Archivio Novembre 2008
direttore responsabile: Dr Chiara Lucarelli,
Trinity College Rome Campus
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Posted: 30 novembre 2008
Fazi, 2008 – euro 9.50 – pp. 200
Nel panorama della narrativa americana recente e di buon successo sta indubbiamente Nic Kelman. Prosatore dalle molte suggestioni, Kelman mescola con discreta maestria e grande freddezza elementi quotidiani ed intimi. A ciò fa spesso da contrappunto un approfondimento “scientifico” che tende alla più capillare minuzia descrittiva, quando non all’elucubrazione pseudo-dotta, degli stati d’animo dei personaggi come nel recente “The Behavior of Light” (“Il Comportamento della Luce”, cfr. recensione del 20 novembre 2008). Qui celebriamo la raggiunta popolarità dell’opera prima di Kelman, “Girls”, da poco nei tascabili di Fazi editore.
In campo, senza soluzione di continuità, una moltitudine di circostanze che affrescano il rapporto uomo/donna. Quasi sempre l’ambientazione, o meglio l’atmosfera, è quella della classe agiata americana in cui le situazioni in scena mescolano potere e sesso. Ma la scontatezza, anche la banalità del mix, è elusa grazie alla complessa modalità descrittiva, interna ai vari “io” maschili che si alternano al resoconto della propria condizione amorosa. Parallelamente all’inserzione di brani omerici sulle battaglie e gli amori degli eroi greci e troiani stanno passi sull’eterno conflitto maschio/femmina. Sul palcoscenico le “peggiori” pulsioni, le più terrificanti rivelazioni nascoste al fondo dell’animo degli uomini, tra i trenta e i cinquanta, che affollano codeste pagine: veri e propri “tipi”, stanchi del lavoro, del matrimonio e delle sue frustrazioni e assieme ricchi e potenti, ebbri di vita e di sesso, ma soprattutto senza freno. Stupisce, e diverte, l’assoluta franchezza dello sguardo di questi signori, i quali dialogano con se stessi senza remore morali o precetti sociali a tenerli a freno. Si legge allora del perché molti ricerchino donne molto più giovani: “Tu lascerai perdere, perché non sai come spiegarle, e preferisci che sia ignorante e felice piuttosto che istruita e triste. In effetti, è proprio per via di questa qualità che sei attratto da lei e da quelle come lei, e che non riesci a restare troppo a lungo con una di loro. Perché dopo diventano come te, quando diventano istruite diventano stanche come te, sature. Ma quando non capiscono ancora come va il mondo, riescono ancora a ricordarti la gioia. Sono dei bei gruzzoletti di gioia, sono. Puoi vivere attraverso di loro, anche se tu sei morto”.
Una distanza fisiologica, psicologica, sociale ma, soprattutto, assolutamente reale tra l’universo maschile e quello femminile. Non c’è paura né cinismo nel raccontare di storie di uomini fatti con procaci teenegers, né autocommiserazione. Che semmai emerge come mera invenzione sociale, fra il moralismo e quel femminismo che in America s’è fortemente scagliato contro il libro di Kelman. Sulla vita matrimoniale seduta ed uguale a tutte le altre uno dei protagonisti senza nome dice: “Mentre guidi, ti sorprendi a chiederti se è per quello che alcuni uomini non vogliono sposarsi mai. Perché sono abbastanza furbi da sapere che non importa quanto si vada d’accordo, non importa quanto bene ci si capisca, appena si comincia a condividere la vita completamente, con tutto il cuore, alla fine si arriva per forza a questo punto. Ti chiedi se non vogliono sposarsi mai perché sono abbastanza furbi da sapere che non ti puoi dimenticare della tua vita solo stando in compagnia di gente che non fa parte della tua vita”.
La ricerca, seria e documentata, che incornicia e glossa taluni passaggi, si scopre nella precisione della storia del concetto di amore di cui qui inseriamo un breve frammento: “I greci antichi non avevano una parola per l’amore romantico. Per loro, l’amore per un oggetto e l’amore per una donna erano proprio lo stesso. Quando parlavano o scrivevano della relazione tra un uomo e una donna usavano parole che significavano ‘possedere’, tenere in gran conto’, ‘avere rapporti sessuali con’. Quando Odisseo tornò a casa, lui e Penelope non si fecero le coccole. Scoparono”.
“Girls” non è un libro misogino, tutt’altro. C’è una voce unica, benché frammentata, che rileva minuziosamente la piatta, e a tratti sofferta, distanza tra due mondi, e lo fa senza giudizi di merito, come quando chiama in causa la sociobiologia per affermare che “gli uomini hanno più geni in comune con i gorilla maschi che con le donne”. Schegge d’empietà e maschilismo, a scorrere le critiche americane. In realtà, con buona pace di benpensanti e veterofemministe, e non senza un pizzico di rammarico, leggendo “Girls” non si scopre niente di nuovo, semmai s’individua qualcosa da sempre taciuto a se stessi. Uomini sposati che restano nel dormitorio femminile di un college, dirigenti di società importanti che fanno sesso con la figlia minorenne di amici, altri uomini d’affari che girano il mondo collezionando la noia delle esperienze sessuali con prostitute qualunque, fino alla meraviglia e all’emozione di un giovane corpo orientale.
Un libro di una superficialità abissale, duro, spigoloso magari crudo, ma assolutamente corretto. Mette a nudo la retorica dell’ipocrisia di valori letteralmente “in-naturali”: la fedeltà a tutti i costi assieme all’imperitendo amore coniugale. Due gli aggettivi in ballo: incoffessabile e necessario.
Posted: 30 novembre 2008
Feltrinelli, 2001– euro 6,20 – pp. 160
“Sembra quasi pleonastico dire che nell'immenso e misterioso libro che Pessoa ci ha lasciato il centro più riposto, e certo il più imperioso, è l'eteronimia. Eteronimia intesa non tanto come metaforico camerino di teatro in cui l'attore Pessoa si nasconde per assumere i suoi travestimenti letterario-stilistici; ma proprio come zona franca, come terrain vague, come linea magica varcando la quale Pessoa diventa un altro da sé senza cessare di essere se stesso. L'eteronimia di Pessoa rimanda semmai alla capacità di vivere l'essenza di un gioco; non a una finzione, pertanto, ma a una metafisica della finzione, o a un occultismo della finzione; forse a una teosofia della finzione." Così Antonio Tabucchi giudica l’animo di uno dei più grandi scrittori del Novecento, il portoghese F. Pessoa, a cui ha dedicato una vita di studi e saggi critici. Nel presente libro egli disamina in maniera puntuale e attenta ogni aspetto di questa creatura frantumata.
