macchina, one bear show, barbear, dare zampa forte, un gioco da orsetti, prendendo il coraggio a due zampe, il veloce gioco di zampe"; o ancora repliche di proverbi, massime e adagi di saggezza popolare come "gettare l'orsetto con l'acqua sporca", o addirittura in latino, sempre reinterpretati in chiave ursina: "ursi linguae latinae periti non sunt"o "ad majorem ursorum gloriam".
Gli effetti umoristici raggiungono discrete altezze soprattutto, come si accennava, laddove trova spazio l'artificio della fine, e paradossale, intellettualità urside che investe tanto citazioni e riferimenti dotti, quanto facoltà filosofico-esistenziali le cui tonalità risultano singolarmente, vista appunto la natura animale dell'ego narrante, ricercate ed intimiste. Il gap esistente tra la componente stililistico-argomentativa alta e, appunto, la supposta grettezza della fiera che la concepisce, produce esiti squisitamente ilari, a partire dalla descrizione di un solingo paesaggio notturno dalle sfumature al limite del leopardiano: "A quell'ora della notte la valle spiegava sotto il cielo infinito un paesaggio monocromo dove solo il filo d'argento del fiume scavava rilievi levigati dall'oscurità. Visto dal nostro lontano osservatorio, il paesino di V. assomigliava più all'opera di un cartografo che a quella di un macchiettista. Quanto al firmamento, sembrava raddoppiarsi in una radianza cristallina e scolpire una a una, come gocce di un lampadario di baccarat, le stelle, in apparenza così vicine che veniva voglia di allungare una zampa per toccarle. Al centro del congegno la luna era l'asse di una ruota invisibile, gigantesca, attorno la quale girava l'universo intero". Per concludersi con la più piena delle confessioni, giocata sempre sulle stesse tinte intime ma razionali: "Eravamo parte di quel paesaggio fuori dal tempo. Accompagnavamo con tutto il nostro essere quel moto rotatorio impercettibile e vertiginoso. Il mondo così come lo conoscevamo, composto e meschino, si nascondeva di fronte all'irruenza di una realtà superiore, fuori dalla norma".
Molti sono i passaggi spassosi ove viene fuori l'indole più che umana degli orsi, come nel caso dell'ansia per l'imponderabile; compiuto il raid notturno anti La Fontane, il gruppo d'orsi sale in macchina per la fuga e Anatole, alla guida del veicolo, fra sé e sé si interroga sospettoso: "Ci sono frasi che non bisognerebbe mai pensare, ancor meno dire, tanto sfidano il subdolo opporsi delle cose, quella forza oscura sempre in agguato, i cui innumerevoli effetti si traducono, tra l'altro, nella condotta improvvisamente perversa di alcuni oggetti banali e quotidiani. Su una macchina la cosa rasenta decisamente l'incoscienza. Era di questo che mi preoccupavo infilando la chiave di accensione del motorino di avviamento?".
Certamente un'opera di breve respiro, riesce però attraente laddove i piani reale/umano irreale/ferino s'intersecano e si confondono; meno leggibile in alcune parti dialogate che risentono di un'eccessiva macchinosità sintattica e lessicale, resa comunque in maniera inappuntabile dalla felice traduzione di Cecilia Bagnoli.
Posted: 06 novembre 2007
Il nome di Mark Twain riporta il lettore al suo romanzo più celebre, ovvero Le avventure di Huckleberry Finn. La storia di Tom Sayer e dell' amico di colore ha suggestionato l'immaginazione di intere generazioni e le ha condotte presso le rive del Mississipi, nell'America profonda, quando il colore della pelle era causa di salvezza o dannazione. Il libro è in grado di scuotere le coscienze riguardo i drammi della civiltà e le sue contraddizioni in una terra che voleva e vuole ancora oggi essere agli occhi del mondo baluardo della civiltà e dei diritti. Il successo dell'opera ha naturalmente garantito fama internazionale al suo autore, eppure nello stesso tempo ha oscurato altre dello stesso, verso cui è opportuno rivolgersi.
Se le tematiche riscontrate nelle Avventure hanno catturato i lettori, vi sono altri testi che riprendono le stesse basandosi su fatti di cronaca quotidiana, da cui emerge un Twain fiero oppositore al regime imperialista e all'America della forca e dei processi di piazza, passato ingiustamente in secondo piano. Alla persona che siede nelle tenebre è doppiamente apprezzabile perché oltre a contribuire a svelarci un lato meno popolare del nostro autore, apre uno squarcio sulle vicende americane nei primi del Novecento.
In questo libro lo scrittore propone una vera e propria disamina della mentalità statunitense ma più in generale del modus vivendi occidentale. I temi trattati vanno da un'analisi del patriottismo, della guerra contro i filippini musulmani, i Moros, del 1906, fino al grandioso e inquietante "soliloquio di re Leopoldo". La prosa di Twain, come suggerisce intelligentemente Alessandro Portelli nell'Introduzione, è egualitaria e democratica, avventurosa e irriverente. Egli infatti critica gli incivili atteggiamenti di una parte dell'America rurale con un pungente eroismo. In quegli anni la pratica del linciaggio dei neri aveva assunto dimensioni allarmati. Twain non solo stigmatizza questo atteggiamento, ma in lui traspare un vero e proprio moto d'indignazione quando confida al lettore che molti genitori portavano i figli a vedere pestaggi, massacri e mutilazioni; la pratica dell'impiccagione era un grande momento di godimento comunitario, di riscoperta di una identità razzista ed esclusiva in cui anche le persone più miti accettavano e sostenevano.