L’eteronimia di Pessoa affascina qualsiasi lettore soprattutto perché – come affermato sopra – non trattasi di artificio letterario, bensì di condizione umanissima e vitale.
La scissione dell’Io prende forma nel poeta già da bambino, quando perso il fratello comincia a dialogare con un eteronimo, e successivamente si trasforma nella condizione normale e quotidiana di un uomo timido e introverso. Bernardo Soares, Alvaro de Campos, Ricardo Reis sono soltanto alcuni dei nomi in cui questa moltiplicazione dell’anima prende vita. Ognuno di loro ha una propria biografia, uno stile, ma soprattutto rivela una totale diversità dal loro creatore. La divisione interiore in più personalità è vissuta infatti attraverso una incondizionata autonomia all’interno della coscienza. Quando Pessoa scrive alla fidanzata Ophelia, spesso confessa la preoccupazione e la gelosia di Alvaro de Campos, per la loro relazione!
Questo personaggio affascinante ed unico ha finalmente raggiunto anche il grande pubblico, spesso disattento e superficiale, grazie all’ineguagliabile lavoro esegetico, critico e saggistico di Tabucchi.
Un baule pieno di gente riassume una ricerca pluridecennale ed appare certamente uno dei lavori meglio riusciti dello scrittore italiano. Lo stile del libro, veloce e leggero, aiuta il lettore a immedesimarsi in una personalità volatile e eterea, priva di un centro e multipla. Particolarmente ispirata è la scelta strutturale dell’opera stessa, perché traduce l’eteronimia dell’anima attraverso rimandi e citazioni, nonché grazie ad una scrittura vicina all’aforisma e lontana dal classico trattato sistematico.
Oltre a ripercorrere le vicende umane del poeta, dei suoi compagni di viaggio, Tabucchi riesce a far vivere al lettore quel profondo ed inquietante disagio che si prova davanti ad una grandezza umana insondabile: raccontare Pessoa vuol dire anche perdersi in lui, ma soprattutto cedere al vuoto, cadere nel baratro del dubbio. Questa esperienza letteraria lascia ognuno di noi più debole, perché meno sicuro non di se stesso, ma di essere un sé.
Dal baule aperto dopo la sua morte l’uomo contemporaneo viene a conoscenza di un mondo di intellettuali e artisti vissuti dentro un singolo uomo, e resta esterrefatto. Questa rivelazione non illumina soltanto la vicenda di un poeta portoghese, ma spiega infine l’inconsistenza dell’ io che ci appartiene e la vanità delle nostre piccole certezze quotidiane.
Un baule pieno di gente - Andrea Comincini
“Se dopo la mia morte volessero scrivere la mia biografia,/non c’è niente di più semplice./ Ci sono solo due date – quella della mia /nascita e quella della mia morte./ Tutti i giorni fra l’una e l’altra sono miei.
La dichiarazione è di Pessoa medesimo, e riassume perfettamente il senso di una vita e del mistero che l’avvolge. Se infatti a noi posteri sono giunte molte notizie e informazioni sull’esistenza del poeta, la sensazione predominante non è la certezza degli eventi e delle date, ma l’assenza di verità definitive.
Sappiamo molto del piccolo Fernando, degli studi compiuti, di come abbia vissuto: eppure percepiamo chiaramente quanto tutto quel sapere non sia Pessoa, ma la traccia cronologica di un organismo biologico. Il poeta è altro, i giorni della creazione non appartengono ai cataloghi o alle statistiche. Una vita dentro la vita: ancora in essa si nasconde una esistenza parallela. O meglio: più esistenze ognuna con i propri stili, i problemi, le amarezze.
Nella storia di Pessoa si compie trionfalmente l’assenza dell’Io non uccidendolo, bensì rendendolo molteplice: “sii plurale come l’universo”. E di universo si tratta quando leggiamo la sua opera. L’attrazione per l’occultismo non deve esser giudicata come banale seduzione di un mondo nascosto, bensì direzione naturale di un’anima nel suo luogo di origine, ovvero l’oscurità. Questo buio interiore non è grottesco o mostruoso: assomiglia ad un cielo nero verso cui si volge il viso in attesa di vedere i riflessi delle stelle. E così il lettore vive l’incontro con la poesia del portoghese, immergendosi in un silenzio stellare di universale bellezza. “Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler d’essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo” Queste parole sono leggibili in Tabacaria, una delle opere più belle della letteratura portoghese, ed ancora una volta è l’autore stesso a riassumere e descrivere la sua vita nel migliore dei modi.
L’universo simbolico di Pessoa, questo universo perfetto quanto il delicato ingranaggio di un orologio, trasforma la biografia di un uomo nella sua ennesima personalità, nuova eteronomia accanto alle altre.
Con Un baule pieno di gente, Antonio Tabucchi rivela un assunto implicito alla sua investigazione: egli non ha a che fare con una singola personalità, ma con più persone distinte. Lo stesso lettore vive questa frantumazione e ne sente il fascino ed il peso. Resta infine qualcosa di più profondo, di mistico. La scissione, la moltiplicazione, appartengono in fondo all’universo stesso, il quale nonostante ciò resta armonicamente incorniciato dallo sguardo di ogni osservatore.
La vita di Pessoa, la sua opera, gli eteronomi ed ogni studioso che provi a narrarne il vagabondare su questa terra vive contemporaneamente la distruzione dell’identità, la perfetta armonia, l’inquietudine totale e la bellezza salvifica. Tutto ciò incredibilmente in un uomo solo, il più grande poeta portoghese del Novecento. Così come ha vissuto, egli se ne va: a causa dell’abuso di alcool si spegne a quarantasette anni. Di lui si sa poco o nulla, finchè un baule viene aperto ed escono fuori le carte ed i fogli di centinaia di personalità. Il vaso di Pandora viene scoperto, e la poesia – insieme ai suoi creatori – diviene eterna.
Posted: 30 novembre 2008
regia di Oded Davidoff – Israele 2006 – durata 117’
Finalmente un film diverso per Gerusalemme, lontano dalla “città santa”, niente attentati o guerre di religione. Qui, protagonisti sono un cane e due ragazzi. Si corre tanto, tra i vicoli, nelle piazze dei mercati, tra la gente, tanto da farci conoscere una metropoli differente, casa di popoli giunti da differenti culture. Dunque, non una città ultraortodossa di Mea Sharim né turistica del Muro del Pianto, bensì un luogo di giovani. Sbandati che cantano, suonano, recitano nelle strade, segregati e ridotti in schiavitù da un delinquente che si arricchisce spacciando droga e vendendo spettacoli d’arte.
Come tutte le città del mondo rivela il disagio dei propri giovani. Si scende nelle paure dell’adolescenza e si indaga nella solitudine costruita in famiglia e sconfitta da una giovane ragazza, Tamar (Bar Belfer). Sedicenne solitaria e ribelle, con una voce bellissima, decide di abbandonare casa insieme al suo cane, Dinka, e cercare il fratello Shay (Yuval Mendelson), musicista eccezionale, tossico come il suo idolo Jimi Hendrix. Tra drammatici flaschback del vissuto della ragazza si intreccia la caparbietà di Assaf (Yonatan Bar Or), sedicenne timido e impacciato, pronto a tutto pur di conoscerla e riportarle Dinka, perduta durante la fuga dai suoi aguzzini.
Storia di inquietudini, debolezze, ma anche di coraggio che deriva dal decidere di stare accanto a qualcuno e non mollare.
Nota di lode alla giovane attrice Bar Belfer, convince e commuove per la forza e credibilità con cui assume il ruolo. In effetti, il personaggio di Tamar è stato il suo debutto come attrice e le è valso l’apprezzamento della critica e una nomination all’Israel Academy Award, l’Oscar israeliano. La storia di Qualcuno con cui correre in realtà nasce come libro, scritto da uno dei più grandi scrittori contemporanei, David Grossman. L’autore ha così confermato la propria arte indagando sul mistero dell’adolescenza, delle sue difficoltà e delle sue chiusure. Sembra voglia dirci che ascoltare le inquietudini degli adolescenti è anche un modo per capire noi stessi. Messo in scena egregiamente da Oded Davidoff , al suo secondo film, ne rispetta la sensibilità e le tante sfumature poetiche “Sono nato come Grossman a Gerusalemme – afferma il regista - e ho cercato di dare un’immagine della nostra città il più realisticamente possibile. Abbiamo lasciato la macchina da presa per strada e abbiamo cominciato a girare. Un po’come faceva il neorealismo italiano. E infatti molti attori sono presi dalla strada. C'è molta realtà nel film. Anche se accanto all'elemento realistico c'è quello fantastico. Fantasia e realtà si fondono insieme creando una leggenda. E Gerusalemme è proprio tutto questo”.
Il film è percorso da tensioni sociali, processi di globalizzazioni ma anche e soprattutto da una storia d’amore, amore fraterno, spirituale che porta alla crescita di due ragazzi di solo sedici anni. E il racconto adotta un linguaggio universale. Subito ne siamo partecipi e corriamo insieme ai personaggi verso la pace, abbandonando finalmente paure e solitudine.
Presentato al Giffoni Film Festival dove ha ottenuto un enorme successo, Qualcuno con cui correre è un’opera poetica, di “letteratura visiva”, che non otterrà incassi record ma resterà nella mente di chi la vedrà.
Posted: 20 novembre 2008
Fazi, 2008 – euro 18,00 – pp. 350
Articolato in capitoli che non danno il senso della successione cronologica, ma piuttosto tentano di riprodurre a livello strutturale - nell’organizzazione paratestuale: titoli dei capitoli, figure, immagini, voci etimologiche e didascalie - la complessità, le contraddizioni e l’incongruenza che muove l’universo e stanno nell’uomo e nei rapporti che ne scandiscono il tempo terrestre. In tal senso Kelman organizza la storia d’un grande amore per sequenze: un montaggio fatto di flashback, divagazioni che corrono sul filo delle sensazioni fisiche e, per analogia, delle emozioni che investono Alex, la voce narrante. Regista di spot pubblicitari e video musicali vive con Letitia, ispanica colta e bellissima, tra le abitazioni di Puerto Rico e New York. La storia ha principio proprio dalla pianta della villa caraibica. Una mappa dettagliata con tanto di contrassegni numerici, stanza per stanza, che rimandano ai paragrafi a mo’ di didascalia: una sorta di legenda che scandisce la cronaca d’avvenimenti o la descrizione di situazioni capitate nelle varie camere. Nella casa di SoHo vanno invece per il lavoro di Alex e per la vita mondana.
Su tale duplice sfondo si celebra un sentimento radicato, ma soprattutto un’intesa profondamente fisica – in cui la sessualità è espressa con tale accuratezza da annullare qualunque effetto di puro erotismo – fatta d’un’intimità assai complessa. Il racconto di codesta lunga storia d’amore vive della forza cerebrale di Alex, capace di anatomizzare la minuta gestualità quotidiana della propria compagna e le pur minime variazioni d’umore. Le vacanze in Italia (fra Liguria e Toscana) i vip party della grande mela, le tristi vicende familiari di Letizia - i genitori separati e difficili, un fratello internato e un altro sbandato, una sorella lontana - tutto quello che si direbbe trama, concorre in realtà a creare un’impressione di movimento e di frammentazione. Ma il centro della storia è soprattutto la facoltà analitica di Alex, necessaria ad individuare prima e decriptare poi le maniere del lento disfacimento della storia d’amore: Letitia di grado in grado s’ammala d’una patologia mentale. Per due anni non è più se stessa, sente le voci degli zii, somatizza e inizia a zoppicare, tenta il suicidio tagliandosi con una scheggia di specchio. Pigramente, ma inesorabilmente, Letitia perde contatto con la “realtà oggettiva” e, assieme, con l’universo affettivo che vive con Alex. “Fantasma”, “visione”, “miraggio”, “allucinazione”, “illusione”, “ologramma”, “eidolon” sono le voci etimologiche chiamate in causa da Alex per raccontarci la trasparenza che assume il rapporto e la disposizione fisico-mentale di Letitia: è assente, dimagrisce velocemente, si “disgrega”, conduce una vita apparentemente normale ma si va spegnendo. Consultano medici tradizionali, psicanalisti, stregoni. Diventa superstiziosa e maniacale.