The United States of Lyncherdom, ovvero gli Stati Uniti del Linciaggio, raccontano di un popolo assuefatto al crimine ed alla violenza. Qui appare il disprezzo più profondo dell'autore per la massa informe, vigliacca, incapace dell'uso della ragione, per cui il mondo è un irredimibile terreno di battaglia perpetua. Twain si sentiva figlio del popolo, e il suo sdegno è ancora più profondo. La descrizione di generali e comandanti divenuti eroi famosi per aver ucciso crudelmente persone inermi - come nel caso della guerra contro i Filippini - accentua l'acredine per una società traditrice dei propri valori fondanti, di quel compito civilizzatore inciso nei cuori attraversi le baionette e non il valore morale.
Su quest'onda emotiva, il tono del discorso assume dimensioni metastoriche: l'impressione è una caduta nella disillusione, per una totale ed eterna sfiducia nell'umanità. Come osserva ancora Portelli, si ha la sensazione che la denuncia sfiori toni teologici e le categorie della politica svaniscano. Se da una parte l'osservazione è giusta, tuttavia la grande mole di articoli, saggi e brani scritti negli anni dimostrano una ostinata volontà di partecipare alla vita civile e di sperare in un cambiamento degli eventi.
Alla persona che siede nelle tenebre riprende una metafora biblica molto frequente, ovvero la speranza della luce per quanti vivono nella oscurità del male. La "dannata razza umana" "risiede" nell'ignoranza e in un compiaciuto, vigliacco qualunquismo per cui la rapina è più importante della solidarietà; l'omicidio più della compassione.
L'apice di questa piccola raccolta di 'scritti contro l'imperialismo' - come suggerisce il sottotitolo - è raggiunto da Il soliloquio di re Leopoldo. Re Leopoldo del Belgio è una figura poco conosciuta, nonostante i suoi crimini siano paragonabili a quelli commessi dal regime nazista e da Hitler. Sue vittime - la cifra varia tra i 10 e i 15 milioni di persone - furono gli abitanti del Congo. A quei tempi il sovrano era a capo di un fiorente impero commerciale per l'esportazione della gomma. Gli indigeni venivano schiavizzati, torturati, ed uccisi. L'unico interesse era l'estrazione della materia richiesta.
Il soliloquio al centro del testo ritrae ironicamente Leopoldo mentre, tra sé e sé, si infuria con coloro i quali gli attribuiscono i connotati del carnefice. Giornalisti, ambasciatori, missionari dal cuore tenero incapaci di usare rettamente la ragione. Se così facessero, osserva il re, capirebbero che è assurdo mettere sulla bilancia della giustizia le azioni di un nobile con una massa informe e selvaggia. I neri non sono uomini, ma strumenti di lavoro. La loro sofferenza è in realtà una benedizione perché possono essere evangelizzati. I "traditori", come li chiama il re del Belgio, sono tornati in Europa a spifferare fatti senza significato. Squartamenti, uccisioni, stupri: tutto ciò non è reale, poiché si trattava in realtà di gesti educativi, immaginati per istruire i sopravvissuti a continuare a morire senza troppe domande. Leopoldo si infuria con la stampa, e mentre bacia il crocifisso per l'eccesso d'ira, imputa nell'invidia la causa delle male parole verso la sua persona.
Il libro è drammaticamente sconvolgente quando alla voce ricreata di Leopoldo si sostituiscono i ritagli dei giornali e le descrizioni delle pratiche omicide. Cannibalismo, uccisioni di bambini, evirazioni ecc. Quando alcuni schiavi viaggiavano nella foresta per raccogliere la gomma, venivano inviati senza cibo o acqua. Moltissimi subivano lo sfregio di vedersi amputata una mano per qualsiasi futile motivo. Cataste di arti si ammucchiavano ai bordi degli alberi. Nelle case dei colonnelli e degli ufficiali, le collezioni di teschi umani venivano sfoggiate in segno di potere e autorità. Il re pensa, mentre è in preda a un delirante imprecare, che la sua sfortuna sia stata la nascita in quel periodo della fotografia. I tristi europei si sono lasciati commuovere dalle immagini dei morti trucidati, quasi fossero persone come loro.
Twain è abile nel descrivere una civiltà priva di logica e amore, corrotta fino al midollo. La sua prosa lascia spazio alla documentazione, fino a creare uno sposalizio di forme e generi capace di suggestionare profondamente il lettore. Nella preghiera di guerra, egli descrive le invocazioni del buon Dio da parte degli Stati uniti, per avere la grazia di poter uccidere e affogare nel sangue più nemici possibili: "O Dio e Padre Nostro, aiutaci a ridurre a brandelli insanguinati i soldati nemici, aiutaci a lasciarli in mezzo ad una strada, con i figli piccoli, a vagare senza aiuto per i deserti della loro terra desolata. Noi lo chiediamo, in nome dell'amore, in nome di Colui che è la Fonte dell'Amore. Amen".