In campo gli strumenti, i ferri del mestiere, assieme di Kelman e di Alex: l’analisi delle strutture della mente sofferente di Letizia e degli effetti che l’angoscia, la paura, l’ossessione rituale di lei hanno sul compagno. Poi d’un tratto, Letizia torna ad essere, a cercare i contatti fisici che aveva rifiutato. Si scopre infine incinta e nuovamente sana, felice. Fino al terribile epilogo. Inaspettato. Annichilente.
Ma l’elemento che viene a galla è l’indagine che si serve dei dispositivi della scienza antica e moderna: c’è un mini trattato pseudo-secentesco sulla qualità delle lacrime - di cronaca, divinatorie, salate, amare, rosse, al tramonto -; Kelman si serve inoltre di studi astronomici, modelli matematici, leggi fisiche e catene chimiche per “certificare”, infine, l’impossibilità della rappresentazione di un sistema che esempli le infinite variabili della vita reale e sensibile dell’uomo: una moltitudine, un mutamento e una combinazione tali da impedire qualunque conoscenza degli umori, dei sentimenti, delle galassie interiori che ci sconvolgono. E così una delle conclusioni a margine di tale osservazione “scientifica” recita:“il 90 % di Letizia è invisibile, impercettibile, inconoscibile”. Cosa resta? Ascoltare, osservare le persone che amiamo, mentre dormono, da vicino, e capire che non vivono ma fuggono, dall’abisso. E che l’unica cosa concessaci è il perdono: non degli altri, né di noi stessi. Dobbiamo piuttosto assolvere “la luna, le stelle, il sole. Dobbiamo perdonare i cieli perché ruotano. Altrimenti come potremmo continuare ad amare sotto la loro luce?”. Un chiarore inadatto a scoprire una ragione o una direzione nell’esistenza umana, capace di pronunciare però l’indifferenza dell’universo.
Romanzo intenso, costruito sulla vivacità psicologica del protagonista maschile e sull’intima fragilità di quello femminile. Un’analisi impietosa e diretta, quasi scientifica, spesso cruda, ma autentica dei meccanismi che regolano i rapporti umani più intimi e in cui anche la carnalità è analizzata più che raccontata, più registrazione di fatti che puro eros. Una lucida disamina del mondo interiore e delle sue intrinseche debolezze, della relatività della percezione dei sentimenti da parte di chi ne è soggetto e oggetto. Un libro seducente, profondo e profondamente dentro la drammatica vicenda amorosa di Alex e Letizia. Una radiografia di un rapporto amoroso in disfacimento, che appassiona e stupisce il lettore per il distacco che la scrittura analitica di Kelman sa offrire e, assieme, per la drammaticità delle situazioni raccontate.
Posted: 20 novembre 2008
regia di Gianni Di Gregorio – Italia 2007 – durata 75’
Premio 'Luigi de Laurentiis' per la miglior opera prima alla Mostra di Venezia 2008. Vincitore, inoltre, del premio Francesco Pasinetti (sngci) e del Isvema, Pranzo di Ferragosto è un prezioso cammeo del nostro cinema.
Il regista e attore Gianni Di Gregorio affronta con vissuta quotidianità un tema a volte triste e difficile: quarta età e suoi derivati.
Sarebbe un peccato raccontare il film, bisognerebbe proprio vederlo, perché è pieno di intelligenti deviazioni: spiritoso e cinico, un binomio perfetto.
“Figlio unico di madre vedova, ho dovuto misurarmi per lunghi anni, da solo, (moglie e figlie si erano dileguate per istinto di sopravvivenza), con mia madre, personaggio di soverchiante personalità, circondato dal suo mondo. Pur se ho provato, ho conosciuto e amato la ricchezza, la vitalità e la potenza dell'universo dei 'vecchi'. Ma ho anche visto la loro solitudine e vulnerabilità in un mondo che cammina a passo accelerato senza sapere dove va perché dimentica la sua storia, perde la continuità del tempo, teme la vecchiaia e la morte ignorando che nulla ha valore se non la qualità dei sentimenti. Nell'estate del 2000 realmente l'amministratore del condominio, sapendomi moroso, mi propose di tenere sua madre per le vacanze di ferragosto. In un sussulto di dignità rifiutai, ma da allora mi chiedevo spesso cosa sarebbe potuto succedere se avessi accettato. Questo è il risultato”.
Così Di Gregorio racconta della sua vita messa in pellicola. Talmente sincera questa finestra aperta nella vecchia nobile casa della Roma borghese, da farci sentire dei voyeur, spettatori intrusi. Altrettanto autentiche le quattro vecchiette nel loro primo banco di prova come attrici. Straordinarie, divertenti, ultraottantenni che per un caso si ritrovano proprio lì, tutte insieme e amiche da qualche ora a raccontarsi e litigare. Rughe e acciacchi presi dalla vita, portano un respiro di naturalezza e semplicità, e il film vola alto. Una sorpresa inattesa anche per il regista “Per le attrici – dichiara - ho scelto delle signore che non avevano mai recitato, prive di vizi formali, in base alla forza della loro personalità. Durante le riprese mi hanno travolto, la storia cambiava in base ai loro umori ma l'apporto, in termini di spontaneità e verità, è stato determinante. Alcune riprese le ho addirittura rubate”.
Ugualmente ottima la prova per Di Gregorio – attore, che di se stesso confessa “In quanto a me, ho interpretato il ruolo protagonista perché in fase di preparazione, mentre spiegavo all'equipe che occorreva trovare un uomo di mezz'età, più o meno alcolizzato, che aveva vissuto per anni con la madre, tutti i visi si sono rivolti molto seriamente verso di me. Ho avuto il coraggio perché da ragazzo ho studiato regia ma anche recitazione con Alessandro Fersen”.
Il risultato di questa avventura “privata” è un piccolo quadro intimo nel deserto ferragostano, nella voglia di affrancarsi dalla solitudine e nel cinismo comodo di un uomo di mezz’età che rompe il perbenismo ipocrita di molti figli tiranni e genitori anziani capricciosi. Così, il finale, ironico e spiazzante dal sapore umano, dimostra quanto sia bello stare insieme, a tutte le età.
Nessuna sbavatura nel montaggio, una bella e reale fotografia, il tutto a un budget di “appena” 500mila euro, per location l’abitazione del regista, in pieno centro di Roma, ed ecco servito un gioiello da tenere nelle nostre cose accanto ai film cult.
Posted: 20 novembre 2008
Edizioni Adelphi, 1996– euro 10,00 – pp. 208
Opera prima, Dialogo dei massimi sistemi viene dato alle stampe nell’anno 1937, nel numero di 200 copie, e rivela al pubblico la grandezza artistica di uno dei più intensi scrittori del Novecento.
Tommaso Landolfi, di cui ricorre il centenario dalla nascita, traccia in quest’opera una sorta di testamento stilistico: quanto verrà scritto successivamente è già insito in questo incipit magistrale. Raramente l’esordio di un autore si colloca fra i lavori più interessanti del medesimo. Esente dai difetti di qualsiasi esordio, il Dialogo riferisce di un universo surreale e fantastico, in cui prevale il culto entusiasta della parola.
Caratteristica del testo infatti è l’ossessiva ricerca di una perfezione stilistico-formale, a scapito della trama. Sia chiaro: non trattasi di difetto, bensì di impresa meravigliosa e perfetta, attenta e completa. Landolfi scolpisce la parola forgiandola di suoni e forme inusuali, rendendo la prosa meticolosamente unica. L’effetto principale è un realismo tutto particolare, si potrebbe dire magico o visionario. Sebbene infatti l’onirico e l’esistente possano sembrare termini in contrapposizione – e forse lo sono – lo scrittore riesce tuttavia a fonderli in un unico ritmo, e la narrazione trasforma l’argomento più comune nel tempio del bizzarro, del fantastico. Lo stile a volte arabesco infonde al racconto lo spirito poetico di cui Landolfi è cacciatore. Emerge chiaro infatti l’amore del nostro per una narrativa essenziale ma allo stesso tempo bizantineggiante, ovvero traspare il desiderio di scrivere di letteratura per la letteratura.
Nel Dialogo dei massimi sistemi questa vocazione prende corpo attraverso vari racconti, spesso brevi o dai titoli stravaganti. Piccola Apocalisse, Maria Giuseppa, La morte del Re di Francia, sviluppano una trama in realtà inconsistente; non si vuole affermare che non vi siano personaggi o che il racconto proceda alla deriva, bensì evidenziare un altro elemento fondamentale per la comprensione della scrittura landolfiana: le vicende umane si intrecciano e si frappongono senza arrivare ad un finale concreto. L’esperienza della realtà appare essere un flusso di eventi in cui la linea temporale è fuori dall’ordinario ed appartiene a quel mondo visionario di cui si discorreva sopra. Piccolo capolavoro, per esempio, il funerale del topo. In poche pagine Landolfi sfiora le vette immacolate della poesia pura, e nel far ciò riesce anche a commuovere il lettore spaventandolo parimenti.
Un giovane dà la caccia ad un topo fra i mobili di casa sua, e si fa aiutare dal fido cane. Armato di ramazza, dopo che il quadrupede si è trastullato con l’animaletto fra le fauci semiaperte, dona la pace al piccolo mammifero agonizzante. In quest’attimo l’attenzione del ragazzo ricade sulle zampette del topolino, e la scena cambia totalmente. Quelle manine bianche, gli occhietti rossi, i palmi tesi in avanti e tristemente aperti, indifesi. Qualcosa cambia nella percezione del giovane, e la notte incubi stravaganti accompagnano il suo sonno agitato. Miriadi di topi in fila accompagnano in corteo l’amico scomparso, tutti uniti da uno strano cordone, che poi si scoprirà essere un filo di budello del ratto fuoriuscito a causa dell’azzannamento del cane.
Il ragazzo sta male, e trova conforto nell’abbracciare il corpo esanime della creatura. Lo coccola, lo seppellisce dignitosamente, e chiede scusa all’universo ed al creato per quanto ha fatto.
Il giovanotto diviene uomo: un rispettabile avvocato, tutto serio e d’un pezzo, il quale tuttavia, a volte, sale su per la cantina e danza e parla con gli amici topi, nascosto al mondo degli umani e diversamente altro in quello dei topi.
Landolfi - si diceva – riesce a strappare le lacrime al lettore davanti al dolore del ragazzo, ed a quelle zampette inermi. La fragilità e la dolcezza fanno da contraltare al cinismo della mattanza, alla sua crudeltà. L’universale dolore si libera dai palmi vuoti di un topo, sempre più simile all’uomo immerso nella propria agonia. La maestria dello scrittore riesce ad unire il piccolo e l’effimero, l’inezia del quotidiano al gesto estremo, al grandiosamente Altro, e così facendo trasforma il reale in surreale, l’ovvio in magnifico.
Il racconto riserva tuttavia anche un aspetto inquietante: l’ambientazione notturna, gli incubi rivelatori di una realtà inconfessabile, la miriade di ratti, richiamano la prosa di E. A. Poe, l’inquietudine del messaggio attraverso il verso – ed in simil modo una sorta di terrore inconfessabile, sebbene in Landolfi più lieve, avvolgono il mondo qui narrato, e rivelano di una esistenza parallela alla nostra, di mondi impossibili, in questo caso di mondi di topi che ci osservano.
Come l’assiuolo, il volatile protagonista dell’ultimo racconto, Landolfi deve continuare a inghiottire le notti o almeno prendersi l'impegno di parlare per loro. Di lui dice bene C. Bo quando afferma che: "amava sfidare se stesso e lo faceva oltre che con gli equilibrismi irreali della sua immaginazione con il suo stile, meglio con la sua forza poetica". Interessante è anche il commento di M. Perniola, in Tempo Presente (1965): “A Landolfi non resta che baloccarsi a far lo scrittore: l'unica nobiltà che gli è concessa è quella di stare col massimo rigore alla parte, di impegnarsi in un lavoro che vuol essere solo letterario, cioè artigianale. Le retoriche sono una garanzia contro il nulla dell'esistenza e l'inattingibilità dell'essere. «À l’eloquence ne tords pas son cou» ammonisce l'epigrafe di una prosa del 1942 (La spada). Infatti, l'eloquenza' di Landolfi non deriva dalla spontaneità, ma dalla inibizione; è l'eloquenza sentita come complesso di regole sintattiche e stilistiche da applicarsi: è esercizio accademico, non espressione immediata.”
La poeticità dell’autore traspare anche da piccole considerazioni a margine, ad esempio nella Pietra lunare, ove si interroga su come sia possibile dormire nelle proprie case quando nel cielo c’è la luna, mentre l’astro attraversa le stelle. Landolfi raccoglie la sfida dei dettagli insignificanti, e li veste di bellezza, nonostante la nostra esistenza renda questo esercizio ogni giorno più difficile: “La vita non ci presenta che situazioni e condizioni aperte, non pure senza soluzione, ma altresì senza conclusione formale. E a noi questo, per qualche dannato motivo, non va a genio”.
La mancanza di conclusione formale, l’assenza di significato, non lasciano spazio alla disperazione, ma nell’opera di Landolfi sono l’occasione di trasformare magicamente le parole che compongono il mondo, e disegnare una nova trama: surreale, fantastica, inquietante, ma piena di una incredibile dolcezza per la condizione umana.
Posted: 08 novembre 2008
Fazi, 2008 – euro 16.00 – pp. 141
Cinico, caustico, a tratti divertente “Non sono un Bamboccione” è un libro leggero, da metro, treno o, al limite, da meditazione da bagno. Dopo il fortunato esordio di “Klito” (2005) Carlotti racconta la Roma della burocrazia, dei Ministeri, della Rai e tratteggia anche iperbolicamente, ma fino a un certo punto, la capitale del traffico, dei parcheggi, delle multe, del precariato e della bieca corruzione degli uffici pubblici.
Daniele Sandroni è il protagonista di una vita qualunque, segnata però da una famiglia alto borghese - il padre è un dirigente televisivo in pensione che ha preferito lasciare il lavoro al figlio rinunciando alla liquidazione e vive, dopo il divorzio, in uno squallido monolocale, schiavo delle sigarette e di una sindrome da tv che lo impalla quotidianamente dinnanzi ad essa-. La madre, con cui Daniele ancora vive, è una donna ricca e superficiale, che passa le serate nell’elegante salotto di casa in chiacchiere o giocando a bridge. La donna non gli passa un centesimo e dice che “il fatto di garantirmi un tetto sopra la testa, alla mia età, è più di quanto mi dovrebbe. Dice che, nella vita, grazie a lei ho avuto la possibilità di frequentare una delle scuole più importanti del Paese e di conoscere alcune tra le famiglie più ricche d’Italia. Dice che evidentemente non ne ho fatto tesoro… ”. La madre insomma lo considera un “bamboccione”, come da neologismo dell’ex ministro dell’economia Padua Schioppa che Daniele incontra e interroga polemicamente.
L’altro tratto peculiare del protagonista è il terrore che prova per qualsivoglia forma di sporcizia, anche la più lieve: “Il mio problema si chiama Rupofobia e deriva dal greco rupo, che significa ‘sudiciume’. In pratica si tratta di avere una paura fottuta del contatto con lo sporco, anche quando lo sporco si chiama B-Ticino, di professione interruttore della luce, oppure Marco Pera, di professione vicino di casa”.
Il libro è di lettura rapida, diviso com’è in capitoletti anche d’un’unica pagina e spesso autosufficienti. Postmoderno e a volte un po’ qualunquista, riesce comunque a svagare e far sorridere con l’utilizzo di formule consolidate - evidenti i debiti fantozziani: “ogni mattina la mia sveglia suona alle cinque. mi alzo, faccio nove volte la doccia con Docciaschiuma Sanex Dermoprotettivo Antibatterico, mi asciugo per nove volte con nove asciugamani differenti, prendo i miei vestiti e li metto nella camera di sterilizzazione a raggi UVA”. O ancora: “Guidare l’automobile all’interno della città di Roma equivale a partecipare a un sadico gioco ad incastro che richiede enormi dosi di umiltà, sacrificio e spirito di abnegazione”. Muoversi in macchina a Roma è un incubo che sfiora l’assurdo, una lotta per la sopravvivenza dell’automobilista che solo chi abita nella capitale può superare, con occhio sufficientemente allenato: “L’occhio allenato permette al romano di comprendere l’incommensurabile valore di un semaforo arancione, di un pertugio che si apre improvvisamente tra un autobus e una FIAT Panda, di un posteggio rubato in extremis a una signora troppo anziana e poco lesta, di un vigile che gira dalla parte sbagliata la sua grossa e vuota testa incapsulata da un casco bianco”.
L’invettiva investe anche argomenti più dozzinali, come il cinema contemporaneo italiano che, a detta del buon Sandroni, riesce ad sviscerare compiutamente tre temi in tutto, “1) partigiani buoni contro fascisti cattivi; 2) la rievocazione dei fatti avvenuti nel 1968 e nel 1977”, e secondo il quale gli argomenti preferiti dei registi italiani sarebbero: “a) Giulio Andreotti; b) la camorra; c) Aldo Moro; d) la mafia; e) Giulio Andreotti; f) il terrorismo; g) Aldo Moro”.
Costretto in un ambiente contrario e malsano, lavorativo – anche qui l’Azienda ricorda la Megaditta fantozziana – familiare, sociale e politico, Daniele infine si ribellerà con un atto di insubordinazione aziendale.
Posted: 07 novembre 2008
regia di Dany Boon – Francia 2008 – durata 106’
Philippe Abrams (Kad Merad) è il direttore dell’ufficio postale di Salon-de-Provence. Sposato con Julie (Zoe Felix), donna soggetta alla depressione, sempre pronta a rendergli la vita impossibile. Per farle piacere e per farsi trasferire in Costa Azzurra, Philippe tenta un inghippo ma viene scoperto e trasferito a Bergues, una cittadina del “profondo” Nord.
Per gli Abrams, sudisti accaniti pieni di pregiudizi, il Nord è l’inferno: una regione perennemente ghiacciata, abitata da persone rudi che parlano un dialetto incomprensibile, lo Ch’tis. Alla fine Philippe parte da solo per la nuova e desolata destinazione. Ma con sua immensa sorpresa, scoprirà un luogo affascinante, dei colleghi molto affettuosi, una popolazione accogliente.
Un nuovo amico è già nella vita del direttore: Antoine (Dany Boon), postino e campanaro del paese. Anche lui ha il suo fardello: una madre possessiva e una vita amorosa piuttosto complicata.
I giorni passano tra lavoro e divertimenti e quando Philippe torna a Salon, Julie si rifiuta di credere che suo marito si trovi bene nel remoto Nord, il paese degli Ch’tis. Anzi, è addirittura convinta che lui menta per convincerla a trasferirsi. Così, per semplificarsi la vita, Philippe le fa credere che ha ragione lei e che la vita a Bergues è un vero inferno.
Da quel momento, la sua vita affonda in una comoda e gradevole menzogna: per quindici giorni vive nel Nord divertendosi come un pazzo con il suo nuovo amico Antoine, e un fine settimana su due si fa coccolare dalla moglie che sta superando pian piano la depressione.
Purtroppo però, le cose non vanno come dovrebbero e quando la moglie decide di trasferirsi definitivamente dal marito iniziano i guai e le sorprese …
Contro i luoghi comuni si va “ Giù al Nord”
(regia di Dany Boon – Francia 2008 – durata 106’)
di Sonia Scorziello
In Francia, paese d’origine, Giù al Nord ha ottenuto un successo clamoroso: 140 milioni di euro, record nazionale di tutti i tempi. In molti altri paesi ha ugualmente raggiunto grandi successi.
Eppure il tema della commedia è semplice, semplice ed universale. Prendete un uomo qualunque, direttore di un ufficio postale, molto innamorato di sua moglie, sempre depressa, pronto a fare ogni cosa per renderla felice, persino accettare un trasferimento nel profondo e freddo Nord.
Ecco il tema che si arricchisce delle diversità culturali, il Nord e il Sud a confronto, tra pregiudizi e sorprese inaspettate.
Insomma una bella commedia sull’umanità, sulle differenze culturali presenti in ogni paese, sui preconcetti che dividono le persone di diversa origine, pronti poi all’integrazione e alla conoscenza del “diverso”.
Certo, molto si perde con la traduzione in italiano, il film gioca spesso sul dialetto francese del Nord lo “Ch’tis”, per creare battute divertenti e scenette quasi da cabaret. Ed è Giampaolo Letta, vicepresidente Medusa, a chiarire i retroscena di un doppiaggio, quantomai delicato: “Abbiamo fatto molte prove, cercando “equivalenti” dialettali italiani, ma alla fine abbiamo optato per una “non lingua”, capace di conservare fascino e senso dell'originale”.
Strategia creativa e di successo, rende discretamente l’idea del “fraintendimento linguistico” senza italianizzare il film con i nostri dialetti.
Punto di forza del lungometraggio resta l’intelligenza “ironica”, in grado di trattare un tema razziale, odioso, sui pregiudizi culturali, in modo leggero e divertente. Forse è proprio questo il segreto di tanto successo: la semplicità, capace di far ridere e riflettere allo stesso tempo. Tutto sottolinea la dimensione umana delle persone, credute dapprima bruti ignoranti, conosciute poi come ospitali e sempre disponibili verso l’ospite.
Opera seconda di Dany Boon, con lo stesso Dany Boon e Kad Merad, Bienvenue chez les Ch'tis (titolo originale) oltralpe è già un fenomeno sociale. Occupa ampi spazi su ogni genere di media, il turismo nella Francia settentrionale è aumentato del 10%, anche le vendite del formaggio tipico ha registrato un incremento del 40 per cento. Marketing ma non solo, insiste il regista e attore del film “Giù al Nord è un lungometraggio sulla tolleranza, in un mondo in cui persiste l’intolleranza e il pregiudizio un’opera del genere può aiutare ad aprire gli occhi. Siamo bombardati da troppe informazioni, ormai non riusciamo più a immagazzinarle, non c’è il tempo. Il cinema forse favorisce l’approfondimento, in questo caso anche a conoscere l’altro, ovviamente con i suoi difetti”.
Dany Boon è un personaggio molto popolare in Francia. Attore comico sul palcoscenico e poi al cinema, diventato famoso soprattutto grazie alla televisione. Il suo cavallo di battaglia, neanche a dirlo, è la parodia dell'uomo del nord. “Le mie gag vengono da Jacques Tati e Gérard Aury: ho girato contro Hollywood e nella tradizione europea. Per far ridere e commuovere, indicando la via della comprensione reciproca”,
Al grande schermo offre la sintesi delle sue creazioni, spalla d’eccezione il bravissimo Kad Merad sensibile e pudico nelle scene più delicate, comico e visivo nelle macchiette più divertenti. Plauso particolare ai dipendenti dell’ufficio postale, brillanti e gioviali in ogni sequenza.
E così, anche l’Italia tenterà un remake, in produzione già si lavora. A contrapporsi il nord e il sud della penisola. Non resta che augurarci un risultato sorprendente come quello dei cugini francesi: popolare, mai volgare, una sana boccata d’aria.
Posted: 07 novembre 2008
Mondadori editore, 2000– euro 8,00 – pp. 208
Queste lezioni, scritte nel 1985 per un ciclo di conferenze da tenersi negli Stati Uniti, non furono mai sostenute. La morte improvvisa dello scrittore nel settembre dello stesso anno lasciò il progetto incompleto fino al 1988, quando venne pubblicato in Italia. L’idea di recensire il libro può apparire inopportuna, se prevale nel lettore la convinzione che ogni critica debba tendere alle pubblicazioni più recenti e attuali; emerge profonda tuttavia l’opinione che un testo così illuminante e profondo debba meritare un’attenzione infinita. Se discordi, basti allora semplicemente ricordare il sottotitolo delle letture, ovvero “sei lezioni per il prossimo millennio”. Calvino stesso dichiara che il tempo del suo pensiero non appartiene agli anni ’80, ma spetta ai nostri giorni, è patrimonio dei tempi correnti.
Con incredibile lungimiranza, egli intravede nell’epoca del capitalismo ruggente i prodromi di una febbre che oggi affligge il globo intero. Trattasi di malattia i cui effetti non infiacchiscono soltanto le membra, ma incidono anche nelle anime di noi uomini del XXI secolo.
I titoli delle conferenze sono: Leggerezza – Rapidità – Esattezza – Visibilità – Molteplicità – Coerenza (quest’ultima incompiuta causa decesso), e riflettono oltre al contenuto l’amore incredibile di Cavino per la letteratura. Come disse Moravia, ‘questo non è il libro di un vecchio, ma di un giovane che vede la letteratura come una donna amata, bellissima, ritrosa e lontana, e la vuole conquistare’. Nello sfogliare le prime pagine subito ci si accorge dell’esattezza di tale definizione: la prosa dello scrittore affascina ed è affascinata dalla parola nuda, dalle sue possibili combinazioni, quasi algebriche, capaci di rivelare mondi e sensazioni, vite, incontri e sconfitte. Calvino cita la letteratura stessa, oltre i nomi più celebri e selezionati per le conferenze (Shakespeare, Dante, Lucrezio, Ovidio, Valéry ecc.) perché è quel mondo medesimo, con le proprie leggi, a darci una lezione. Come conciliare quindi il male dei nostri tempi nevrastenici con questo sentimento inversamente proporzionale di gaiezza, leggerezza, gioia? Il matrimonio avviene grazie alla disposizione del nostro animo ad accogliere e coltivare l’impulso di ogni immaginazione fervida, alla sua capacità di resistere al banale, al triviale susseguirsi dei giorni.
Ciò che Calvino intravede nell’esercizio spirituale della letteratura, è la capacità di trasformare il materiale stesso. L’intera sua produzione, fantastica, fiabistica in primis – rivela intensamente la predisposizione fanciullesca alla scoperta straordinaria, ove per fanciullesca si intenda la pascoliniana attitudine alla freschezza del fanciullo, e non ovviamente a un vago istinto infantile.
“Leggerezza” è una di queste disposizioni: corteggiando Leopardi, Lucrezio ed altri autori, in questa lezione-divagazione Calvino confessa nelle pagine un amore entusiasta per il suo mestiere, terapia dell’anima, grazie al quale la pesantezza cede alla leggiadria. Mentre la penna traccia i segni, si redime l’esistenza, contro “la pesantezza, l’inerzia e l’opacità del mondo, qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle”. Anche la scrittura infatti può essere avvelenata e cedere al gravoso vivere, divenire pietra inerte. L’origine greca della parola farmakon (medicina) ha in realtà una doppia valenza, e può significare anche ‘veleno’: essenziale per librarsi come Icaro è frequentare la grande letteratura, quella degli uomini capaci di liberare il verso, e non sopprimerlo, perché la mancanza di peso può essere malattia mortale: “Spero innanzitutto di avere dimostrato che esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca.”
Emerge chiara una dicotomia degli stati d’animo: allo stesso modo che per ‘la leggerezza’, ‘rapidità’ invoca l’opposto della frenesia sciatta, ma chiede massima attenzione e totale dedizione: “nei tempi sempre più congestionati che ci attendono, il bisogno di letteratura dovrà puntare sulla massima concentrazione della poesia e del pensiero." Notevole anche la lezione sulla molteplicità: in essa Calvino condivide con Proust la sofferenza che la conoscenza comporta nella sua intrinseca incapacità di afferrare il mondo, e cita Gadda e Musil per il loro strenue tentativo di descrivere minuziosamente il mondo circostante, senza arrivare a definirlo. L’incompletezza vive nel grande romanzo, il quale deve avere sempre degli obiettivi ‘smisurati’: solo in questo modo si può esprimere la tensione del vissuto umano e la sua immensa molteplicità. “Quella che prende forma nei grandi romanzi del XX secolo è l’idea d’una enciclopedia aperta, aggettivo che certamente contraddice il sostantivo enciclopedia, nato etimologicamente dalla pretesa di esaurire la conoscenza del mondo rinchiudendola in un circolo. Oggi non è più pensabile una totalità che non sia potenziale, congetturale, plurima”.
Lezioni americane richiama altri grandi testi sulla letteratura, ad esempio"Lezioni di letteratura" di Nabokon, oppure le conferenze di Bachmann, i saggi di Paul Valèry, e trasmettono la stessa passione per quel mestiere di scrivere ormai tutt’uno col pavesiano mestiere di vivere.
In un’epoca dominata dai giga, i bites, gli aerei super veloci e le auto che sfiorano i 400Km all’ora, Calvino non cede alla tentazione della denuncia querula, ma accetta l’affascinante sfida di un mondo multiforme, perché ogni epoca, seppur tragica e volgare, può esprimere grande letteratura, e quindi esser redenta.
Ciò che va portato nel prossimo millennio – ormai soltanto il nostro – è la volontà di resistere all’inutile. Credere nel potere taumaturgico della scrittura non è un atto intellettualistico, ma l’espressione di una forza reale. Questa redenzione umanissima coinvolge non solamente il singolo individuo, ma spiega le sue ali sull’umanità intera. L’esattezza, la molteplicità, ecc. sono stati d’animo da ricercare quotidianamente per dare a quella massa informe chiamata realtà la fisionomia del vero. Lontano da escatologie d’accatto, prossimo alla bellezza dell’arte, Italo Calvino redige involontariamente una sorta di testamento per i posteri: parafrasando Moravia, va di nuovo evidenziato che trattasi di lascito trasmesso da un uomo giovane e pieno di vita, non da un vecchio sfiancato, perché la letteratura – nonostante i calcolatori sempre più potenti e la tecnologia più prodigiosa – non potrà mai esser minacciata da software privi di fantasia, di umanità, incapaci di sognare e scrivere nuovi versi su pagine bianche.